giovedì 23 marzo 2017

Una ragazza bugiarda (copertina)


Giusto qualche giorno fa vi parlavo di come edizioni diverse dello stesso libro  ricevono  spesso copertine diverse a seconda del mercato a cui sono destinati, o, anche, se  si guadagnano una ristampa  in una nuova collana o in un nuovo formato.
A volte, quando si tratta di dare alle stampe un'opera tradotta, la casa editrice non possiede i diritti di riproduzione della copertina originale,  e così ne commissiona  all'artista di turno una  completamente nuova,  spesso molto simile... ma diversa.
Me lo avete visto fare QUI.
Quello  di cui vi parlo oggi è un caso leggermente diverso: la commissione di una  copertina quanto più possibile simile a un dato modello, ma... destinata ad un'altra opera.


Questo che vedete in alto è The Gift, un thriller psicologico  della scrittrice inglese Louise Jensen.
È il modello a cui  mi è stato chiesto di fare riferimento per  realizzare un'illustrazione digitale partendo da zero, e  quelli che vedete qui sotto sono alcuni degli step intermedi della mia lavorazione in  Photoshop:

Alla fine,  con qualche minima modifica,  la mia copertina viene approvata e  utilizzata  per  una nuova opera editoriale, ed esce (giusto in questi giorni) nei negozi nella versione che vedete in apertura.
E, se state pensando che  si tratti  di un'operazione  scorretta, sappiate che, in editoria, accade molto più spesso di quanto  possiate immaginare: complice la crisi del settore,  gli editori si ritrovano ad adottare soluzioni rapide ed economiche per contenere i costi. Metteteci che non esiste un archivio universale delle copertine, e che l’artista – o l'agenzia – che detengono i diritti di utilizzo di un’immagine possono vendere la stessa a diversi editori, ed ecco che i doppioni si moltiplicano  sugli scaffali, anche se difficilmente andranno a coesistere nello stesso momento, considerato il periodo di turnover sempre più breve (ormai ampiamente inferiore ai sei mesi).
E, sì, sono d'accordo con voi: non è un mondo perfetto.
Welcome to the real world.

domenica 19 marzo 2017

Quattro capolavori della grafica rivisti e corretti dal Cliente.

Se siete dei creativi, designer o comunque progettisti di qualche tipo, almeno una volta sarete rimasti interdetti, inorriditi o indignati di fronte le osservazioni che i vostri clienti hanno fatto al vostro lavoro, suggerendovi o, in taluni casi, imponendovi delle correzioni che non stavano né in cielo né in terra... dettate, è vero, spesso dall'ignoranza in materia, ma, com'è che diceva quel tizio?, non sempre l'ignoranza è una scusa valida.
Partendo dall'idea apparsa su QUESTO tweet del designer Jarie Julien, i ragazzi del sito Grapheine hanno immaginato il feedback del cliente su tre celebri manifesti e un logo altrettanto famoso. Sono in circolazione già da un po', ma il vostro Cyberluke Blog è il primo a tradurli per voi.
Ridete con la giusta dose di amarezza.

Tournée du Chat noir è un manifesto dal pittore svizzero Théophile-Alexandre Steinlen, che lo dipinse nel 1896 per promuovere il cabaret parigino Le Chat Noir, creato da Rodolphe Salis a Montmartre.
Il poster è un capolavoro di pesi, colori e misure, e la sua raffinata tipografia disegnata a mano ne fa un classico inossidabile al tempo. Divertitevi a fare clic sull'immagine e a leggere tutti gli scellerati appunti che, probabilmente, oggi riceverebbe.

Questo poster disegnato nel 1967 da Milton Glaser (che, se il nome vi dice poco, si è inventato robetta come QUESTA) venne incluso come bonus in un CD di un best of di Bob Dylan. 
Potete facilmente trovarlo riprodotto in tutti i manuali di grafica o in qualunque testo che si rispetti sul design dell'ultimo secolo.
L'obiezione Bob Dylan non è di colore è assieme esilarante e agghiacciante.

Saul Bass (1920-1996) è un designer americano famoso per il suo lavoro nel mondo del cinema. Anziché schiaffare sui poster i soliti volti dei protgaonisti, Bass sceglieva di catturare e rappresentare l'essenza del film in uno stile grafico minimalista.
Il poster che disegnò per Anatomia di un omicidio, un film del 1959 diretto da Otto Preminger conservato tutt'oggi nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso, è un capolavoro di sintesi grafica.
Gli appunti che gli sono stati immaginati dai ragazzi di Grapheine sono semplicemente da brivido freddo lungo la schiena.

Il logo del Louvre potrà sembrarvi banale e persino semplicistico, ma porta la firma del Grapus, uno dei collettivi artistici più importanti del secolo scorso, e si adatta magnificamente, con la sua grafia austera ed elegante, a uno dei luoghi di arte e di cultura più famosi del mondo.
Gli appunti ai progetti più semplici, spesso, sono anche i più terrificanti.


mercoledì 15 marzo 2017

Logan: the Wolverine [recensione]

Le recensioni lunghe non legge più nessuno, occupati come stano tutti a scriverne di proprie.
E, come avrete notato, ne trovate sempre meno sul blog.
Oggi vi linko le mie (brevissime) impressioni su Logan: the Wolverine. Le trovate QUI.
E, se i social vi stanno mangiando la vita e non avete il tempo neanche di cliccarci sopra, ve le riassumo in tre parole: andate a vederlo.

martedì 28 febbraio 2017

Ghost in the Shell, due nuovi poster.

Ghost in the Shell, al netto di tutte le perplessità che nutro e che – immagino – conserverò finché non avrò modo di guardarlo, è una delle pellicole che aspetto con più impazienza in questo 2017, che (basterebbero il sequel di Blade Runner e quello di Prometheus) si annuncia generosissimo per gli amanti del genere.
Giusto oggi, tanto per stuzzicare un appetito che non ha bisogno di essere stuzzicato, sono usciti due nuovi poster.
Inutile dirvi qual è il mio preferito.

venerdì 17 febbraio 2017

[recensione] Inuyashiki - l'ultimo eroe

Di Inuyashiki, prima di un mesetto da quando scrivo queste righe, non sapevo nulla.
Le ragioni per cui sono tornato a comprare un manga, genere a me poco familiare (le mie sole esperienze si riducono a Homunculus, Ghost in The Shell, 20th Century Boys e qualche altro volume isolato, tipo lo splendido Gourmet di Taniguchi e Qusumi) sono le seguenti:

• ho ormai smesso di comprare roba Marvel (le ragioni le trovate QUI), Prometeo s'è ormai concluso (pure un po' frettolosamente), Empowered è fermo al numero sei da due lunghi anni e a me, da un po', finiscono con l'avanzare in saccoccia un po' di euri che tradizionalmente destinavo ai fumetti ma che ora faccio fatica a spendere per mancanza di roba che mi interessi ancora.

• La grafica di copertina mi è piaciuta da subito, e per qualche motivo si staccava dalle altre sullo scaffale della fumetteria.

 Sfogliandolo, il volume mi dava una sensazione che mi rimandava a ricordi piacevoli. Ci ho messo qualche minuto a capire che la ragione derivava dal fatto l'autore, Hiroya Oku, era lo stesso di Gantz, manga a cui mi ero accostato qualche anno fa e avevo abbandonato dopo una manciata di numeri, anche se alcuni aspetti del suo lavoro mi avevano parecchio colpito.

Dopo averlo letto un paio di volte, ho capito che nessuna di queste ragioni era importante e che l'unica cosa che contava davvero era l'assoluta bontà del prodotto.
Inuyashiki è un manga seinen, per molti versi piuttosto classico (due uomini, un ragazzo e un anziano, acquistano poteri sovrumani e decidono di farne due usi diametralmente opposti), raccontato con una freddezza glaciale alternata a una poesia quasi commovente; un soggetto sviluppato — come è tipico per Oku — come se avesse tutto il tempo del mondo, quindi con una decompressione degli eventi che mi mettono sempre un po' di ansia (devo leggermi 37 volumi per sapere come andrà a finire come per Gantz?), una galleria di personaggi che sembrano presi di peso dalle strade e dalle case del Giappone odierno (con l'indice chiaramente puntato su alcuni, precisi, aspetti sociali del suo paese del tutto attuali) e delle tavole che spaventano tanto sono precise e dettagliate (esattamente come in Gantz e prima ancora, in Zero One, Oku fa ampio uso di software 3D per realizzare alcuni dei fondali... ma questo, ve lo assicuro, non toglie assolutamente nulla alla potenza visiva delle vignette).

Ogni numero di Inuyashiki si fa leggere in velocità, tanto è ben scandito e visivamente coinvolgente.
E poi rileggere da capo, perché i dettagli sono veramente un mucchio (e meritano) e dopotutto c'è da far passare altri due mesi prima del prossimo numero.
Un fumetto straordinario, che mi sento di consigliarvi.

domenica 12 febbraio 2017

La copertina di Wired che non abbiamo mai avuto.

Una base permanente sulla Luna? Nulla.
Una stazione orbitante con equipaggio umano? Neanche.
Intelligenze artificiali? Acqua, acqua.
Ibernazione umana? Manco a parlarne.
Missione spaziale a lunga durata verso i pianeti esterni? Neanche l'ombra.
A quanto pare, Arthur Clarke e Stanley Kubrick, nel 1968, credevano che una trentina d'anni sarebbero bastati per cambiare il mondo così come ce lo mostrarono in 2001: Odissea nello spazio, e invece tutto quello che abbiamo sono l'iPhone, Internet e una montagna di droni con qualche decina di minuti di autonomia.
E sedici anni extra non sono bastati per colmare il gap tra fantasia e realtà.
Pazienza.
Mi consolo progettando la copertina per Wired di un universo parallelo, in cui tutto è andato esattamente come in 2001, e anch'io ho un motivo nuovo per guardare in alto.

mercoledì 8 febbraio 2017

Tecnoretrorevival.

L'iPhone ha appena compiuto dieci anni, come vi avranno già ricordato tanti redazionali e articoli un po' inutili che magari si saranno soffermati su quanto fu dirompente l'impatto che la creatura del compianto Jobs ebbe sul mercato della telefonia cellulare (e della comunicazione mobile più in generale)... ma non è di questo di cui volevo parlarvi.
È che uno degli effetti collaterali dell’introduzione di iPhone (e del suo affermarsi come standard de facto), è stato un inevitabile allineamento dell’estetica di tutti gli smartphone, sostanzialmente dei grossi display neri con un po’ di plastica e di metallo intorno: da spenti e coi loghi rimossi, vi sfido a riconoscere, a colpo d’occhio, uno di questi:

Nei primi anni duemila, invece, era praticamente impossibile confondere una marca con un’altra: i designer di tutto il mondo lavorarono su una quantità incredibile di modelli, forme, dimensioni e finiture. Tastiere, schermi, pulsantini, mascherine, antenne, cerniere, sportellini, grigi, neri, metallizzati, bicolori, stondati, squadrati, a conchiglia, a saponetta, a mattonella, oblunghi, asimmetrici: anche rimuovendo qualsiasi logo, se guardate i quattro cellulari qua sotto sono sicuro che riuscite a distinguere se non il modello almeno la marca.


Ora, veniamo alla trovata dei ragazzi di Curved.
I creativi del sito tedesco (che, tra le altre cose, presentarono uno dei concept basati su Macintosh più belli di sempre, e nessuno che fosse uno a Cupertino pensò di sganciare un centesimo per acquistarlo, produrlo in serie e farci qualche altro milione di dollari), hanno pensato: se Nokia ed Ericsson, che fino all'avvento dell'iPhone dominavano il mercato della telefonia mobile coi loro telefoni cellulari con tastiera fisica e display più o meno monocromatici per qualche bizzarro transfert temporale avessero potuto gettare uno sguardo agli attuali sistemi operativi (Android e Windows Phone) e sulle loro incredibili capacità (connessione veloce al web, un parco sterminato di applicazioni installabili a piacimento, GPS, fotocamere evolute e sensori di novimento)... cosa avrebbero inventato pur di infilarli dentro i loro modelli più venduti dell’epoca (l’immortale Nokia 3310 e l’Ericsson T28)?
La risposta sono stati questo smart Ericsson T28 con sistema operativo Android e un Nokia 3310 con Windows Phone OS (a scelta con un enorme display monocromatico o uno degli attuali OLED che equipaggiano i Lumia): e anche così, confonderli è impossibile.

Il Nokia 3310 smart è stato immaginato equipaggiato con la stessa fotocamera ad altissima risoluzione montata sul Lumia 1020, e, a giudicare dallo spessore della scocca (dai render, identica a quella del 3310 originale), direi che c'è ampiamente spazio per una batteria perfettamente in grado di fornire tutta l'energia necessaria al device anche per più giorni di seguito, specialmente nel caso del modello con display monocromatico (anche se sai che bellezza scattare fotografie da 41 megapixel con un display di quel tipo).

Per quanto riguarda l'Ericsson T28 smart, tutta la parte frontale è sparita ad ospitare uno schermo touch, con spazio a volontà per le applicazioni, i widget e la barra di navigazione Android, mantenendo la caratteristica dello sportellino – che quando è chiuso lo protegge parzialmente mantenendo visibili l'ora, la data e lo stato della batteria.
Naturalmente, la curvatura della scocca ha richiesto un display di vetro sagomato che ne segue lo scalino, e, giusto in alto a sinistra, è possibile notare l'obiettivo della fotocamera frontale per gli inevitabili selfie, ancora non entrati nel fare comune dei primi anni duemila.


Ora, prima di concludere che tutta l'operazione messa in atto da Curved sia poco più che un divertissement un po' fine a se stesso, pensate che lo stesso concetto, in realtà, nell'industria automobilistica, nella moda e nell'interior design è applicato da decenni... e, facendo leva sull'effetto nostalgia, funziona alla grande.
Certo... poi, pochi o nessuno, oggi, sarebbero disposti a rinunciare a uno schermo a colori ad alta risoluzione, fosse pure per godere di una prolungata durata della batteria, ma il concept prevede anche moderni schermi OLED, quindi, in un periodo storico come quello attuale, in cui design e prestazioni sembrano aver raggiunto un livellamento tale in cui è davvero difficile preferire un modello a un altro, un'operazione simile potrebbe funzionare.
Nokia, tanto gli stampi del 3310 ce li hai ancora, no?
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