domenica 31 agosto 2008

[Recensione] Equilibrium

Film molto, molto sottovalutato.
Essendo uscito negli stessi anni dei due seguiti di Matrix (2003), Equilibrium ne è stato per lo più considerato un clone dello stesso.
Errore grossolano.
Uscito in sordina e privo di battage pubblicitario, Equilibrium è la classica perla nascosta.
Prendete 1984, aggiungete Fahreneit 451, un pizzico di Metropolis e di Minority Report e avrete qualcosa che assomiglia molto a quest'opera prima di Kurt Wimmer.
Immaginate un mondo devastato da una nuova guerra mondiale.
E ora immaginate che qualcuno concluda che la causa finale di tutto il male dell'uomo sono le sue emozioni: l'odio, la rabbia, la paura, l'avidità.
E che la soluzione (finale) sia renderle fuorilegge.
Anzi, di più: cancellarle, grazie alla somministrazione giornaliera di una droga psicotropa (il Prozium) e a una setta di preparatissimi poliziotti-samurai (il Cleric del Tetragrammatron) incaricati di vigilare sulla sterilità emotiva della popolazione.
Implausibile, ma affascinante: il mondo descritto in Equilibrium, che più che futuristico sembra uscito da una dimensione alternativa, è ritratto nei toni di un bianco e nero onnipresente (supportato egregiamente dalle architetture fasciste e monumentali dell'EUR di Roma) e opprimente.
Il colore delle opere d'arte e di qualsiasi cosa possa suscitare emozioni viene cancellata dalle fiamme.
Ma basta che uno dell'elite dei poliziotti-samurai (Bale) dimentichi di prendere per un giorno la sua dose, e la natura umana riesplode irrefrenabile, nel bene e nel male.
Christian Bale è grandissimo: si carica sulle spalle il peso del film e se lo porta vittorioso fino a casa.
Un attore giovane ma di classe, che coglie perfettamente lo spirito della storia e ci mostra una metamorfosi tanto graduale quanto credibile dalla totale atarassia fino alle lacrime di quando ascolta su un vecchio grammofono l'incipit della Nona di Neethoven.
La sua sola interpretazione vale il prezzo del noleggio.
Pochi colpi di scena e ancora meno effetti speciali, ma una narrazione lineare e senza sbavature.
Eccellente l'accompagnamento sonoro.
Kurt Wimmer non è riuscito a ripetersi con Ultraviolet, la cui principale attrattiva era la pancia di Milla Jovovich meravigliosamente a vista per tutto il film, mentre Bale sappiamo tutti che fantastica carriera ha fatto nel frattempo.
Insomma, noleggiatelo, guardatelo e poi ditemi.
(Comprarlo costa come una pizza capricciosa e una birra media, ma vi appagherà molto di più.)

(A)mici miei, 2

Domenica.
Bello oziare.
Per i miei gatti, invece, non c'è differenza tra domenica, lunedì o giovedì.
Per loro, l'ordine del giorno è sempre quello: cazzeggio.
Beati loro.

venerdì 29 agosto 2008

Photoshop tips&tricks, 2

Immaginiamo che abbiate un grosso file di Photoshop, composto da migliaia e migliaia di livelli (ok, anche solo qualche decina, e ce l'avete, so che ce l'avete), e se ne sta lì sul vostro hard disk, magari volete aprirlo non per lavorarci ma solo per dargli un'occhiatina, ma vi passa la voglia perché a caricare tutti i livelli nella RAM il vostro computer ci metterà una vita.
Ecco un trucco che fa per voi.
Andate in File>Apri e navigate nel vostro hard disk. Quando trovate il file che vi interessa, prima di cliccare su "apri" tenete premuti Opzione-Shift (su Mac) o Alt-Shift (PC). Il file si aprirà coi livelli uniti, in una frazione del tempo.

[Recensione] Ultimates, c'erano una volta i Vendicatori


Uno dei migliori fumetti degli ultimi anni, è, secondo me, Ultimates, pubblicato anche in Italia dalla Marvel.
Ideato da Mark Millar e disegnato da Bryan Hitch, è una rilettura iperrealistica dei vecchi Vendicatori.
Il lavoro operato da Millar sul gruppo forse più classico (vecchio?) della Marvel è a dir poco stupefacente.
L’attualizzazione operata gode di un realismo che è una delle principali qualità di questo fumetto, supportata dal grandissimo Bryan Hitch.
Le sue tavole sono degli affreschi, c’è una cura del dettaglio maniacale, un gusto dell’inquadratura spiccatamente cinematografico, un attenzione al design mai vista.
Il tutto conservando, specialmente nelle copertine (dove trionfano pose plastiche e mascelle volitive) quei tratti tipicamente supereroistici che da sempre caratterizzano questo tipo di fumetti.
L’atmosfera da “salviamo il mondo dai cattivi” che permeava questo universo fino a pochi anni fa, in Ultimates è diventata “Facciamo il nostro sporco lavoro al soldo di George Bush”.
Ultimates non sono più i Vendicatori.
Ultimates è la punta di diamante dello Shield, organizzazione militare governativa diretta da un Nick Fury sottilmente diverso dalla sua controparte classica, a cominciare dal colore della pelle (che alla boria del militare unisce il viscidume dell’uomo vicino al Potere, che non esita a mentire e omettere e uccidere se serve).
Non c’è più posto per gli scrupoli, per l’etica, per la correttezza.
C’è invece un certo tipo di politica internazionale, ci sono degli ordini da eseguire, stasus quo da mantenere.
Gli Ultimates sono il braccio armato definitivo di un’America superpotenza globale, e non a caso sono capitanati da un tizio che ha fatto della bandiera stelle e strisce la sua uniforme, un uomo (pardon, un superumano) riemerso dalla Seconda Guerra Mondiale con una testa dove concetti come il patriottismo hanno un preciso significato; opportunamente guidato Ultimate Capitan America è il leader perfetto, idealista ma militaresco, ottuso ma strategicamente imbattibile, arretrato a volte in modo comico rispetto i costumi del terzo millennio, ed incontrovertibilmente antipatico.
E proprio l’antipatia sembra essere una caratteristica costante di questi personaggi.

Perché sono incredibilmente reali, reali sono gli episodi di violenza coniugale tra Wasp e Giant-Man, reale è l’atteggiamento semi-irresponsabile di Tony Stark che si infila ubriaco nell’armatura di IronMan (e, tanto per appensantire il carico, Millar ha trasformato i suoi problemi cardiaci in un tumore al cervello non operabile), reale è la frustazione di un Hank Pym geniale che vede stroncati i suoi tentativi di reinserimento nella squadra quando è stato moralmente condannato dai compagni, reale è la paradossale situazione di Bruce Banner che viene condannato a morte perché politicamente scomodo, reale è Thor, non più Dio del Tuono ma essere potentissimo no global e new age, il solo che si rifiuta di mettersi agli ordini dello Shield ma al massimo di collaborare in caso di necessità, su di lui pesa addirittura il sospetto che non sia altro che un folle che ha sottratto equipaggiamento militare sperimentale per ottenere i suoi poteri.
E poi la Vedova Nera, che pian piano si insinua nel letto di Tony Stark per poi puntargli una pistola alla testa, Scarlet e Quicksilver, i due mutanti rinnegati tra i quali scorre qualcosa di vagamente morboso, i Difensori, che più che un gruppo di supereroi sono un manipolo di coraggiosi giovanotti senza mezzi, senza poteri ma con costumi colorati e nomi di battaglia altisonanti.
In Ultimates c’è poltica, ci sono i talk show con i membri degli Ultimates come ospiti, ci sono i combattimenti filmati e venduti su dvd, ci sono manifestazioni di piazza contro i superumani e le ingerenze USA negli altri paesi, ci sono gli attacchi preventivi in Medio Oriente a colpi di uomini volanti in costumi sgargianti.
Gli Ultimates si sono risvegliati dal sogno in cui erano eroi e si sono ritrovati soldati, la cui (cospicua) busta paga porta la firma di George W. Bush.
Se potete, recuperatelo. Proprio ieri è uscita la prima ristampa, edita da Panini, in un volume di 160 pagine, a soli 13 euro. Un affarone.

10 cose che...


Se amate le classifiche e gli elenchi, Internet è il posto che fa per voi.
Per imperscrutabili catene di link e controlink che non sto qui a dirvi, finisco su una pagina del sito margherita.net, dichiaratamente rivolto a un pubblico femminile, ma, come diceva qualcuno, il miglior modo per affrontare il “nemico” è conoscerlo... senza contare che, assai spesso, confrontare il proprio punto di vista con quello dell’”altra sponda” può rivelarsi un’operazione divertente.
Volevo sottoporvi questa irritante collezione di luoghi comuni e banalità che vi ho trovato.
Si chiama 10 cose che attirano subito l’attenzione degli uomini (partendo dal fondo per salire lentamente fino alla prima posizione). In tondo, i miei commenti.
10. Ha un piercing in una zone che non tutti possono vedere. Tipo l’ombelico! Cosa avevate pensato?
Ok per il piercing. All’ombelico. Altre zone non mi interessano, anzi, a dirla tutta mi fanno anche un po’ senso.
9. Non porta il reggiseno. Non tutte possono permetterselo chiaramente, la gravità ha le sue leggi, ma la percezione che una ragazza non porti un capo di biancheria intima scatena fantasie e aspettative molto forti nella psiche dei ragazzi (non vi hanno mai raccontato quella loro fantasia in cui non indossate le mutandine...?)
Siamo alle solite: per la maggioranza delle donne, gli uomini sono tutti dei maniaci sessuali e allupati cronici. E comunque, direi che è del tutto normale, essendo piuttosto insolito che una ragazza non indossi reggiseno (ne avrò contate cinque in dieci anni), notarla. O no?
8. Ha un accento straniero. Il fascino della ragazza straniera, con tutto quello che ne consegue, è uno dei più irresistibili richiami della foresta per il maschio locale...
“Richiami della foresta”? “Maschio locale”? Dio bono. A proposito di certi stereotipi...
7. Ha un paio di gambe chilometriche. Anche qui, gli uomini non possono farci nulla, un paio di gambe mozzafiato fanno proprio quello che vi immaginate: mozzano il fiato a qualsiasi uomo...
Siamo al limite dell’ovvio e del banale. Se una donna ha belle gambe, e le esibisce, cosa dovrebbe fare un uomo? Voltarsi dall’altra parte?
6. Ama le auto veloci. Ne possiede una o dichiara di apprezzare i modelli più sportivi a quattro ruote, e ne parla con competenza! Pochi uomini sanno resistere a tentazioni come questa...
Bah... diciamo che sono altri gli argomenti con cui una donna mi colpisce... e poi di motori non ne capisco molto, al massimo potremmo parlare di design della carrozzeria.
5. Porta le calze autoreggenti e non lo dice. Gli uomini hanno un radar per queste cose... la calza autoreggente è in grado di scatenare tempeste ormonali in qualsiasi esponente del cosiddetto ‘sesso forte’.
Mi raccomando le virgolette, eh. Comunque, vedi alla voce “non porta il reggiseno”. Sai che scoperta. Forse chi scrive queste cose non può o non vuole indossare autoreggenti.
4. Parla tranquillamente di sesso con i ragazzi. Qualcuno potrebbe spaventarsi (gli uomini amano pensare di essere gli unici autorizzati a parlare di certe cose, come se noi donne non lo facessimo mai) ma - superato l’imbarazzo - una ragazza che non ha paura di affrontare certi argomenti è pressoché irresistibile per la maggioranza dei ragazzi.
Irresistibile è una parola grossa... e temo che parecchi maschietti siano ancora un po’ inibiti davanti eccessiva disinvoltura ad affrontare un argomento che - almeno a mio personalissimo modo di vedere - è giusto resti più intimo di altri. E comunque, durante la prima uscita preferisco parlare di altro.
3. Ha i capelli lunghi (che tra le altre cose stanno tornando prepotentemente come trend dopo un periodo un po’ minimalista). Il capello lungo è un turn-on indiscutibile per la gran parte degli uomini, è probabilmente la prima cosa che un uomo nota quando vede per la prima volta una ragazza.
Vedi punti 9 e 5. I capelli lunghi sono belli da vedere, punto. E allora?
2. Ama le scarpine sexy, e non ha paura di indossarle durante la giornata (e sa chiaramente camminare benissimo sui tacchi). La scarpina col tacco sottile è un altro interruttore per la libido maschile. 
Di nuovo, sguazziamo nel luogo comune più trito. Quindi, se vedessi la mia portinaia sessantenne e coi baffi con un paio di decolté tacco dodici, il mio primo impulso sarebbe quello di possederla. Eccerto. È vero che -almeno per quello che mi riguarda- in generale trovo più attraenti i tacchi alti degli scarponcini da trekking. Ma, fatemi capire, sarei io l'anormale?
1. Sa guardare diritto negli occhi senza incertezze. Non in segno di sfida ma come segno della propria sicurezza e indipendenza.
Questa mi sembra la quintessenza della banalità, e non mi va neanche di commentarla.

Jenny.

Ci sono delle donne che riescono a rapirmi con un qualcosa d’imponderabile.
Che hanno un qualcosa che mi strega (non saprei usare un termine più adatto di stregare), mi prende, mi ipnotizza, mi ammalia e qualsiasi altro sinonimo possa venirvi in mente.
E sono poche, pochissime, quasi mai le strafighe da copertina e no, nemmeno le pluricelebrate Pamela, Paris o Christina.
Ma prendete Jenny Agutter: è un’attrice inglese, nata nel dicembre di cinquantacinque anni fa, nota algrande pubblico per la sua interpretazione della compagna di Logan nel suggestivo La Fuga di Logan, del 1976: il regista l’aveva vista in The Railway Children, del 1970, e aveva apprezzato soprattutto l’impressione di vulnerabilità che riusciva a comunicare e che giudicava indispensabile per la parte della compagna di Logan.
La Agutter avrebbe detto in seguito che in quel momento a Hollywood non ci pensava proprio, e il caso volle che l’occasione le capitò proprio quando aveva appena terminato un lavoro con Sir John Gilgeud e il prestigioso National Theatre, e stava proprio pensando di tornare al cinema, benché in Inghilterra non ci fossero molte prospettive. Fu così che non ci furono ragioni per non accettare. E la parte di Jessica fu sua.
Un anno dopo Jenny tornò a lavorare per il piccolo schermo al fianco di Richard Chamberlain nel L’uomo dalla maschera di ferro, datato 1977, basato sul romanzo di Dumas.
Lo stesso anno interpretò Jill Mason nel controverso Equus di Sidney Lumet, con Richard Burton, e ricevette il British Academy Award come miglior attrice non protagonista.
Io (ma credo anche la maggior parte di voi) la ricordo piuttosto bene in Un Lupo Mannaro Americano A Londra del 1981, dove interpreta una dolcissima infermiera.
Ha un’aria straordinariamente dolce e seducente.
Potrei seguire una così da qualunque parte.
Parte di questa dolcezza è nel viso di Arianna: chi la conosce può dire se mi sbaglio.
Trovare in rete una foto attuale di Jenny Agutter è per me una piccola fitta di tristezza. Vedere il suo bellissimo viso segnato dalle rughe mi riporta ad una realtà dove tutto cambia, brucia e si consuma.
E dove non si può mai tornare indietro, mai, per quanto forte tu possa desiderarlo.

Wir fahr’n fahr’n fahr’n auf der Autobahn


Chiudo gli occhi e li vedo.
Ralf Hutter e Florian Schndeider da piccoli, seduti sui sedili posteriori delle rispettive Volkswagen dei risperttivi papà.
Capelli cortissimi e camicie bianche.
Ascoltano le cassette Stereo8 di Wunderlich nei lunghi viaggi in autostrada verso i nonni di Monaco o verso le vacanze in Adria.
Poi, un balzo di vent’anni. Eccoli poverizzare Goethe, anche lui con quell’antico vizio tedesco di raccontare ogni proprio spostamento, e raccontare solo della striscia della mezzeria, del sole e delle banchine laterali verdi d’erba.
Ripetono wir fahr’n fahr’n fahr’n auf der Autobahn, senza mai dire dove stanno andando, senza mai dichiarare una meta.
A un certo punto del non-viaggio, nel bel mezzo della loro sublime suite tecnoautomobilistica, i Kraftwerk hanno un colpo di genio e accendono l’autoradio e l’autoradio sta trasmettendo, circolarmente, il loro stesso brano così i quattro (tra i quali spiccava, come un cane in chiesa, il barbuto e lungocrinito Klaus Roeder) possono godere doppiamente del consumo di chilometri e benzina lungo un’autostrada senza fine, narrata nei suoi tratti salienti con forme basilari: linea retta della mezzeria, cerchio del sole, rettangolo del frontalino dell’autoradio.
Una rappresentazione talmente involuta che non riesce nemmeno a considerare (né se ne preoccupa) il mondo ulteriore, quello che c’è al di là delle banchine erbose e al di fuori della Germania Ovest.
Come dalla copertina, sull’autostrada viaggiano solo una Mercedes e una Volkswagen.

Bugie grafiche, 1


Una bugia grafica è un luogo comune che gira nel mondo della grafica, del design e della comunicazione in genere.
E, come tutti (o quasi) i luoghi comuni, è fastidiosamente falsa e maledettamente irritante.
Sovente mi si sente dire che una delle cose peggiori in questo mestiere è che tutti si sentono, in una certa misura, grafici, designer, progettisti, esteti: tutti hanno da dire la loro.
Ora dico la mia.
Chi ha orecchie per intendere, intenda.
Potete copiare queste Perle e diffonderle per il Mondo.
Renderete un servizio all'umanità, specialmente ai designer.
Ringraziate anche baddesignkills.com, che ai (bei) tempi prese l'iniziativa. Oggi vendono t-shirt.

giovedì 28 agosto 2008

Batman: Dead End

Magari molti di voi non lo conoscono.
È il migliore cortometraggio amatoriale mai girato su Batman.
8 minuti migliori di tante puttanate viste al cinema sui supereroi.
Buona visione.

Photoshop tips&tricks, 1

Ogni tanto scopro qualche funzione "nascosta" in Photoshop che mi fa risparmiare un sacco di tempo, oppure, lavorando su un certo problema, arrivo a qualche soluzione che, rifletto, potrebbe essere utile anche a qualcun altro.
Magari di voi ne saranno già a conoscenza, ma forse altri no.
Ecco qualche Perla Di Saggezza sul software di fotoritocco più popolare al mondo.
Iniziamo con questo.
Ho un file multilivello, di quelli esagerati (so che anche voi vi siete fatti prendere la mano, almeno una volta, e avete creato un mostro) e ho bisogno di creare una presentazione dalle immagini contenute sui singoli livelli.
Avrei dovuto aprire il file, selezionare il contenuto di ogni singolo livello, copiarlo e incollarlo in un nuovo documento, e salvarlo. Una bella rottura.
E invece...
Andate in File>Script>Esporta livelli in file. 
Si aprirà una finestra di dialogo che ci chiederà dove salvare i file e in quale formato. Quindi, basta sedersi a guardare Photoshop che fa tutto lo sporco lavoro.

La vendetta del vinile

Nei negozi di musica ha fatto la sua ricomparsa, guarda un po’ chi si rivede, il vinile. Ma, come obiettava Battisti, non dovevamo vederci più?
E invece rieccolo, stavolta ammantato da un’aura quasi di snobismo, di fascino vintage, (di questi ultimi tempi sembra andare molto di moda qualsiasi cosa riemersa dalle nebbie del passato, meglio se non troppo remoto), confezionato in lussose custodie di plastica trasparente richiudibili (non potevano pensarci trent’anni fa?) e accompagnato da una bodycopy che suona pressappoco così: “Ascolta la tua musica preferita nel suono analogico da veri intenditori”.
In altre parole, sbugiardando e contraddicendo tutti i comunicati pubblicitari con cui fu lanciato il compact disc nel 1980, epoca in cui i media fecero a gara nel lavaggio del cervello della gente per convincerla che fino a quel momento si erano dovuti accontentare di una riproduzione del suono infedele, distorta e velocemente deperibile, per non parlare delle dimensioni dei supporti e della praticità d’uso del nuovo, ineffabile dischetto digitale.
D’altra parte, bisognava in qualche modo convincere le masse a riacquistare ciò che già possedeva, in alcuni casi convertendo discografie di centinaia e centinaia quando non migliaia di dischi in vinile, che veniva declassato a mero oggetto per collezionisti un po’ fanatici.
I vecchi, drammaticamente obsoleti vinili, finivano in cantina nel migliore dei casi o addirittura dritti nel cassonetto man mano che venivano rimpiazzati dalle loro riedizioni digitali, e tutti erano felici: il consumatore, che aveva comprato qualcosa che già possedeva ma – vuoi mettere? – condensato in un dischetto argenteo che gli sarebbe sopravvissuto senza mai un cedimento, le case discografiche, che a fronte di costi di produzione più bassi vendevano di nuovo la stessa musica allo stesso utente a un prezzo più alto, e gli artisti, che vedevano piovere sui loro conti correnti nuove royalties, i produttori di lettori di compact disc, che si affrettavano a mettere in catalogo i loro costosi modelli, Sony e Philips, che detenevano il brevetto e intascavano qualche dollaro ad ogni supporto venduto griffato con il mitico logo “Compact Disc Digital Audio”, già DAD (Digital Audio Disc).
E poi, tutto quello spazio guadagnato sulle mensole! Nel giro di qualche anno, con il diffondersi dei lettori portatili finalmente utilizzabili grazie all’utilizzo di memorie tampone degne di questo nome (anche i produttori coreani di chip ringraziano), il cd esce dalle case e ci accompagna a fare jogging, sul treno, in autobus, in vacanza, dappertutto. Nessuno pensa più al vinile, polveroso padellone nero che va girato sul più bello e non è neanche telecomandabile,
Sembrava una tecnologia destinata ad una naturale estinzione, e invece rieccolo qua.
Il mio parere? Che è la solita, vecchia storia.
Spremere un po’ di quattrini al consumatore.
Fargli ricomprare in doppia coppia la stessa, identica musica.
Solo, con tutte le scomodità di una volta: ingombro, durata, praticità e flessibilità d’uso, eccetera.
E facendoci passare questi svantaggi come un romantico plus dal retrogusto sofisticato e vintage.
Adesso ci dicono che l’orecchio umano è analogico, che la codifica digitale del suono è innaturale, che si tratta pur sempre di una sequenza molto rapida di campionamenti, che non potrà mai raggiungere, esattamente come nel paradosso di Achille e la Tartaruga, la continuità di un segnale analogico.
Adesso, ora che il mercato è saturo ed anzi in gigantesca crisi a causa del diffondersi della banda larga, del peer-to-peer e dell’mp3 e milioni di utenti prima si scaricano il nuovo (pessimo) cd di Madonna e poi, eventualmente, decidono di acquistarlo, ci (ri)propongono questo minestrone riscaldato, rivestendolo di significati che solo dei pubblicitari potrebbero tirare fuori dal cappello.
Perché masterizzare un cd è alla portata di chiunque, ma incidere un vinile, beh, vuoi mettere?, è tutt’altra cosa: e quelle grosse copertine, poi. Fanno davvero un bel figurone sullo scaffale.
E si ricomincia.

Foto in apertura di FaceOfInsane.

Cyberluke-Valex, storia di una joint venture

Valex è un'artista digitale.
Molto brava.
Molto modesta.
Fa cose significativamente diverse dalle mie, ma anche per questo mi affascina: trovo che abbiano una grande delicatezza e una forza compositiva non proprio comune. QUI trovate una sua galleria.
Una delle cose belle del web è che artisti anche lontani possono collaborare tra loro abbastanza facilmente.
Qualche tempo fa, stavo spostando e rimescolando i livelli di una cosa che proprio non riuscivo a far quadrare. Mi sono fermato, del tutto incartato su me stesso.
Così ci ho rimuginato un po' su, e ho contattato Valex, proponendole di rimetterci le mani.
Uno dei casi in cui tecnologia fa rima con magia.
Valex ha accettato la sfida, e nel giro di un fine settimana ha compiuto il miracolo.
Qui sotto vedete il risultato finito.
Ero partito da una fotografia di Arianna Catania, talentuosa fotografa catanese, che mi ha gentilmente concesso in uso.
Qua sotto, invece, c'è la mia versione prima che Valex ci mettesse le manine e il mouse sopra.
Commenti sempre graditi.

mercoledì 27 agosto 2008

L'Amore dura tre anni. Ma anche no


È il titolo del romanzo di Frédéric Beigbeder, l’autore dell'ottimo 26.900. Sull’onda del successo editoriale di quest’ultimo, qualche anno fa Feltrinelli ben pensò di tradurlo e pubblicarlo.
E io di comprarlo, per l’assai esigua somma di otto euro.
Il giudizio?
Analogamente a 26.900, parte benissimo: le sue teorie, intrise di cinismo appena venato di umorismo, sono accattivanti.
Solo che poi (come 26.900) la storiella personale che ci infila dentro non è proprio niente di speciale, anzi.
Ti auguri che il libro finisca in fretta, cercando tra le banalità qualche altra perla nascosta, che però non salta fuori.
139 pagine di cui riporto qui qualche stralcio.

Si può essere alti, mori, e piangere. Basta scoprire di colpo che l’amore dura tre anni. È il genere di scoperta che non auguro al peggiore dei miei nemici - mera figura retorica in quanto non ne ho neanche uno. Gli snob non hanno nemici, ecco perché sparlano di tutti: per cercare di farsene qualcuno.
Una zanzara dura un giorno, una rosa tre giorni. Un gatto dura tredici anni, l’amore tre. È così. C’è prima un anno di passione, poi un anno di tenerezza e infine un anno di noia.
Il primo anno si dice: “Se mi lasci, Mi AMMAZZO”.
Il secondo anno si dice: “Se mi lasci, mi farai soffrire, ma me la caverò”.
Il terzo anno si dice: “Se mi lasci, stappo lo champagne”.



Il primo anno, si comprano dei mobili.
Il secondo anno, si spostano i mobili.
Il terzo anno, ci si divide i mobili.
Nessuno vi avverte che l’amore, dura tre anni.
Il complotto amoroso si basa su un segreto ben custodito. Vi si fa credere che è per la vita, mentre, chimicamente, l’amore scompare nell’arco di tre anni. L’ho letto in una rivista femminile: l’amore è una botta effimera di dopamina, noradrenalina, prolattina, luliberina e oxitocina. Una piccola molecola, la fendetilammina (FFA), provoca sensazioni di allegria, esaltazione, euforia. 
Il colpo di fulmine sono i neuroni del sistema limbico saturi di FEA. La tenerezza sono le endorfine (l’oppio della coppia).
La società vi inganna: vi vende il grande amore mentre è scientificamente provato che questi ormoni cessano di agire dopo tre anni.
Del resto le statistiche parlano chiaro: una passione dura in media 317,5 giorni (mi chiedo cosa succeda durante l’ultima mezza giornata...) e, a Parigi, due coppie sposate su tre divorziano nei tre anni successivi alla cerimonia.
Negli annuari demografici delle Nazioni Unite, dal 1947, specialisti del censimento pongono domande sul divorzio agli abitanti di settantadue paesi.
La maggioranza dei divorzi avviene nel corso del quarto anno di matrimonio (il che significa che le procedure sono state avviate verso la fine del terzo anno.) In Finlandia, Russia, Egitto, Sudafrica, centinaia di milioni di uomini e donne presi in esame dall’ONU, che parlano lingue diverse, esercitano professioni diverse, si vestono in maniera diversa, manipolano soldi, intonano preghiere, temono demoni diversi, nuttomo un’infinita varietà di speranze e sogni conoscono tutti un picco dei divorzi esattamente dopo tre anni di convivenza.”
Questa banalità non è che un’ulteriore umiliazione.

Citofoni: aboliamoli

Ma a che dovrebbe servire mettere il nome sulla targhetta del citofono? A permetterti che qualcuno ti rompa le balle, ovvio.
La questione è semplice in modo disarmante. Chi ti conosce e ti è amico sa benissimo dove abiti. Chi non ti conosce presumbilmente non ti è amico (correggetemi se sbaglio) e quindi non deve sapere dove abiti.
Perché se ti citofona qualcuno che non conosci, al 99,9% è una rottura di balle.
Piazzisti (i venditori di spazzole ed enciclopedie non si sono estinti, ma evoluti in dimostratori della Kirby e della Folletto), testimoni di Geova (ma davvero credono che la religione sia una cosa da vendere porta a porta come una spazzola? che diavolo, non funziona neanche con le spazzole), vigili urbani e messi comunali ansiosi di notificarti multe e contravvenzioni assortite, questuanti di ordine e grado, dispensatori di cataloghi e pubblicità non richieste, truffatori, rapinatori e serial killer.
C’è tutta una (cospicua) fetta di U(u)manità che si sveglia la mattina con un solo scopo fisso nella testa: romperti le balle.
E per farlo, non la spaventa entrarti fin dentro casa, l’ultimo eremo, l’estremo baluardo (visto che ti bussano anche al finestrino della macchina non appena la tua velocità scende sotto i venti chilometri orari). Da un po’ di tempo, diciamo da quando il cellulare si è universalmente diffuso, il citofono potrebbe quasi decretarsi obsoleto.
Sei sotto casa mia?
Fai uno squillo con il cell.
Il tuo nome mi compare sul display, so già chi sei senza manco dovermi alzare, sollevare la cornetta e fare la stupidissima domanda “chi è?”.
Ok, devo alzarmi comunque a premere il pulsantino, ma per quanto mi riguarda i citofoni potrebbero benissimo essere permanentemente sostituiti da un bottone apriporta.
Quando abitavo qui con la mia ex convivente (non riesco manco ad usare l’espressione “vivevo” perché non era di vita che si trattava), c’erano i nostri due cognomi scritti sulla casella postale. Mi sembra di ricordare che fosse stata una sua iniziativa. Io preferivo l’anonimato più assoluto.
Quando la strega abbandonò casa, non dimenticò di cancellare con alcuni nervosi tratti di penna il suo cognome dalla casella di posta.
Io completai l’opera asportando anche il mio cognome, sosituendolo con quello dei padroni di casa.
Tutta la mia posta mi arriva in ufficio, almeno quella che voglio che mi arrivi. Che la pubblica amministrazione si arrangi. Che il postino tornasse indietro con le sue multe e le sue citazioni nella sua sudicia borsona.
Mettetemi il sale sulla coda, venitemi a stanare se ne avete veramente voglia e il tempo.
Io di certo non vi faciliterò il compito, scrivendo a chiare lettere dove potete trovarmi per tartassarmi con le vostre richieste di denaro (questo e solo questo vuole la pubblica amministrazione dalle persone, questo e null’altro).
Il mio citofono è e resterà sempre un vicolo cieco per tutti gli sciacalli e coloro che non attribuiscono valore alcuno alla privacy delle mura domestiche.
Già non ho troppa simpatia per l’U(u)manità in genere, fosse per me difenderei il mio spazio con filo spinato elettrificato e doberman perennemente incazzati. Ma visto che non posso, mi limito a non scrivere il mio nome sulla targhetta del citofono.
Direi che è un compromesso accettabile, che ne dici, U(u)manità? :D

Doll Face

Bellissimo.
Poetico.
Suggestivo.
Guardatelo.

(a)Mici miei


Eccoli.
Sono due.
Sono bellissimi.
Sono miei.
O magari, sono io che appartengo a loro, ormai.
Da sinistra: Elvis & Teppa. Fotografati sulla mia scrivania dal sottoscritto.
Classe 2006.
Eleganti, silenziosi, insondabili.
Creature superiori, potete credermi.

Batmobile e Batsuit. Dieci anni intorno il mito.


Come detto QUI, il DVD Batman Cavaliere di Gotham non era poi questo irrinunciabile acquisto.
Così metto su i dvd coi contenuti extra di Batman Begins e il primo Batman di Burton, confrontando approcci e soluzioni adottati a quindici anni di distanza su due degli aspetti più significativi dell’iconografia del pipistrellone mascherato: la Batmbobile e il costume.

Veniamo prima alla Batmobile.
Anton Furst, lo scenografo della produzione in seguito ricordato per la sua volontaria dipartita da questa valle di lacrime, ebbe solo cinque mesi per realizzarla. Disegnò una linea che non richiamava alla mente alcun periodo storico particolare (una delle geniali peculiarità dei due film di Burton era la singolare commistione di elementi di arredo, architettura e abbigliamento anni quaranta con altri assolutamente attuali, facendo svolgere la vicenda di fatto in un continuum temporale tutto suo), e non era nemmeno un’auto futuribile: il suo fascino consisteva nell’essere una estensione del look di Batman, un look studiato per proteggere il guidatore e per intimidire i criminali.
Una specie di versione a quattro ruote di Batman stesso, questo riuscì a fare Anton Furst. Sinuosa, notturna, felina, possente. E assurda come uscita da una giostra.


Tutt’altra storia la concezione di Christopher Nolan voluta per il suo iperrealistico Batman Begins. Al bando ogni fantasia gotico-favolistica. La batmobile disegnata dallo scenografo Crowley è stata immaginata come un prototipo militare chiamato The Tumbler, disegnato dalla divisione di Scienze Applicate della Wayne Enterprises come veicolo gettaponti e per facilitare gli spostamenti dell’equipaggio sull’acqua e sugli spazi aperti.
La Tumbler è funzionalismo allo stato puro, e apparentemente, nessuna concessione all’estetica.
Non ha neanche una forma definita, con tutti quei pannelli sovrapposti come scaglie di un rettile. Ma è un altro capolavoro di design, che fonde la possenza di un carro armato con l’eleganza di una Lamborghini. L’assenza dell’asse anteriore, i sei enormi pneumatici da camion, l’aspetto da insetto. Non assomiglia a nulla. Travolge ogni cosa con l’indifferenza di un rinoceronte.
Tutti vorremmo averne una nel garage. Almeno, io la vorrei.

Ma veniamo al design del costume.
Il costume di Batman di Tim Burton fu progettato da Bob Ringwood. All’epoca, fu decisamente rivoluzionario rispetto tutto quello che si era sempre visto nei fumetti. Il grigio e il blu furono inghiottiti da un nero totale, notturno, lucido.
Risultò subito evdente che alcune caratteristiche dei costumi dei supereroi funzionano solo sulla carta: nessuna calzamaglia è abbastanza aderente da sembrare dipinta sulla pelle, ad esempio. E stendiamo un velo pietoso sulle mutande indossate sopra di essa. La realtà è tutt’altra cosa.
Ai tempi di Adam West, evidentemente, il comune Senso Del Ridicolo era sottilmente diverso da oggi.
Nel 1989, Ringwood trovò la soluzione ri-concependo il costume di Batman come un’armatura protettiva, quindi rigida e anti-proiettile, ma non al punto da rendere impossibili i movimenti più semplici: trovò nel latex il materiale ideale, scolpito replicando una muscolatura da culturista. È il concetto che, pur con notevoli modifiche, accompagnò tutte le batsuit fino a Batman & Robin, per cedere il passo all’approccio razionalistico di Christopher Nolan che virò su una specie di tuta antiproiettile da fanteria corazzata.
Il mantello, poi. Splendido e scenografico nei fumetti quanto inutile e anzi d’impaccio nella vita reale.
Ma un Batman senza mantello da pipistrello è inconcepibile, sarebbe come togliergli le (squisitamente inutili) orecchie. È uno degli elementi più caratterizzanti e non poteva essere sottovalutato. Il costumista ne progettò uno molto ampio, che potesse, all’occorrenza, dispiegarsi in un aspetto quanto più scenografico possibile per aumentare l’impatto visivo di Batman, sia sul pubblico che sui criminali affrontati dal giustiziere. D’altronde un giustiziere che volesse travestirsi per spaventare i criminali dovrebbe puntare soprattutto su un effetto teatrale allo scopo di provocare una reazione emotiva forte, indelebile nella memoria.
Quanto poi questo aspetto possa funzionare in un contesto realistico, beh, faccio calare un altro velo pietoso. Diciamo che l’aspetto di Batman è la più grossa concessione alla cosidetta sospensione dell’incredulità.
Il suo costume sembra concepito per penalizzarne movimenti e percezioni. Il cappuccio solidale col torso, tanto per dirne una: rende impossibile voltare la testa, costringendo gli attori a compiere coreografiche giravolte più da ballerino che da combattente. Udito e visione periferica sono estremamente ridotti. Non esattamente un plus in qualsiasi combattimento, fosse pure una rissa tra bulli in un vicolo.

Il costume utilizzato nei film di Burton viene completamente riprogettato nel nuovo corso di Joel Schumacher, che rischia di passare alla storia come "colui che mise i capezzoli sul costume di Batman".
La nuova tuta – disegnata ancora una volta da Ringwood – sul corpo del nuovo interprete, Val Kilmer, è più leggera, flessibile, e ha un aspetto decisamente più "anatomico", muscoloso e naturale.
Viene chiamata Panther suit, ed è una delle più belle mai indossate da un Batman cinematografico.
Anche il cappuccio, guanti, stivali e cintura subiscono un redesign totale, e il risultato è davvero, davvero buono... giudicate voi:

Naturalmente, anche se l'estetica era migliorata, la funzionalità restava la stessa.
In un'intervista, George Clooney, chiamato ad interpretare Batman nel secondo film di Schumacher, dichiarò che muoversi con quel costume addosso era a malapena possibile.
La mobilità era ridotta al minimo, il mantello impacciava qualsiasi movimento e i guanti pesantemente imbottiti azzeravano qualsiasi sensibilità.

Christopher Nolan e il nuovo corso neorealista
Dovettero passare parecchi anni dopo il tonfo del mediocre Batman & Robin perché qualcuno riprendesse in mano il brand dell'uomo pipistrello.
E a farlo, fu Christopher Nolan, che ingaggiò la costumista Linda Hemming.
Riletto il mito di Batman in chiave iperealistica, il costume doveva, nelle intenzioni, non solo apparire funzionale, ma esserlo veramente. Obiettivo che, per forza di cose, fu raggiunto solo in parte.
La batsuit utilizzata in Batman Begins venne immaginata, al pari della Batmobile, come un prototipo modificato della Wayne Enterprise: la Nomax Survival Suit, un’armatura progettata per impieghi militari. La Batsuit disegnata da Hemming e dalla sua squadra consiste in una sottotuta di neoprene simile a quella dei sommozzatori, con sette sezioni di lattice aderente: ginocchia, polpacci, gambe, braccia, busto, schiena e cappuccio.
Proprio a proposito di questo, la Hemming lavorò con lo scultore Jim Murrey per trovare il modo di renderlo abbastanza sottile da permettere i movimenti e abbastanza flessibile da evitare pieghe quando Bale voltava la testa.
La differenza più evidente rispetto le passate interpretazioni sono senza dubbio le orecchie, molto più piccole, e il collo, grande come quello di Mike Tyson, che nelle intenzioni della Hemming doveva ricordare quello di una pantera.
Anche se il costume era più flessibile e si adattava meglio ai movimenti rispetto alle precedenti versioni, non era comunque confortevole quando Bale doveva indossarlo per ore di fila. Servivano tre persone per vestire Bale ogni volta. La preoccupazione principale, oltre il surriscaldamento, era il mal di testa che procurava a Bale nel giro di mezz’ora.

[RECE] DVD: Batman il cavaliere di Gotham


Molti ricordano Animatrix come una delle iniziative collaterali ad una serie di film tra le più riuscite. L’idea di affidare a studi d’animazione giapponese di alto profilo un’antologia di racconti inseriti nell’universo narrativo di Matrix, portò ad una notevole varietà di interpretazioni, ma anche ad una realizzazione tecnica impeccabile degli episodi.
A distanza di cinque anni la Warner impiega un format simile per Batman: Il Cavaliere di Gotham nell’ottica della promozione del film Il Cavaliere Oscuro.
Come nel caso di Animatrix ci troviamo di fronte ad un’antologia di corti realizzati da studi giapponesi, come lo Studio 4°C, la Production I.G, la Bee Train e la Madhouse. Le storie sono ambientate nel periodo tra Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro, sei episodi sono raccolti in un singolo DVD che noleggio e infilo nel lettore arrivato a casa.
Settantaquattro minuti dopo, più una pausa durante la quale mi sono addormentato, ho finito di vederlo.
Che dire?
Che non sono dei capolavori.
Nel senso che quasi certamente incontrerà i favori dei fan oltranzisti dell’uomo pipistrello e del cinema d’animazione, quest’ultimo, sfortunatamente, genere che al sottoscritto annoia sottilmente.
Intendiamoci, i livelli sono alti. I soggetti sono quasi tutti azzeccati, in particolare il primo, Have I Got a Story For You, che vede quattro ragazzini ch si raccontano storie in cui affermano di aver incontrato Batman, descrivendolo in vari modi, denotando i connotati da leggenda metropolitana che ha l’uomo pipistrello a Gotham. C’è chi lo immagina come un’ombra polimorfa o come un vero e proprio pipistrello umanizzato o addirittura come un vigilante robotico.
Gli altri episodi sono tutti ben realizzati tecnicamente, ma anche sottilmente noiosetti.
Il commento audio non è sottotitolato, ed è un peccato perché ne sarebbero uscite fuori cosette interessanti.

About me

A proposito di me.
Perché magari, forse, il micragnoso spazio concessomi nel box "profilo personale" per molti di voi non è sufficiente.
O magari sì, e allora saltate pure questo post. 
Ma se volete conoscere subito il peggio (e il meglio) di me, proseguite.
Vado in ordine sparso. 
Ho un padre scrittore e studioso, in egual misura, di teologia e psicoanalisi (strano connubio, sono il primo a dirlo). Diplomato al liceo artistico col massimo dei voti ancora non so come, me la cavo malissimo con le lingue straniere e qualsiasi disciplina implichi una buona memoria. In compenso ho un incredibile talento nel disegnare, pratica che da quando uso il Mac invero trascuro ingiustamente. 
Mi piace la fantascienza perché lascia spazio alla fantasia, che è la cosa di cui abbondo di più in assoluto.
Lavoro nel campo del design e della comunicazione. Sul mio biglietto da visita c'è scritto art director, ma non è figo come dirlo. Tutt'altra storia. Se mi seguirete qui, scoprirete (anche) perché.
Ho iniziato a viaggiare tardi e di nascosto e ho scoperto che è bellissimo (viaggiare, non farlo di nascosto). Dove mi è piaciuto ci sono ritornato. L'Europa è bellissima.
Non mangio le verdure, e mi piace tutto quello che fa male. Dolci in testa.
Mi piacciono le cose semplici e logiche. Detesto quindi gli apparecchi difficili da usare, le lungaggini burocratiche, le strategie in amore.
Sono attratto dalla tecnologia, anche quando è superflua. Ho più computer di quanti me ne servano (preferisco usare i Macintosh, sono più semplici da usare. E poi hanno un design anni avanti chiunque altro). Il mio epitaffio potrebbe essere: di tutto quello che non serviva un cazzo, non s’è mai fatto mancare niente.
Detesto la musica latina, chiunque sia anche solo vagamente aggressivo, chi pensa solo al lavoro, i reality di qualunque tipo e la televisione in genere.
Mi annoiano i musical, i film gialli e quelli splatter. Il mio interesse per il calcio è zero. Fors'anche qualcosa di meno. L’unico sport che abbia mai seguito è stata la Formula Uno, nei begli anni di Lauda, e salvo qualche sporadica corsa nel parco e un paio di iscrizioni ad altrettante palestre, il mio rapporto con lo sport si esaurisce qui.
Adoro infilarmi in librerie e restarci infognato finché non riesco a trovarvi qualcosa con cui annaffiarmi il cervello la sera. Leggere è uno dei più grandi piaceri della vita.
Odio la vigliaccheria di chi si approfitta della debolezza altrui, di chi è socialmente disagiato, dei bambini, delle donne o degli animali. Odio le disparità di trattamento della legge di fronte chi commette crimini. Non mi piacciono le donne che credono che tutti gli uomini sono dei bastardi e ti squadrano con diffidenza fin dal primo minuto, non mi piacciono gli uomini che fanno i bastardi con le donne e le donne che vanno con i bastardi.
Mi piacciono le donne dolci, intelligenti e con uno spiccato senso dell’humor. Naturalmente mi piacciono anche belle. La semisconosciuta Jenny Agutter è probabilmente il tipo di donna che seguirei in capo al mondo.
I gatti sono creature superiori, ieratiche, per noi incomprensibili. Ne ho due e li studio ogni volta che posso senza riuscire a cavarne mai nulla. Però sono bellissimi.
Odio i comportamenti di massa: andare tutti al mare il sabato e la domenica, andare tutti a prendere l’aperitivo nel localino modaiolo alle sette e mezza, prendere le ferie ad agosto, uscire il sabato sera, andare in settimana bianca a febbraio, partire armi e bagagli non appena c’è un mezzo ponte all’orizzonte.
Ammiro chi trova il tempo di coltivare le proprie passioni, chi ha il coraggio di andare controcorrente, chi è disponibile verso gli altri, chi per una spaghettata non ti mette in agenda per la prossima settimana ma aggiunge un posto a tavola o dice Tra un’ora sono da te, porto il vino.
Non ho simpatia per le forze dell’ordine (in particolare i Vigili Urbani), per gli estremisti di sinistra, per gli esaltati di destra e per i figli di papà di qualsiasi colore politico.
La banalità può letteralmente ammazzarmi dalla noia.
Mi piacciono Helmut Newton e David LaChappelle, Neville Brody ed Even Meulen, Dave McKean e Design Republic, Brian Hitch e Bill Sinkiewicz, Frank Miller e Mark Millar, Jonathan Ive e Ferdinand Porsche, Antonio Gaudi e Frank Lloyd Wright, i Kraftwerk e Beethoven, tutti dei geni assoluti nei loro rispettivi campi. Il mondo sarebbe un posto ben più grigio senza di loro.
Il migliore film mai girato è 2001: Odissea nello spazio. Non c'è storia.

Uno, due, tre, prova.

Sembra facile. 
Il fatto è che io e l'html non ci siamo mai veramente presi.
Forse dovremmo solo conoscerci meglio.
Frequentarci un po' di più.
Se sbaglio, mi corriggerete.
Si parte.