venerdì 27 marzo 2015

[Recensione] Il Ranch.


Non è la prima volta che leggo racconti a sfondo horror scritti da Alessandro Girola, e questo suo Il Ranch era inizialmente incluso in una sua vecchia raccolta personale.
Alex l'ha di recente recuperato, ha rivisto e corretto dove serviva e ha aggiunto circa 3500 parole in più.
Ne è venuto fuori un romanzo breve messo al servizio del male (come tanti suoi altri).
Con un sottofondo malevolo, un soggetto affilato e cattivo che è un tributo alla follia e alle deviazioni umane più oscure.

Con Il Ranch, Alex dimostra di saperci fare non solo come autore ma anche come editor di se stesso, servendo – una volta di più – al lettore un prodotto letterario cucinato con dosi perfettamente calibrate di giallo, mistery e horror... e graziato, oltre che da uno stile personalissimo e ormai giunto a maturazione, dal suo (non comune) talento di saper raccontare sostanzialmente sempre la stessa storia senza annoiare mai e senza aprire spiragli sulla sua evoluzione.

E se pensate che si tratti di una dote da poco, considerate che è la stessa ricetta che gente come Stephen King usa da sempre, intrattenendo alla grande milioni di lettori in tutto il mondo.

Il Ranch è in vendita sull'Amazon Store a un prezzo davvero ridicolo, e vale decisamente il vostro tempo.

mercoledì 25 marzo 2015

Cose che ci siamo persi senza accorgercene.


La cosa che più ci siamo persi abbandonando il vinile, è la sequenza dei pezzi.
Il fatto che le canzoni venissero collocate in un ordine preciso, in modo da averne almeno quattro cardinali: la prima e l'ultima del lato A, la prima e l'ultima del lato B.
Sì, anche negli album digitali le canzoni hanno un ordine... ma sapete benissimo che non è la stessa cosa.
Nel 1978, uno dei produttori di Darkness of the edge of town riceveva questa indicazione da Bruce Springsteen: "il mio pezzo (Adam raisded a Cain) deve arrivare come un cadavere in mezzo a un pic nic".
Che, per inciso, era esattamente quello che il pezzo faceva.
Credo anche che chi scrive gli attuali spot pubblicitari, radiofonici o televisivi che siano, dovrebbe fornire indicazioni di questo genere.
Non "mettici più emozione, più sorpresa", ma più una cosa tipo: "stai vedendo tuo nonno resuscitato, e queste sono le prime parole che gli rivolgi".

lunedì 23 marzo 2015

Steve Jobs remix.


Una figura così profondamente iconica come quella di Steve Jobs richiederà generazioni intere per essere metabolizzata e analizzata sotto ogni aspetto... figuriamoci dimenticata, o messa in ombra dal suo successore Cook (di certo, un manager validissimo, ma che quanto a carisma e visionarietà si trova chilometri più in basso).

Io, che già mi ero dilettato a suo tempo con QUESTO, oggi, senza un vero perché, giochiccio con le due sue foto più famose – quelle di Albert Watson.

venerdì 20 marzo 2015

Dove si è arenata la pubblicità.


Ero su Pinterest, e ho trovato QUI questa bella pubblicità stampa italiana, probabilmente tardi anni 70 o inizio anni 80, mi sono chiesto: che cosa impedisce ad annunci pubblicitari come questo di uscire oggi, nel 2015?
Ai non addetti ai lavori sembrerà un normale annuncio stampa, ma io so (e molti altri sanno) che questa roba non esce più.

Analizziamolo velocemente. È spiritoso, intelligente, la foto è vera, il maglione sembra usato, la camicia non è di stireria, le rughe non sono state rimosse, ma soprattutto c'è un titolo divertente che – ci scommetto quello che volete – ti spinge quantomeno ad affrontare con interesse un tabù come la body copy.
In altre parole, questo vecchio annuncio parla come le persone vorrebbero tuttora che la pubblicità parlasse.
Oggi di annunci come questo, con questo spirito, veri, visibili, per una marca importante, non se ne fanno più. Due cause (o probabili concause): qualcuno ha smesso di farli, qualcuno ha smesso di approvarli.
Quelli che hanno smesso di farli hanno dovuto seguire i trend di comunicazione che da almeno quindici anni a questa parte indicano una strada diversa, fatta di linguaggi solo visivi, poche parole e qualche senso sottinteso.
Quelli che hanno smesso di approvarli sostengono che i tempi di fruizione della pubblicità stampa oggi sono diversi: nessuno si sofferma più di un secondo su una pagina, da sfogliare il più rapidamente possibile. "Abbiamo tutti meno tempo", è il mantra che ci sentiamo ripetere.

Eppure non è ciò che so da sempre su questo lavoro: se esiste una regola inossidabile sull'argomento, questa è che se dici una cosa in modo interessante, farai fermare chi ti sta leggendo... indipendentemente dal tempo che ha a disposizione.
Ma se sfogliate le pagine di qualsiasi rivista o giornale oggi – e non solo in Italia – raramente troverete un'intelligenza che vi faccia fermare. Sì, forse negli annual o nei festival di pubblicità, ma sui giornali veri, sulle pagine che tutti sfogliamo, questa roba non c'è più.
È come se la pubblicità, avendo smesso di usare parole, avesse anche smesso di parlare.

La print-advertising di oggi è molto più simile a quella basic degli esordi degli anni '40 e '50 rispetto a quanto non lo fosse la pubblicità degli anni '70 e '80, che era parecchio più evoluta.
La mia sensazione è che, compiendo un percorso vitale alla rovescia, si stia piano piano dirigendo verso la sua nascita morte.
Salvo illuminate eccezioni, oggi per trovare divertimento o intelligenza in questo settore bisogna andare su Internet. O per strada (ma sforzandosi di non guardare i manifesti).

Volete un altro esempio? Questo qui sotto è lo spot che lanciò, nell’ormai remoto 1998, l’iMac. Guardate l’unico, lento, movimento di macchina. Ascoltate il tono di voce dello speaker. La divertita, pacata ironia della comunicazione. E, più in basso, guardate lo spot di oggi che dovrebbe spingermi a comprare un iPad Air (ammesso che serva un annuncio pubblicitario per convincere la gente a farlo, ma questa un’altra storia).

Se non riuscite a cogliere la differenza, fate anche voi parte del problema.

mercoledì 18 marzo 2015

Yosemite e la regressione infantile.


Forse siete utenti Apple, o forse no.
Forse avete installato sul vostro Mac Yosemite, l'ultima release di Mac OS, o forse no.
Ma, se l'avete fatto, avrete notato i cambiamenti all'interfaccia Mac, orientati – platealmente – verso l'estetica di iOS 7, priva di sfumature, piena di livelli traslucidi e uso dell'Helvetica come font di sistema.
Lo scheumorifismo (parola in apparenza difficile, ma che QUI trovate spiegata bene) è stata la grande vittima del nuovo design delle interfacce Apple, ma neanche le icone sono uscite indenni da questo colpo di spugna.
Tutte le icone più importanti di Yosemite sono state ridisegnate.
E sembrano uscite dritte da un libro illustrato per bambini.

Ho
raccolto in questo post le vecchie icone Apple, rimaste sostanzialmente invariate fino a Mavericks, e le ho messe a confronto con i loro omologhi Yosemite.

Cosa penso io del nuovo design, in parte l'ho già detto QUI.Voi fatevi un'idea vostra guardando questo confronto.


domenica 15 marzo 2015

Tutti gli anni Ottanta in una sola canzone.


Voi ridete quanto volete, ma in questo pezzo (e in questo video) ci stanno tutti gli anni Ottanta.
E quando dico tutti, voglio dire TUTTIIIIIIIIHHH

sabato 14 marzo 2015

Non ci credo.


Questa è la fotografia ufficiale scelta da Apple per pubblicizzare il suo Apple Watch indossato?
Seriamente?
Ci stanno suggerendo che anche chi ha un arto artificiale può metterselo al polso?
Di fotoritocchi di merda ne ho visti, ma non mi aspettavo di vederli su una pagina web Apple.