venerdì 2 marzo 2012

Tra una cosa e l'altra.

Grafica per una roba che dovrebbe uscire tra un mesetto, ma forse anche no.
La scommessa era fondere la musica (repertorio classico) con la location (Cinecittà).
Non mi sembra venuta malaccio, considerati i tempi che mi hanno dato... e cioè la solita mezza mattinata.

Ogni tanto mi chiedo se mai torneranno i bei giorni in cui avevo settimane intere per lavorare a un progetto.

giovedì 1 marzo 2012

Rivoluzioni personali.

Ieri sera sono tornato dal cinema (Iron Lady, magari poi ve ne parlo, ma anche no), avevo fame, molta fame, ed ero solo.
Erano solo le undici ma a Roma, che in molti credono sia una metropoli solo perché conta cinque milioni di abitanti, alle undici di sera, a meno che non sia sabato sera, non puoi avere fame: era tutto chiuso, e l'unico posto che sapevo in cui mi avrebbero dato da mangiare dietro presentazione di denaro era il McDonald's.
Lo so, lo so. State buoni, silenzio.
Avevo fame. Era tutto chiuso, e allora...
Ho ordinato il fritto misto, quello con gli anelli giganti di calamari, peggio di un film di fantascienza anni Cinquanta però comunque meglio il pesce della carne... perché non sono succube soltanto delle pubblicità, ma anche delle psicosi collettive. Vitelli al nandrolone. Ecocidio. Mucche modificate geneticamente e chissà quali altre nefandezze. Comunque il conto è di 8,90 euro, io dò 50 euro e di resto mi danno 91,1 euro.
Mi hanno dato 50 carte in più. Tié.
Ho fregato la multinazionale ma nel momento stesso in cui gioivo nella mia posa plastica a ombrello, un'idea si è affacciata alla mia mente: "un momento. La multinazionale è sempre pronta ad ogni evenienza, dunque probabilmente accuserà la cassiera di avergliele fregate o comunque di essersi sbagliata e allora gliele toglierà dalla sua paga di sfruttata globalizzata!" E quindi sono tornato dentro e ancora nella mia posa plastica le ho reso i cinquanta euri.
Lei ha pianto per il pericolo scampato: "un giorno di paga", mi ha detto. "Grazie".
Ecco, adesso forse voi vi aspettate che io vi dica che un altro, magari di centrodestra, quei soldi se li sarebbe tenuti. No. Quello li avrebbe resi e si sarebbe sentito buono. Io invece li ho resi e mi sono soltanto incazzato.
E allora ho preso un bicchiere e sono andato in bagno a rubare tutto il sapone liquido di McDonald's.
Faceva schifo, come tutto il resto.

mercoledì 29 febbraio 2012

Così tanto da fare. Così poco tempo.

Se avete voglia di fare click e ingrandire la foto del mio desktop qui sopra, inizierete a farvi una vaga idea di quanto abbia da fare in questi giorni, e del perché la mia presenza in rete (sul mio blog ma anche su quelli altrui che in genere bazzico quotidianamente) è ridotta rispetto il solito.

Quindici programmi aperti, circa sessanta finestre aperte tra documenti in corso e directory ultra-nidificate, una campagna, quattro gare in scadenza, il progetto grafico di un nuovo mensile di musica, una guerrilla, un ritocco fotografico su un'immagine pesante 1,4 gigabyte, un telefono che squilla, otto email a cui devo ancora rispondere, l'ultimo episodio di Fringe ancora da scaricare, e una vita privata sempre più inesistente.
Ma come sono arrivato a questo?

martedì 28 febbraio 2012

Fate un po' voi.

Vi ricordate quel vecchio slogan, un po' anni sessanta, che diceva "Fate l'amore non fate la guerra"?
Ecco, ieri stavo guardando su Sky le immagini di una manifestazione a Berkeley – l'università più divertente del mondo – e ho pensato che oggigiorno le posizioni riguardo quel vecchio slogan si sono assai complicate.

Dunque: accanto al classico Fate l'amore non fate la guerra, ci metterei innanzitutto la sua versione disimpegnata, che si limita al perentorio invito: fate l'amore. Basta.

Poi, c'è il pacifismo bacchettone o se volete ascetico di Ratzinger: Non fate la guerra. Ma non fate neanche l'amore. Che poi in realtà il portavoce del papa ha precisato: noi volevamo dire: Non fate la guerra, non fate certamente l'amore, però ogni tanto la guerra si può fare. Quanto all'amore, solo se procreate.

Poi c'è la posizione che unisce battaglie presenti a battglie del passato e dice: Non fate la guerra, fate l'amore, ma usate il preservativo.

Venendo all'opposizione, c'è lo slogan un po' futurista, certamente dannunziano che dice: fate l'amore e fate la guerra, accanto al quale sta la sua variante più guerrafondaia che dice: Fate la guerra, e, in licenza, fate l'amore.

Infine c'è la posizione più dura, che chiameremo la posizione del crociato o talebano: Fate la guerra e non fate l'amore.

Io ho già scelto.

lunedì 27 febbraio 2012

Il lato oscuro della pubblicità.

Di Darth Vader (ormai autentica icona pop al pari di Batman o di Topolino) come protagonista negli spot pubblicitari non se ne può davvero più.
Però questo, realizzato dalla M&C Saatchi per la catena britannica PC World, è fatto davvero bene e merita un minuto del vostro tempo.

venerdì 24 febbraio 2012

9 poster INDUSTRIAli.

Il Linotype Industria è un carattere tipografico disegnato, tra gli altri, da Neville Brody nella prima metà degli anni ottanta.
Lo inclusi in una Top Ten delle mie font preferite e più usate di sempre, e tuttora cerco di inserirlo nei miei progetti.
Tempo fa, in un'oziosa operazione di redesign del poster cinematografico dei Blues Brothers, provai e scartai una dozzina di font per il titolo, senza riuscire a trovarne una che mi soddisfacesse.
E, alla fine, trovai che l'Industria ci stava proprio bene.
E, già che c'ero e avevo un po' di tempo e di ispirazione (ché, quando arriva, cerco sempre di non lasciarmela scappare), ho buttato giù qualche altro poster.
E anche qui ho cominciato a sperimentare varie soluzioni tipografiche... fino a trovarmi di nuovo a giocare con l'Industria, e a rendermi conto di quanto possedesse un'adattabilità straordinaria.
Funzionava sempre. Si prestava a un'infinità di incastri, funzionava spaziato, funzionava a blocchetto, piccolo, grande, con bagliore, con ombre, metallico, piatto, positivo e negativo.

I nove poster qui sotto, per inciso di alcuni tra i miei film preferiti in assoluto, li ho realizzati tutti con l'Industria... e sono una conferma visuale di quanto vi ho appena detto.
Cazzo, che invidia. Come vorrei averla disegnata io, una font così.

giovedì 23 febbraio 2012

Uno alla volta.

Il ronzio dei servomotori del carro funebre.
I nodi delle cravatte degli impresari delle pompe funebri.
Petali che cadono dalle corone e che poi qualcun altro spazzerà via dal cemento del sagrato.
Chi scrive le scritte sui nastri delle corone? Usa un pennello intinto in vernice dorata e copia da un foglietto dettato al telefono?
Perché quello non ha la faccia abbastanza seria? A che sta pensando?
L'espressione di Gianni chiuso nella bara. La cravatta che gli ha scelto Massimo pescandola da un cassetto.
Io gli sto dietro e non accanto. Non l'ho mai visto coi capelli così corti.
Non sembra abbattuto. Dovrebbe sembrarlo? È quello che ci si aspetta da un figlio che ha appena perso suo padre?
Non devo neanche provarci a entrare, nella sua testa.
Il prete parla di vita e mai di morte, a differenza di quanto dice Celentano.
La vita che non finisce, e che si accorda col primo principio della termodinamica.
In questa chiesa ci sono persone fermamente convinte del contrario. Ma sono qui e ascoltano parole che devono suonargli come filastrocche vuote mandate a memoria.
Ma stanno tutti zitti perché è quello che ci si aspetta da loro e perché, alla vedova e ai figli, del credo altrui in questo momento interessa poco.
In questo momento, ognuno è solo.
Io sono solo mentre guardo il display del cellulare silenziato che si illumina di chiamate e di messaggi di persone vive che vogliono raggiungermi, e sono solo mentre cerco di raggiungere persone morte compiendo un'astrazione mentale.
La vedova ha gli occhiali scuri e i capelli di quel colore che si vede che è finto ma sai quanto gliene frega adesso del colore dei suoi capelli.
Lo portano via e io gli vado dietro, quasi gli corro dietro.
Non l'ho mai visto, non l'ho mai conosciuto, non gli ho mai neanche parlato per telefono, e adesso gli trotterello dietro finché non lo ricaricano a bordo del Mercedes blu notte lungo sei o sette metri.
Prima a braccia, poi a servomotori.
Un signore in un piumino grigio e occhi celesti mi chiede informazioni sul modello, la marca e le caratteristiche del carro funebre. Forse il mio completo nero lo trae in inganno e pensa che ne sia l'autista. Ha sulla faccia il sorriso di chi pensa che non gli servirà mai.
Rientro in chiesa dove Massimo è ancora dentro.
E ha un'espressione sul viso che non so decifrare ma neanche mi ci provo.
Ma è una specie di sorriso di deandreiana memoria e in questa mattina di sole ci sta davvero bene.