giovedì 28 agosto 2008

La vendetta del vinile

Nei negozi di musica ha fatto la sua ricomparsa, guarda un po’ chi si rivede, il vinile. Ma, come obiettava Battisti, non dovevamo vederci più?
E invece rieccolo, stavolta ammantato da un’aura quasi di snobismo, di fascino vintage, (di questi ultimi tempi sembra andare molto di moda qualsiasi cosa riemersa dalle nebbie del passato, meglio se non troppo remoto), confezionato in lussose custodie di plastica trasparente richiudibili (non potevano pensarci trent’anni fa?) e accompagnato da una bodycopy che suona pressappoco così: “Ascolta la tua musica preferita nel suono analogico da veri intenditori”.
In altre parole, sbugiardando e contraddicendo tutti i comunicati pubblicitari con cui fu lanciato il compact disc nel 1980, epoca in cui i media fecero a gara nel lavaggio del cervello della gente per convincerla che fino a quel momento si erano dovuti accontentare di una riproduzione del suono infedele, distorta e velocemente deperibile, per non parlare delle dimensioni dei supporti e della praticità d’uso del nuovo, ineffabile dischetto digitale.
D’altra parte, bisognava in qualche modo convincere le masse a riacquistare ciò che già possedeva, in alcuni casi convertendo discografie di centinaia e centinaia quando non migliaia di dischi in vinile, che veniva declassato a mero oggetto per collezionisti un po’ fanatici.
I vecchi, drammaticamente obsoleti vinili, finivano in cantina nel migliore dei casi o addirittura dritti nel cassonetto man mano che venivano rimpiazzati dalle loro riedizioni digitali, e tutti erano felici: il consumatore, che aveva comprato qualcosa che già possedeva ma – vuoi mettere? – condensato in un dischetto argenteo che gli sarebbe sopravvissuto senza mai un cedimento, le case discografiche, che a fronte di costi di produzione più bassi vendevano di nuovo la stessa musica allo stesso utente a un prezzo più alto, e gli artisti, che vedevano piovere sui loro conti correnti nuove royalties, i produttori di lettori di compact disc, che si affrettavano a mettere in catalogo i loro costosi modelli, Sony e Philips, che detenevano il brevetto e intascavano qualche dollaro ad ogni supporto venduto griffato con il mitico logo “Compact Disc Digital Audio”, già DAD (Digital Audio Disc).
E poi, tutto quello spazio guadagnato sulle mensole! Nel giro di qualche anno, con il diffondersi dei lettori portatili finalmente utilizzabili grazie all’utilizzo di memorie tampone degne di questo nome (anche i produttori coreani di chip ringraziano), il cd esce dalle case e ci accompagna a fare jogging, sul treno, in autobus, in vacanza, dappertutto. Nessuno pensa più al vinile, polveroso padellone nero che va girato sul più bello e non è neanche telecomandabile,
Sembrava una tecnologia destinata ad una naturale estinzione, e invece rieccolo qua.
Il mio parere? Che è la solita, vecchia storia.
Spremere un po’ di quattrini al consumatore.
Fargli ricomprare in doppia coppia la stessa, identica musica.
Solo, con tutte le scomodità di una volta: ingombro, durata, praticità e flessibilità d’uso, eccetera.
E facendoci passare questi svantaggi come un romantico plus dal retrogusto sofisticato e vintage.
Adesso ci dicono che l’orecchio umano è analogico, che la codifica digitale del suono è innaturale, che si tratta pur sempre di una sequenza molto rapida di campionamenti, che non potrà mai raggiungere, esattamente come nel paradosso di Achille e la Tartaruga, la continuità di un segnale analogico.
Adesso, ora che il mercato è saturo ed anzi in gigantesca crisi a causa del diffondersi della banda larga, del peer-to-peer e dell’mp3 e milioni di utenti prima si scaricano il nuovo (pessimo) cd di Madonna e poi, eventualmente, decidono di acquistarlo, ci (ri)propongono questo minestrone riscaldato, rivestendolo di significati che solo dei pubblicitari potrebbero tirare fuori dal cappello.
Perché masterizzare un cd è alla portata di chiunque, ma incidere un vinile, beh, vuoi mettere?, è tutt’altra cosa: e quelle grosse copertine, poi. Fanno davvero un bel figurone sullo scaffale.
E si ricomincia.

Foto in apertura di FaceOfInsane.

8 commenti:

mAs ha detto...

ehm... non c'entra nulla con questo post, ma ti consiglio di metter sul tuo blog un rss feeder, così chi vuole si iscrive e riceve notifiche ad ogni aggiornamento ;)

Nicla ha detto...

Lo dico sempre: gli esseri umani sono creature strane. Altro che evoluzione...eh eh!

ps ha ragione Mas ce li ho anch'io ;-)
Ma mi sa che ti linkerò direttamente al mio blog così almeno clicco da lì.
Comunque hai scritto tanto per essere appena nato il blog. Uao!

DAMA ARWEN ha detto...

io ho un sacco di 45 giri miei... ovviamente delle vecchie sigle dei cartoni animati... ma ricordo che a 10 anni mi feci regalare il Bolero di Ravel.
Li ho ancora tutti.
Non li ascolto + x la scomodità, l'ingombro ecc.
Anche i miei avevano (hanno ancora, relegati in catnina) un gran numero di 33 e 45 giri.
Non li ricomprerei più, ma non me ne separerò mai.

minimalist ha detto...

La mia domanda è: se, ipoteticamente, il Cd fosse stato antesignano del vinile e, a suo tempo, ci fosse stata prospettata l'ipotesi di abbandonare la "pulizia", la comodità e l'estrema portabilità del digitale per passare all'analogico (con le sue problematiche di utilizzo, scarsa dinamica e "rumorosità" insita e propria del supporto) chi di noi lo avrebbe fatto...?

Il mondo è in costante mutamento e con esso l'evoluzione (gli amici di Akron direbbero devoluzione) tecnologica...

Io ancora mi ricordo quando andavo in giro con il Pepito (alimentato con 6 batterie mezza torcia) e la mia collezione di 45 giri dentro una valigetta: beh, non credo che lo baratterei con un iPod.

Licia ha detto...

Sono malata. Li conservo e li compro ancora. Anzi, ora che ci penso, compro SOLO quelli. I CD servono per sentire la musica. Il vinile per toccarla e questo non c'è verso, nessuna tecnologia mi ha finora fatto provare le stesse emozioni del mio giradischi.
Absit iniuria verbis nei confronti del progresso, ben venga, ma un conto è canticchiare facendo footing - e lì benvenuti MP3 - ma se voglio davvero dedicarmi a un pezzo, il disco fa parte del rituale, insieme a una tazza di té caldo d'inverno.

minimalist ha detto...

Sui cd e sui vinili vanno a finire gli stessi masters realizzati in studio, solo che sui supporti digitali si può percepire un risultato più verosimile a quello che aveva in testa il sound engineer. Sono d'accordo con la gentile licia che l'ascolto del vinile può essere accostato ad una sorta di rituale (aggiungerei feticista) che il sottoscritto ha praticato con immensa soddisfazione per diversi annetti (il tè caldo d'inverno però no...). Cmq sul mio iPod non ci sono mp3 ma brani in formato non compresso.

CyberLuke ha detto...

I riti, che bella cosa!
Riconosco che la "presenza" del vinile è un'altra cosa, e anche l'iconografia legata ad esso.
Del resto, il cd è stato a sua volta "ucciso" dall'mp3, la quintessenza del'immaterico.
Di fisico c'è rimasto solo il player (l'iPod), e in molti casi neanche quello, perché è solo un software.
Forse ci stiamo liberando finalmente dal vincolo della materia, che ci ha tenuti schiavi per millenni. O no?

minimalist ha detto...

la materia è l'unico inizio tangibile della tua esistenza, la musica è "l'antimateria " per eccellenza.

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