lunedì 28 luglio 2014

Pet Shop Boys live a Torino. Io c'ero.


Forti del loro linguaggio musicale ancora facilmente comprensibile e con un'immagine modernizzata e probabilmente un pelo sopra le righe ma sempre di gran classe, i Pet Shop Boys si ripropongono come uno dei pezzi forti al Traffic Festival di Torino. Eccoli salire sul palco, vecchi ma truccati e vestiti come esseri del prossimo secolo. Le luci giuste, i laser e le cortine fumogene possono cancellare le rughe. E anche le loro song più datate trovano una consonanza con i nostri tempi, mescolate senza soluzione di continuità coi pezzi del loro recentissimo album Electric.

Come primo brano attaccano Axis, un ode all'energia elettrica che riecheggia le pulsazioni ritmiche ed analogiche del miglior Giorgio Moroder d'annata. Neil Tennant ha un costume di scena che lo fa assomigliare a un assurdo istrice di metallo nero, e si conquista la folla che è arrivata in piazza San Carlo da tutta Italia in un nanosecondo. Me compreso.


Ibridano la recentissima Axis con One More Chance, indimenticata hit del 1987, senza strappi e senza scosse. Due pezzi separati da quasi trent'anni che convivono e rifluiscono nell'impianto da ventiduemila watt coperto da fogli di plastica perché nel frattempo la pioggia non ha ancora smesso di cadere, tiepida e indifferente.


Proseguono con Opportunities, l'immancabile satira al thatcherismo, al consumismo e agli yuppie che negli anni ottanta popolavano le strade, gli uffici, gli autobus, i pub e i dancefloor. Infilano due pezzi di seguito da Fundamental,  il loro album più politico e forse il più riuscito dell'ultimo decennio, Fugitive e
Integral. Ritornano a cazzeggiare con I Wouldn't Normally Do This Kind of Thing e dei bellissimi elmetti cromati cornuti che li rendono identici a qualche oscura divinità metallica che si muove in un bagno di luce color sangue.

Ancora pezzi senza tempo dagli anni ottanta come Suburbia (che parallelamente all'omonimo film di Spheeria canta con falsa allegria la violenza e lo squallore dei sobborghi di Los Angeles) e I'm Not Scared (che fece la fortuna degli Eighth Wonder e Patsy Kensit).
Cantori che hanno attraversato indenni quasi tre decenni di musica e di storia, Tennant e Lowe saltano senza perdere una battuta a Fluorescent del 2013 a West End Girls (scritto da Tennant sotto ispirazione del poema di T.S. Eliot, e primo successo mondiale dei Pet Shop Boys), a Somewhere , Leaving , Thursday, Love etc., I Get Excited, Rent, It's a Sin, Domino Dancing, Always on My Mind, Go West.

E dietro, ruotano scenografie fluorescenti, metallizzate, attraversate da aghi di raggi laser, ballerini con testa di teschi di bisonte, cabine di ferro e neon dove si  contorcono figuranti in doppio petto e maschere di pelliccia fluorescente.
Accanto a me è un delirio di gente che balla in verticale per lo scarso spazio a disposizione, agitando gli iPhone con la retroilluminazione settata a quindici e anche trenta secondi. C'è una ragazza giapponese in pantaloncini zuppa che ha conquistato un ambito posto attaccata alla transenna che urla come un'invasata. Ci sono gay dappertutto che ululano il loro amore per Neil Tennant, che non ha mai rilasciato in vita sua nessuna dichiarazione sul suo orientamento sessuale.

Che poi, per inciso, questa roba che la musica dovrebbe avere un orientamento sessuale non l'ho mai né capita né condivisa.
Se un artista è eterosessuale, deve piacere solo agli etero? E, analogamente, se è omosessuale dovrebbe piacere solo ai gay?
È una ghettizzazione banale e anche un po' imbecille. Io che sono etero e mi piacciono i Pet Shop Boys sono un'anomalia? Non dovrei essere qui stasera ma dopodomani a sbracciarmi, sotto il medesimo palco in piazza San Carlo, davanti i bicipiti sudati di Piero Pelù (che pure apprezzo ma per il quale non mi sono sobbarcato settecento chilometri su un treno ad alta velocità coi sedili che rivaleggiano per scomodità con quelli sistemati nelle sale d'attesa di un aeroporto qualsiasi a vostra scelta)?

E chiudo con un messaggio un po' polemico.
Così come la musica non ha sesso, neanche l'educazione ce l'ha.
Tu, ricchione che hai pogato come un forsennato per tutta l'ora e quaranta accanto a me sventolando il tuo cazzo di iPhone in direzione di Neil Tennant e cantando a squarciagola (stonando) tutte le canzoni strafottendotene di me che non ero lì per sentire i tuoi latrati, devi ritrovarti chiuso in ascensore con quattro skinhead omofobici per un weekend intero. What have I done to deserve this?

mercoledì 23 luglio 2014

Letture per l'estate.


Robopocalypse, di Daniel H. Wilson
Editore: Rizzoli
Pagine: 425
Prezzo: 19 euro

Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
Più no che sì. Robopocalypse (che non so per gli anglofoni, ma per me questo titolo è uno scioglilingua) è un'onesta storia di fantascienza, dove, una volta di più, le macchine cattive sterminano la razza umana, o almeno ci vanno molto vicino. Onesta ma anche solita vecchia storia, dunque, narrata strizzando un occhio a Brooks e alla sua World War Z e quindi costruita attraverso testimonianze, registrazioni miracolosamente scampate eccetera eccetera.
Che partirebbe anche benino... ma in tutta la parte centrale il ritmo si affloscia in una serie di testimonianze/capitoletti che aggiungono poco o nulla alla letteratura di questo genere.

Oltre che un plot elementare e non troppo originale, l'universo immaginato da Wilson non ha una frazione della potenza e della limpida visionarietà dei futuri cyberpunk di William Gibson o, se è per questo, un'unghia del compianto Michael Crichton al quale il marketing cerca di accostarlo... la sola qualità che mi sento di ascrivergli è un discreto background dell'autore in fatto di robotica, ma che non basta ad elevarlo da tante robe banalotte che potete trovare in un qualsiasi Urania venduto a un euro al pezzo nelle librerie dell'usato.
Ciò nonostante, Steven Spielberg deve averla pensata diversamente da me, visto che ne ha comprato il soggetto e ne sta facendo un film. Che dirti, Wilson, hai vinto te. 


Jony Ive, di Leander Kahney
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 324
Prezzo: 18 euro

Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
Qui è facile: se siete utenti Apple e ammirate l'estetica dei suoi prodotti, se vi interessate di design industriale, se siete capaci di cogliere la bellezza dietro una forma perfettamente smussata e priva di viti o di qualsiasi altro dettaglio superfluo, allora dovete leggere questa biografia.

Leander Kahney, che si occupa del mondo Apple da oltre dodici anni (suoi sono i bestseller Il culto del Mac e Il culto dell'iPod, tradotti anche in Italia), ha uno stile molto "americano" ma piacevole, se capite cosa voglio dire.



Emergendo tra i tanti volumi usciti su Steve Jobs, questo punta invece i riflettori sull'uomo che ha ridefinito lo stile Apple negli ultimi vent'anni, interpretando e a volte anticipando le visioni di Jobs trasformandole in oggetti che sono diventate delle icone, come l'iMac, l'iPod, l'iPhone o l'iPad.

Questa biografia, oltre che raccontare dell'uomo (un inglese riservato, a cui non interessa né la direzione operativa di un'azienda come Apple né salire sul palco a ritirare i numerosi premi e riconoscimenti internazionali ma solo e soltanto il design industriale), descrive nel dettaglio la genesi di molti dei suoi progetti più significativi, e potrà appassionarvi come un romanzo.

Viceversa, se non appartenete a una delle categorie che ho elencato, potete tranquillamente risparmiarvi l'acquisto.

Semplice, proprio come le robe che disegna Jony.




Quantum, di Dean De Servienti
Editore: autopubblicato
Pagine: 344
Prezzo: 14 euro

Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
No. Ma proprio no.
E la cosa che più mi dà da pensare è il numero di recensioni positive che questa robaccia può vantare in giro in rete.
Dico sul serio, se vi prendete il disturbo di fare una ricerca on line, troverete frotte di gente che dichiara di aver adorato questo romanzo e parla di De Servienti come l'astro nascente della letteratura di genere degli ultimi anni. E io, sempre parlando estremamente sul serio, non riesco a crederci (ma Germano, con cui ho discusso della cosa, mi ha suggerito che a pensar male a volte ci si azzecca però io alla roba delle recensioni finte ci voglio credere ancora meno).

Tralasciando la cura editoriale scarsissima, tipica purtroppo di tante autoproduzioni che pensano di non potersi permettere un grafico per uno straccio di copertina decente, Quantum è un romanzo che ibrida temi classici della fantascienza (il rinvenimento di un oggetto antichissimo di origine aliena) e la spy-story più trita che possa venirvi in mente (i governi e i servizi segreti cattivi che vogliono mettere a tacere la cosa).
Una prosa priva di qualsiasi caratterizzazione che un elenco del telefono è più ricercato, una narrazione ingessata, colpi di scena mal distribuiti e che comunque mai fanno alzare la testa al romanzo, personaggi ritagliati nella carta velina sono solo i primi difetti che mi vengono in mente.
Il tutto spalmato su ben 344 inutili pagine.
Che io sappia, dopo questo "brillante" esordio, nessun editore ha chiesto a De Servienti di scrivere il secondo e il terzo capitolo (Quantum nasce nientemeno che come una trilogia, complimenti per l'autostima): me ne farò una ragione.
Insomma, facciamola breve che mi sono dilungato già troppo: evitatelo.


Come per una goccia d'acqua imparare a nuotare, di Maurizio Guarini
Editore: mai pubblicato.
Pagine: 327
Prezzo: non in vendita

Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
Li varrebbe, se fosse in vendita. E invece, Come per una goccia eccetera eccetera, è solo la prima stesura del primo romanzo di Maurizio Guarini (ne parlai QUI e lui si racconta QUI) prima che, preso da mille paranoie inutili (e Maurizio è uno degli individui più paranoici che conosca) e forse spinto dai rifiuti delle case editrici a cui lo inviò, lo sottopose ad una radicale riscrittura che si tradusse nella Fabbrica dei pensieri corretti, che pur mantenendo l'incipit e alcuni dei personaggi chiave è sostanzialmente un'altra storia.
Inferiore, a mio giudizio, a Come per una goccia eccetera.
Che possiede tutta la freschezza e la potenza di un'opera prima di quelle venute fuori bene, con un'idea di fondo improbabile ma suggestiva a fare da propulsore a tutto il romanzo, un linguaggio informale ma ricercato nello stesso tempo, personaggi graziati da un tocco di surrealismo e un controllo sulla vicenda che resta saldo fino all'ultima pagina e ad un epilogo che fa gridare al sequel.

Purtroppo, nè questo nè la sua versione 2.0 hanno mai visto le stampe (se si eccettuano le due copie che feci stampare, una per me e una per Maurizio, tanto ero convinto della bontà del prodotto quando me lo sottopose per un giudizio), quindi, a meno che, incuriositi da questa recensione non me ne chiediate una copia in qualche formato digitale, sarete privati del piacere di leggerlo nonché della possibilità di bullarvi di aver messo le mani su un'opera inedita che – sempre se vi fidate del sottoscritto – è più intelligente e intrigante di tanta letteratura da ombrellone che pure trovate ben piazzata in classifica.
Esclusivo.

giovedì 17 luglio 2014

5 serie TV da considerare per quest'estate.

Estate, tempo di dolce far niente.
Visto che la crisi impera tuttora e parecchi di voi non possono permettersi chissà quali lunghe vacanze in luoghi esotici ma di certo un televisore o un PC e una connessione Internet ce l'avete tutti quanti, vi ricordo che siamo nel secolo dell'intrattenimento on demand, quindi non tutto è perduto per chi ha poche possibilità di far passare le lunghe serate in città.
Oggi ho selezionato per voi cinque serial tv, tre appena usciti e due in circolazione già da un bel pezzo, che a mio giudizio meritano la vostra attenzione.
Poi, se ho avuto ragione, tornate qui e ditemelo.
Se invece non vi saranno piaciuti, potete dirmi anche quello, poi tanto cancellerò i vostri commenti.
Scherzo.
O forse no.

Extant - dal 9 Luglio su CBS. Prima stagione di tredici episodi.

Molly Woods ha il volto di Halle Berry, ed è un'astronauta che, di ritorno a casa dopo una missione in solitaria di ben tredici mesi, il medico della NASA le dà la bella notizia: sei incinta, baby, che è successo lassù?
In questa nuova serie targata Steven Spielberg, c'è dentro di tutto: i bambini robotici di Artificial Intelligence, le suggestioni di Solaris, le inquietudini de La moglie dell'astronauta e altro ancora.
E, ve lo dico chiaro e tondo, se non fosse stata una serie a sfondo fantascientifico non avrei neanche perso il tempo a guardare il pilot di Extant, considerati i trascorsi di zio Steve nella produzione di robe come Falling Skies, ma sono arrivato in fondo i 41 minuti della puntata senza troppa fatica e concludendo che, almeno le intenzioni, in complesso, sembrano buone.
La Berry fa il suo lavoro (come ci si aspetta che un'attrice della sua statura faccia), attorno a lei ruota un buon cast che vede, tra gli altri, il Goran Visnjic già visto in E.R., gli effetti speciali sono dignitosi, c'è qualche trovata scenica carina e c'è una sottotrama di sapore cospirazionista a infondere quel pizzico di curiosità che spinge a vedere qualche altro episodio, pur difettando probabilmente in termini di ritmo puro (ma non è detto che sia necessariamente un male).
Intrigante.


The Last Ship - dal 22 giugno su TNT.

I film o i serial che prendono spunto da qualche catastrofe globale come pretesto per raccontare le umane vicende di un manipolo di sopravvissuti ormai non si contano più.
Prendete l'omonimo romanzo fantapolitico degli anni ’80 di William Brinkle, sostituite alla guerra nucleare una pandemia che ha ucciso metà degli abitanti della Terra, scegliete come unico set un cacciatorpediniere della Marina americana capitanato dall'Eric Dane di Grey's Anatomy, affiancategli la microbiologa Rhona Mitra (Nip/Tuck, Doomsday) e mettete tutto nelle mani di Michael Bay.

Avrete così l'ennesimo prodotto di genere da gettare nel mucchio, di certo non memorabile da nessun punto di vista, ma graziato da una produzione di buon livello, con molte riprese aeree, vecchie ma solide contrapposizioni tra buoni e cattivi (americani da una parte, arabi e russi dall'altra), ruoli classici e ben definiti e la giusta dose di azione e intrigo.
Estivo.



The Leftovers - dal 29 giugno su HBO.

Un altro adattamento da un romanzo, l'omonima opera di Tom Perrotta e adattata da Damon "Lost" Lindelof. 
Il plot in due parole: il due per cento della popolazione mondiale, un bel giorno, sparisce nel nulla. Così, da un attimo all'altro: neonati, avvocati, ingegneri, falegnami, cassiere di supermercati, blogger, senza un collegamento, senza una logica, senza una spiegazione. A questo prologo vengono riservati ben dieci minuti iniziali del lungo pilot di un'ora e dieci. 
Quindi, un balzo in avanti di tre anni, dove seguiamo da vicino l'impatto emotivo che l'evento ha avuto su chi è rimasto, qualcuno interrogandosi ancora sui perché, ma la maggioranza navigando quasi a vista in uno stato di depressione collettiva, perdita e abbandono.
Tra i tanti serial che hanno affrontato eventi globali inspiegabili (4400, Flashforward o anche Revolution), questo è di certo il più introspettivo e – del tutto prevedibilmente, trattandosi di un parto di Lindelof – criptico.
Produzione di buon livello, cast interessante (Justin Theroux, Christopher Eccleston, Liv Tyler) e Peter Berg alla regia (Cose molto cattive, Hancock, Battleship). Anche se non mi è chiaro dove voglia andare a parare – ma mi auguro mi sia risparmiata la fantascienza escatologica cristiana – una chance io gliela darei.
Cerebrale.



Lilyhammer - dal 22 giugno su Netfix, seconda stagione (otto episodi).

Se avete perso la prima stagione di un gioiellino come Lilyhammer, è il momento di recuperarla.
È una serie norvegese con protagonista l’ex Soprano Steve Van Zandt nel ruolo di produttore e protagonista, il pentito mafioso Frank ‘The Fixer’ Tagliano.
Frank è finito nel programma di protezione testimoni e, vista la pesantezza delle sue rivelazioni, i federali lo spediscono al sicuro in Europa, e Frank sceglie come destinazione la remota cittadina norvegese di Lilyhammer, che ospitò le Olimpiadi invernali del 1994, scontrandosi con un ambiente che non ha nessun riferimento con la sua esistenza precedente.
Il modo con cui Frank affronta la cultura burocratica ma comunitaria del'Europa del nord e gli usi locali, e cioè mantenendo la sua abitudine a considerare la legge un dettaglio fastidioso, è il cardine attorno cui ruota l'intera vicenda, regalando momenti di autentica comicità: Steven Van Zandt, (che oltre sul set dei Soprano potreste averlo visto suonare chitarre e mandolini nella E-Street Band di Bruce Springsteen) si carica sulle spalle il peso di tutto il serial e se lo porta vittorioso fino a casa. 
Ma attenzione, l'idea di un gangster italoamericano trapiantato in una terra come la Norvegia non è sviluppato esclusivamente su binari comici. In Lilyhammer troverete dramma, sviluppo dei personaggi, citazioni sottili, una certa dose di violenza e un cast di primissimo livello.
Spassosa.


Hit&Miss - Sky Atlantic, una stagione di sei episodi, 2012.

Parlarvi di Hit&Miss senza fare almeno uno spoiler importante è impossibile, anche se in realtà si svelano già nei primi dieci minuti del primo episodio, quindi potete continuare a leggere tranquilli, o, se vi fidate di me, guardate a scatola chiusa il pilot.
Prendete un efficientissimo sicario col volto della musa del cinema indie Chloe Sevigny.
Dopo la scena iniziale che vi darà la misura di come Paul Abbott (ideatore, tra le altre, di Touching Evil, Linda Green, Shameless) sappia gestire al meglio regia, fotografia e suggestioni, scopriamo subito che la killer è un transessuale. Cinque minuti dopo Mia (così si fa chiamare), scopre che la donna con cui viveva un tempo è morta di cancro. E le ha lasciato un figlio. Suo. Di cui si ritrova addosso la tutela legale.
Dopo un primo impulso a fregarsene di tutta la vicenda, Mia prende l'auto e arriva in questa casa sperduta nello Yorkshire, dove non riceve certo una grande accoglienza.
La storia si concentra sui rapporti fra Mia – dilaniata dal sentirsi donna ma oltre a essere ancora uomo ora è anche fresca di paternità – il figlio e i figliastri (tutti nati da padri diversi, tutti senza padre, tutti abbandonati a loro stessi), senza scivolare mai nella retorica o in facili moralismi: al contrario, restituisce un'analisi impietosa, livida e fotografata alla stragrande su realtà generalmente ignorate dai serial americani, con quell'aplomb così britannico che non mancherà di conquistarvi.
Diversa.


mercoledì 16 luglio 2014

"Io sono il tuo servo, io sono il tuo schiavo". (Kraftwerk, Die Roboter,1978)


Ogni volta che vado a vedere i Kraftwerk dal vivo, penso: questa volta sarà l'ultima.
E non perché so che, sostanzialmente mi propineranno sempre la stessa scaletta, identica da un decennio e forse più, con poche variazioni distribuite qua e là che solo pochi malati di mente come me riescono a cogliere (e per le quali si gasano come quattordicenni in piena esplosione ormonale), ma più semplicemente perché questo signore che vedete qui sotto aveva quest'aspetto la prima volta che ebbi l'occasione di vederlo dal vivo al Tendastrisce di Roma qualcosa come trentatré anni fa… 


…e adesso è così:

...a ricordarmi che il tempo, forse galantuomo ma sotto sotto infame come un celerino, non risparmia neanche quelli che da sempre hanno cantato con la voce delle macchine, così diverse da noi, che siamo ogni giorno diversi da quello prima e quelle invece al massimo fanno un upgrade e ci sopravviveranno finché avranno qualcuno di noialtri a cambiargli le batterie e a stringergli i bulloni.

Ma, dicevo, del signore qui sopra. 
Che poi è Ralf Hutter, classe 1946, ultimo superstite della line-up originaria dei Kraftwerk, che pure lunedì scorso se n'è stato due ore tonde, impassibile e immobile come una macchina sul palco dell'Auditorium di Roma (colmo fino all'ultimo posto andato venduto poche ore dopo l'inizio delle prevendite), nell'ennesima replica di uno show che io, come tanti altri, conosceva a memoria, ma che di certo non si sarebbe perso (e non certo per quegli stupidi occhialini per vedere in 3D i video proiettati sul gigantesco schermo dietro le loro spalle)… e che, tutto sommato, si è goduto, una volta di più pensando fanno ancora questo live e poi si ritirano dalle scene.

O magari, chissà.
Sarà la volta che ci stupiranno ancora tutti e, stando un passo avanti chiunque altro, Ralf manderà definitivamente sul palco la sua copia robotica, efficiente, inossidabile, ubbidiente, eterna.
Che canterà per lui.
E per noialtri, che nel frattempo avvizziremo e saremo sostituiti da nuove generazioni di noi stessi.
I Kraftwerk diventeranno il primo gruppo transumano e la musica continuerà.
Per sempre.

Auditorium di Roma.Tutti con gli occhialini 3D.

Persino io.

 La line-up 2014. Una delle poche foto che mi è venuta a fuoco.

Avete mai visto Tron? Stessa cosa.

Un giorno, anch'io avrò il coraggio di mettere una tutina di queste. ma non oggi.

martedì 8 luglio 2014

Tutti al mare.


Tutti al mare
la sabbia nel culo
ustioni di secondo grado
la sabbia nelle palle
l’unto sulla pelle
il venditore di cocco di gomma
il catrame nei piedi
i bambini grassi che corrono e ti investono
i bambini magri che ti pigliano a pallonate negli occhiali
lo Tsunami
il mal di testa da insolazione
secchezza delle fauci
il sale nei capelli
le alghe nella barba
i tamarri che fanno i gavettoni
i bambini stronzi che calpestano il tuo bellissimo castello di sabbia
le ferite da scoglio
le ferite da riccio
la prova costume
la noia
l’ombrellone
i vicini d’ombrellone
le sdraio
i bagnini abbronzati
lo squalo
la doccia fredda
la birra calda
il gelato
le moto d’acqua
la spiaggia deserta
la spiaggia affollata
la spiaggia vip
la spiaggia gay
la spiaggia di stocazzo
il canotto
il costume umido
le radioline
le parole crociate
le parole del vicino d’asciugamano
le panze pelose
le chiappe chiare
le borse frigo
lo sbarco in Normandia
il beach volley
gli occhiali da sole
la protezione totale
la bandiera rossa
il doposole
il prima del sole
il sole
i nudisti
la canzone dell’estate
l’Inferno.

Guido Catalano - Da “Piuttosto che morire m’ammazzo”
Miraggi Edizioni, 2013



lunedì 30 giugno 2014

iDiots.

Deliziosamente sfottente. Da godersi fino all'ultimo minuto.
Perché, cari MacStupidUsers, certe volte ve le tirate proprio.

giovedì 26 giugno 2014

Il peggior iMac di sempre.


Sull'idiozia di rendere più sottile un computer desktop rinunciando a cose come l'espandibilità o la facilità di riparazione, scrissi già QUI, e chi mi voleva ascoltare mi ha ascoltato.

I nuovi iMac erano – per parecchi versi – peggiori dei precedenti, ma, una volta di più, non veniva data scelta all'utente, se non quella di buttarsi sul mercato dell'usato.
Ieri, quando Apple ha lanciato il nuovo iMac "low cost" offerto a 1.129 euro (duecento euro in meno rispetto l'iMac "normale"), è riuscita a fare persino di peggio.
I nuovi iMac hanno la memoria RAM saldata sulla scheda madre, rendendo così impossibile l'aggiunta di RAM aggiuntiva. In altre parole, avrete 8GB ora e per sempre. E se ci state pensando, no, non esiste alcuna opzione di aggiornamento BTO, come invece è possibile sul 21,5" da 1.329 euro, dove potete portare la memoria a 16GB al momento dell'acquisto o successivamente (anche se, per la famosa riduzione dello spessore della scocca, l'operazione è talmente complessa da richiedere la rimozione del display, auguri).
Low-cost significa anche low-performance: in passato, Apple non aveva mai tirato bidoni così alla sua clientela sulle sue macchine entry level, ma evidentemente le cose sono cambiate.
Il processore montato sui iBidoni è un Intel Core i5 dual core con 3MB di cache L3 condivisa: lo stesso che usano i MacBook Air, dove ha un senso perché il voltaggio bassissimo assicura un'autonomia maggiore. Ma su un iMac alimentato a corrente alternata?
Metteteci anche che la GPU è una Intel HD Graphics 5000, a cui l'Iris Pro dell'iMac "normale" fa mangiare la polvere, ed ecco che i benchmarks eseguiti sulla nuova macchina di Apple si attestano su un 2820 (5435 in modalità multi-core) che fa sghignazzare paragonato al 9204 ottenuto dal vecchio entry-level quad-core.
E, ah, sì, scordatevi il disco da un terabyte: 500 GB e filare.

In sostanza, Apple ha appena messo in vendita una macchina blindata, che come la comprate resterà, senza nessuna possibilità di espansione, oggi forse funzionale e adeguata per parecchi di voi, ma che alle prime nuove esigenze non avrete modo di metterci mano e dovrete forzatamente cambiarla.

E quindi, visto che la Apple di oggi sembra aver preso un andazzo che solo i (non pochi) Mac User con l'anello al naso potranno sostenere adesso e in futuro, archivio anche questa bella novità e tiro dritto.
E se fossi veramente paranoico, penserei che è tutta una strategia per affossare un settore (quello del desktop computer) che da anni rende a Cupertino una frazione di quello che rendeva una volta.