mercoledì 15 aprile 2015

Romics di primavera, 2015.


Fine settimana pieno con il Romics di primavera, due costumi da allestire (di cui uno completamente da zero, anche se si tratta di un ritorno) e un'ospite a casa con cui interagire.
Ma mi farò perdonare con una gran bella gallery.
La foto qui in apertura (grazie, Fabio) ne è solo un assaggio.

sabato 4 aprile 2015

Fortitude.



Alcune volte, invece di ricorrere al solito torrente, è possibile guardare qualche bella serie in diretta sulla vostra pay tv.
È successo con Romanzo Criminale, Gomorra e adesso questa Fortitude (tutte trasmesse su Sky Atlantic, e non credo si tratti di un caso).

La serie è una produzione inglese, e già questo dovrebbe bastare a darle ben più che una chance (più volte, oltremanica, hanno dimostrato di meritarsi il gradino più alto del podio della serializzazione televisiva) ed è – giusto per appiccicargli qualche etichetta veloce – un thriller psicologico che va a braccetto col mistery e limona pesantemente con l’horror.

È (piuttosto bene) interpretata da una serie di attori praticamente sconosciuti, fatto salvo, naturalmente, per quel talento sconfinato di Stanley Tucci (in parte come non mai e come nessuno) e per Christopher Eccleston, noto al mondo come la nona incarnazione del personaggio del Dottore (anche se la sua presenza sullo schermo è poco più che una comparsata, sappiatelo).

Fortitude è ragionata intorno a una struttura già vista ma poco sfruttata (isolamento, due omicidi inspiegabili, tutti che sospettano di tutti) ma è caratterizzata da una fotografia livida che non sarebbe dispiaciuta a Fincher, un commento sonoro non di quelli comprati un tanto al minuto e da una regia interessante che, senza preparare chi guarda in alcun modo, non si mette paura nel mostrare gli aspetti più disgustosi della follia e dell’ignoto.

Questa Fortitude non è eccezionale come altre serie dell'ultima generazione (da Black Mirror a Utopia, passando attraverso The Missing e Les Revenants) ma è apprezzabile proprio nel suo non dire, non concedere, non ammiccare, mantenendo con lo spettatore un rapporto distaccato (e a volte gelido) ma mai disonesto.

Consigliata.

p.s. su Sky Atlantic la danno al venerdì.

giovedì 2 aprile 2015

Fuori dalla luce e dentro il nero (e ritorno).


Lo scorso gennaio ho subito un nuovo intervento chirurgico.
Ero relativamente tranquillo.
Questa volta ero entrato per una tiroidectomia totale, e rispetto la lobectomia dello scorso maggio, questa era una cosa quasi ambulatoriale, roba che in due giorni, massimo tre, mi avrebbero rispedito a casa con una pacca sulla schiena e una pillola di Eutirox da assumere una volta al giorno.
Per tutta la vita.
Ma meglio tutta una vita con una pillola al giorno che nessuna vita, giusto?

Insomma, era tutto abbastanza “programmato”.
L'unica cosa che mi rendeva inquieto era, come al solito, l'anestesia.

L'anestesia non ha nulla di naturale.
L'incoscienza dell'anestesia assomiglia al sonno profondo, ma non è neanche un suo parente prossimo. Non è popolata di sogni e non rigenera.
L’anestesia è il nulla che piomba su di te e sembra che tutto il mondo imploda in un punto nero minuscolo e silenzioso... mentre invece è a te che staccano la spina.
L'anestesia è come usare l'interruttore "acceso/spento" dell'anima.

L’intervento va bene.
Mi risveglio che è tutto finito e niente sembra cambiato.
Mi sforzo di sorridere, un po’ per rassicurare le facce ansiose attorno il mio letto, e un po’ perché mi sento come quello che ha saltato anche dentro questo cerchio di fuoco e adesso gli spetta un po’ di riposo.

Ma qualcuno deve aver deciso che la mia vita tutto deve essere fuorché noiosa, e così, a poche ore dall’intervento, mi rispediscono al blocco operatorio.
C’è un versamento sottocutaneo, nulla di grave, mi dicono. Ma per fermarlo bisogna operare di nuovo. E addormentarmi di nuovo.
Avrei preferito godermi una notte di riposo naturale, ma trovo comunque la forza di cazzeggiare e chiedere a infermieri e portantini che mi riportano in sala operatoria “Ma non l’avevo appena lasciata, questa festa?”. Nessuno mi risponde e penso che nessuno di loro è un fan di Han Solo e delle sue spacconate.

L’anestesista mi inietta il suo cocktail in una valvolina di palstica verde che amoreggia con una mia vena.
E come i bambini che si sforzano di restare svegli tutta la notte solo per vedere l’effetto che fa,  cerco di carpire il momento in cui sto per scivolare via.
Ma l’anestesia, come vi dicevo, non è per nulla come addormentarsi.
L’attimo prima sei sveglio e cosciente, quello dopo sei spento e non ci sei più.
Una volta di più, sono fuori dalla luce e dentro il nero.


Un attimo dopo riapro gli occhi, sono di nuovo nel mio letto e mi sento debole come un iPhone alle dieci di sera.
Ma abbozzo lo stesso un sorriso a beneficio di quelli che hanno scelto di restarmi accanto, e cerco (invano) di assumere una posizione un pelo più virile che non quella classica supina da ospedale con le braccia lungo i fianchi.
Bisogna restare fedeli allo stereotipo che si è scelto d'interpretare, altrimenti il castello di carte crolla e ci scopriamo pietosamente umani.

Solo parecchi giorni dopo, Arianna mi dice che durante il secondo intervento la mia pressione è schizzata alle stelle e il cuore stava per saltare come un turacciolo la notte di fine anno. Che mi hanno schiaffato in una cosa che si chiama terapia subintensiva che manco sapevo esistesse, dove hanno riportato a forza i miei parametri alla normalità.
Il tutto, mentre io dormivo i beati non-sonni dell’anestesia.
Andare così vicini all’altra parte... e senza neanche accorgersene.

Più tardi, mi sono sorpreso a pensare: non sarebbe stata poi una brutta morte.
Zero dolore.
Zero consapevolezza.
Zero attesa.
Non devi subire le ingiustizie della vecchiaia e gli sberleffi del tuo corpo che smette di funzionare. Non devi imbottirti di medicine per non sentire il dolore. Non devi fare penose spole tra casa e l’ospedale. Non devi formulare pensieri deprimenti del tipo che non riuscirai a vedere come va a finire la tua serie tv preferita o i dannati Google Glass su uno scaffale di Mediaworld.
Me ne sarei andato e basta, senza salutare, riverire, o ringraziare, come diceva De Andrè.
Forse non sarebbe stato tanto giusto... ma veloce. Pulito.

Eppure no, non era ancora il momento, e ho il sospetto che quando accadrà non potrà mai dirmi così di lusso.
Ma va bene uguale.
Anzi, se c’è qualcuno da ringraziare per questo lo ringrazio, anche se vorrei che per un po’ la smettesse di giocherellare con la mia pellaccia.
E ringrazio anche voi per l’attenzione. Ci vediamo presto.

martedì 31 marzo 2015

Boomstick Awards 2015.


In due righe: il Boomstick Awards è il premio che, dal remoto 2012, viene annualmente assegnato in rete da Book and Negative a sette blogger "cazzuti e meritevoli"(cit.). Si ispira al personaggio di Ash de L’Armata delle Tenebre, film che se Alex – che quest'anno mi ha insignito dell'ambito riconoscimento – sapesse che non ho mai visto probabilmente me lo toglierebbe d'ufficio.

Avendo il premio il carattere di una catena di Sant'Antonio, impone a chi lo riceve di nominare altri sette premiati. E visto che Germano, il suo creatore, è uno scassapalle di prima categoria, non solo vuole che vengano seguite le sue regole, ma anche che non vadano riscritte bensì copiaincollate. Che, per me, è anche fatica risparmiata:

1) i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2) i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3) i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

4) è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite


Chi vince il Boomstick Award, può fregiarsi di QUESTO bannerino da esporre sul suo blog.
E questo è tutto, immagino... qui sotto, invece, trovate le mie nomination.
Anche se non siete tra i premiati, fatevi un giro su questi blog, che magari vi pigliano.


Ci sono tanti blog che parlano di cinema, ma quello di Chicken Broccoli è uno dei migliori.
Da sempre, il suo autore (che aggiorna con una costanza mai vista) rifugge il copia-e-incolla delle sinossi delle cartelle stampa delle case di produzione, e si lancia in analisi invariabilmente acute, sagaci e assolutamente esilaranti di tutto (o quasi tutto) quello che viene passato in sala ma anche no, dalle robe più vergognosamente mainstream alle produzioni indipendenti più misconosciute.
Chicken Broccoli è anche un bravissimo grafico, e nel suo blog, oltre valanghe di gif animate troverete gallery di poster cinematografici alternativi, chicche trovate per il web, memi e parecchio altro ancora.
Insomma, merita e merita davvero.

Germano è uno scrittore indipendente, un editor e un appassionato di cinema. Ha una filosofia tutta sua che non so quanto io potrei mai sposare... ma è bravo, cazzo.
Molti dei suoi ebook sono scaricabili e il bello è che quasi tutti meritano una lettura.
Uno dei miei sogni è scrivere con lui qualcosa a quattro mani (e la scorsa estate ci siamo andati anche vicino) ma per ora mi sono limitato a progettargli qualche copertina. Ed è un peccato, perché Germano è un talento puro e incontrollabile.

Il blog di Ariano non è uno di quelli urlati. Al contrario. Il suo stile pacato, lontano dalle titolazioni ad effetto acchiappa-click che tanto vanno di moda negli ultimi anni ti fa sentire a proprio agio come se fossi seduto a bere qualcosa sulla veranda di un localino con vista sul porto (cosa che per inciso dovremmo fare da tempo ma inspiegabilmente non ci siamo ancora messi d’accordo).
Riflessioni sulla vita, l’universo e tutto quanto (tranquilli, Ariano non è sborone come me nelle sue esternazioni), conversazioni immaginarie, incursioni nell’arte e un’ironia di fondo che rende tutto meno serioso di quanto potrebbe sembrare.
Da inserire nei bookmarks.


Luigi è un bravo illustratore.
Se non vi fidate di me, potete sempre guardare le sue cose sull’Internazionale, ma il suo blog non è certo solo una gallery della sua roba, anzi: è fatto con perizia, gusto ed è anche divertente da leggere.
Dentro ci troverete articoli e segnalazioni su grafici, fumettisti, illustratori e artisti noti e meno noti che Luigi si prende quotidianamente la briga di selezionare per voi.

Sulla rete Alex non è una sorpresa per nessuno.
Il suo blog è visitatissimo e, per certi versi, è di sicuro uno degli scrittori indipendenti più popolari degli ultimi anni.
Da anni confeziona storie solide, raccontate con mano sicura, coraggiosa, consapevole e testarda.
Ultimamente, poi, mi sembra persino più in forma e ispirato di una volta.
Leggete le sue robe, che non vi pentite.

Il blog di Glauco è uno dei più “razionali” in cui vi possa capitare di imbattervi. Aggiornato con quotidiana regolarità, sembra stare lì apposta per proporvi una rassegna di cinema, letteratura e tecnologia esposti con chiarezza, sintesi e pacatezza, alternati a stralci di diario personale che Glauco usa come spunto per parlare di ogni genere d’argomento.
Se fossi in voi, quei dieci minuti al giorno per leggere i suoi pezzi li spenderei al volo.

Chiudo con un blog femminile, non perché le donne siano meno brave a scrivere, semplicemente ne bazzico meno ma quando ne incontro uno come quello di Leonetta, ci torno sempre volentieri.
Nel suo blog ci sono idee narrative e squarci di vita vera rubati e ritrascritti, c'è leggerezza dell'anima, c'è lucida intelligenza, c'è un non banale romanticismo.
Inoltre, è una fan di Tommaso labranca, e già questo basta per rendermela simpatica.

lunedì 30 marzo 2015

[Recensione] Fast and Furious 7


Una volta, film come Fast and Furious 7 erano il mio pane, e le mie fidanzate mi accompagnavano al cinema con stampata sulla faccia quell'espressione a metà tra la rassegnazione e il compatimento che molti di voi conoscerete benissimo.
Poi, il tempo è passato, Schwarzenegger si è dato alla politica e i miei gusti si sono fatti un pelo più raffinati (ma neanche tanto).
La saga di Fast and Furious è stata, cronologicamente, la prima a fare le spese di questa mia supposta "maturazione", e, dopo averne visto un paio di episodi l'ho etichettata come "cazzatona pompata a benzina e testosterone" e sono passato ad altro.
E, devo essere sincero, dopo aver visto il trailer, lo scorso venerdì sono andato all'anteprima romana con il peggiore degli stati d'animo.
E, invece, mi sono sorpreso a scoprirmi coinvolto e divertito da un film che, lo dico?, ridefinisce il concetto stesso di cinema action.

Un delirio per immagini e sequenze che dà due giri di pista, tanto per restare in tema, con qualsiasi capitolo precedente e che alza irreversibilmente l'asticella del genere tutto.
Un prodotto talmente ben funzionante nel suo comparto visivo che può tranquillamente non preoccuparsi della storia e della sceneggiatura (trovatemi uno che, all'uscita del cinema, si ricorderà di cosa parlava il film).
Se negli anni settanta la lepre da inseguire erano i film di James Bond e negli anni novanta e duemila il testimone sembrava essere passato a Mission: Impossible, adesso il nuovo cinema d'intrattenimento, sgombrato il campo da robottoni e supereroi, vede il suo nuovo punto di riferimento in questa pellicola.
Eccessiva.
Ipertrofica.
Tamarra.
Delirante.
Debordante.
Esaltante.


Automobili paracadutate, la sequenza di assalto a un convoglio stradale più lunga che possiate avere mai visto, auto che attraversano in volo tre grattacieli prima di piombare al suolo quattrocento metri più sotto, un drone militare che compie sfracelli in piena Los Angeles sono solo alcuni degli ingredienti di Fast and Furious 7, che gestisce alla stragrande ogni elemento della storia al servizio della massima spettacolarizzazione (impiegando anche intelligentemente due new entry nel cast, il sempreverde Kurt Russell e quel Jason Statham che da solo è già una promessa per il prossimo Fast and Furious 8).

In poche parole, mi ha sorpreso, mi ha intrattenuto, mi ha divertito.
Imprevedibilmente, l'ho adorato.
Ma io non faccio testo... ormai sono un vecchio e devo accettarlo.

sabato 28 marzo 2015

Batman, il ritorno.

La strada per diventare un supereroe è tutta in salita.
E, tutto sommato, restarsene immobili per trenta minuti a farsi colare gesso gelido sulla testa non è nemmeno la parte peggiore.

venerdì 27 marzo 2015

[Recensione] Il Ranch.


Non è la prima volta che leggo racconti a sfondo horror scritti da Alessandro Girola, e questo suo Il Ranch era inizialmente incluso in una sua vecchia raccolta personale.
Alex l'ha di recente recuperato, ha rivisto e corretto dove serviva e ha aggiunto circa 3500 parole in più.
Ne è venuto fuori un romanzo breve messo al servizio del male (come tanti suoi altri).
Con un sottofondo malevolo, un soggetto affilato e cattivo che è un tributo alla follia e alle deviazioni umane più oscure.

Con Il Ranch, Alex dimostra di saperci fare non solo come autore ma anche come editor di se stesso, servendo – una volta di più – al lettore un prodotto letterario cucinato con dosi perfettamente calibrate di giallo, mistery e horror... e graziato, oltre che da uno stile personalissimo e ormai giunto a maturazione, dal suo (non comune) talento di saper raccontare sostanzialmente sempre la stessa storia senza annoiare mai e senza aprire spiragli sulla sua evoluzione.

E se pensate che si tratti di una dote da poco, considerate che è la stessa ricetta che gente come Stephen King usa da sempre, intrattenendo alla grande milioni di lettori in tutto il mondo.

Il Ranch è in vendita sull'Amazon Store a un prezzo davvero ridicolo, e vale decisamente il vostro tempo.