martedì 21 novembre 2017

Buste di plastica con cui non vorreste farvi vedere in giro.

Pensateci: i sacchetti di plastica che vi danno nei negozi o nei posti dove siete stati, sono una specie di manifesto ambulante, più o meno come una t-shirt, e spesso raccontano a chi guarda qualcosa della personalità del suo proprietario.
Molti noi hanno qualche remora ad entrare in una boutique costosa con una busta di plastica di un discount, e difficilmente esibirebbero in metropolitana il sacchetto griffato da un sexy shop.
È esattamente così che nacque, qualche anno fa, quest'idea alla Mother di Londra, agenzia pubblicitaria sempre un po' a sé, lontana anche fisicamente dalle sorelle tutte ammassate a Soho, (quindi un po' snob tra le snob).
Si trattava di creare delle borse/buste da lasciare ai clienti dopo le presentazioni, qualcosa di un po' meno anonimo delle cartelline nere che, appunto, si usano a Soho.
Nacquero così le Uncarriable Carrier Bags: le borse intrasportabili.
Cioè quelle con cui mai e poi mai vorreste essere notati in giro: quella della Convention degli Scambisti, della Banca dello sperma, del Centro di riabilitazione da Sindrome di Tourette.
Per uno di quegli strani cortocircuiti mentali, le Uncarriable Carrier Bags piacquero così tanto che tutti, all'improvviso, le volevano: ogni tanto, su eBay ne spunta ancora fuori qualcuna che viene venduta subito.
E io continuo ad aspettare che un'idea così nasca pure da noi, un giorno o l'altro.
E che qualcuno la approvi, s'intende.

domenica 22 ottobre 2017

Ultimo volo America.

Ci sono certi dischi che non passeranno mai alla storia o che venderanno comunque pochissimo (nel già desolante panorama del mercato discografico a pagamento), e se lo faranno sarà per il richiamo a un nome ben più noto al grande pubblico: mi chiedo quanti, per dire, associno il nome in copertina di Sorella Sconfitta – Massimo Zamboni – ai CCCP e ai CSI, dei quali il cantautore emiliano è stato coautore e chitarrista fino al 2001.
Si tratta di un album dell'ormai remoto 2004, del quale, anche se la critica stravede per gli interventi vocali di Nada, io salvo al sicuro sull'hard disk Toshiba chiuso nel mio iPod Ultimo volo America, probabilmente il pezzo più sperimentale dell'intero disco – caratterizzato da una forte impronta elettronica e dalla voce della soprano Marina Parente.
Uno di quei pezzi che si staccano dal mucchio e salgono – per chissà quale motivo – fino ad incollartisi all'anima.

Miserere dall'aire
death catodica endemica
invade / le strade
invade le case le strade

E tra luce di tenebra
e introduce nell'anima
segnali di resa
in polvere nera
intasano il terminale

Ultimo volo America
dentro ogni carne che si apre al male
ultimo volo America
dentro le case le strade le bare

Come tante utilità si fanno città e casa
teleradio caricano i corpi dalla strada
tratta all'armi alla preghiera a un rifugio per la sera
teleradio carica teleradio carica

Ultimo volo America
dentro ogni carne che si apre al male
ultimo volo America
nessuno che vede Dio poi non muore

domenica 15 ottobre 2017

La mia Suburra.

Arrivare secondi, certe volte, è come non arrivare per niente.
Ormai, questo l'ho capito.
Ora che la serie è uscita, posso almeno togliermi lo sfizio di mostrare i miei layout preparati per Suburra-La serie per Netflix.
Che, sì, sono arrivati secondi e quindi nessuno li vedrà mai.
Tranne voi.

lunedì 18 settembre 2017

The Black Case.

Oggi vi segnalo questo. La CGI non è probabilmente al livello degli Oats Studios di Blomkamp, ma è a comunque un discreto livello, la fotografia è più che buona e l'atmosfera vintage funziona sempre.
Investiteci sette minuti del vostro lunedì.

sabato 16 settembre 2017

Cinque copertine di Alien Covenant migliori di quella ufficiale.

Esce in questi giorni nei negozi e negli store digitali Alien Covenant.
Lo riconoscete dalla copertina riprodotta qui sopra.
Che, per inciso, non è che un fotogramma tratto dal film col titolo scritto sopra.
Io, sia come amante della saga che come designer, penso che si poteva e si doveva fare di più, e così vi propongo non una, non due, non tre ma – signore e signori, mi voglio rovinare – cinque copertine diverse.
Tutte migliori di questa banalità, a mio avviso.
Eppure, noi progettisti non siamo professionalità così care. Mah.






venerdì 15 settembre 2017

Terminal War: Magellan

Se sei uno che sapeva scrivere come Altieri, te ne puoi anche fregare della storia che stai scrivendo.
Se sei uno che si è inventato, costruito e perfezionato uno stile talmente efficace, più moderno del postmoderno, asciutto ma barocco, descrittivo ma astratto, ripetitivo ma sempre diverso, gravido di tecnicismi ma che scorre via come acqua fresca come quello di Alan D. Altieri... allora puoi anche scrivere un romanzo, o — di più — una trilogia intera (di cui non ho idea se ne avesse buttato giù abbastanza perché un editor riesca ad assemblare anche il terzo, e conclusivo capitolo) che, in sostanza, non racconta proprio niente di nuovo.

Laddove Juggernaut descriveva l'ennesimo scenario postapocalittico – con le ennesime milizie, le ennesime devastazioni urbane e suburbane, l'ennesimo virus sterminatore e gli ennesimi guerrieri che se le davano di santa ragione, in Magellan troviamo l'ennesima missione interstellare, l'ennesima astronave pilotata da un'AI fin troppo umana, con l'ennesimo carico di stereotipi umani e gli immancabili alieni malvagi che faranno strage dell'equipaggio.
Tutto come da copione.
Solo che a raccontare c'è (c'era) un autore capace di mescolare nella stessa frase tempi verbali lontanissimi con un'eleganza che levati, di evocare immagini dirompenti usando sempre gli stessi cinque aggettivi, di imbastire dialoghi che probabilmente in un film funzionerebbero malissimo ma che, in questo strano ecosistema di carta stampata e suggestioni da poco prezzo, non perdono un colpo.

Magellan, per quanto mi riguarda, è andato giù molto più liscio di Juggernaut, forse perché io, con le ambientazioni postapocalittiche, mi ci prendo poco e niente... ma fatemi salire a bordo di una wannabe Sulaco e vi seguo fino all'ultima pagina.

Magellan, di Alan D. Altieri
Editore: TEA, maggio 2017
Pagine: 252
Prezzo: 15 euro

martedì 29 agosto 2017

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto (2).

Come vi avevo annunciato qualche giorno fa, proseguo la sperimentazione "fotografie che diventano ritratti con Photoshop e che quando uno glielo dice allora fanno aaaahhh beeehhh ma l'hai fatto con Photoshop".
Sì, devo trovargli un nome più breve.
QUI trovate la foto originale.
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