lunedì 2 maggio 2016

Il Re.

Pannaus Props è il nome che, da anni, sta dietro molti dei miei costumi più complicati, e, a pensarci, è davvero colpevole da parte mia che non ne abbia parlato più diffusamente prima.
Cerco di rimediare oggi con questa mia intervista a Fulvio, una delle persone che, sul piano umano (prima ancora che su quello tecnico, peraltro straordinario) ha sorpassato, in volata e senza sforzo apparente, tanta altra gente che mi ha accompagnato in questi ultimi anni.

Detto questo, che magari riguarda solo me, sappiate che Fulvio è il punto di riferimento del propmaking italiano... e non solo, considerando che la stragrande maggioranza della sua clientela proviene oltreoceano. Ma leggete tutto il pezzo (lo trovate QUI), che c'è di sicuro da imparare qualcosa.

sabato 30 aprile 2016

Wire Cutters.

Jack Anderson è un animatore digitale americano, di quelli col curriculum pieni zeppi di bella roba.
Wire Cutters è la sua ultima fatica, otto minuti e spicci che gli sono valsi il premio della giuria al festival di Nashville, due posti da semifinalista in altri due contest e altri riconoscimenti.
A riassumervelo in due parole, direi che è la storia di Wall-E se non avesse incontrato nessuna robottina sexy a portarlo via da un deserto di rifiuti... ma fatevi un'opinione vostra e guardatelo.

venerdì 29 aprile 2016

Un posto dove lavorerei volentieri.


Il nuovo campus di Apple è uno degli edifici che più sta attirando l'attenzione dei media, e non è neanche a metà della sua realizzazione. Fino a oggi, tutto quello che si sapeva del suo aspetto, erano i rendering diffusi da Apple e delle riprese aeree catturate dai droni.
Ma ora Apple ha condiviso con il sito di Mashable fotografie e dettagli esclusivi dei suoi nuovi uffici aziendali, tra cui il teatro che servirà come sede per il lancio dei suoi nuovi prodotti.
Il campus Apple è dichiarato completo per circa il 33%. Secondo le previsioni, dovrebbe essere ultimato entro la fine di quest'anno, ed essere inaugurato nel 2017.


Il campus, che ospiterà circa 13.000 dipendenti e avrà un auditorium sotterraneo con una capacità di un migliaio di posti a sedere, ha richiesto la realizzazione di macchine su misura - che Apple chiama "manipolatori" - per gestire il sollevamento e la posa di circa 900 pannelli di vetro incurvato, alcuni dei quali sono giganteschi e pesanti tonnellate. Il progetto è una sfida enorme e Apple sta lavorando con studi di progettazione e fornitori in 19 paesi diversi.


Progettato dallo studio di architettura britannica Foster & Partner, l'edificio è sostanzialmente un enorme anello con la vegetazione racchiusa tra pareti di vetro.
Una volta completato, sarà alto quattro piani e si estenderà per altri tre sotto il livello del suolo. Il suo diametro (di 463 metri) è superiore a all'altezza dell'Empire State Building, e la circonferenza è di quasi un chilometro.

L'aggiunta più sorprendente rispetto i primi render che erano stati diffusi è il tetto, il più grande tetto autoportante in fibra di carbonio mai realizzato al mondo, costruito a Dubai dalla Premier Composite Technologies. È rivestito da 44 pannelli radiali identici, ciascuno connesso a un piccolo mozzo centrale, e del peso di 80 tonnellate.

Il solo ingresso si estende per tutti e quattro i piani, ed sarà delle dimensioni di un campo da basket. Il ristorante avrà spazio all'interno per circa 2.800 dipendenti e altri 1.200 sul patio esterno. 
Sono inclusi nel progetto uno sterminato parcheggio, un altro parcheggio sotterraneo, alcune costruzioni ausiliarie ed un incredibile numero di alberi da frutto che forniranno – tra l'altro – parte del vettovagliamento per il ristorante interno e i punti di ristoro. Oltre gli uffici e l'auditorium sono previsti un centro fitness e un'area per la ricerca e lo sviluppo. 


Apple sta lavorando con la Seele / Sedak, la stessa società tedesca impiegata per il cubo di vetro dell'Apple Store di New York, per creare il vetro strutturale curvo, la sua finitura a specchio e le tettoie. Sono previsti tremila pannelli di vetro, e fino ad oggi ne sono stati installati oltre novecento.


Apple ha dichiarato che approfitterà del clima favorevole della Silicon Valley per creare grandi aree in cui i dipendenti possano incontrarsi all'aperto. Ha investito parecchio per integrare non solo materiali e tecnologie ecocompatibili ma anche per creare spazi verdi in tutto il campus; quando verrà inaugurato, l'80% del paesaggio che sarà visibile dall'interno sarà natura e vegetazione.
La sua indipendenza energetica, infine, sarà garantita da un impianto autonomo alimentato da gas naturale e dai pannelli solari che rivestono il tetto. 
Quello che sta sorgendo a Cupertino è un edificio razionale, che si integra bene con il paesaggio circostante, pensato per il benessere dei suoi occupanti e che può contare sulle infrastrutture più moderne attualmente disponibili.
In poche parole... un posto dove potrei passare ventiquattro ore filate a lavorare, mangiare, socializzare e dormire senza manco accorgermene.
Ora, se Apple volesse dare un'occhiata al mio curriculum...

mercoledì 27 aprile 2016

10 Cloverfield Lane - la recensione.


Alla prima impressione, potreste pensare che questo 10 Cloverfield Lane (in uscita giusto domani nelle sale italiane), usi nel titolo la parola “Cloverfield” solo come un abile trampolino pubblicitario… e in parte è davvero così, perché il film del quasi esordiente Josh Trachtenberg ci propone una regia cruda e asciutta che prende le distanze dal fanta-action-simil-found-footage di Matt Reeves e punta a rievocare le atmosfere e gli stilemi dei thriller psicologici e un po’ teatrali di stampo hitchcockiano (con una spruzzata di Lost), uno script classico ma funzionante, un personaggio che è molto più di quello che sembra e la palese volontà di fare un prodotto diverso (a iniziare dal budget, uno dei più bassi degli ultimi tempi) e imparentato col precedessore solo nei dieci minuti finali (per inciso, i meno riusciti).

Personalmente, speravo in una continuity più consistente col primo Cloverfield, quindi non ho molto altro da dire se non che Goodman si conferma come un solido professionista, che la pellicola è godibile e che si sarebbe meritata almeno una stelletta in più se avesse avuto l’eleganza di fermarsi a qualche minuto dal finale banalotto, già visto e – inutilmente – fracassone.

Poi, siccome dietro, a tirare i fili, c’è sempre J.J. Abrams, non sarei neanche troppo stupito se 10 Cloverfield Lane diventasse il primo pilot cinematografco di una serie tv, una di quelle non memorabili ma che la prima stagione magari te la guardi tutta per vedere dove Giacomino vuole andare a parare questa volta.

martedì 26 aprile 2016

22/11/63.

Nel carnet del Re mancava (ma correggetemi per sbaglio, dal momento che nell’ultimo decennio – grosso modo, dai tempi di Cuori in Atlantide – seguo King con molta, molta meno attenzione e devozione di una volta) un romanzo sui viaggi nel tempo.

22/11/63 non è un romanzo recentissimo (in Italia è stato pubblicato quasi cinque anni fa), quindi se siete un fan del Re lo conoscerete già e avrete pure esaminato qualche recensione… qui, dico solo la mia, ora che – complice la recentissima serie tv prodotta da J.J. Abrams appena terminata su Hulu (e molto presto, doppiata in italiano su Sky), ho recuperato 22/11/63, e in una decina di giorni l’ho letto.
Il buon vecchio Steve si gioca la carta dei viaggi del tempo (con tutto il suo inevitabile carico di paradossi) a modo suo, confezionando il solito tomo di 780 pagine delle quali una buona metà sono superflue. Intendiamoci… esattamente come una buona parte dei suoi romanzi, cosa che non gli impedisce, per qualche raro miracolo letterario, di sfornare roba nettamente superiore alla media.

È che, se l’idea di partenza è quella di tornare nel 1963 ad impedire l’omicidio Kennedy, di questa se ne inizia a parlare seriamente solo ben dopo la metà del libro. E si fa in tempo, intanto, ad innamorarsi di un altro tipo di storia, forse di respiro meno ampio ma kinghiana al cento per cento, col risultato che tutta la (corposa) parte incentrata sul protagonista che tallona Lee Oswald mi è sembrata la meno riuscita, noiosa e senza mordente.
Per fortuna, sul finale 22/11/63 si ricorda di essere un romanzo sui viaggi temporali e sulle catastrofi sempre in agguato provocate dalle seppur nobili intenzioni di chi torna indietro a cambiare le cose (ciao, Marty McFly!).
E il Re ci regala alcuni capitoli conclusivi pienamente soddisfacenti, equamente divisi tra un terrificante scenario distopico e il rimpianto di una storia d’amore invivibile senza stuprare il continuum temporale.

Non è il suo capolavoro, come pure in parecchi si sono affrettati a scrivere, ma manco una delle sue cose minori (duole dirlo, ma in una produzione sterminata come quella di King non sono mancati i passi falsi).
Se riuscite a superare indenni la parte centrale, sullo slancio di un incipit e un’idea di partenza davvero folgoranti, chiuderete 22/11/63 del tutto appagati.

lunedì 25 aprile 2016

eMac, reinventato.

Se ricordo bene, l'eMac fu l'ultimo Macintosh commercializzato con uno schermo a tubo catodico, un orpello che sembra appartenere a secoli fa... e invece parliamo di un computer dismesso definitivamente nel 2006, soppiantato dall'iMac di terza generazione, il cui form factor è rimasto sostanzialmente invariato fino ai giorni nostri (è solo diventato più sottile e l'alluminio ha preso il posto della plastica).

Tuttavia l'eMac, originariamente concepito per il mercato educational, sfoggiava una linea curata quanto e persino più dei suoi colleghi più costosi: una specie di iMac first generation ristilizzato, con un design a goccia pulitissimo e minimale, che racchiudeva, ben sigillato nel suo impenetrabile guscio di policarbonato bianco ghiaccio, uno schermo da 17 pollici, 128 MB di memoria RAM, un processore G4, una scheda grafica nVidia GeForce2 MX e due altoparlanti stereo da 16 watt. 
Sorprendentemente, costituendo una specie di "tappo" nel listino Apple tra il vecchio iMac e il nuovo, godette di numerosi aggiornamenti, che interessarono la frequenza di clock (portata da 700MHz a 1,42 gigahertz), la scheda grafica, l'adozione di un SuperDrive e di RAM DDR SDRAM.

Oggi, se ne avete uno potete farci girare ancora MacOSX Leopard, e godervi le immagini visualizzate sul suo schermo incredibilmente nitido.
I ragazzi di Curved Lab (da sempre nella mia Top Three da quando si inventarono QUESTA meraviglia alla quale Apple disgraziatamente non diede mai un seguito concreto), hanno fatto persino di più, e hanno immaginato che aspetto avrebbe l'eMac se fosse presentato oggi.

Le sue caratteristiche meramente tecniche sarebbero mutuate dagli attuali iMac, quindi disporrebbe di un Retina display da 17 pollici, doppia fotocamera sul lato anteriore per immagini 3D, display touch, altoparlanti stereo, tre porte USB e connettività Bluetooth... ma, soprattutto sarebbe minimale, languido, citazionista, elegante e un po' snob.
Insomma, un vero Macintosh (e non come QUESTO).