sabato 20 dicembre 2014

Sul perché dovreste fare i regali di Natale.


L'altro giorno ero in giro con un amico.
E gli faccio: “Hai già iniziato a comprare qualche regalo natalizio?”
Lui: “Non faccio regali per Natale”.
Io: “Fammi indovinare: è una festa consumistica, inventata dai commercianti, e tu non ti senti obbligato a fare regali solo perché sul calendario c’è scritto ’25 dicembre’ in rosso”.
Lui: “Esattamente”.
Io: “Un vero gesto di ribellione sociale, il tuo”.
Lui: “È che i regali posso farli in qualsiasi altro giorno dell’anno, non devo farli necessariamente a Natale”.
Io: “Capisco. Allora, dimmi. Cosa hai regalato (non necessariamente a me) il 4 marzo, il 30 giugno, il 15 settembre?”
Lui: “E che giorni sarebbero?”
Io: “Sono giorni a caso che non sono Natale. Quand’è che ho ricevuto il mio regalo di non-Natale, quest’anno?”
Lui: “Ma che c’entra…”
Io: “C’entra. Hai detto proprio adesso: ‘i regali posso farli in qualsiasi altro giorno dell’anno’. Solo che non hai regalato un cazzo né a me né a nessun altro in nessun altro periodo dell’anno, mi pare”.
Lui: “Ho detto che posso fare regali, non che devo”.
Io: “Ci mancherebbe altro. Insomma, alla fine della fiera, tu non fai regali, né a Natale né il 4 marzo, o il 30 giugno o men che meno il 15 settembre. Non ti va di farli, punto”.
Lui: “Ma…”
Io: “Allora dì: non faccio regali perché ho il portafoglio cucito e le braccine più corte di un T-rex, non perché credi che il Natale sia solo una festa consumistica inventata dai commercianti”.
Lui: “Non è questione di soldi!”
Io: “Verissimo. Esistono regali che non costano un cazzo: un biglietto, una telefonata, un’attenzione. Ma, vedi, il Natale non c’entra. C’entra che nella risposta ‘non faccio regali a Natale’ scorgo un pizzico di ipocrisia”.
Lui: “Cosa vuoi per Natale?”
Io: “Ho una lista desideri su Amazon. Poi ti passo il link”.

giovedì 18 dicembre 2014

Apple Watch. Perché non lo comprerei.


Apple Watch (per chi è vissuto su Marte finora) è lo smartwatch presentato da Apple lo scorso settembre, apparirà nei negozi nei prossimi mesi –probabilmente in primavera– e questo post, uscendo a tante settimane dalla sua presentazione, non è più utile per illustrarvene le caratteristiche (se vi fidate dei soliti toni magniloquenti di Apple, potete andare QUI e leggerne le meraviglie, altrimenti potete cercare in rete uno dei tanti autorevoli pareri tecnici che lasciano un po’ il tempo che trovano, visto che si tratta di un prodotto non ancora entrato ufficialmente in commercio)… però è trascorso tempo sufficiente da essermi fatto un’idea piuttosto precisa sul nuovo device, che potrei sintetizzare in tre parole col quale potrete concludere la lettura, se andate di fretta: non mi interessa.

Se volete sapere anche i perché, continuate pure a leggere.

Saprete già che AppleWatch è completamente dipendente da iPhone per tutte le sue feature, e se siete tra coloro che sono sicuri che molte delle limitazioni di questa prima versione verranno risolte con la prossima allora buona attesa e parliamo d’altro, AppleWatch 1 (perché arriverà un AppleWatch 2, di questo potete strane certi) può restare sullo scaffale, grazie.
Per quanto mi riguarda, l’AW (e che palle scriverlo sempre tutto per esteso) non ha un briciolo di quel quid tipico dei prodotti Apple che ti fa desiderare di averli anche se al momento non sai bene perché (era una di quelle magie che riusciva tanto bene allo sciamano-Jobs), e anzi, forse per la prima volta da tanto tempo, riesco solo a vederne i difetti.

Ve ne elenco qualcuno così come mi vengono in mente, senza un ordine preciso.

• Da solo, non fa niente. Tutto quel che appare sul display dell’AW viene deciso, elaborato e renderizzato dall'iPhone che avete in tasca, animazioni comprese.
Se acquistate un Apple Watch e avete "solo" un iPhone 4s, o un qualsiasi altro telefono cellulare, quello non vi mostrerà neanche che ore sono. Va preso per quello che è: un accessorio del vostro iPhone (dal 5 in avanti), non un device autonomo e a sé stante. Chi pensava di portarsi a casa un telefono da polso, ha sbagliato oggetto.

• Apple Watch ha un chip NFC, di quelli che, almeno in teoria, dovrebbero rivoluzionare il nostro modo di pagare gli acquisti e mandare in pensione bancomat, contanti e carte di credito.
Peccato che – come su iPhone e iPad, del resto – Apple abbia deciso (qualcuno è stupito?) di renderlo inaccessibile alle app di terze parti.
Limitandone enormemente, di fatto, le potenzialità.
Non è la prima volta che Apple “castra” di proposito i suoi device, per ovvie logiche commerciali tutte sue, anche comprensibili, sia chiaro… ma io comincio ad esserne stufo.

• Apple Watch non emette nessun suono. Avvisi, notifiche per un sms o un’email o qualsiasi altra cosa: nulla di nulla. In compenso vibra, ma io – non so voi – sono più le volte che non ho sentito la vibrazione del mio iPhone che il contrario.
Diciamo che come comunicatore da polso, è fin troppo discreto.
Aggiungeteci pure che neanche Taptic Engine, il motore di feedback tattile che vibra dopo i comandi, è accessibile alle app di terze parti (se non per le notifiche push). Le speciali vibrazioni previste per l’AW restano prerogativa esclusiva delle app scritte da Apple.

• Già che ne sto parlando: Force Touch, che Apple descrive come la funzionalità d'interazione più importante dopo l'invenzione del Multi Touch è una feature basata sul livello di forza con cui premete il display.
Il che sembrerebbe interessante, ma – una volta di più – Apple se la tiene stretta per sé: nelle app di terze parti, serve solo a mostrare un menu contestuale. E nient'altro.

• L’autonomia. Una questione spinosa non solo per Apple Watch, va detto, ma per qualsiasi smartwatch, che, per forza di cose, hanno pochissimo spazio al loro interno per ospitare una batteria di capacità adeguata. Se escludete gli smartwatch con schermo E-ink, che vantano anche una settimana intera di autonomia, quasi tutti gli smartwatch attualmente in circolazione necessitano di essere ricaricati ogni notte. E AW non fa eccezione.
Sotto questo profilo, lo smartwatch Apple non introduce nessuna innovazione (ricarica cinetica con il movimento del braccio, pannelli solari integrati nel display o che so io), ma solo un sistema di ricarica senza fili… che però necessita di una base esterna, quindi un ulteriore aggeggio da portarsi dietro, oltre, naturalmente, l'indispensabile caricabatteria dell'iPhone senza il quale, come dicevo, l’AW non serve a niente.
Il fatto che Apple non abbia dichiarato l’autonomia di Apple Watch la dice lunga su quanto siano al palo su questo aspetto.

• L’obsolescenza. Pur se presentato come un prodotto più dell’industria del fashion che dell’informatica, l’Apple Watch ha pur sempre – alla base — un microprocessore, il che lo definisce di fatto un computer, esattamente come iPad e iPhone sono dei computer. E questo significa che diventerà obsoleto in un paio d’anni, tre al massimo.
Se acquistate un orologio meccanico da, poniamo, cinquemila euro, come un Rolex entry level, probabilmente lo terrete al polso per tutta la vita, eternamente bello e funzionante, i vostri figli se lo tramanderanno come un cimelio di famiglia e in qualsiasi momento potrete rivenderlo senza perderci un centesimo.
Lo stesso non si potrà dire dell’Apple Watch, a meno che Apple non abbia trovato un modo di farlo durare nel tempo, come ad esempio dotarlo di elettronica interna sostituibile: e badate che,m come scrivo più avanti, se per la versione base di AW ve la cavate con 350 dollari (euro), le versioni più lussuose superano tranquillamente i cinquemila. Non mi piacciono neanche i Rolex, ma disponendo di quel budget per un orologio, dovessi scegliere tra un Apple Watch d’oro e un Bulgari di seconda mano, secondo voi cosa sceglierei?

• L’estetica. Questa me la sono lasciata per ultima perché non è esattamente un dato di fatto, ma una caratteristica molto soggettiva… ma, ammetterete, anche molto importante quando si è abituati a un design di prima qualità qual è quello a cui ci ha abituati Apple nel corso degli anni.
Personalmente, non ricordo neanche un prodotto Apple che non avrei desiderato comprare anche solo per la sua meravigliosa estetica (ok, la nuova base Airport Express fa schifo), dal MacBook Air (di cui non me ne farei assolutamente niente ma lo terrei aperto sul tavolino del salotto e basta) ai nuovi iMac (così piatti che dentro non c’entra più niente e per aprirli devi usare un laser chirurgico ma minchia se sono belli)… eppure, guardando l’Apple Watch ho pensato che fosse una specie di scherzo.
Niente, proprio niente di innovativo, di rivoluzionario, ma neanche di particolarmente ricercato. Sembra un dannato Casio anni ottanta.
E non venitemi a parlare della corona che esegue lo scrolling delle app, per piacere. Quella rientra sotto la voce “funzionalità”, e posso anche trovarla carina… ma il fattore “wow” design è un’altra cosa, e l’Apple Watch non ce l’ha. Punto.

• No, non era l’ultima, a ben pensarci. C’è la faccenda prezzo. Che, ok, è alto come qualsiasi altro prodotto Apple. Ma che, stavolta, mi pare ingiustificato per quello che – in sostanza – non è che un appendice del vostro (peraltro già per nulla a buon mercato) iPhone.
Il prezzo d’ingresso comunicato da Apple (350 dollari, che, magicamente, si trasformeranno in altrettanti euro quando verrà commercializzato nel nostro Paese) si riferisce al solo modello d’ingresso, l’Apple Watch in alluminio. Le altre varianti, una con cassa in alluminio anodizzato (Apple Watch Sport), una in acciaio inossidabile (Apple Watch) e una in oro 18 carati (Apple Watch Edition) dovrebbero oscillare tra un minimo di 500 a un massimo di 5.000 dollari per la versione d’oro.
Questo in genere non ha mai fermato i compratori più fidelizzati, disposti a fare rate e debiti pur di portarsi a casa il nuovo gadget made in Cupertino, spesso nella sua versione più costosa… ma questa volta, a mio avviso, sono soldi buttati. Poi magari i dati di vendita mi smentiranno, eh.
Ma, giusto per fare un confronto velocissimo: per 399 euro, il Samsung Gear S offre uno slot per schede SIM, che lo rende capace anche di telefonare, inviare SMS e connettersi a Internet, senza che vi sia alcun bisogno di un telefono da abbinare via Bluetooth. Ha un’estetica gradevole anche se è leggermente sovradimensionato (ma in molti non hanno battuto ciglio sulle dimensioni extralarge dell’iPhone 6 plus, vi ricordo).
Il Motorola Moto 360 può non piacervi (a me non piace, per esempio), ma è basato sul sistema Android Wear, con numerose funzioni pensate da Google, come un’avanzata interfaccia a controllo vocale, e costa 100 euro in meno dell’Apple Watch base.

Costa 250 euro anche l’LG G Watch R, che ha un processore più performante, un display migliore e una batteria dalla doppia autonomia (due giorni invece di uno) rispetto il Motorola, e ha un’estetica migliore, ma che vede il suo limite più grande proprio nell’essere quasi indistinguibile da un comune orologio analogico.

Poco meno costa il Sony SmartWatch 3, dal design sportivo e waterproof, con un display e-paper a bassissimo consumo energetico, particolari features dedicate a chi fa fitness e una batteria da 48 ore.

Personalmente, se oggi volessi regalarmi uno smartwatch, non degnerei l’Apple Watch di uno sguardo… ma mi orienterei piuttosto sul Pebble, uno dei primi smartwatch usciti, quindi privo delle funzionalità di Android Wear ma reputato ancora oggi da parecchi il migliore tra tutti. Questo perché al prezzo di soli 129 euro è possibile disporre di un orologio dalle infinite possibilità di personalizzazione, leggerissimo, con un buon design e con un display monocromatico ma facilissimo da leggere in qualsiasi condizione di luce.
Pebble è a prova d’acqua e ha una batteria che dura una settimana. È un prodotto per geek, disegnato da geek e che funziona (leggo) in modo un po’ geek. Ma ci sono casi in cui si rivela un oggettino utile, è curato nei dettagli e ha un prezzo ragionevole.
Per quanto mi riguarda, batte l’Apple Watch cinque a uno.

mercoledì 17 dicembre 2014

Marvel, puoi fare meglio di così.

Da pochi giorni, la Marvel ha diffuso il primo poster del suo nuovo film su Ant-Man, in uscita il prossimo luglio.
Non intendo parlare qui delle controversie da cui il progetto è stato circondato sin dalle prime fasi di produzione (tra le altre: che avrebbe dovuto essere diretto da Edgar Wright, quello di L'alba dei morti dementi , Hot Fuzz e Scott Pilgrim vs. the World e che poi ha sfanculato il progetto, costringendolo a vari rimandi).

Né discutere della scelta – un po' pezzente – che la Casa delle Idee sta effettuando dei personaggi da trasporre dal fumetto al grande schermo (il vero, grande business del decennio), figlia della Decisione Più Idiota Di Tutti I Tempi che è stata cedere alla fine degli anni Novanta i diritti di alcuni dei suoi pezzi da novanta come Spider-Man, Fantastici Quattro e X-Men... al punto che rischiamo tutti seriamente di assistere a una Civil War senza Spidey, il che equivale a fare una carbonara senza le uova, se mi passate la sbrigativa analogia culinaria.

Come rimanderò a più tardi il mio interrogativo: se nel cast ufficiale Paul Rudd interpreta Scott Lang (ovvero Ant-Man) e Michael Douglas Hank Pym, significa che in Age of Ultron vedremo solo Rudd e Douglas no (anche perché gli costa troppo) o nessuno dei due?

Invece, da designer, mi limiterò al poster ufficiale.
Che è questo qui:

E mi chiedo (anzi, lo chiedo ai Marvel Sudios): ma questa robina un po' anni settanta e al limite ottanta, che sembra più il parto di qualche talentuoso fan su DeviantArt, è davvero il meglio che siete riusciti a tirare fuori per un teaser poster?
No, perché, giusto a portare i primi esempi che ho trovato sul web, si poteva fare meglio, molto meglio.
Poi, sarà la mia deformazione professionale, eh.

sabato 13 dicembre 2014

5 motivi per cui non avreste dovuto perdervi Quadrophenia.


1. Perché è un viaggio cinquant’anni indietro in un’Inghilterra ancora conservatrice e pretatcheriana, filmata e fotografata con una precisione e una lucidità che pare che Roddam per girarlo abbia usato una macchina del tempo.

Ambienti, mezzi, costumi, trucco, fotografia. Mai una rappresentazione di un periodo storico del passato è stata portata sullo schermo in maniera tanto naturale, coerente e priva di artefatti visibili. Vi basti sapere che la scena clou del film – la ricostruzione dello scontro del 18 maggio 1964 tra Mods e Rockers sulla spiaggia (e per le strade) di Brighton – coinvolge qualcosa come duecento comparse... ed è una scena che pare uscita da un telegiornale dell'epoca.

Ma tutti i paradigmi dell'estetica Mod (i parka, gli scooter pluriaccessoriati, le dancefloor, la cura maniacale dei vestiti, i caschetti delle donne, le anfetamine come caramelle, la musica) sono presenti e hanno il loro spazio. Da solo, questo film riuscì a sollevare un'intera nuova generazione di Mod tardivi che all'epoca non erano neanche nati (inclusa tutta una serie di band ispirate al movimento Mod, quali, solo per citare quelle nate in Italia, gli Statuto di Torino, i Link Quartet di Piacenza e i Made a La Spezia).

La subcultura Mod è tuttora presente in Europa, in Nord America, in Australia e in Giappone e non sembra dare segni di cedimento.

E, sì... naturalmente anche il sottoscritto, una volta uscito dal cinema in quel lontano 1980, avrebbe voluto schiacciare un bottone e catapultarsi in quell'universo rabbioso, rutilante ed edonista che era l'Inghilterra giovanile dei primi anni sessanta.

2. Perché, anche se Frank Roddam non è mai riuscito a ripetersi e il resto della sua carriera da regista è costellata di robe imbarazzanti (La sposa promessa, coff coff), Quadrophenia è tuttora un perfetto equilibrio tra rigore documentaristico, storia di formazione, film musicale e dramma esistenziale. Non ha crolli di ritmo, è graziato da ottime interpretazioni e da un paio di azzeccati cameo (un giovanissimo Sting e un’ossigenata Toyah Wilcox), una fotografia "sporca" che ben si sposa coi numerosi piani sequenza e un discreto montaggio. In altre parole, è superiore al sessanta per cento della roba che potete trovare al cinema oggi.

3. Perché ha una colonna sonora che è più di una soundtrack.
È un inno, un urlo di una generazione intera, secondo alcuni la più grande opera rock mai scritta (detesto usare degli assoluti, ma nel caso di Quadrophenia ci siamo molto, molto vicini). E, nel caso lo ignoraste, è venuta prima la colonna sonora del film, con uno scarto di circa sei anni.
In origine era intento degli Who (ma soprattutto di Pete Townshend) creare un’opera imperniata sui quattro artisti stessi, considerato che il precedente (e straordinario) Tommy veniva generalmente identificato col solo Roger Daltrey. Tuttavia, presto il disco prese la strada che portò ad un personaggio centrale di fantasia che incarnasse – non soltanto le personalità dei singoli Who – ma anche tutte le frustrazioni e le illusioni di un adolescente in cerca di se stesso... che, detta così, sembra una roba banalotta e parecchio trita.
Ma che in Quadrophenia, prima ancora nel disco che nel film, assume una potenza e uno spessore tali che tuttora chiunque si cimenti in un’impresa simile ci si deve confrontare.
Ascoltare per credere (e basterebbe un pezzo come My Generation per capire davvero tutto).
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4. Perché il protagonista, Phil Daniels, interpreta in maniera semplice, convincente e naturale la figura del Mod attorno a cui gira tutta la storia, donandogli sempre una misura umana, drammatica e fragile senza mai e dico mai scivolare nel patetico.
Il fatto che anche lui sia letteralmente sparito dalle scene dopo una prova d’attore come quella è per me tuttora un mistero.
Rivederlo inevitabilmente imbolsito come guest star nel clip di Parklife dei Blur mi ha stretto il cuore.

5. Perché, diciamocelo: i Mods erano, tipo, uno zigallione di volte più fighi di qualsiasi altra band giovanile possa mai essere venuta dopo di loro. Sul tipico scooter mod, un trionfo di cromature da quattro soldi e addobbati pacchianamente con dozzine di specchietti retrovisori dovevi sentirti un dio, e se sul sellino posteriore ti stava avvinghiata una biondina tinta in minigonna nera e stivali bianchi al ginocchio, allora un dio lo eri davvero (rispeditemi nel 1964, grazie).

E questo post si potrebbe pure chiudere qui.
Ma non sia mai detto che non cerchi di dare anche il mio abituale colpo alla botte dopo avervi incensato fino alla nausea quello che per me resta uno dei Dieci Film Imperdibili della Vita.

1) Quadrophenia è del 1979, e rivedendolo l'altra sera in sala non ho potuto fare a meno di notare come in alcune parti sia invecchiato peggio di altri film della sua epoca. Ma questa, probabilmente, è solo una paranoia mia.
2) Ai tempi della sua uscita nelle sale, gli ultimi trenta minuti, lasciati quasi completamente al commento sonoro degli Who, vennero sottotitolati, aiutando il sottoscritto (e immagino parecchi altri) alla comprensione della poetica di Townshend e compagni. Quei sottotitoli sono scomparsi da tempo fin dalle prime edizioni digitali in DVD (un po' come l'edizione di Blade Runner con la voce fuori campo oggi praticamente introvabile), ma la cosa peggiore in assoluto è che
3) Quadrophenia ha un nuovo doppiaggio, che, paragonato a quello diffuso al cinema nel 1978 (e probabilmente nelle VHS dell'epoca) è semplicemente vergo-gno-so.
Una roba che sembra amatoriale, dialoghi riscritti da zero banalizzati ed edulcorati, ed altri al limite del ridicolo.
Un trattamento che un film del genere non meritava e da imputarsi, con ogni probabilità, a chi dello spirito originario del film non fregava una mazza e non si è manco sforzato di capirlo.
Un vero, vero peccato.

martedì 9 dicembre 2014

Quadrophenia. Solo domani.


Dopodomani ne parlo.
Però, intanto, voi, a meno che non crediate che tutto abbia avuto origine coi Nirvana, andatevelo a vedere.
Al cinema solo domani (cliccate QUI per andarci con lo sconto, e poi non dire che non vi faccio pure risparmiare soldi).
Se poi farete altro, allora significa che siete delle brutte, brutte persone.

sabato 6 dicembre 2014

Romics, la gallery.

Devo recuperare un po’ d’arretrato, quindi mi scuserete se in questo o nei prossimi post sarò un po’ sbrigativo.
Ad ogni modo, un paio di mesi fa abbiamo avuto l’edizione autunnale del Romics, e, nonostante l’affollamento esagerato, l’avvelenamento da sushi avariato servito nei padiglioni, l’organizzazione da fiera di paese e non da evento nazionale – quale i numeri sbraitano inutilmente da anni – io e il solito manipolo di cazzeggioni ad oltranza abbiamo trovato modo e maniera di divertirci, e neanche poco.
E ormai, cominciamo ad essere un po’ troppi per definirci semplici deficienti in costume. Se queste foto non fanno venire anche a voi la voglia di buttarvi, forse nulla ci riuscirà.
E, ah sì, grazie ad Arianna per averci fatto da fotografa e da art director.

Spocchia mutante e divinità nordiche a spasso sotto il sole. Beh, io almeno non porto la parrucca.

Foto di gruppo con mutanti. E, sì, il rosso va un casino, quest'anno.

Graziose mutanti che cercando di darsi delle arie. Cercano.

Lutti in famiglia. Ma tanto, si sa, nei fumetti non muore mai veramente nessuno.

E dire che c’è chi si diverte andando allo stadio.

Francesca, una Mystica perfettamente in parte.

Alice, che spacca davvero come e più di Hulk.

Non solo cattivi. Valerio ha prestato la sua faccia per Capitan America.

Non importa quanti siete. Più ce ne sono, più mi diverto.

Sembra cattivo. In realtà è anche peggio, non usa il deodorante.

Dicono che Wolverine sia il mutante più amato dalle donne. Se vi piace la puzza di sigaro.

Emanuele e Laura. E che gli vuoi dire, a questi due. Fantastici.

Un grande classico. Magnificamente interpretato da Guido.

Giulio e il suo cosplay di Jena Plissken. Così vintage che nessuno degli under 20 l’ha riconosciuto.

Prove di forza. Ho resistito tre secondi. Il tempo di scattare la foto.

Del resto, le mie attitudini sono ben altre. Mica mi sporco le manine guantate, io.

Dicono che il bianco allarga. Michela non ha di questi problemi.

Che belle le gite in campagna. Il cibo lo si procaccia direttamente sul posto.

Quello che chiamo una bella composizione.

venerdì 5 dicembre 2014

I'll be back.

Se nonostante le settimane (mesi, dice qualcuno là in fondo?) di blackout siete rimasti qui in finestra ad aspettare, sappiate
a) che potevate usare meglio il vostro tempo e 
b) che l'attesa, dopotutto, non sarà stata vana.
A breve torno, con una linea Fastweb nuova di zecca e aggiornamenti su tutto.
Ho ancora un pubblico, vero?
Oh, beh, lo scoprirò, immagino.