mercoledì 26 giugno 2019

Il nuovo Mac Pro.


Un'opinione precisa sul nuovo Mac Pro, onestamente non me la sono ancora fatta.
Da tempo, ormai, mi trovo a lavorare con macchine sufficientemente reattive (dove per sufficientemente reattive intendo che dò un comando e quella lo esegue istantaneamente o comunque nell'arco di pochissimi secondi, il che, per quanto mi riguarda, è la stessissima cosa) da non avvertire il bisogno di qualcosa di più potente o veloce, quindi né questo né le precedenti macchine Pro targate Apple rientrano in una mia ipotetica wishlist... ma ogni volta che da Cupertino arriva un aggiornamento hardware così sostanzioso, drizzo le mie antenne e cerco di dare un'occhiata più approfondita.
Di certo avrete già letto di tutto sulla nuova workstation Apple (in vendita il prossimo autunno), e magari avrete anche conoscenze tecniche superiori alle mie... quindi non starò qui a farvi copiaincolla di cartelle stampa o di commenti di tanti altri esperti (o supposti tali).
QUESTO, a mio avviso, è un articolo che offre qualche spunto interessante – e vi invito a dargli una scorsa – ma potete trovare parecchi altri pareri in giro, e pian piano costruirvi un'opinione vostra.
Un veloce commento al design, se vi va, posso farlo: lo trovo parecchio discutibile, anche se, nel 2003, rimasi scioccato dalla scocca d'alluminio traforato del Macintosh G5 per poi ricredermi lentamente (ma forse il termine esatto è assuefarmi, e comunque ci vollero anni e anni).
Il "vaso da fiori" non mi convinse mai, pur apprezzandone l'estrema pulizia, e l'iMac Pro... beh, è un iMac antracite. Bello, ma – sostanzialmente – un iMac pompato all'estremo (e con una precisa data di scadenza) che non introduceva nessun concetto nuovo.
E questo?
Questo recupera alcuni paradigmi del passato di Apple (nessuno l'ha citato, ma la maniglia superiore con cui esporre tutta la componentistica interna è praticamente identica a quella del G4 Cube, ed è impossibile non pensare alla griglia d'aerazione del vecchio G5 osservando il frontale di questa macchina), e mantiene la consueta, maniacale cura del dettaglio... ma la mia impressione è che il risultato finale sia inferiore alla somma delle sue parti.



Jonathan Ive, che, una volta di più, ha messo al sua firma su questa macchina afferma che "è stata la nostra preoccupazione per l'utilità e la funzione a definire il design del Mac Pro", il che non potrebbe suonare più giusto... ma temo che nel processo, questo abbia perso la semplice, pulita, minimale bellezza che una volta vedevo in ogni computer con la mela stampigliata sopra.
Potete dirmi nei commenti cosa ne pensate, se credete, ma intanto vi lascio con questo esercizio di stile del designer Hasan Kaymak, che nel suo concept ha cercato di catturare il meglio delle edizioni del Mac Pro del 2006 e del 2013.


Il Mac Pro 2020 di Hasan non si discosta dalla silhouette di Mac Pro 2019... anzi, la abbraccia e adotta il colore nero del Mac Pro 2013. Il cambiamento più evidente è l'assenza del discusso pattern circolare della griglia frontale e posteriore, che Hasan ha sostituito con motivo molto più tradizionale ma non per questo meno elegante, mentre ha rinunciato al meccanismo di blocco con maniglia nella parte superiore: anziché sporcare una superficie pulita, ha puntato su un meccanismo di apertura molto più discreto, prevedendo la possibilità di rimuovere  la parte superiore del case premendo verso il basso le aste in acciaio inossidabile sulla parte superiore.




Honorii Ponteficis Evocatio

Puoi crescere ed evolverti quanto vuoi, ma i tuoi punti di riferimento restano gli stessi (o magari: se ne possono anche aggiungere di nuovi, ma i mostri sacri come Dave McKean non li smuove niente e nessuno).

martedì 25 giugno 2019

10

Che questo blog – assieme a migliaia di altri, se è solo per questo – sia avviato ormai da un bel pezzo lungo la triste via dell'autoestinzione, credo che ne siamo accorti tutti. I blog, come i forum prima di loro e prima ancora le BBS, sono vittima di un processo evolutivo nella storia della comunicazione che non fa sconti – ma un mucchio di vittime, portando l'attenzione (sempre più frammentata) su altre strade, altri canali, altre piattaforme: il solito Facebook, Twitter, Snapchat o Instagram o, volendo, Tumblr.
Piattaforme che, da quando sono nate, hanno subìto pure loro mutamenti ed evoluzioni, e alcune sono già in odore di declino.
Insomma, i tempi cambiano, e noi con loro, e anche io, che una volta investivo anche due ore al giorno per mantenere aggiornato il blog con contenuti di qualità, oggi non ne sarei più in grado: sarei semplicemente fuori tempo massimo... e il nostro tempo è stato risucchiato via da questo e da quello.
E, se l'idea era quella di far sentire la propria voce, ci sono posti molto più affollati dove salire in piedi sulla propria cassetta di frutta virtuale e iniziare a parlare. Qui, non c'è più nessuno.
O quasi.
Oggi, sono tornato qui a cercare delle vecchie robe, e ho notato il contatore degli accessi: segnava dieci.
Dieci.
Dopo mesi dall'ultimo aggiornamento, dieci persone sono venute qui a dare un'occhiata. Magari a leggere vecchi post, magari per vedere se per puro caso Cyberluke – un nickname che neanche uso più, ormai – aveva postato qualcosa di nuovo, magari sono arrivate qui tirate dentro da una keyword recuperata da una ricerca Google.
Non so perché siete passati di qui, amici, ma grazie.
Siete gli ultimi degli oltre mille (mille!) visitatori giornalieri che, ai tempi d'oro, popolavano con regolarità questo blog, lo rendevano una cosa viva, con un senso. Oggi non è più così, mi spiace.
È un pezzo di me che è stato relegato lentamente in soffitta, ma scommetto che anche voi, nel frattempo, siete cambiati.
Dieci di voi, però, sono ancora qui... o forse siete visitatori completamente nuovi, o tra i pochi che ancora non si sono piegati a Facebook, non lo so e non voglio neanche saperlo.
Se vi va, restate pure. La porta è aperta, per voi.
L'archivio (seppur devastato dall'assurda decisione di Dropbox di non consideare più "pubbliche" le immagini caricate in una cartella definita "public") è ancora qui.
Se commentate, cercherò di rispondere (ma già era difficile ai bei tempi ammucchiare commenti).
Se vi interessa ancora quello che faccio, penso, scrivo e desiderereste aggiornamenti più frequenti, però, potete trovarmi su Facebook. Sono un tizio snob, ma non così snob da fare finta che i social network non esistano e non abbiano un ruolo importantissimo nelle nostre vite.
Certo, potremmo farne a meno... come potremmo fare a meno di uno smartphone, di una casella email, di una carta di credito, eccetera eccetera. Si può fare, ma è una faticaccia.
Io mi sono arreso già qualche anno fa... ma ogni tanto, rientro qui, apro le tapparelle faccio prendere un po' d'aria. E ripenso agli anni duemila, anzi, gli anni Dieci, ché qua tra un po' entreremo nei nuovi anni Venti.
Che chissà cosa ci riservano.

domenica 10 febbraio 2019

False Positive

Strizzando sempre un occhio al maestro McKean.
Per chi interessasse, sto raccogliendo le ultime cose in un nuovo volume (QUESTO ve lo ricordate?) sempre a tiratura limitata, ma anche più figo – lo so, me lo dico da solo, ma voi invece ditemi: vi ho mai delusi?
Coming soon.

giovedì 13 dicembre 2018

domenica 25 novembre 2018

Idee per una collana di sci-fi.

Che l'editoria sia in crisi me lo ripetono fin da quando sono ragazzino, e credetemi, quando ero ragazzino io di digitale esistevano solo le impronte, il cellulare era quello dei Carabinieri, nei film di fantascienza c'erano tubi catodici dappertutto e signora mia una volta qua era tutta campagna.
Ammetto che se dovessi campare (solo) di quella sarei morto di stenti da un pezzo, ma niente mi impedisce di giocherellare ogni tanto e progettare collane e copertine e layout di roba che – perché no – mi piacerebbe vedere comparire sugli scaffali.
Di certo esiste già qualcosa del genere, ma una serie di tascabili dedicati ai grandi classici della fantascienza, senza troppi fronzoli ma curata, copertina cartonata, piccolo formato e diffusione nelle edicole, supermercati, aeroporti e stazioni qualche volenteroso editore potrebbe metterla in cantiere... magari in abbinamento a un quotidiano o un periodico.

Si potrebbe iniziare con Forbidden Planet, che nasce come trasposizione letteraria della sceneggiatura del film omonimo scritta da Cyril Hume come rielaborazione di un racconto di Irvin Block e Allen Adler... a sua volta liberamente ispirato a La tempesta di Shakespeare (lo so, è un giro tortuoso, ma alla fine funziona).
Pubblicato per la prima volta nel 1956, lo stesso anno di uscita del film, Urania lo fece uscire nel nostro Paese a tre riprese (nel 1957, nel 1977 e nel 2012).

Detto tra noi, dal punto di vista strettamente letterario non è una roba imperdibile... è poco più che la sceneggiatura del film divisa in otto capitoli narrati in prima persona dai tre protagonisti – più una premessa ed un poscritto costituiti da brevi estratti da un fantomatico Compendio ad uso degli studenti, ma è comunque un piccolo classico e potrebbe benissimo dare il via a una collana economica atta a rilanciare la sci-fi tra i più giovani e i meno giovani.
Per la copertina, sono partito da QUESTA foto, mentre i titoli sono composti in Pottery Barn, font free disegnata da Michael A. Hernandez Jr.
Qualche idea per i prossimi titoli?

lunedì 29 ottobre 2018

[recensione] Furland®


Furland®, di Tullio Avoledo
Editore: Chiarelettere, ottobre 2018
Pagine: 219
Prezzo: 16,50 euro

Il nuovo Tullio Avoledo esce a sorpresa, e, proprio come per il suo ultimo - non felicissimo - Chiedi alla luce, mi precipito alla Feltrinelli a comperarlo il giorno stesso della sua comparsa sugli scaffali. Esce per un ennesimo piccolo editore, Chiarelettere, ed è un volumetto di sole 219 pagine, che riesco a concludere nel giro di un weekend.
Ma anche perché, in tutta l'ultima parte, passo alla modalità "lettura scanner".
Purtroppo.
Perché quello che poteva essere il romanzo distopico di Avoledo, che raccogliesse e sublimasse tutte le (magnifiche) suggestioni fantapolitiche (ma non solo) contenute in quasi tutti i suoi precedenti romanzi si rivela essere una storiella scritta con la mano sinistra, che parte da un presupposto abbastanza solido – per poi dirazzare verso uno scenario che perde ogni plausibilità man mano che si procede nella lettura, diventando una versione estesa di Westworld (ma senza i robot e senza tutte le irrisolte questioni filosofiche su vita artificiale e libero arbitrio che si portava dietro la serie... almeno nella prima stagione) popolata di personaggi che sembrano fotocopie sbiadite di quelli già raccontati in uno dei suoi lavori più deboli (quel Buon Posto Per Morire scritto a quattro mani con Di Leo).
Persino i dialoghi, uno dei punti di forza dei suoi scritti, risuonano sciatti, meccanici, senza forza.
Trovo davvero poco da salvare, forse perché affezionato ad un "altro" Avoledo, che, sbaglierò, si è andato annacquando in identità ma anche in stile da quando si è buttato sul filone postapocalittico di Metro 2033.
E ora speriamo nel Life From Mars atteso per la prossima primavera.

venerdì 14 settembre 2018

Vola via Zienia Merton.

Ci lascia anche Zienia Merton, la gatta morta della base lunare Alpha, forse non uno dei personaggi cardine di Spazio 1999 ma che fu la sola, anni e anni dopo la chiusura della serie, a riprendere il suo ruolo nel cortometraggio diffuso durante la convention Breakaway 1999.
Non era tra i miei personaggi, né l'ho mai trovata particolarmente attraente... ma Spazio 1999 lo si ama in toto e incondizionatamente, quindi massimo rispetto.

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