lunedì 14 aprile 2014

Romics, 2014.


Lo so, in altri tempi vi avrei scassato la minchia settimane prima e settimane dopo un evento come il Romics, e in un certo senso direi che vi è andata meglio così.
Ad ogni modo, per chi non mi segue su Facebook, sappiate che mi sono divertito come sempre, ho ancora voglia di fare posterini idioti come questo e ho fatto un mucchio di incontri interessanti.
A breve, una gallery del meglio del meglio.

domenica 13 aprile 2014

[Recensione] Imperial.



Imperial, di Alessandro Girola
125 pagine, 1,65 euro
Disponibile sul Kindle Store da QUI.


Di Alessandro Girola ho parlato già altre volte, per chi se le fosse perse è uno dei non pochissimi ma neanche tanti che, avendo da tempo abbracciato la via dell'autoproduzione ha saputo ritagliarsi il suo spazio nel mare magnum dei wannabe che, convinti di avere qualcosa da dire e di possedere gli strumenti necessari a raccontarla (il vecchio paradosso che in Italia non leggiamo ma di certo tutti scriviamo), propongono – finalmente slegati dalla catena editore/stampatore/distributore – i loro romanzi e racconti nei più diffusi formati per ebook reader.
E Girola, come dicevo, col tempo si è guadagnato la sua cerchia di affezionati, ha un discreto numero di titoli in vendita sull'Amazon Store e si è tolto più di una soddisfazione sia in termini di venduto che di apprezzamenti dal pubblico.
Essendo anche un mio amico, è sempre difficile esprimere una valutazione imparziale sulle sue cose (e chi dice il contrario, mente, anche se spesso in buona fede).
Quindi, per come la vedo io, l'unico sistema per parlarvene con una parvenza di oggettività, è essere (persino) più rompicoglioni e severo di quanto già non sia (rileggendo alcune mie vecchie recensioni, non avrete difficoltà a rendervi conto che non sono il tipo da fare troppi sconti)... e certo di rendere così un buon servizio sia a voi che all'autore, arrivo subito al punto, che già mi sono dilungato.
È una buona storia, questo Imperial?
Sì.
I motivi per cui dovreste leggerlo?
• perché affronta il tema delle automobili "possedute" di cui avrete di certo già letto o visto, ma riproposto da Alex in una chiave inedita, priva di forzature, circolare e compiuta.
• perché, come nei migliori Stephen King, dribbla con intelligenza la trappola del facile spiegone finale ricorrendo a uno stratagemma narrativo semplice ma funzionale.
• perché lo stile di Alex è in lenta ma costante evoluzione, e chi lo segue già da un po' noterà come si muova più agevolmente di una volta in territori che vanno oltre il semplice mostrare gli eventi.
• perché la lunghezza è quella giusta: se potete godervi un po' di tranquillità, finirete Imperial nel giro di un paio di serate, o anche una se la lettura vi cattura particolarmente.

Cosa non funziona?
• i dialoghi sono da sempre il punto debole di Alex (e con lui ficchiamoci pure una buona metà dei romanzieri italiani tutti), e a volte lo strato sotto il quale si cela l'artificiosità è particolarmente sottile.
• alcuni raccordi, in qualche punto della storia, sono ancora troppo bruschi e potrebbero essere risolti meglio.
• c'è qualche dettaglio superfluo di troppo qua e là, e, per contro, alcune descrizioni lamentano una scarsa definizione... ma queste, magari, sono solo paranoie mie.

C'è altro da dire?
Ah, sì... il copertinista storico di Alex, Giordano Efrodini, ha realizzato una bella copertina, molto "kinghiana" (quella che vedete in apertura del post) ma io, che oggi è domenica e avevo più tempo, ho fatto questa, che se non dico la mia non sono contento.

mercoledì 9 aprile 2014

Che tocca fare per farsi due risate.

In molti mi hanno visto in fiera, ma pochi mi hanno visto arrivare.
Questo video è per loro.
Grazie a Daniela e Arianna per le riprese, e a Kristian per l'editing.

martedì 1 aprile 2014

Computer Arts 182. Look at me.


Sul numero di questo mese, oltre la solita nutrita rassegna di designer internazionali, tutorial e articoli di genere, trovate qualche mia chiacchiera (la prima intervista su Computer Arts la trovate QUI), la copertina tratta da QUESTA mia cosa e qualche altra mia photoshoppata che, se mi avete seguito un minimo negli ultimi tempi, forse avete già visto sul blog.

Il tutto stampato in grande formato e in edicola al prezzo di una pizza.

Se poi per voi la carta è roba superata, potete comprare la versione per iOS a pochi spicci da QUI.
Ma, io ve lo dico, avercela in mano fa un effetto molto più figo che scorrerla su un iPhone.

sabato 29 marzo 2014

Captain America: The Winter Soldier. La recensione senza spoiler.


Quando ho visto il primo teaser e il trailer del nuovo Captain America: The Winter Soldier, ho avuto sentimenti contrastanti.

Da una parte, l'ovvia esaltazione di uno della mia generazione e amante dei fumetti Marvel nel vedere riproposte al cinema delle storie e dei personaggi parte integrante della mia adolescenza.
Dall'altra parte, la diffidenza derivata dalla consapevolezza di essere un bersaglio facile per i nuovi furbetti degli uffici marketing Disney che, avendo da sempre nel loro target i ragazzini in età scolare (e mai quanto oggi con una forza nel portafoglio), non fanno altro che continuare a strizzargli l'occhio con continui rimandi ad un certo tipo di cultura nerd… ma del tipo fracassone e dalla battuta facile (Avengers docet, o anche l'ultimo Iron Man, se volete).
In sostanza, speravo in un Avengers 1.5 ma temevo l'arruffianata.

Poi, un paio di settimane fa, ho avuto modo di partecipare all'anteprima del film.
E tutti i miei dubbi e speranze hanno smesso di avere un senso.
Perché sì, Captain America: The Winter Soldier è un'operazione accurata e intelligente (probabilmente, quella con maggior peso) nell'ottica di un universo narrativo coerente che la Marvel va costruendo dal primo Iron Man in avanti… ed è anche un film che si arruffiana un certo tipo di pubblico.
Ma l'unica cosa davvero rilevante di questo film, è che funziona.
E non "funziona" tipo: "Beh, dai, è davvero figo". Funziona tipo: "è uno dei migliori Marvel movies di sempre, al pari del primo Iron Man" o anche "meglio dei due Thor e del primo Captain America messi insieme!".

Il film si apre esattamente come un episodio degli Ultimates tanto che sembra di vedere Millar alla sceneggiatura e Hitch al montaggio e a coreografare i combattimenti. Ma in generale, tutto il primo atto è perfettamente funzionale, ben girato e con un grande ritmo (la scena dell'attentato a Fury a Washington è probabilmente una delle migliori dell'intero film).
I personaggi sono definiti giusto con i tratti necessari per far capire quale archetipo narrativo rappresentano, ma il tutto è fatto con un certo mestiere e con un occhio attento alla definizione della continuity presente ma anche futura.


Di carne al fuoco ne troverete tanta, e riesce anche a non bruciare tutta: oltre Evans (al quale va riconosciuto il merito di aver dato lo spessore minimo sindacale ad un personaggio fortemente iconico come quello di Cap) c'è Falcon, che non ruba mai la scena ai protagonisti "veri" ma dà il suo contributo agli aspetti spettacolari della pellicola.

C'è un badass di tutto rispetto preso di peso dal ciclo narrativo di Epting e Brubaker, che ha il suo limite più evidente nel non essere approfondito come meriterebbe.

C'è in campo un nome come Robert Redford e sul quale nulla posso dire per non spoilerare a tutta manetta.

C'è una Vedova Nera più bella e credibile di quanto non sia stata mai mostrata. C'è l'agente Jasper dello SHIELD, che abbiamo visto già nel corto Item 47. C'è (di nuovo) una Jenny Agutter (La Fuga di Logan e Un Lupo Mannaro Americano a Londra) ancora splendida a 62 anni, e, restando tra i membri del Consiglio Mondiale di sicurezza c'è persino il Marcus Alan Dale che anche i più disattenti di voi riconosceranno come il Charles Widmore di Lost.

E, naturalmente, c'è Fury, che trova più spazio in questo episodio che in tutti gli altri cinemarvel visti finora, e si ritaglia una citazione finale da antologia.


Cos'altro?
Scene d'azione: tante e tutte ben girate, sempre se siete disposti a farvi coinvolgere dall'assunto che è pur sempre un film di supereroi che state guardando. 
In poche parole: se vedete Cap sopravvivere ad un attacco frontale di un caccia dello Shield e atterrare sulle due gambe nel tempo che voi impieghereste per fare il prelievo a un bancomat, non la fate lunga. È Capitan America. Accettatelo.

Ci sono un paio di location veramente azzeccate, anche se quando arriverete alla sequenza nel bunker, non potrà non tornarvi in mente quello visto nella seconda, magnifica seconda stagione di Lost.

Il film si ferma un poco nella parte centrale, quella in cui, giusto per evitare spoiler, si scoprono le carte in tavola e i cattivi mostrano la loro faccia. Qui il ritmo cala e ci sono alcuni momenti dello script un poco confusi.
Ma tra una sequenza e l'altra, mentre Whedon fa di tutto per non far vedere che c'è lui a tirare i fili dietro la coppia di registi (i due fratelli Russo che al loro attivo hanno un paio di produzioni hollywoodiane di medio livello e altrettante esperienze televisive) e gli sceneggiatori fanno un discreto lavoro per riportare sullo schermo elementi presi da Secret Warriors e Nick Fury vs. Shield (due miniserie a fumetti scritte rispettivamente da Jonathan Hickman e da Bob Harras che vi consiglio caldamente di recuperare), si arriva spediti verso il terzo atto che, per assurdo, è più convincente nelle sequenze "statiche" nel Triskelion che non in quelle a bordo degli Elicarrier, che soffrono più di altre della mancanza di "respiro" cinematografico… che, per darvi un'idea, è esattamente il fattore che ha reso e rende epico ogni rutilante finale di film di James Bond. Mancanza di cui è afflitto Captain America: The Winter Soldier, a cui la matrice televisiva va ben più stretta che in quel (gran bel) giocattolone che era il primo Avengers.


In poche parole, questo Captain America: the Winter Soldier riesce ad essere un film sorprendente e, probabilmente, il capitolo più "adulto" del franchise degli Avengers.
Quelli dei Marvel Studios sono riusciti a mettere distanza tra un prodotto mediocre come la serie tv direttamente derivata dai cinecomics e contemporaneamente ad affrancarsi da un format che stava prendendo una discutibile deriva umoristica (e vagamente disneyana), riuscendo contemporaneamente a perfezionare e rinnovare un personaggio noto per la sua rigidità.

C'è altro da dire?
Due dettagli (o tre):

-Ho visto il film sia in inglese che in italiano e il doppiaggio non è niente di straordinario. Non sono tra quegli snobboni che dicono che i film vanno visti sempre e rigorosamente in lingua originale, ma se lo farete godrete di un piccolo valore aggiunto.

- Maschi, sappiatelo. La Johansson in questo film è semplicemente all'apice della sua bellezza, e quando appare sullo schermo potreste non badare assolutamente alla storia e a quello che le accade intorno, quindi restate concentrati. E quando nella storia ci starebbe tutto che si ficchi sotto la doccia, purtroppo l'occasione non viene colta. Rassegnatevi.

- Le scenette post-titoli di coda a questo giro sono due. La seconda è molto breve ma godibile, ma dovrete sorbirvi fino all'ultimo attrezzista che ha lavorato nel film. La prima, d'altra parte, è assolutamente succosa ed anticipa due nuovi, importanti personaggi della saga.

mercoledì 26 marzo 2014

Heroes Factory. Il magazine.

Signore e signori, vi presento Heroes Factory, il mio primo progetto in crowdfunding.

Per quelli che non sanno bene cos'è il crowdfunding, un breve riassunto: in teoria, si tratta di una raccolta fondi che avviene online tramite una rete di contatti (amici, follower, fans), e che sfrutta l'enorme potenziale della viralità del web e dei social media. 
In pratica, in Italia è ancora tutto da scoprire, dal momento che di esempi ce ne sono pochi, seppur validissimi. In genere vi si ricorre per raccogliere fondi in contesti che spaziano da campagne di beneficenza, venture capitalist, startup, progetti imprenditoriali, micro-prestiti e finanziamento di progetti creativi. 

Heroes Factory è uno di questi ultimi.
Qualche tempo fa, circa un anno a questa parte, ho iniziato a lavorare con Photoshop su qualche fotografia di qualche cosplay particolarmente ben riuscito, ripulendoli di tutti i "difetti", ambientandoli nel contesto del personaggio ed aggiungendo effetti speciali a carrettate.
Gli interessati se li ritrovavano sulla loro bacheca Facebook e ci andavano pazzi, accumulando decine di like nel giro di poche ore.
Insomma, io mi ci ero divertito, gli amici ringraziavano, gli amici degli amici sbavavano e tutti erano felici.

Meno tempo fa, Fulvio era a casa da me e, avendo probabilmente una mentalità più imprenditoriale della mia, ha ritirato fuori una sua vecchia idea di creare un magazine sul cosplay, il costuming e il prop, che avesse contenuti di qualità e fosse attraente e del tutto competitivo anche in un ambito internazionale.
Fulvio è il fondatore di Pannaus Props ed è uno dei propmakers (leggi: realizzatore di oggetti, armi, armature e qualsiasi altro oggetto possa venirvi in mente dedicato al mondo del cosplay) più bravi che possiate trovare in circolazione (e non lo sto dicendo perché è un mio amico, ma perché la qualità delle sue robe è davvero straordinaria e comunque potete rendervene conto da soli facendovi un giro sulla sua pagina Facebook), ha imparato a muoversi in questo mondo e a conoscerlo meglio di me e quindi sono stato ad ascoltarlo.

Abbiamo fatto una chiacchierata, un paio di riunioni informali e siamo arrivati alla definizione di Heroes Factory.



A chi potrebbe interessare?

Ai cosplayer. Chiunque voglia le proprie foto in costume trasformate in qualcosa di epico ed eroico, sul modello dei manifesti dei film hollywoodiani, da adesso può averle.
Postproduzioni di qualità, stampate alla grande e diffuse in tutto il mondo sul magazine.

Tanto per darvi un'idea...

A chi è interessato a realizzare costumi e prop partendo da zero.
Il magazine sarà pieno di tutorial, interviste e contatti di ogni tipo. Questa parte la curerà Fulvio e il suo staff, ma sono previsti contributi da parecchie altre "factory" italiane e non – approfondendo aspetti come la progettazione, il disegno, la modellazione, la sartoria e parecchio altro ancora.

Per finire, Heroes Factory è indirizzato a chi col cosplay e il prop ci vive e ne ha fatto un mestiere, e vuole mostrare a tutto il mondo (letteralmente) le sue creazioni e pubblicizzarle meglio che in qualsiasi pagina Facebook.
Il plus è costituito dalla possibilità di pubblicizzare le proprie robe in modo professionale ad un target specifico.
Per dire, da una foto così si può tirare fuori una pagina pubblicitaria così:


Di cosa abbiamo bisogno?
L'obiettivo è produrre una rivista stampata, un oggetto, a mio avviso, molto più figo della solita webzine online assemblata approssimativamente e destinata a svanire nell'oceano della Rete.
Abbiamo calcolato in circa duemila euro la cifra per coprire tutte le spese, compresa la stampa di 100 copie (da 40 a 50 pagine) del primo numero.
Se riceviamo abbastanza interesse, abbiamo già pronto un piano editoriale di dodici numeri l'anno.

A fronte del vostro sostegno finanziario, cosa ottenete?
Il progetto è del tutto flessibile, ed è pensato sulla logica del "ottengo per quanto ho contribuito".
Volete apparire come degli Eroi e magari finire in copertina? Heroes Factory è nata per questo.
Volete pubblicizzare sulle pagine della rivista le vostre creazioni con un annuncio professionale? Noi lo facciamo per voi.
Volete solo ricevere la rivista e conoscere una vetrina incredibile di eroi, leggere degli artisti o imparare trucchi e suggerimenti di produttori esperti?
È fatta per voi.
Volete portarvi a casa, oltre la rivista oggetti esclusivi come un elmetto di Magneto perfettamente rifinito o uno di Iron Man motorizzato e con luci che manco Tony Stark? O anche solo un portachiavi tagliato al laser?

Potete fare anche questo.
E via dicendo.

Tutti i dettagli li trovate QUI.
Sostenetemi. Se vi va.
Altrimenti, se la cosa non vi interessa, condivitedemi sulla vostra bacheca Facebook che è una gran forma di sostegno pure quella.

Io, intanto, continuo a lavorare sui dettagli, ma posso già dirvi che sta venendo una roba fighissima.
Vi tengo aggiornati.

giovedì 20 marzo 2014

Cinque minuti.

Nel caso ve lo foste perso.
Cinque minuti di nerdaggine assoluta montati alla grande da Antonio.
E, no, squadra che vince non si cambia.