venerdì 27 febbraio 2015

È morto Spock.


Se ne va anche Leonard Nimoy, là "dove tanti uomini sono già giunti prima di lui".
E comunque, che qualcuno dica a Zachary Quinto (o a J. J. Abrams) che non basta mettersi delle orecchie finte e farsi una frangetta per tirare fuori lo Spock 2.0.

giovedì 26 febbraio 2015

Lucca Comics and games, 2014. Poteva andare peggio. Poteva piovere. (breve e tardivo reportage)

Sono già due edizioni, ormai, in cui ho rinunciato all’acquisto del biglietto per l’ingresso nei padiglioni del Lucca Comics and Games.
Per più di un buon motivo: uno dei più evidenti è la praticità.
Sgusciare più o meno indenni nella calca dei vicoli di Lucca senza danni al costume è già un traguardo, al Lucca Comics… e questo ve lo potrà dire qualsiasi cosplayer o visitatore. Ma riuscire a farlo dentro lo spazio ristretto dei padiglioni, è una scommessa persa in partenza.
E poi, naturalmente, c’è il fattore tempo, e qui la logistica non aiuta di certo. Anche per chi pensa di essere più furbo degli altri ed arriva a Lucca col biglietto già acquistato on line, deve sottoporsi alla fila per ottenere il braccialetto, che cambia di colore ogni giorno.
Il che significa che la fila va rifatta ogni giorno.
E, no, non vi danno il braccialetto anche del giorno dopo pure se avete comprato il biglietto per più giorni, come sarebbe logico fare.
E, no, per chi compra l’abbonamento non c’è un braccialetto di colore speciale che gli consentirebbe, come sarebbe logico fare, di entrare con quello tutti i giorni senza dover rifare necessariamente la fila.
E se credete che la fila sia un piccolo fastidio, è perché non avete visto la fila del sabato mattina, assurdamente più lunga di quella per comprare il biglietto.
E, sì, per entrare nei padiglioni bisogna esibire sia braccialetto che biglietto. Ulteriore scomodità inutile, perché se hai il braccialetto il biglietto devi avercelo per forza. E allora? È tanto per rendermi la vita più difficile e allungare i tempi per entrare? O mi sfugge qualcosa?
Gente che sfoggia braccialetti d’accesso come colori di guerra.

In condizioni “normali” (ma il concetto di “normale”, al Lucca Comics, è in costante ridefinizione) non sarebbe un così grande disagio, ma il punto è che il rapporto sempre più sfavorevole tra aree calpestabili e pubblico pagante (e non) rende tutto più complicato.
La quantità di gente che – soprattutto nella giornata del sabato, complice anche il bel tempo che, per una volta, ha graziato tutti i giorni della manifestazione –si è riversata per le modeste stradine di Lucca è stata qualcosa di esagerato.
L’organizzazione non ha potuto gestire nemmeno parzialmente la confusione, con strade bloccate e padiglioni chiusi a momenti alterni per far defluire la gente all’interno prima di poterne introdurre dell’altra. E d’altro canto, va detto, come avrebbe potuto? Non c’è modo di gestire un tale casino, o almeno io non ne vedo uno.
Per le prossime edizioni, dal momento che non credo che la giunta lucchese sia disposta a mollare una tale miniera d’oro qual è il Lucca Comics, sarà necessario decidere quale strada prendere, se limitare la vendita dei biglietti (improbabile) o allargare gli spazi (comunque limitati)… perché sabato si era ben oltre il punto di saturazione. Ben oltre.
Se ne sono accorti pure quelli di Comic Book Resources, noto sito americano di informazione fumettistica, che scriveva se pensavate che San Diego fosse affollata, guardate cos’è successo a Lucca.
C’è stato addirittura chi ha pensato bene di aggirare il traffico arrampicandosi sulle mura, in stile World War Z (beh, tanto cinema di genere dovrà pure fornire qualche suggerimento di vita, devono aver pensato)… salvo poi cadere e disintegrarsi il bacino. 

Detto questo, i tre giorni della fiera sono stati il solito bagno di folla, sangue, sudore e lacrime, e, sì, ne voglio ancora.
Vi lascio alla gallery, che tanto è quella che volete vedere piuttosto che le mie ciance.
All’anno prossimo.

Vecchio personaggio, nuova tutina. C'è ancora qualcosa da sistemare.


Valerio, Laura e un altro Cap di cui mi sfugge il nome.


Gianni e Giulia. Assortiti bene, nevvero?

Vestita così, puoi entrare ovunque. Devi solo chinare la testa quando passi per le porte.

Predatori. Brutti, cattivi e meravigliosamente creati da Tiziano.

Riccardo nel migliore Batman versione Arkham che possiate sperare di incontrare.

Jennifer e la sua versione steampunk della Fenice. E, sì, lo so, qui serviva proprio la didascalia.

Frozen non l'ho visto, ma tutti giurano che lei era identica ad Elsa.

Non vi ho colpiti? Beh, questo lo farà. Che altro volete di più?

Da sinistra, Carlotta, Erica, io, Enrico e Giulio. Un bel gruppetto, lasciatemelo dire.

Valentina (l'ultima a destra) e il suo straordinario gruppo Mass Effect. Fantastici.

Laura ed Emanuele, in parte come pochi altri.

Iron Man? quale Iron Man?

 Oh, beh, dovendo scegliere.

I ragazzi di Gotham Shadows, sempre un passo avanti.

Enrico, il Wolverine de noantri, e Carlotta, che giusto quest'anno scopre le gioie del cosplay.

Troppi per citarli tutti. Ma, vabbé, avete capito che aria tirava.

Tre giorni passano alla svelta. Torniamo ad essere comuni homo sapiens. Quasi tutti.

lunedì 23 febbraio 2015

[Concept] Renault 4 by David Obendorfer


David Obendorfer è uno di quei designer talentuosi e propositivi che qualsiasi centro stile dovrebbe augurarsi di avere nel proprio organico.
I suoi progetti sposano invariabilmente un rigore formale compositivo a sprazzi creativi di quelli "perché non ci ha pensato [nome casa automobilistica a vostro piacere]".
David si è messo in luce tempo fa con alcuni render di un restyling della Fiat 127 che hanno fatto in fretta il giro della Rete (ne avevo parlato QUI), e da allora ho iniziato a seguire più da vicino le sue cose, e quella che vi propongo oggi è un restyling della vecchia Renault 4, automobile quasi completamente scomparsa dalle nostre strade ma indimenticabile nel suo design spartano e funzionale.

Considerata la difficoltà in cui versa da anni l'industria automobilistica, la riproposizione di modelli di successo del passato in chiave moderna potrebbe essere una strada per smuovere un mercato fermo, puntando sulla "spinta emozionale" che – oggi forse meno che una volta, ma ancora – spinge all'acquisto di un bene come l'automobile... specie arrivati a un punto in cui tecnologie e sinergie produttive hanno portato ad un sostanziale livellamento della qualità.
In altre parole, se sotto la carrozzeria bene o male c'è la stessa roba, tanto vale puntare sull'estetica, e ripescare quanto c'è di buono nel passato del proprio marchio, riattualizzandolo e condendo il tutto con una sapiente operazione di marketing (ricordate? Ne parlavo QUI a proposito del pulmino VW).

Nel 1984, proprio Renault condusse esattamente questa operazione, lanciando la sua Supercinque, una ristilizzazione (ad opera del designer Marcello Gandini) della "storica" Renault 5. Ne vendettero così tante che non riuscivano a stare dietro alle richieste.
Io dico che questa neo-Renault 4 avrebbe i numeri.

venerdì 20 febbraio 2015

Il mio nuovo Mac Mini. Anzi, vecchio.


Il Mac mini è sempre stato il Brutto Anattrocolo di casa Apple.
Mentre la linea iMac e i MacBook ricevevano aggiornamenti a manetta, il Mini veniva lasciato al palo e tenuto quasi nascosto come il parente povero imbarazzante.
Dal 2007 al 2009 ricevette un solo upgrade, tanto da far pensare a una sua imminente uscita dal listino Apple, poi di colpo nel 2010 il suo design venne completamente riprogettato. Quell'anno si passò ad una scocca unibody in alluminio, dall’accessibilità semplificata e – finalmente – l’alimentatore interno.
Con le versioni successive del 2011 e 2012 tutti i modelli persero il SuperDrive e continuarono a guadagnare potenza, fino ad arrivare nel 2012 a montare sul Server un processore Intel (Ivy Bridge) Core i7 quad-core da 2,6Ghz. Pur non possedendo schede grafiche dedicate (il suo vero, grosso limite), il Mac mini del 2012 offriva una potenza più che sufficiente anche per attività lavorative impegnative: parecchi l'hanno dotato di doppio SSD per arrivare a velocità ragguardevoli nella gestione dei file, e grazie alla facilità di raggiungere i banchi RAM era sempre possibile aggiungere memoria.

Perché vi parlo del Mac Mini di due anni fa e non del nuovo modello uscito lo scorso ottobre?

Perché l’ultimo aggiornamento del più piccolo dei Mac ha sì portato un'architettura rinnovata con CPU Haswell, connessioni Thunderbolt 2 ed SSD PCIe (in opzione), ma ne ha anche ridimensionato flessibilità e potenza, riportandolo al ruolo di desktop piccolo ed "economico”: andando a guardare i numeri si scopre che il vecchio Mac Mini da 2,5GHz aveva uno score Geekbench 3 di 5731, mentre quello nuovo da 1,4GHz si ferma a 5350 (peggiore di circa del 10% del precedente), mentre il vero colpo basso è la scomparsa del modello con la CPU i7 quad-core… ora rimpiazzato da un i7 dual-core da 3GHz con uno score vicino ai 7200, mentre il quad-core 2,3GHz del vecchio superava 11000 (e quello opzionale da 2,6GHz arrivava ad oltre 12000). Insomma, se guardate il grafico qui sotto capite al volo cosa sto cercando di dire.


Inoltre, c’è la brutta faccenda della Ram saldata sulla scheda madre e non più aggiornabile, cosa che rende quasi un controsenso quella magnifica opera di ingegnerizzazione che è il vano inferiore apribile con una semplice rotazione e che rende accessibile tutta la componentistica interna.
Questo cosa significa? Che – e non sarebbe la prima volta – qualcuno in casa Apple deve essersi reso conto che il Mac Mini funzionava fin troppo bene, e poteva, potenzialmente, andare a erodere quote di mercato del più redditizio iMac.
Da qui, la “castrazione” del dispositivo, depotenziato e limitato negli upgrade.

Ora capirete meglio perché, al momento di pensionare il mio vecchio Mac Mini 2009 (pensionato si fa per dire, perché il piccoletto continua a lavorare sodo e in silenzio, solo in un’altra stanza) ho preferito orientarmi verso una delle offerte sull’usato e acquistare un modello del 2012, equipaggiato con un i5-3210M da 2,5GHz e 8GB di Ram.


PANORAMICA
Come per tutti gli altri Mac già passati ad Ivy Bridge, oltre alle CPU più veloci ci sono nuove porte USB 3.0, RAM a 1600MHz e – soprattutto – un comparto grafico migliorato alla stragrande con la Intel HD Graphics 4000.
Rispetto la generazione precedente (la HD 3000) le prestazioni sono nettamente superiori (ed è probabilmente per questo che Apple ha pensato di poterne fare a meno anche nel top di gamma). Lavorando con applicazioni corpose come Photoshop e parecchi altri programmi aperti contemporaneamente (un vizio che ho sempre avuto e del quale non cerco neanche di liberarmi), ho notato un'ottima reattività del Mac mini che non mi ha fatto rimpiangere la GPU integrata: ho riaperto vecchie illustrazioni particolarmente pesanti (dell’ordine di mezzo gigabyte e oltre l’una), e il rendering è sempre stato rapidissimo. E badate che non ho neanche un disco a stato solido, che, a sentire chi lo usa, offre un'esperienza d'uso ancora più entusiasmante, ma un tradizionale hard disk meccanico da mezzo tera.
Certo, sarei stato più felice di trovarne uno con un disco SSD… ma non si può avere tutto, immagino, specie considerando che l’ho pagato meno di quanto pagai nuovo il Mini nel 2009, e ad ogni modo la sostituzione fai-da-te non è costosa, non richiede kit aggiuntivi e non è neanche troppo complessa.

Cos’altro dire di una macchina che offre così tanto in così poco spazio? Le connessioni sono tutte poste sul retro, dove si trova una porta Gigabit Ethernet, la Firewire 800, l’uscita HDMI, la porta Thunderbolt (micragnosi, dovevano essere almeno due, se si collega un monitor con questa porta si perde la possibilità di sfruttare altri dispositivi Thunderbolt), quattro USB 3.0 (pochissime anche queste, finiscono subito), un lettore SD/SDXC (questa molto gradita), ingresso ed uscita audio.
All'interno, un modulo Wi-Fi n con Bluetooth 4.0 e un ricevitore infrarossi compatibile con il telecomando Apple Remote.

DIFETTI
Sostanzialmente due: da MacOS 10.7 (Lion), le prestazioni del Finder sono dichiaratamente ottimizzate per i dischi a stato solido, e il Mini avrebbe potuto dovuto esserne equipaggiato di base, anche alzando un poco il prezzo d'acquisto. La buona notizia è che potrete ancora farlo, sempre se non avrete comprato quel bidone del nuovo modello, dove l'operazione di aggiornamento è stata resa fisicamente impossibile (e con questo spero di avervi definitivamente convinto a lasciare sugli scaffali il modello 2014 e a cercarvi su modello 2012). QUI trovate un'ottima guida in italiano per provvedere da soli. Saranno soldi e fatica spesi bene.

Il secondo difetto è, naturalmente, l'audio. Che fa schifo esattamente come nei modelli precedenti, ma qui c'è poco da fare: il Mini è talmente "mini" che gli altoparlanti che gli ingegneri Apple hanno potuto infilare nella sua scoccca d'alluminio unibody più di tanto non riescono a farsi sentire.
La soluzione migliore è affidarsi a un sistema di altoparlanti esterno, magari sacrificando una delle preziose porte USB.
Io uso con soddisfazione da qualche anno questo sistema prodotto da Harman Kardon, bello da vedere e da ascoltare, e con dei bassi degni di questo nome.
Lo trovate a meno di centocinquanta euro, o più caro se lo prendete wireless.

CONCLUSIONI
In poche parole, la formula del Mac Mini (non eccessivamente potente ma ben più che a sufficienza per il mio tipo di impiego, flessibile nella scelta del monitor, piccolo, leggero e silenzioso) che mi sedusse e conquistò fin dalla sua presentazione, funziona ancora a meraviglia… se si ha l’intelligenza di ignorare le nuove generazioni “blindate” e depotenziate.

Le pecche sono ampiamente compensate dai suoi pregi, dal suo ingombro e, a conti fatti, dal suo prezzo contenuto (visto il pezzo di tecnologia che vi ritroverete per le mani e visti i costi di un qualsiasi desktop da ipermercato).
Nell’attesa che i futuri upgrade del Mini tornino nella direzione opposta dei modelli 2014, non posso fare altro che consigliarvi caldamente di trovarne uno ricondizionato e, possibilmente, dotato di disco a stato solido.

martedì 17 febbraio 2015

MacOS XI. Volendo.


Esercizio di stile sul possibile aspetto della prossima major release di Mac OS (anzi, solo OS).
Zero schemourfismo, zero ombre, rilievi, riflessi di alcun tipo, che pare facciano definitivamente "anni duemila" (e siamo già a metà negli anni dieci, vi ricordo).
Imparentato, come pare che sia il trend, con iOS dal quale ho preso ispirazione.
L'ho battezzato Andromeda, che, dite quello che volete, è sempre meglio di Maverick o Yosemite.
Se volete guardare le videate in dettaglio, cliccate QUI e QUI.

lunedì 16 febbraio 2015

C'era una volta il MiniDisc.


Avete presente quelli che si innamorano sempre della donna sbagliata?
E sanno già (o intuiscono) che quella storia non avrà alcun futuro, ma se ne fregano perché è bellissima e ci si imbarcano comunque?
Ecco, si potrebbe definire più o meno così la mia cotta per il MiniDisc.

Venivo dall'ennesimo walkman (quasi tutti Sony, un paio di Aiwa, forse) che mi aveva lasciato insoddisfatto: aspetto di scatolette di plastica economica, qualità sonora non paragonabile a quella del CD, accesso lento alle tracce, ingombro del lettore erano tutti difetti che si portavano dietro anche i modelli più costosi.
Alla fine degli anni novanta, era evidente che il walkman si trovava in quello che viene definito un vicolo cieco tecnologico: più di tanto, non si poteva migliorare.
Il DAT, la nuova cassetta digitale lanciata nel 1991, non era mai riuscita ad uscire dagli studi di registrazione, e alla DCC, progettata da Philips, non andò meglio.
Chi riuscì a sopravvivere qualche anno in più fu il MiniDisc prodotto da Sony.
Sembrava un piccolo Compact Disc, del diametro di sei centimetri, inserito in una custodia a chiusura automatica simile a quella dei floppy disk.
Utilizzava un composto magneto-ottico che consentiva di cancellare i dati registrati in precedenza e contemporaneamente scrivere nuove informazioni da registrare sotto forma di una sequenza di aree a differente orientamento magnetico: un piccolo raggio laser interpretava le perturbazioni provocate dal campo magnetico come una sequenza di zeri e uno.
Era perfetto per l'utilizzo in movimento: aveva un sofisticato sistema anti-shock, un accesso praticamente istantaneo alle tracce, era resistente agli urti e tutto il lettore era grande come un pacchetto di sigarette.
Ma era anche troppo costoso per sostituire gli economici walkman a cassette, e qualunque sviluppo futuro gli venne precluso dall'avvento prima dei masterizzatori CD a basso costo e poi dei lettori MP3... che spazzarono via definitivamente ogni ricordo del MiniDisc, nonostante Sony abbia continuato a promuoverlo strenuamente fino a pochi anni fa.
Eppure, io conservo ancora il mio Sharp MD-MS702.

Era una specie di miracolo di miniaturizzazione: lettore e registratore, tre modalità di riproduzione dei bassi, riproduzione casuale, un ingresso per un microfono esterno e uno ottico per la registrazione, sofisticate funzioni di editing, titolazione delle tracce e controllo dei livelli di registrazione.
Il tutto sigillato in una scocca di metallo che lo fa assomigliare ad un oggetto proveniente dalla plancia dell'Enterprise.
Lo comprai su eBay, usato ma senza un graffio, e lo utilizzai per due anni interi... finché un lucido iPod di prima generazione, bianco e con un hard disk da cinque gigabyte, una sera d'inverno del 2002 non fece la comparsa nella mia vita e cambiò tutto quanto.


Davanti la sua praticità d'uso, la velocità di trasferimento dei dati attraverso la porta FireWire, la sterminata capacità di stoccaggio e la perfetta integrazione col Mac, il MiniDisc finì presto in fondo a un cassetto, a scaricarsi lentamente e a spegnersi nell'obsolescenza di tante altre tecnologie estinte prima della sua.

Ogni tanto lo ritiro fuori, godo del suo peso nella mano, del suo aspetto curato con attenzione zen nei dettagli più minuscoli (i pulsanti smussati con dolcezza, il meccanismo d'espulsione che fa un verso come di uccello, le piccole viti Tork incassate e simmetriche), accendo il display azzurrino, mi sistemo le cuffiette nelle orecchie e tocco il tasto "play".
E faccio un po' come il tizio in questo vecchio spot pubblicitario.

domenica 15 febbraio 2015

Bondagette della domenica.

Giusto per non perdere la mano.
Matita 4B, tratto pen nero su carta semiruvida.
Se la aprite in una nuova finestra, la vedete più grande.