
Ieri sera è stata trasmessa (negli Stati Uniti) la prima puntata della stagione finale di
Lost.
Tutti noi adepti attendiamo che la puntata trasmessa venga immessa nel circuito peer-to-peer e attendiamo, come veri tossici, di essere scaraventati per quaranta brevissimi minuti in un mondo del tutto immaginifico... che ha probabilmente la sua attrattiva principale nella sua imprevedibilità.
Perché in
Lost, tutto può accadere: anche – e soprattutto – le cose più inesplicabili ed illogiche, ma tutte unite da un invisibile filo conduttore, anzi, da una rete di fili... fili che riusciamo solo ad intuire, ma che per la maggior parte ci rimane nascosta nella più fitta oscurità.
Dubito che esista un’altra serie televisiva che generi in chi la segue un numero così alto di domande, illazioni, teorie.
A differenza di serie pur popolari come
CSI o
Sex In The City o
Doctor House,
Lost non fornisce spiegazioni, non suggerisce filosofie con cui affrrontare la vita, non prova neppure a divertire o a intrattenere con scene rocambolesche o particolarmente spettacolari.
Lost è una finestra aperta sul Mistero con la emme maiuscola.
Qualcosa che possiamo solo osservare, quasi attoniti, con la massima attenzione per timore di perderci un dettaglio che potrebbe rivelarsi fondamentale (e che gli autori si sono divertiti a spargere un po’ dappertutto) per la comprensione di un quadro generale (ma profondamente oscuro) più ampio.

Quindi, chi guarda (e ama)
Lost, è questo che rincorre: la
comprensione.
Vogliamo sapere. Solo questo.
Sappiamo che è tutta fantasia.
La nostra Sospensione dell’Incredulità, quando osserviamo Lost, funziona a massimo regime.
L’illusione è perfetta. Non è un serial tv, è una vera e propria realtà alternativa. Altro che Second Life.
C’è l’isola, c'è una misteriosa iniziativa le cui vestigia prototecnologiche sono sopravvissute dagli anni settanta quasi come fosse un’antica civiltà scomparsa, c’è un miliardario che vuole quest’isola e il suo potere, ci sono dei sussurri soprannaturali, allucinazioni estremamente realistiche ed inspiegabili, una creatura potentissima e distruttiva che sembra fatta di solo fumo nero, c'è un sfaccettato manipolatore che tanto sa e pochissimo dice. C'è un tizio che non invecchia mai, ci sono due figure in apparenza umane e antitetiche come il Bene e il Male che si scambiano cortesie su una spiaggia.
E, variabile imprevista in tutto questo, i sopravvissuti di un volo di linea naufragati sull'Isola.
Non si sa se per caso, o per un preciso disegno.
I sopravvissuti sono lì per darci qualcuno per cui parteggiare, visto che sono gli unici in cui possiamo identificarci, gli unici che danno voce alle nostre domande, con cui condividere lo sgomento, le paure, le speranze.
I sopravvissuti del volo siamo noi stessi, segregati su quella spiaggia, condannati a fissare un orizzonte su un oceano che li separa dalla loro realtà e dai loro cari, in balia di forze misteriose che non fanno nulla per essere comprese.
Un gigantesco e perverso gioco di ruolo con pedine umane di cui non si conoscono le regole.

La caratterizzazione dei personaggi è semplicemente perfetta. L’uso dei flashback nella prima stagione è stato un modo semplice e geniale di definire i singoli protagonisti e renderli “reali” per lo spettatore. E, come nella realtà, molti di coloro muoiono...
Lost è forse la serie dove più protagonisti muoiono, contravvenendo ai cliché dove nel corso di innumerevoli puntate i personaggi escono invariabilmente indenni da qualsiasi disavventura.
La recitazione è a livelli cinematografici. Si finisce col considerarli quasi delle persone reali, nonostante l’implausibilità della storia.
Non so, onestamente, dove Damon Lindelof e Carlton Cuse, gli autori di
Lost, vogliano andare a parare... e siamo in molti a chiedercelo.
Da dove vengono i poteri dell’Isola, chi o cosa è Jacob, per chi lavora Ben, cos’è il mostro, perché Richard Alpert non invecchia, perché gli Altri rapivano i bambini, che poteri ha Walt, se l’equazione di Valenzetti è una bufala, perché i passeggeri del volo Oceanic sembrano avere le vite collegate (aggiungete pure le vostre domande... chissà quante ne ho dimenticate).
E questa sesta, conclusiva stagione, è l'ultima possibilità per dare un senso a tutto il tempo che gli ho dedicato dal 2004 ad oggi.
Ciò che più temo è che, quando anche l’ultimo mistero ci verrà svelato, ci sentiremo tutti come quei bambini che hanno visto cosa c’è dentro quel favoloso giocattolo che lo faceva muovere in quel modo magico ed inesplicabile.
E saremo tutti più tristi senza sapere bene perché.

PS Qualunque cosa gli autori volessero dirci con questa foto promozionale (cliccateci sopra per vederla gigantesca), con John Lock – ufficialmente morto – al posto di Cristo, mi sfugge.
PPS Se siete dei veri adepti (come me), non fatevi sfuggire la Dharma Edition della quinta stagione: c'è dentro tutto quello che vedete qua sotto, e anche di più.
Io l'ho acquistata e ora sono un Uomo Felice™. Imitatemi.