venerdì 14 novembre 2008

Persi nell'Uncanny Valley

Questo è uno di quei post un po' lunghini, quindi se avete poco tempo o poca voglia lasciate pure stare, ma sappiate che vi perderete un argomento molto interessante.
Ho catturato la vostra attenzione?
Qualcuno si sta chiedendo dov'è questa Uncanny Valley nel titolo?
Bene, l'Uncanny Valley non è un posto.
È un concetto.
O, meglio, secondo Wikipedia, un'ipotesi che riguarda la risposta emotiva degli esseri umani rispetto a robot e a computergrafica che replica l'uomo.
È stata introdotta dal roboticista giapponese Masashiro Mori nel 1970.
In buona sostanza, Mori affermava che più un robot (o un uomo riprodotto in CGI) ha sembianze o movimenti umanoidi più è alta la risposta emotiva di un essere umano nei suoi confronti.
Questa diventa sempre maggiore fino a che l'essere umano ritiene il robot o la simulazione "troppo perfetta", e quella che era attrazione diviene repulsione se non adirittura paura.
Tuttavia se l'apparenza e i movimenti diventano sempre più simili ad un essere umano senza che se ne possano notare delle differenze allora l'approccio diventa come tra essere umano ed essere umano.
Questa area di risposta emotiva repulsiva tra un robot con apparenze e movimenti umani (o una simulazione in CGI) ed un essere umano è l'Uncanny Valley.
Come dicevo, oltre che alla robotica, il concetto è applicabile anche alla rappresentazione digitale dell'essere umano.Alla Uncanny Valley è stato attribuito il fallimento del mastodontico film digitale Final Fantasy: The Spirit Within che ha quasi portato al falimento la allora fiorentissima Squaresoft, e in parte gli scarsi risultati di dei più recenti Polar Express e La Leggenda di Beowulf, che pure si avvalevano di una raffinata tecnica di motion capture anche per evitare "la valle".
Ma non c'è stato nulla da fare: istintivamente, l'uomo ha un moto di repulsione per una sua replica artificiale.
Questa figura immaginaria della “valle”, è qualcosa che separa la sfera dell’apparentemente umano dal completamente umano, creando così un senso di disagio di fronte a qualcosa che emana un senso di stranezza, non del tutto riconducibile alla razionalità, ed evocando di conseguenza un allontanamento empatico.
L’Uncanny Valley non è un vincolo imprescindibile, e si può superare in vari modi, ma principalmente quello più facile è di aggirarla del tutto.
Lezione che alla Pixar, ad esempio, hanno capito molto bene.
Nei loro film d’animazione digitale non si cerca mai di rappresentare realisticamente le sembianze umane, ma anzi le si modella per ottenere qualcosa di distante, di spiritoso e caratterialmente unico e non strettamente umano.
Gli eroi degli Incredibili hanno sì due braccia, due gambe e una testa, ma non cercando di essere in tutto e per tutto figure complete che si possano persino confondere per reali.
Si pongono una distanza tale che lo spettatore non deve addentrarsi nella valle arrischiandosi di non uscirne.
All'estremo opposto, il già citato Final Fantasy: The Spirit Within che non è riesciuto (al di là di carenze di altro tipo) nel tentativo di far immedesimare gli spettatori nei personaggi, pur essendo quello il suo scopo dichiarato.
La sensazione di distanza che si viene a creare a causa di quella somiglianza non del tutto reale e tangibile è infatti una barriera che impedisce di passare oltre la valle, ma anzi imprigiona al suo interno.
Sentiremo parlare sempre più spesso dell'Uncanny Valley, per il semplice motivo che l'evolversi della tecnologia ci spinge inesorabilmente verso un grado di realismo sempre più alto: sia nella robotica che nella computergrafica.
Riassumendo: se provassimo a tracciare la nostra risposta emozionale alla somiglianza con l'apparenza e il movimento umani arriveremmo a un punto dove, davanti a qualcosa che somiglia un essere umano, riusciamo a provare simpatia e niente di più.
Dopo di che, se le somiglianze aumentano fino ad arrivare a qualcosa che è quasi completamente umano ma forse troppo perfetto, proviamo disagio e rispondiamo negativamente.
Fino a provare disgusto per i soggetti privi di qualsiasi traccia di umanità (per esempio uno zombie).
Osservate i tre grafici qua sotto.
In poche parole, tutto quello che cerca di duplicare l'apparenza umana fino a una perfezione non umana non ci fascina, ma al contrario ci spaventa, ci inquieta.
Per questo motivo il dottor Mori consigliava di non cercare di replicare con assoluta fedeltà l'apparenza umana, ma di creare cose visibilmente artificiali, intelligenti ed eleganti.
Insomma, non così:

ma piuttosto, così:
Una creatura certamente antropomorfa, ma senza nessuna pretesa di essere scambiata per un essere umano.
I replicanti di Blade Runner erano indistinguibili dagli esseri umani, e la risposta emotiva dell'uomo nei loro confronti era identica a quella verso un suo simile: Rick Deckard finisce con l'innamorarsi della bellissima Rachael.
Ma Blade Runner era solo un film.
Non vedremo niente del genere in questo secolo.
Ma è lo stesso così affascinante.

5 commenti:

Nicla ha detto...

Bello questo post.

Molto interessante. Effettivamente questo concetto è vero. Ma dissento su alcune posizioni nella scala del grafico.

A me le bambole orrificano alle volte...fanno davvero paura! (ma sempre per colpa di visioni di film e quindi di visioni imposte da altri umani).

Piccolo OT: hai postato all'ora che sembra la data del mio comple...hi hi hi hi!!

Dandia ha detto...

Sì, argomento interessante. Quindi sembrerebbe che la somiglianza nel movimento influisca sulle nostre reazioni più della somiglianza nell'aspetto. Perchè poi? Sarebbe bello vedere degli esempi... :)

Licia ha detto...

Dici che Final fantasy sia naufragato per questo? io l'ho trovato soprattutto molto triste. Ma lo spunto che offri è stimolante e lo condivido, è vero che l'eccesso di umanizzazione è inquietante. E Blade Runner...chissà...una volta era fantascienza, ora è molto più vicino di quanto credessimo possibile.

mAs ha detto...

Molto molto interessante!

DAMA ARWEN ha detto...

Già mentre leggevo, pensavo a Blade Runner... e alla fine del post.. ZAC!

Probabilemnte non incontrerebbe il tuo gusto a livello di storia, ma se l'argomento ti affascina ti consiglio il manga CHOBITS delle Clamp... nel quale ci sono computer antromorfi.
L'alienzione e talvolta l'innamoramento degli umani x questi "oggetti" e tutto ciò che ne consegue è raccontato in 8 volumetti.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...