sabato 25 ottobre 2008

I Kraftwerk, la musica delle macchine

La città di Neon Lights dei Kraftwerk è un luogo non definito, ma presente nella mia immaginazione come una metropoli tedesca di quelle meno presenti sugli itinerari turistici; potrebbe essere Francoforte, Stoccarda o magari Amburgo.
Nel mio immaginario la vedo vasta e disumanaanche se pulsante delle luci delle insegne e dei semafori e dei lampioni, tutte automatizzate, tutte regolate da piccoli relais da pochi centesimi ad illuminare ad intermittenza le infinite singole solitudini.
Nel 1978, quasi trent’anni da questo preciso momento, rimasi ipnotizzato dalla visione di quattro musicisti immobili come manichini dietro i loro “strumenti” che “cantavano” con voce da robot un pezzo lontano anni-luce da qualsiasi cosa avessi mai sentito prima.
Il pezzo si chiamava The Robots, un complesso tappeto ritmico di segnali sintetici e pulsazioni stellari, brano seminale da cui è nato tutto ciò che ho comperato e ascoltato in seguito.
E loro erano i Kraftwerk, che per le assurde strade della promozione discografica erano finiti alla Domenica In di Corrado, entrando attraverso il minuscolo schermo in bianco e nero (in realtà di un baluginante azzurro chiaro) della piccola televisione centrocuore della vita familiare la domenica pomeriggio, in casa mia e nella mia testa per restarci per sempre.
Non conoscevo il nome del pezzo, e consultandomi con mio fratello, all’epoca in cui compivo ancora quest’operazione considerandolo una più che discreta fonte d’informazioni di ogni genere (una sorta di Google ante-litteram), lui mi disse, sbagliando, che si intitolava The Man-Machine.
Attenzione, perché il suo errore possiede una grande importanza in ciò che determinò.
In esplorazione al reparto dischi della Standa sotto casa trovai il 33 giri e appurai, esaminando il retro della copertina (che ai tempi ignoravo si ispirasse einntemeno che alla grafica costruttivista di El Lissitzky) che la canzone The Man-Machine non era disponibile su 45 giri. Avrei dovuto comprare il longplaying, circa dieci volte più costoso dell’abbordabile singolo venduto a meno di 500 lire.
Infatti, non appena riuscii a raggranellare la cifra necessaria, acquistai il terzo lp della mia vita (preceduto solo da Equinoxe di Jean Michel Jarre e dalla favola degli Aristogatti stampata su vistoso vinile giallo) e, posandolo sul piatto del giradischi Lesa ascoltai per la primissima volta capolavori che sarebbero rimasti senza età come Neon Lights, Spacelab, Metropolis, e ovviamente The Robots.

3 commenti:

Dandia ha detto...

Mi sa tanto di futurismo. Ma un futurismo tutto positivo però, con città vaste ma non disumane, dove le luci funzionano tutte perfettamente e la gente non si sente poi così sola. Sono troppo ottimista?
Immagino quale effetto potesse fare questa musica negli anni '70, prima di tanta techno, dance o house che ci hanno riempito gli orecchi negli anni successivi...

minimalist ha detto...

e, se non erro, i 4-krukki-4 sono anche i responsabili della ns amicizia (Grassina 1990)... ;>)

Nussy ha detto...

Che bello, anche io conservo bei ricordi legati ai primi album acquistati...mi lascia il dolce dei biscotti alla cannella della nonna...

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