mercoledì 28 gennaio 2015

La classe non è un logo appiccicato. O forse sì.

Non è l'idea dell'anno, e probabilmente manco toccherà quelli di voi che non si occupano o si interessano di branding o packaging, ad ogni modo postare i (bei) render di Peddy Mergui, docente dell’Holon Institute of Technology, non mi costa nulla, e poi almeno un paio sono davvero sfiziosi.

Giusto per ricordare a me e a voi tutti quanto è importante, pure se non lo ammettete, il "vestito" degli oggetti che vi vendono, in questo caso dei prodotti alimentari.

Grazie a Carlotta per la segnalazione.

PS nel caso ve lo steste chiedendo, no, non è l'iMilk il mio preferito.
 

martedì 27 gennaio 2015

Idee per il nuovo pulmino Volkswagen. E un nuovo vestito.


Sono anni di crisi. E i segni di questa crisi sono dappertutto.
Guardate l'industria di Hollywood: da una parte ci siamo noi, che ci lamentiamo di non veder arrivare sul grande schermo altro che sequel, remake, reboot e spinoff o adattamenti più o meno riusciti da fumetti, romanzi famosi o addirittura serie televisive. Dall'altra, ci sono le Produzioni, piccole e grandi, che non possono più, in un'era tanto a rischio come questa, rischiare in soggetti originali che non rientrino degli investimenti e generino ulteriori contrazioni in un mercato dove niente e nessuno si sente al sicuro (è di soli quattro giorni fa la notizia del licenziamento di 500 – cinquecento – persone dalla Dreamworks: sono bastati gli 87 milioni di dollari di perdita per Le Cinque Leggende e i 57 milioni di dollari per Mr. Peabody & Sherman per cambiare le sorti di uno dei più importanti studios al mondo).

Puntare su vecchi successi del passato come (seppur parziale) assicurazione di recuperare i propri quattrini è uno stratagemma utilizzato da anni anche nell'industria automobilistica.
Non so voi, ma l'ultima idea veramente coraggiosa e innovativa che ho visto in questo settore, è stata l'introduzione della Smart, qualcosa come quasi vent'anni fa.
La gigantesca sovracapacità produttiva dell'industria dell'auto europea (dove l'elevato numero di automobili in circolazione e la bassa crescita demografica lo rendono un mercato quasi completamente fermo) ha provocato una feroce guerra dei prezzi che ha portato in rosso i conti non solo di Fiat ma anche di Ford, Opel, Peugeot e Renault.... e perfino Volkswagen, con la sua Golf prodotta a Wolfsburg, produce utili risicati (quelli del gruppo vengono soprattutto dall'Audi e dalla Cina).
E allora, ecco anche qui arrivare remake, sequel e reboot.
Il marchio Mini viene rilevato da BMW che ristilizza la piccola Mini Cooper, "pompandola" e reintroducendola sul mercato come un mezzo fighetto ed esclusivo. Fiat trova la sua gallina delle uova d'oro col restyling della 500 degli anni sessanta. Persino Porsche ha il terrore di staccarsi dal design dell'ormai storica 911.
E Volkswagen?
Volkswagen nel 1998, con una filiale americana sul punto di chiudere i battenti, lancia un'impresa disperata e mette in vendita il suo New Beetle, probabilmente la capostipite di tutti i remake automobilistici: in partica, una Golf completamente ricarrozzata a richiamare linee e suggestioni del più grande successo commerciale della casa tedesca.
Ed è un successo oltre ogni speranza.
Se inizialmente le previsioni di vendita più ottimistiche non superavano le 50.000 unità annue per al massimo quattro anni, la New Beetle nella sua carriera più che decennale arriva a superare il milione e duecentomila unità prodotte (la maggior parte venduta negli Stati Uniti). E per il mercato americano fa da fortissimo "effetto traino" sulle altre Volkswagen: la Passat arriva a triplicare le sue vendite. E tutto grazie a una ristilizzazione in grado di ricreare simpatia e fiducia attorno al marchio.

Perché sto raccontando tutto questo?
Perché fino all'altro giorno me ne stavo in un letto d'ospedale, e pensavo a quanto si potrebbe ancora fare investendo l'enorme patrimonio emotivo che molte case automonilistiche posseggono ma spesso fanno finta di dimenticare.
Pensavo soprattutto a Citroen, che non ha mai manifestato la volontà di replicare un'automobile iconica come la DS (io mi ci divertii QUI a suo tempo) o la 2CV, entrambi due autentici pezzi di storia dell'automobile e del design, oggi sostituiti da "creazioni" molto più anonime e dimenticabili.
Ma ci sarebbe anche Renault con la sua R4 (ne parleremo tra qualche giorno), Fiat con la 600 o la 127, e – di nuovo – Volkswagen.
Che non aveva solo il vecchio Maggiolino tra le sue auto iconiche, ma anche il minibus T2 Split. Che, a chiamarlo col suo nome non se o ricorda nessuno, ma a guardarlo TUTTI lo riconoscono all'istante:
Costruito sulla base del Maggiolino e commercializzato per la prima volta nel 1950, il T2 Split conobbe da subito un successo enorme: era essenziale, con una meccanica robusta e affidabile, ed estremamente versatile.
Divenne un vero e proprio mito generazionale quando, all'inizio degli anni sessanta, ne vennero lanciate le versioni Samba Bus (il pulmino bicolore) e il Westfalia (camper). Il pulmino venne eletto come mezzo simbolo di un movimento mondiale e venne prodotto, fino al 1967, in quasi 1.800.000 esemplari, anno in cui venne sostituito da una seconda generazione con un parabrezza in un pezzo unico, freni a disco e un impianto di riscaldamento migliorato.
Per altri dodici anni, Volkswagen continuò a venderne come le noccioline, poi, con l'introduzione del nuovo T25 continuò a produrlo solo in Messico e in Brasile... sfornandone in discrete quantità fino al 2002 (in Messico) e addirittura fino al dicembre 2013 (in Brasile), e solo perché ABS e airbag, diventati obbligatori in quel Paese, si dimostrarono impossibili da adattare su un progetto vecchio di oltre cinquant'anni.

Cosa ha fatto Volkswagen, di quel progetto, di quell'eredità?
Ben poco.
I successivi modelli, meglio conosciuti come Transporter, cambiarono drasticamente e definitivamente le carte in tavola, presentando soluzioni tecniche ed estetiche che ne snaturarono lo spirito e, in definitiva, il target, facendone uno dei tanti furgoni ad uso promiscuo sì robusti e funzionali, ma anche completamente spogliati di personalità, appeal o suggestioni di qualsiasi tipo... insomma, chi oggi è disposto a sborsare oltre ventimila euro per un attuale T5, in buona sostanza è perché ne ha bisogno per lavorarci, e non per considerazioni emotive (senza contare che, con quei soldi o anche meno, oggi può scegliere tra un Fiat Scudo, un Renault Trafic, un Mercedes Vito e un'altra mezza di furgoni, tutti strettamente imparentati tra loro per linea, impostazione meccanica e filosofia produttiva).  

Solo che, come raccontavo all'inizio, la sola alternativa dei cosiddetti costruttori generalisti (cioè quelli che producono una gamma completa di auto, dalle piccole alle grandi e a prezzi medi per il cliente medio) a chiudere degli stabilimenti è di andare a rosicchiare fette di mercato ovunque si può, a iniziare dalle Vecchie Glorie da riesumare.
E il T2 rappresenta, a mio avviso, il mezzo perfetto da riproporre ora, in questo delicato contesto storico... a patto che l'operazione venga pensata in un certo modo.
E qui bisogna fare un passo indietro, perché, in effetti, quattordici anni fa qualcosa vide la luce: era il Microbus Concept, esposto al Salone di Detroit del 2001 ed opera del centro stile californiano della Volkswagen.

Era un prototipo costruito sul pianale o basata sull'ossatura del Transporter, lungo 4,72 metri e largo quasi due, con un motore anteriore V6 di 3.2 litri da 170 da 231 CV e 320 Nm di coppia, abbinato a un cambio automatico con funzione sequenziale a cinque marce. Grossi pneumatici 245/45 su cerchi da 20", porte scorrevoli elettronicamente, abitacolo pensato per sei passeggeri disposti su tre file di sedili con regolazioni elettriche (e i due centrali ruotabili di 180°) e un monitor da 7" montato su un supporto che, onestamente, devo ancora capire come avrebbe potuto essere fruibile da più di due passeggeri alla volta... ma, insomma, un concept molto curato e gradevole anche sotto il punto di vista dello stile.

Tutto pronto per il rilancio di un'icona, allora?
Evidentemente no, visto che il Microbus non è mai arrivato alla produzione.
Cosa non funzionò?
Apparentemente, i costi troppo elevati.
Il miracolo che era accaduto col New Beetle in quegli anni, giudicarono alla sede tedesca di Wolfsburg, non si sarebbe ripetuto applicandone il modello al vecchio pulmino T2.
Ormai non abbiamo più modo di saperlo, ma io, a un primo colpo d'occhio, riesco a fare al (bel) concept del 2001 qualche importante appunto:
- è ben disegnato, ma ha troppi pochi richiami al modello da cui dovrebbe trarre ispirazione. Il T2 era riconoscibile a un chilometro di distanza, coi due occhioni rotondi spalancati dei fari e il gigantesco logo VW sul muso piatto.
- la motorizzazione è una roba esagerata. Un propulsore di quel tipo sarebbe impensabile per un mercato europeo, e comunque è molto più di quanto dovrebbe servire a un pulmino multifunzione.
- gli interni richiamano da vicino quelli della prima Renault Espace, che negli anni ottanta sdoganò il concetto di monovolume per tutta la famiglia. Come a dire che il Microbus stava seguendo la scia di un concorrente e non del modello originario.
- ha un'infinita serie di fighetterie inutili che ne fanno aumentare i costi produttivi: i cerchi in lega, gli interni in pelle bianca (belli per una fiera, scomodi nell'utilizzo quotidiano), quel ridicolo monitor posizionato a cazzo, servomotori per aprire e far ruotare ogni cosa. La gente, negli anni sessanta e settanta, ci bivaccava in quei pulmini. Io, in questo microbus, avrei paura a salirci con le scarpe impolverate.

E così, ricevuta la bocciatura dai vertici Volkswagen (e si presero degli anni per pensarci su), del nuovo T2 si smise di parlare per un altro decennio.
Fino, cioè, al salone di Ginevra del 2011, quando nello stand Volkswagen apparve questo:

Si chiamava Bulli e si proponeva come il pulmino T2 del terzo millennio: lungo appena 3.96 metri, largo 1.74 ed alto 1.68 con un passo di 2,59 metri, quindi più piccolo persino del modello anni sessanta. Ciò nonostante, i designer Volkswagen dentro riuscirono a sistemare comodamente sei occupanti disposti su due panchette da tre posti, oppure predisporre un vano carico da 370 o 1.600 litri, secondo le modalità di utilizzo. C'era un ampio tetto in tela, un iPad rimovibile a centro consolle utilizzato come sistema di infotainment e, soprattutto, un motore elettrico da 113 CV e 270 Nm, che garantiva uno spunto 0-100 km/h in 11.3 secondi per una velocità massima autolimitata a 140 km/h e autonomia massima di circa 300 chilometri.


Tutto carino, tutto moderno, tutto giusto, ma... la vera domanda è: cosa c'entrava il Bulli col pulmino T2?
Poco. Molto poco o quasi addirittura nulla, se non sfruttarne le lontane suggestioni per lanciare un nuovo veicolo ecologico all'avanguardia e che – poco ma sicuro – ventimila euro li sarebbe costati tutti (ventiduemila, secondo una stima di Quattroruote, ma ho voluto essere ottimista).
Ventimila euro per un qualcosa che non aveva l'appeal di una Golf attuale ma neanche di un modello del 2011.
Per un qualcosa che non era un furgoncino ma uno strano ibrido dalle linee squadrate e il muso "antipatico". Con un'autonomia poco adatta ai lunghi viaggi (una carica completa avveniva in meno di un’ora, ma solo utilizzando apposite colonnine di rifornimento) e il bagagliaio di una Panda se si viaggiava a pieno carico.
Per qualcosa che, soprattutto, non ricordava questo neanche di striscio:

Cosa accadde al Bulli, ad ogni modo?
Che non piacque a nessuno.
Non piacque agli europei, che, sapendo distinguere una fighetteria elettrica manco disegnata troppo bene da un pulmino multiuso funzionale ed economico, la bocciarono.
Non piacque agli americani, che la giudicarono troppo piccola per i loro mercati.
È rimasta in uno strano limbo per qualche anno, e non è ancora sparita dai piani Volkswagen, che progettava di costruirla sulla stessa piattaforma (la MQB) della nuova Audi A3 e della Golf 7 ma che, speriamo bene per loro e per noi, forse ci ha rinunciato.

E allora, io, a cosa ho pensato?
A qualcosa che riproponesse un oggetto iconico e a forte contenuto emotivo come il pulmino T2, ma che:
- ne riproponesse le linee essenziali, divertenti, innocue e figlie di un'epoca piena di ottimismo e di proposizione come gli anni sessanta: una forma a saponetta non è il massimo per l'aerodinamica, ma questo non è un fattore importante per un mezzo pensato per non superare i 150 km/h.

- avesse interni spaziosi e personalizzabili, senza dispiego di materiali di prima scelta ma resistenti all'uso quotidiano, senza dotazioni da fighetti come cerchi in lega o iPad che controllano tutto ma piuttosto prese USB dappertutto per ricaricare smartphone e tablet, uno stereo per leggere la musica digitale, sedili che si trasformano in un letto a due piazze col movimento di una leva, un piccolo comparto frigo e uno scaldavivande.

- avesse un comune motore a benzina, di quelli che puoi fare il pieno con pochi soldi e dappertutto e sul quale qualsiasi meccanico sa mettere le mani. Ad esempio, il 1.0 MPI da 75 CV della Polo , o, in alternativa, il 1.2 tricilindrico a gasolio sempre da 75 CV che equipaggia la Polo 1.2 TDI BlueMotion. Per l'elettrico c'è sempre tempo, e per prestazioni velocistiche nessuno si orienta su un pulmino.

- avesse due sportelli convenzionali, due sportelli a scorrimento laterale e un ampio portellone posteriore. Tutta roba ad azionamento manuale, collaudata e robusta. Il portellone potrebbe avere una tenda avvolgibile che lo trasformerebbe in una piccola veranda temporanea.

- sfruttasse ogni tipo di componentistica possibile mutuata da altri modelli Volkswagen, dal tappo della benzina alla scatola dello sterzo, al fine di abbassare il più possibile i costi di produzione e scendere a un prezzo d'acquisto intorno i 15.000 euro.

Chi la comprerebbe?
Un mucchio di gente.
La comprerebbe il giovane (o il giovanissimo) bisognoso – più che di una Panda – di una "base" su ruote per un piccolo viaggio senza dover spendere soldi per pernottare.
La comprerebbe chi non ha un posto migliore per fare sesso in santa pace e in comodità.
La comprerebbe la band che deve trasportare se stessa e i suoi strumenti e può personalizzare l'esterno del pulmino come gli pare e piace già al momento dell'acquisto.
La comprerebbe la coppia che vuole farsi la settimana al mare e non rinunciare alla comodità di portarsi dietro lo scooterino da bloccare dentro con un gancio universale.
La comprerebbe chi usa fare piccoli ma frequenti traslochi o passa all'Ikea almeno un weekend al mese e vuole a tutti i costi portarsi a casa da solo l'armadio o un divano comprato dal robivecchi.
La comprerebbero, magari smezzandosi le quote, tre coppie affiatate che passano i fine settimana fuori città.
La comprerebbero famiglie poco abbienti (purtroppo sempre più numerose) che volessero usarla per vacanze brevi o anche solo per gite fuori porta e non vogliono rinunciare all'affidabilità Wolkswagen.
La comprerebbe il piccolo commerciante che ha bisogno di usarla come "mulo" per trasportare merci in città come fuori.
La comprerebbe chi ha più di due cani piccoli o più di un cane di grossa taglia.
La comprerebbe il piccolo artigiano che arriva nella piazza o nella fiera del paese ed espone la sua roba.
Eccetera.

Io, un paio di bozzetti, sulla base del concept presentato nel 2001, li ho buttati giù.
Se là fuori c'è qualcuno in grado di recepire tutte queste considerazioni e volesse passare allo step successivo, mi trova qui.

giovedì 22 gennaio 2015

[Recensione] 12 Monkeys: season premiere.


Se Fargo, Minority Report, Scream e, sembrerebbe, anche Shutter Island sono o stanno per diventare delle serie televisive, non vedo perché avrebbe dovuto essere una cosa impossibile da fare anche per L’Esercito delle 12 Scimmie.
L'importante era condurre l'operazione con un minimo di mestiere e un pelo di creatività, cercando di non mascherare in maniera goffa o poco professionale la mancanza di mezzi (e di un nome come Terry Gilliam al timone, s’intende).

Purtroppo il pilot della nuova serie targata Syfy basata sullo splendido film del 1995 (a sua volta adattamento del corto La jetée di Chris Marker) non è risultato neanche lontanamente migliore della fiacca anteprima diffusa dalla Rete per promuoverla.
Quarantasei (quasi ininterrotti) minuti di primi piani di teste parlanti (e questa non è che sia necessariamente una colpa, ma lo diventa nel momento in cui i dialoghi sono talmente risibili e mal scritti da annoiare a morte… nonostante si parli di uno degli argomenti più stuzzicanti della sci-fi, e cioè salti temporali e un’apocalisse da sventare), e nessuna, dico nessuna idea (o volontà di farsene venire) di trasformare i propri limiti produttivi in segni di stile (come ha fatto Dennis Kelly col suo meraviglioso Utopia, per esempio), servendoci una produzione brutta, sciatta, con facce scelte a caso, location di una povertà imbarazzante ed effetti visivi che potreste mettere insieme col vostro iPhone e un paio di app da pochi euro.
Non c’è un campo lungo, una carrellata, una fotografia degna di questo nome, uno stacco di montaggio decente, una trovata, nulla.
La voglia di averne ancora, che dovrebbe essere il primo obiettivo di qualsiasi pilot, è pari a zero.
Insomma, quarantasei minuti della mia vita buttati... per non parlare dell’occasione sprecata.
Come direbbero i giudici di Masterchef: per me, è no.

martedì 20 gennaio 2015

Die hard.


E vabbene.
Domani mi riaddormentano, di nuovo, a forza e mi tolgono un altro pezzetto che ha deciso di fare per i cazzi suoi invece di funzionare zitto e buono come una volta tutto funzionava e signora mia una volta qui era tutta campagna.
Mi dicono che stavolta è quasi una passeggiata e che mi faranno un taglietto da niente e che poi passa tutto.
Che tra i vari tumori possibili, questo è il meno aggressivo che poteva capitarmi ed è tranquillamente “gestibile” (io avrei preferito “gestire” un’influenza, al limite una polmonite, ma niente, è destino che debba giocare in serie A).
Che i rischi sono minimi, che tra pochissimo me ne torno a casa e che mi basterà prendere una pillolina per il resto della vita e buonanotte al secchio.
E ogni tanto l’iPhone fa beep-beep e mi ricorda che là fuori ci sono parecchi di voi che mi pensano. Anche stavolta.
Però, facciamo che è l’ultima. Almeno per un po’.

[Recensione] Automata


Quando giri un film su robot che funzionano seguendo leggi precise e – in teoria – inviolabili, non è che puoi esimerti dal confronto con le creature positroniche di Asimov.
Le sue storie sulle Tre Leggi della Robotica hanno un peso e una statura talmente ingombranti nella fantascienza, che parlare di Automata senza citarle è inevitabile.
Fortunatamente per Gabe Ibáñez (con un curriculum piuttosto nutrito negli effetti visivi più che nella regia), esistono pochissimi precedenti di trasposizione cinematografica delle storie di Asimov, il più dichiarato dei quali è il mediocre I, Robot di Alex Proyas, dal successo talmente tiepido che in dieci anni dalla sua uscita nessuno si è azzardato a parlare di sequel… e quindi, tutto sommato, il suo Automata non ne esce neanche troppo male, ma è un po’ come arrivare secondi in una gara con due partecipanti (o anche primi, se deciderete che Ibáñez si è avvicinato all’obiettivo più di quanto non fece Proyas e il suo Will Smith che si pappava tre quarti delle inquadrature del film).


Il secondo debito, stavolta più stilistico che altro, Automata ce l’ha col “solito” Blade Runner, per quanto concerne la visione livida e priva di ottimismo che Ibáñez ci fornisce della società futura, e – naturalmente – per la figura di Jacq Vaucan, investigatore di una compagnia d'assicurazioni ritagliato sul profilo del Rick Deckard cacciatore d’androidi… ma diciamo che queste non sono neanche critiche, ma richiami inevitabili a taluni stilemi cinematografici, questo poi più proprio del classico noir che non della fantascienza (non è che in Blade Runner fosse tutto assolutamente inedito, eh).

In breve, il film racconta (senza fare troppi spoiler, che in un film del genere più o meno sai dove si andrà a parare) della presa di “coscienza” di un manipolo di robot e della nascita di un nuovo ordine di intelligenza (artificiale) che, alla faccia di Skynet e dei suoi epigoni, non è troppo interessato alla razza umana e al suo sterminio, cosa di cui peraltro, giusto all’inizio del film, ci viene raccontato che è già quasi completamente avvenuta per cause naturali.
Quindi abbiamo da una parte l’umanità decimata e confinata nelle solite piovose metropoli e la gente che se ne va in giro in impermeabili trasparenti a comprare cartoccetti unti di pesce fritto e dall’altra i Pilgrim, robot solo vagamente antropomorfi costruiti per fare da servi.
Le famose Tre Leggi della Robotica, non si sa bene se per semplificare o per questioni di diritti (non viene neanche mai usato il termine "leggi", ma "protocolli") Ibáñez le riduce a due: la prima, è che un robot non può nuocere ad alcuna forma di vita, la seconda è che non deve manomettere se stesso o un altro robot.

Il tema attorno cui ruota (o dovrebbe ruotare) tutta la pellicola è uno di quelli sempre stimolanti (macchine intelligenti, libero arbitrio, evoluzione e via filosofeggiando), ma ci si gira sempre troppo intorno e niente viene mai approfondito… anche se va detto che non si indulge neanche nell'altro senso (I, Robot) con scene d'azione esasperate e robot che compiono tripli salti carpiati e mosse da ninja. Al contrario, i Pilgrim di Automata si muovono poco e lentamente, e seppur graziati da un discreto mecha design, mancano di caratterizzazione, rendendo difficile empatizzare con qualcuno di loro.


A tamponare queste mancanze, accorrono una bella fotografia (verdastra e livida nella prima parte, quella nella metropoli, e bianca e abbagliante nella seconda, nel deserto), un cast di comprimari molto ben scelto (tra i quali emerge un grande Robert Forster e una sempre deliziosa Melanie Griffith) e un impianto scenografico che denuncia sì i pesanti limiti di budget, ma che spreme anche l'ultimo dollaro e rende credibile e decorosa la messinscena della società futuribile (c’è pochissima CGI in tutto il film, e quella che vedrete negli ultimi dieci minuti è tirata su con due spiccioli e ve la sareste risparmiata volentieri).
Certo, la prima parte è decisamente più riuscita della seconda (lenta e poco incisiva) e con lo spunto iniziale che si perde in un finale debole (con una deriva quasi western)… ma Ibáñez mantiene un certo decoro, si concede tutta una serie di citazioni (tra tutte, quella della testuggine) che comunque non mi sono particolarmente dispiaciute.
Buona la prova d'attore di Banderas (ma raramente l'attore si esprime male), restando protagonista senza straripare dallo schermo come avviene in parecchie produzioni con un unico grosso nome in cartellone.


Basta tutto questo a far conquistare la sufficienza ad Automata? A mio avviso, sì, se poi lo vogliamo confrontare a porcherie come Trascendence, trainate fino al grande schermo solo dal nome di Johnny Depp, Automata diventa all'istante il nuovo Blade Runner.

Una distribuzione italiana non è ancora prevista (per come tirano i film di fantascienza da noialtri se l'avremo sarà solo per la presenza di Banderas), ma se nel frattempo volete farvi un'idea più precisa potete cercalo per i soliti canali alternativi.

PS Ho trovato fantastici i titoli di testa, in bianco e nero e sulla Musica per i Reali Fuochi d'artificio di Haendel. Peccato che siano gli splendidi preliminari di un amplesso non all'altezza.

EDIT: proprio mentre scrivevo, ho scoperto che Automata dovrebbe arrivare anche da noi il 26 febbraio. Gracias, Antonio.

lunedì 19 gennaio 2015

Le cinque tecnologie del futuro che vorrei oggi.


JETPACK
Esistono già parecchi prototipi, militari e civili, di supporti individuali per spiccare il volo, liberi come l'aria. O quasi.
Sono ancora suscettibili di evoluzione, soprattutto per quanto riguarda i materiali e il carburante da impiegare (dev'essere poco e ad alto rendimento, per ridurre il peso e aumentare l'autonomia), ma sostanzialmente credo che il jetpack del prossimo futuro assomiglierà a questo, che utilizza un motore quattro cilindri a due tempi, leghe aeronautiche e fibra di carbonio per le due eliche che lo tengono in volo, comandi intuitivi e un GPS integrato nel casco.
Ha lo svantaggio di non poter imbarcare bagaglio, ma va considerato come un mezzo per godersi il panorama e girare dei filmati e non per il turismo, neppure a breve raggio.

Fattibilità: piena. Vanno risolti problemi legati all'autonomia e alla legislazione che ne dovrebbe regolare l'utilizzo.


REGISTRATORE DI SOGNI
Sono sicuro che ognuno di voi ci ha pensato almeno una volta.
I sogni sono l'unica dimensione in cui è possibile tutto. Tutto quanto.
E tutti abbiamo fatto dei sogni che ci piacerebbe, se non rivivere, osservare di nuovo come se guardassimo un film su uno schermo ad alta definizione.
Rivedere persone care che, per un motivo o per l'altro, sono usciti dalle nostre vite.
Potremmo sfruttare commercialmente le registrazioni dei nostri sogni, condividerle sui social network, o regalarle.
Potremmo persino riguardare i nostri incubi ed esorcizzarli davanti gli amici come davanti un film horror. Le possibilità sono infinite.
Tecnicamente, si è già al lavoro su scanner cerebrali dotati di livelli di risoluzione tali da poter monitorare in modo diffuso l'attività dei singoli neuroni e tradurli in suoni e immagini.
Ma il livello di dettaglio estremo necessario e la registrazione di dati relativi a concetti astratti (e non a semplici forme geometriche o a stimoli motor come nel caso di mani e braccia robotiche) è ancora irraggiungibile con la tecnologia attuale (questi QUI sostengono di vendere un registratore di sogni ma statene alla larga, sono dei cialtroni).
I più avanti in questo campo sembrano essere i giapponesi, ma dubito seriamente che vedremo un prototipo funzionante prima del 2045.

Fattibilità: da qui a trent'anni.


INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Se ne parla da più di cinquant'anni, ma nessuno ci si è neanche lontanamente avvicinato, non importa le chiacchiere che potete aver sentito in giro.
Lo sviluppo dell'AI è un campo vastissimo che abbraccia le neuroscienze, la filosofia e il connessionismo. Lo studio delle dinamiche cognitive nelle rappresentazioni mentali, nel problem solving, nelle relazioni con il mondo fisico e sociale umano in cui dovrebbe operare una macchina intelligente è appena agli inizi, e ad ogni problema risolto se ne affaccia uno nuovo.
Ma qui sono più possibilista. La creazione di un'AI potrebbe avvenire nel giro di altri cinquanta o sessanta anni da oggi, anche se potrebbe sollevare più problemi di quanti non ne risolva.
Le macchine funzionano bene proprio in quanto macchine non pensanti. Nessuna macchina attuale si sognerebbe mai di discutere o di interpretare un ordine umano. Dategliene la possibilità e – prima o poi – lo farà. Quello potrebbe essere il Punto di Non Ritorno.
Detto questo, adorerei avere un'AI personale che risolva ogni difficoltà pratica al posto mio, prima ancora che questa si presenti, con una capacità di multitasking tale da poter contemporaneamente conversare con me amabilmente di qualsiasi argomento immaginabile.
Il tutto con la pacifica voce di HAL 9000, s'intende.

Fattibilità: da qui a cinquanta o sessant'anni.


ANDROIDI SESSUALI
Ora non fate gli ipocriti.Il sesso è importante per tutti, ma – diciamolo: non è sempre tutto rose e fiori.
Intanto dovete trovare il partner giusto. Deve piacervi almeno quanto voi piacete a lui. Dovete avere voglia di fare sesso nello stesso momento. Devono piacervi più o meno le stesse cose. Dovete stare attenti a un mucchio di cose pratiche. Dovete, non ultimo, cercare di soddisfare il partner almeno quanto lui sta soddisfacendo voi. E, magari, vorreste anche che, a cose fatte, quello sparisse per incanto e invece magari dovete anche pagargli un taxi purché se ne vada.
Molti risolvono (o credono di farlo) tutti questi problemi ricorrendo al sesso a pagamento, ma – diciamo anche questo: è una soluzione squallida, degradante per voi quanto per l'altro e socialmente e moralmente ingiusta, per quanto la vogliate infiocchettare.
E alora, ecco gli androidi progettati per il sesso.
Esseri umani artificiali, replicanti quasi indistinguibili da una persona in carne e ossa, dotate di programmazione specifica e di attributi fisici su richiesta. Che fanno sesso quando volete voi, come lo volete voi, tutte le volte che volete voi. Da soli, in tre, in quattro, possono avere l'aspetto della vostra o del vostro ex, della vostra insegnante di inglese, del capufficio, di vostra sorella, insomma non fatemi dire altro. Tutto.
E a cose fatte (a loro non importa se siete durati cinque minuti o cinque ore, se le avete soddisfatte o meno, o se le avete ammanettate al letto tutta la notte), potete spegnerle e mettervi a dormire con la coscienza pulita perché – tecnicamente – non avrete neanche tradito vostra moglie o vostro marito. È più una sorta di masturbazione avanzata.
Credetemi, se mai venissero realizzati questi aggeggi, sarebbero il successo commerciale del secolo, altro che iPhone 6.
E ora veniamo alle cattive notizie.
Androidi somiglianti all'uomo esistono già, ma si tratta di bambole animate piene di servomeccanismi sotto una pelle in silicone (i cosidetti animatroni), e sono usati nell'industria cinematografica e nei parchi a tema. Pensare di farci del sesso sarebbe come pensare di mettersi a cavalcioni della lavatrice e provare a divertircisi un po'.
Ma il livello di simulazione è in costante aumento (QUESTI signori attualmente costruiscono le sexy dolls migliori in commercio), e la programmazione mirata potrebe renderne la realizzazione più facile che una vera Intelligenza Artificiale.
Non in questo secolo, ad ogni modo... a meno che non parliamo di un animatrone che non vi ingannerebbe neanche per mezzo secondo.

Fattibilità: da qui a cento anni, ammesso si risolvano tutti i problemi legati alla creazione di un corpo artificiale talmente avanzato da farci sesso con soddisfazione e con un livello sufficientemente avanzato d'interazione.


TELETRASPORTO

Un attimo fa sei seduto nel salotto di casa tua, e quello dopo sei nella hall di un albergo di Tokyo. Senza jetlag, senza dodici estenuanti ore di volo e senza bagagli smarriti.
E quando sei stufo di shopping tecnologico, sparisci in un altro bagliore di luce e riappari al Madison Square Garden a goderti la partita degli Yankees. O al Bolshoi in tempo per la Traviata. E se a fine serata preferisci dormire nel tuo letto, trasferisci i tuoi atomi alla velocità della luce nella tua camera da letto.
È il teletrasporto, ma sfortunatamente la tecnologia per realizzarlo esiste solo e soltanto a livello teorico.
Le difficoltà oggettive sono degli autentici incubi, a iniziare dalla quantità di energia necessaria a scomporre la materia in energia, per continuare con la quantità di dati necessari a memorizzare uno schema umano (e a richiamarla in tempo reale) e finire con le leggi della meccanica quantistica che dichiarano che, oggi come tra un miliardo di anni, è impossibile risolvere gli atomi e le loro configurazioni di energia con la precisione necessaria per ricreare esattamente uno schema umano (se vi interessa l'argomento, QUI vi dedicai un post apposito).
Facendo finta per cinque minuti che questi problemi non esistano, il teletrasporto cambierebbe completamente la faccia della terra, rendendo all'istante obsoleto qualsiasi mezzo di trasporto, anche se venisse limitato solo alle merci, sconvolgendo gli equilibri mondiali attualmente basati sui carburanti, ma sarebbe potenzialmente devastante anche sotto il piano della sicurezza.
Ci penso da solo pochi istanti e già mi sono venuti in mente cinque abusi completamente distruttivi.
Forse, dopotutto, il teletrasporto non è per la razza umana.

Fattibilità: praticamente nessuna.

sabato 17 gennaio 2015

Empowered, volume 6. In fumetteria.

Scommetto che praticamente nessuno di voi, nonostante i miei periodici post che lo osannano, conosce Adam Warren.
Negli ultimi dieci anni ha consegnato al panorama fumettistico mondiale l’anti-supereroina più sexy di sempre, che, incidentalmente, fa pure ridere. La segnalazione dell’uscita di ogni numero della sua Empowered (in Italia pubblicata dalle Edizioni BD) è un atto dovuto.

Questo mese trovate in fumetteria il sesto volume, che contiene, tra le altre, Consigli per le supereroine in difficoltà, una delle storie più spassose che mi sia capitato di leggere da tanto tempo a questa parte. Warren si è inventato un fumetto che non è manga e non è disneyano, non è erotico né di supereroi, ma è più della combinazione di tutti questi generi. I suoi lettori prima si trovano a ridere delle situazioni cui si caccia Empowered e poi vorrebbero portarsela a letto.
Legata, naturalmente.
E non importa se non ve ne frega niente del bondage, questo dovete leggerlo.

@2015 Adam Warren. Tutti i dirirtti riservati.

venerdì 16 gennaio 2015

[recensione] Bitchblade (ebook)


Nell'anno delle buone intenzioni, ho preso la salda decisione di parlare solo delle cose che ho letto, visto o ascoltato, evitando qualsiasi tipo di giudizio preventivo.
Per uno come me, che ha sempre una opinione su qualsiasi cosa, non è esattamente semplice... però mi ci sto impegnando, anche a scapito degli amici.
È da qualche settimana che avrei voluto segnalare l’ebook di Germano ma, non avendolo ancora letto, mi sono astenuto.
Oggi ve ne parlo perché, finalmente, Bitchblade è passato dal limbo dell’iPad – “cose da leggere” – a quello della library di iBooks sul Mac – “cose lette e da archiviare – (sto prendendo finalmente gusto, dopo pregiudizi durati anni, all’immaterialità degli ebook).

Bitchblade è buono.
Sembra scritto di getto, ma conoscendo la maniacale cura di Germano nel rileggere, editare e rieditare ancora, potete scommettere che è un risultato frutto di lavoro e tecnica affinata col tempo.
Gran ritmo, dialoghi taglienti e scorretti il giusto, una bella e solida storia, un personaggio pienamente centrato e sufficientemente inedito.

Qualche perplessità ce l'ho sull’uso del turpiloquio (a tratti un pelo forzato anche dove non ce ne sarebbe bisogno) e sull’eccessiva brevità dei periodi. Per contro, Germano mostra di saper gestire citazioni e strizzate d’occhio ai “soliti” grandi classici (dopo un po' smetterete di contarli) senza restarne schiacciato.

Insomma, lettura caldamente consigliata a tutti quello che amano le eroine scorrette e le storie d'azione ben scritte.

Lo trovate sullo store di Amazon a una cifra ridicola, con tanto di mia copertina.