martedì 30 settembre 2008

Chiedimi che ore sono.

Ancora tre bellissimi screensaver.
Tutti e tre includono degli originalissimi orologi.


PolarClock utilizza cerchi concentrici colorati in movimento. Potete calcolare che ora è dall'ampiezza dell'arco. Cervellotico, ma suggestivo.


Due3 è minimalismo allo stato puro. Giorno, mese e ora sono mostrati a chiare lettere, e una sottile linea luminosa in movimento indica il trascorrere dei secondi. Semplice ma elegante.


World Clock mostra data e ora in chiarissimo Helvetica Neue. Ogni secondo che passa si illumina il numero corrispondente espresso in lettere. Freddo ma magnetico.
Tutti assolutamente gratis.
E, ah, sì, per MacOS.
Windows, sorry.

lunedì 29 settembre 2008

Apocalyptica

C'è stato un tempo in cui, ogni volta che avevo l'ispirazione, e un po' di tempo libero, afferravo il blocco da disegno e davo fondo a matite, pennarelli, gessetti.
Oggi faccio lo stesso, solo usando Photoshop.
Il tempo è di meno ma l'ispirazione ogni tanto bussa ancora alla mia porta.

Qualche tempo fa, stavo (ri)sfogliando Ronin, una graphic novel disegnata per la DC nel 1984 da Frank Miller, autore, tra le altre cose, di Batman The Dark Knight Returns, Sin City e 300.
Ronin era ambientata in una New York post-apocalittica, dilaniata da criminalità, collasso economico e pericolosi mutanti.
In tale contesto si reincarna un samurai rimasto senza padrone, trasportato nel futuro dall'antico Giappone feudale, per combattere contro un antico demone che ha come obiettivo (guarda un po', anche lui) il dominio del mondo.
Un po' pasticciata e prolissa, in realtà, ma molto suggestiva sul piano visivo.
In particolare, mi accorgevo di tornare a soffermarmi su una doppia pagina, questa (cliccateci sopra per vederla più grande):
Nettamente divisa a metà, due visioni profondamente diverse di un'unica realtà: uno stormo di spaventosi demoni che in realtà sono creature biomeccaniche volanti.
Dopo un po', mi sono detto: tirare fuori da questa vignetta un'illustrazione fotorealistica, sarebbe fantastico.
Non sono assolutamente capace ad usare un software di modellazione 3D, mentre me la cavo con Photoshop.
Così proposi a Davide, un caro amico che col 3D ci si guadagna da vivere da anni, di realizzare un'illustrazione congiunta.
I termini erano semplici: lui avrebbe modellato e renderizzato i demoni, io avrei assemblato le creature biomeccaniche con Photoshop.
Purtroppo, sovente tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, la distanza (Davide vive e lavora a Vicenza) e i rispettivi impegni professionali hanno fatto accantonare la joint-venture a tempo indefinito.
Peccato, mi dissi, ma non mi rassegnai ad abbandonare il progetto.
Forse, potevo semplicemente modificarlo o reinterpretarlo, anziché limitarmi a replicarlo pedissequamente.
Ho iniziato così a lavorare sulle creature biomeccaniche, decidendo che sarebbero state le sole protagoniste. Ma cercando di dare loro un aspetto più demoniaco.
Una sorta di macchine maligne, uscite fuori da un inferno dove i demoni sono fatti di metallo e di circuiti elettronici.
Ho usato una scansione della doppia pagina disegnata da Frank Miller come base su cui ho montato pezzi di aeroplano, testate di motori, apparecchiature industriali, protesi dentarie.
Dopo un po' di lavoro, sono arrivato a questo:

La seconda parte dell'idea si riferiva all'ambientazione.
Ho immaginato uno scenario apocalittico dove Roma veniva attaccata e incendiata da uno stormo di queste creature volanti, a metà tra i draghi medievali e un terminator.
Così, fondendo parti dell'orizzonte romano con fotografie di roghi, muri di fiamme e colonne di fumo, ho ottenuto questa immagine finale.

Devo ancora ritoccarla qua e là, ma nel complesso è il suo aspetto definitivo. Cliccateci sopra per vederla più grande.
Che ne pensate?
Devo cambiare mestiere o solo spacciatore?

Rebranding, 2: Fiat


Ho già affrontato il tema del ridisegno di un logo in questo post.
Certe volte è un'operazione necessaria, atta a tenersi al passo coi tempi; altre volte, si soggiace semplicemente alle mode, e qui già tendo a vederla come un inutile sperpero di denaro.
Il che, detto da un designer, potrebbe sembrare un'affermazione contro i suoi stessi interessi; in realtà, delle decine di migliaia di euro che le grandi aziende investono in queste operazioni assai raramente il designer che ha firmato il restyling ne sente anche solo l'odore.
Sono del parere che un pizzico di meritocrazia in più nel settore non farebbe male a nessuno, ma, si sa, quando si parla di quattrini si diventa molto poco democratici, e comunque non era questo il punto.
Ristilizzare mi va bene, dicevo.
Anzi: sono tutto tranne che conservatore, e trovo che la spinta verso il nuovo non sia mai abbastanza forte.
Ed è (anche) il caso del "nuovo" logo Fiat.
Dove le virgolette sono d'obbligo, visto che di nuovo io, non so voi, non ci vedo quasi nulla.
Andate QUI, e osservate l'evoluzione dal 1899 ad oggi. Guardate il lettering del logo del 1901: vi ricorda qualcosa?
Ma certo: quello del 2006.
Sì, certo, la tradizione.
Come no, la continuità.
Ma fatemi il piacere.
Reinventarsi una volta ogni vent'anni no, eh?
Guardate cosa accadde nel 1972: quello fu un cambiamento.
Epocale. 
Personalmente, non mi piaceva, né mi piace adesso.
Ma, che diavolo, ci fu qualcuno che disse: Non siamo più nel 1930, facciamo qualcosa di attuale!
Guardate ancora, e osservate cosa accadde esattamente dieci anni dopo: Giorgio Giugiaro si spinge al minimalismo più estremo, riducendo tutto a cinque barrette diagonali.
Resto a bocca aperta.
Straordinario.
Fino al 2000.
La parola d'ordine, in quegli e questi anni, è "retrò".
Revival.
Come a dire: non abbiamo il fegato di proporre qualcosa di nuovo, meglio pararsi il posteriore e rinfrescare un best-seller dei bei tempi andati.
Lo fanno anche nel cinema, nel pret-a-porter e nell'industria discografica.
E il "nuovo" logo Fiat è uno sfacciato ripescaggio di quello del 1929.
Praticamente, una fotocopia.
"Un ritorno ai lustri del passato", chiosano gli ometti del marketing.
Che altro non è che una dichiarazione di incapacità travestita.
Ai designer non viene chiesto di inventare qualcosa, ma di riadattare il vecchiume.
Ma diciamo che, per una volta, mi può anche stare bene.
Ma ecco che il "nuovo" logo, dopo appena sei anni, viene sostituto da un altro.
Non nuovo, no. Neanche stavolta.
Il "nuovo" logo è solo un nuovo restyling.
Il ripescaggio, stavolta, è di quello del 1931, quello col fondo rosso, con innestato dentro quello del 1932. 
Il risultato più piacere o meno, io stesso lo trovo piuttosto gradevole, ma... 
...il coraggio di tirare fuori qualcosa di nuovo no, eh?

Fatele belle...

Vorrei che qualcuno producesse chiavi USB più capienti ma soprattutto meno brutte.
Quelle che vedo nei negozi fanno schifo.
Insalvabili.
Direte: ma che ti frega dell’estetica, poi sono così piccole.
E già. Proprio a me, che compro gadget di lusso perché sopra c’è una meletta serigrafata sopra.
Ecco, Apple dovrebbe produrre chiavette USB.
Potrebbero somigliare al primo iPod shuffle, altro capolavoro di design minimalista.
Tipo questa, che mi sono divertito a immaginare con Photoshop.
Va bene, ho rotto le palle con Apple.
Allora potrebbe farle la Sony, dall’aspetto organico, lucidissime, con un piccolo display OLED che indica lo spazio ancora disponibile.
E invece le fanno solo i cinesi, che come design non ci prendono neanche quando copiano.
E io aspetto.

La luce rossa, la luce verde


Devo dire che in un paio di centri commerciali romani hanno avuto, una volta tanto, un’idea geniale.

Hanno sistemato una luce davanti ogni posto auto, che cambia da verde a rosso se il posto è occupato o no, e in più, se è verde, lampeggia persino. Non basta: all’imbocco di ogni corridoio c’è un grosso display digitale che segnala il numero dei posti rimasti disponibili.
Se scovassi il progettista di questo sistema, gli pagherei una birra, perché bastava pensarci e lui ci ha pensato.
E poi mi spingo ancora più in là: mi immagino questo sistema uscire dai parcheggi dei centri commerciali ed arrivare nelle strade. Sei lì che avanzi per via della Giuliana pregando di trovare un buco almeno in una delle vie limitrofe, ed ecco che all’imbocco di via Faa di Bruno c’è un bel display che ti dice: “2”. Sorridi, metti la freccia ed entri. A colpo sicuro.
Una cazzata?
Mettete insieme tutto il tempo che durante l’anno sprechiamo girando dieci volte attorno l’isolato cercando due metri quadri per incastrare la nostra macchinetta: otterrete ore e ore, forse giorni e settimane che avremmo potuto impiegare in migliaia di modi migliori piuttosto che stare lì a schiumare come avvoltoi in attesa che qualcuno rimetta in moto e se ne vada lasciandoci i suoi preziosi metri quadri d'asfalto sgombro.
Ma voglio spingermi ancora oltre.
Display davanti gli uffici, fabbriche, agenzie di pubblicità, studi di architettura, botteghe di calzolai e qualsiasi altro luogo di lavoro: verde, posti liberi, numero X. Rosso, niente da fare, organico al gran completo.
O ancora, un bel display da portare discretamente attaccato al bavero della giacca o appeso al collo come un gioiello per le donne: rosso, fuori dalle balle, non c’è trippa per gatti.
Verde, esamino proposte.
Come? Mi sto spingendo troppo in là?
Uhm. Forse avete ragione.
Ma un giorno, qualcuno mi fregherà questa fantastica idea, me lo sento.

Volare, o-oh

Buon lunedì mattina a tutti.
Per iniziare la settimana, ci vuole qualcosa di piacevole a vedersi, assolutamente inutile e assolutamente gratuito.
Sì, uno screensaver.
Vi propongo Fenêtres Volantes.
Splendido.
Attivatelo e tutte le finestre che avete aperte sul vostro monitor inizieranno dolcemente a fluttuare sospinte da una corrente invisibile (ok, in realtà usa gli effetti del layer grafico Quartz, ma dirlo così è più sognante).
Scaricatelo da QUI. Per MacOS Tiger e Leopard.
In Preferenze di Sistema>Scrivania e Salvaschermo, selezionando Fenetres Volantes dalla cartella Altro, potrete gestire le opzioni che comprendono, fra l’altro, il numero di finestre da far fluttuare, la velocità e il tempo di attivazione e disattivazione.
Ora potrete restare a fissare imbambolati lo schermo senza fare nulla come stavate facendo prima, ma con in più qualcosa di bello da guardare.

venerdì 26 settembre 2008

Come avere un autentico CyberLuke sul proprio computer (o iPhone).

In risposta a quelli che hanno apprezzato le mie photoshoppate (ok, non è che abbiate intasato la mia casella di posta elettronica), ho pensato di renderne disponibili alcune per il download nei classici formati desktop e iPhone (cos'è quella faccia? vuoi dire che non possiedi ancora un iPhone? oh, beh, non posso pensare a tutto io).
Comunque, a quanto pare, la più richiesta per ora è I don't know what you want but I can't give it anymore, che potete scaricare nel formato per iPhone da QUI.

Questi, invece, i formati desktop.
E grazie per l'interessamento.

Balliamo sul mondo


Proprio ieri, Viviana (la morona a destra che sembra abbia bocca e naso rifatti ma vi assicuro che non è così) ha dato alla luce Nicolò, a cui mi unisco nel coro dei benvenuti a questo mondo.
Viviana ha bruciato sul tempo Anna (la stangona che vedete a sinistra), che già ieri avrebbe dovuto mostrarci Francesca.
Francesca non sembra avere fretta.
Aspettiamo.
Ps per voi due, creo una nuova etichetta... ;)

Aggiornamento: anche Francesca si è decisa. Ore 10.26.
La vita è bella.

giovedì 25 settembre 2008

Android vs iPhone


Martedì scorso è stato presentato il T-Mobile G1, per molti il vero competitor di iPhone.
Tra somiglianze e differenze, fate voi le vostre valutazioni.
Io mi sono molto divertito con questa vignetta di Nitrozac e Snaggy che mi sono preso la libertà di tradurre. :)
QUI  la vignetta originale.

Poche storie...

In questi giorni, sta andando in onda su Sky un reality show intitolato senza troppa fantasia Pam: Spirito Libero, che ha come unica, sola e incontrastata protagonista Pamela Denise Anderson, la più celebre bagnina di tutti i tempi.
Detto tra di noi, potete tranquillamente fare a meno di vederlo.
Mi serviva solo come pretesto per pubblicare una foto della donna più bella del mondo.
Tutte le altre si mettano in fila, prego.

E, per i poveri infelici che non sanno di cosa sto parlando...

..ecco il trailer di uno dei più grandi film di fantascienza di sempre.
Altro che Matrix.

Ne voglio uno!

Questa notizia mi ha reso di colpo infelice: la Fred Barton Productions di Los Angeles produrrà a mano delle repliche a grandezza reale di Robby the Robot, protagonista indimenticabile de Il Pianeta Proibito.
Dalle fotografie presenti sul loro sito, sembra una ricostruzione molto accurata.
Perché sono infelice?
Per il prezzo. Per la gioia di chi ama i prezzi con un sacco di “nove” dentro, è di “soli” 16.999.99 dollari.Ogni replica è costruita a mano in fibra di vetro, con dettagli in alluminio.
È rivestito di vernice metallizzata, ha luci sulla cupola, effetti audio con neon sincronizzati, antennine rotanti motorizzate e chissà quanti altri “-izzate”.
Dietro un anticipo di settemilacinquecento dollari se ne può avere una su ordinazione in due o tre mesi, il tempo necessario per assemblarla.
Ecco, poi uno si chiede a che serve avere così tanti quattrini da non sapere cosa farsene.
Datemene uno da mettere nell’angolo del salotto e sarò per sempre pacificato.

Perfezione animale

L’altra sera avevo Elvis proprio sulla scrivania.
Non sembrava badare a me, piuttosto guardava qualcosa con blanda attenzione, seduto immobile. Ce l’avevo proprio ad altezza sguardo, e non ho potuto fare a meno di restare colpito dalla semplice perfezione del suo profilo di gatto. Una figura che trasmetteva completezza, serenità e forza.
Non credo che Elvis sia un gatto particolarmente scaltro. Ho rinunciato da tempo ad insegnargli qualsiasi cosa, foss’anche una rudimentale educazione che persino il suo compagno Teppa sembra capire meglio. Ma non mi importa.
Quello che vedo in lui è una figura che a tratti mi scopro addirittura ad invidiare.
Ha un suo mondo, una sua percezione limitata ma pacifica.
È una mente semplice, del tutto priva di malizia.
Ha uno sguardo paragonabile solo a quello di un bambino molto piccolo, aperto con grande curiosità su ogni cosa.
Ha reazioni elementari, ma il suo affetto è genuino.
Quando sono seduto davanti il Mac e mi arriva passeggiando sotto il mento dandomi una piccola testata, mi sento invadere da un affetto senza fine.
Sento che mi vuole bene e che cerca un contatto fisico, forse un po’ di attenzione.
Sono momenti che vorrei arrotolare e chiudere in una bottiglia, perché racchiudono la quintessenza della tranquillità.
Voglio dire, quale urgenza è concepibile osservando un gatto che si lava?
Un gatto si pulisce come se avesse tutto il tempo del mondo.
Al contrario degli esseri umani, quando lo fa, ha già mangiato, quindi non ha fretta di andare da nessuna parte. È meticoloso. La natura gli ha suggerito che è piacevole essere puliti, e non si fa domande, esegue e basta. Vive e basta.
Tra poco si addormenterà, scivolando in un dolce oblio ristoratore. Dicono che i gatti e tutti gli animali con ridotte capacità cerebrali non sognino, e se è così significa che sognare non gli serve. La natura sa quello che fa, e i gatti, che portano anch’essi il suo marchio di fabbrica, sono una delle sue invenzioni più riuscite, anche se, apparentemente, vanno a colmare un posto molto piccolo nell’ecosistema.
A differenza di cani, cavalli, mucche o pecore il gatto non ha praticamente nessuna utilità pratica per l’uomo, ingombrante specie dominante del pianeta (anche se prima di dire “dominante” bisognerebbe chiedere il parere alle termiti, o alle formiche o alle api).
Il gatto non si mangia (il coniglio è più facile da allevare e si riproduce più efficacemente), la sua pelliccia non è pregiata, non dà latte né avorio o grasso.
È troppo piccolo per sfruttare la sua forza per qualsiasi lavoro.
Non c’è verso di insegnargli nulla. La sua memoria è troppo scarsa, o forse è troppo orgoglioso per eseguire qualsiasi comando.
Ma è una delle specie più amate dall’uomo, e qualche motivo ci sarà pure.
Il gatto è la massima espressione della nostra mancanza di logica. Non serve a nulla, ma a noi basta guardarlo. È bellissimo. Ieratico, fiero, possente, anche se dal muso alla coda misura poche decine di centimetri.
Infonde tranquillità. Sentirlo fare le fusa è come accendere un’orchestra personalissima che suona solo per noi. Accarezzarlo dà soddisfazione. Persino guardarlo dormire è rassicurante: se in casa accade anche il più piccolo cambiamento, se c’è anche solo il sospetto di una minaccia, il gatto se ne accorgerà molto prima di noi: quindi, finché sonnecchia, tutto bene.
Giocare con lui è coinvolgente. Il gatto gioca, ma gioca seriamente. Conserva tutte le finezze di un autentico predatore. Sa essere letale, economo nei movimenti, ha un’eleganza assolutamente innata e inscindibile.
Ma è anche troppo piccolo per rappresentare una seria minaccia per un uomo, quindi è abbastanza irragionevole avere paura di un gatto (esistono naturalmente parecchie eccezioni, ma del resto c’è ancor più gente che teme ragni o bisce).
Forse non c’è alcun mistero dietro il gatto, dopotutto. Molta letteratura probabilmente esagera nel mitizzarlo, attribuendogli poteri o consapevolezze che non possiede.
Ciò che ne fa una creatura speciale forse siamo noi, che lo guardiamo invidiosi muoversi scivolando in questo mondo con una grazia che noi non possediamo, vivere il momento con tranquillità ma anche con intensità.
Forse un giorno rinascerò come un gatto, e osserverò i tramonti sdraiato su un tetto godendo delle tegole di cotto ancora calde, leccandomi dalle zampe il sapore di quel pesce buonissimo trovato nel vicolo. Senza farmi domande sul futuro e senza ripensare al passato.
Nella breve, perfetta esistenza di un gatto.

Perfezione cubica


La cosa è passata sotto silenzio, ma lo scorso 16 settembre Apple ha ufficialmente dichiarato obsoleto il Macintosh Cube.
Il che, tradotto dall'Applelese, significa che per quel modello terminerà il supporto tecnico e non saranno più disponibili parti di ricambio.
Il che non fa altro che spingermi, istintivamente, a stringermi ancora più strettamente il mio esemplare: un modello del 2001, mosso da un processore Motorola G4 a 450 megahertz.
Un oggetto di design prima ancora che un computer.
il PowerMac G4 Cube è una delle macchine più sorprendenti che Apple abbia mai costruito, quando Apple era ancora una grande azienda che produceva calcolatori all'avanguardia e non giocattoli per teenager.
La CPU era racchiusa in un cubo di venti centimetri di lato realizzato con una particolarissima tecnica di fusione della plastica, e racchiudeva tutto ciò che Apple aveva in precedenza collocato dentro l’iMac DV, ad eccezione del monitor.
Il Cube è una macchina silenziosissima poiché priva di ventola, raffreddata per convezione dall’aria come era stato per il Macintosh 128k originale. Chi di voi lavora al computer in un ufficio rumoroso, non può rendersi conto di quale cosa fantastica sia lavorare (ad esempio a casa la sera o di notte) nel silenzio più assoluto. Del Cube si riesce a sentire a malapena il leggero sibilo dell’hard Disk durante il salvataggio di un documento.
L’hard disk, un lettore DVD (o masterizzatore cd, negli ultimi modelli), le due porte Firewire, USB, Ethernet e modem 56k, così come l’antenna Airport per la rete wireless, sono tutte caratteristiche racchiuse all’interno del Cube. Tutte le porte sono collocate sotto l’unità centrale (una posizione probabilmente un po’ scomoda), mentre il lettore DVD è collocato in posizione originalissima nella faccia superiore.
L’alimentatore e gli altoparlanti sferici - completamente digitali - della Harman Kardon (JBL) sono invece esterni. La purezza e il timbro del suono che producono non fanno rimpiangere quello di un buon impianto stereo.
Un'altra caratteristica stupefacente era la completa accessibilità ai suoi componenti interni: bastava capovolgere la macchina, schiacciare una maniglia di alluminio e con un unico, spettacolare gesto, tutta la componentistica scivolava via dal case di policarbonato. Un capolavoro di ingegnerizzazione.

Il Cube ebbe fortuna commerciale? Assolutamente no.
Venne percepito dagli utenti come un computer troppo costoso in relazione alla sua espandibilità. Le vendite già fiacche vennero ulteriormente rallentate dalla diceria che la plastica che formava il case era troppo fragile e si rompeva con facilità. Diceria falsa, ovviamente, ma sapete bene quale potere possono avere certe leggende metropolitane.
Apple cercò di risollevare le vendite aggiungendo del software in bundle, abbassandone il prezzo, aggiungendo il masterizzatore CD (nel 2000, non era uno standard come adesso) e offrendo una potente scheda grafica NVidia (GeForce 2 MX) come opzione.
Tutti gli sforzi fatti da Apple non riuscirono però a far decollare le vendite del Cube: oramai il pubblico lo riteneva un prodotto non riuscito e le offerte di Apple non riuscirono a scalfire questa convinzione. Il Cube venne ritirato nel luglio del 2001; in totale ne furono venduti appena 148.000 esemplari.
È, a mio avviso, la macchina Apple più bella che si possa avere sulla propria scrivania.
È stupefacente come, ancor oggi, funzioni perfettamente con MacOSX 10.4, e sia eccellente per qualsiasi impiego, a condizione di usarlo con le versioni del software eccessivamente assetate di risorse: ad esempio, la prima suite Adobe è un suo complemento ideale.
Se Apple producesse una versione aggiornata del Cube, magari con scocca in alluminio, sarei il primo ad acquistarne uno, ma all'orizzonte non c'è assolutamente nulla.
Il designer giapponese Isamu Sanada ha realizzato una possibile versione aggiornata del Cube, in verità senza troppa fantasia, in sostanza un MacMini allungato.
Qui sotto, invece, lo spot originale del 2000 con cui Apple lanciò il Cube.
Un po' coatto, ma funzionava.

martedì 23 settembre 2008

Photoshop tips&tricks, 4

Creare un livello da un effetto
Questa è un'altra funzionalità molto poco pubblicizzata di Photoshop.
Supponete di aver applicato uno stile a un livello (che so io, un bagliore, o un'ombra). E volete agire sui pixel di quel bagliore o di quell'ombra, per esempio cancellarne un pezzetto dove non andrebbe.
Dovete trasformare quello stile in un livello. Come? Dalla palette livelli, naturalmente, avendo l'accortezza di fare clic+tasto destro sul nome dello stile applicato.
Ora avrete un livello in più, posizionato al di sotto del livello attivo, e e potrete farci tutto quello che volete. Se avete applicato stili complessi, come smusso ed effetto rilievo, Photoshop genererà un livello diverso per ogni effetto.
Provatelo, rimuginateci su un po' e le applicazioni di questo trucchetto vi verranno in mente da sole.

Posso resistere a tutto, tranne che al superfluo (O. Wide)


Se siete fra quelli che amano i plug-in, in special modo quelli perfettamente inutili ma che fanno tanta scena, Cooliris fa per voi.
Non fa altro che eseguire, direttamente da Safari o da Firefox, slideshow a schermo pieno dei risultati di ricerca fotografici di siti come Google Images, Facebook, YouTube, Flickr, Amazon, MySpace, Picasa, Yahoo, DeviantArt, Photobucket, eccetera, mostrando le immagini trovate su una specie di ledwall virtuale animato in 3D. Con tastiera e mouse è possibile muoversi tra foto e video con zoom e carrellate.
Scaricatelo da QUI. Non vi verrà chiesto neanche un centesimo.
Ecco, e ora il vostro computer è da veri geek.

lunedì 22 settembre 2008

[Recensione] Quando soffia il vento.

Non amo particolarmente i film di animazione.
Diciamo che dopo circa quindici-venti minuti comincio a desiderare di passare ad altro, ma naturalmente esistono alcune, felicissime eccezioni.
Una di queste è lo splendido lungometraggio Quando Soffia il vento.
Ecco la storia.
Jim e Hilda, una coppia di anziani pensionati, vive tranquilla nella campagna inglese.
Scrupoloso per natura ed osservante delle norme di prevenzione e sicurezza imposte a tutti i cittadini, Jim ha attrezzato la sua casetta in previsione di un eventuale attacco atomico.
Il giorno in cui la guerra è dichiarata e la radio ne dà l’annuncio, Jim si rinchiude con Hilda nella casa, sicuro che il temuto fall-out non durerà che due o tre giorni appena, come unica arma un manuale di sopravvivenza governativo (nella realtà esiste davvero) con assurde norme e raccomandazioni da seguire alla lettera, dopo di che arriveranno i soccorsi di urgenza, programmati nel manuale di istruzioni redatto dalle Autorità.
Ma l’attesa si fa lunga, mancano acqua e gas, la radio tace e il telefono non funziona.
Ma l’ottimismo di Jim non ha crepe ed egli continua ad attendere, pienamente fiducioso, senza neppure ipotizzare che l’intera umanità possa essere stata annientata.
Chiusi nella loro casa, i due cominciano a morire senza quasi accorgersene: sulla pelle appaiono chiazze rossastre e i capelli cadono a ciocche.
Jim e Hilda, legati in un tenero abbraccio, ricordano i momenti di gioia trascorsi insieme e i momenti di paura e di dolore durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Il loro respiro si affievolisce e la loro preghiera all’Eterno sfuma in un sussurro impercettibile.
Quando i due coniugi Bloggs si spengono nell’ultimo abbraccio, regolarmente non riesco a trattenere le lacrime come se si trattasse di persone vere.
Ma attenzione, non pensate che Quando soffia il vento sia anche lontanamente patetico.
Tutt'altro.
È un film splendido.
Coinvolgente come pochi.
Uno dei più vibranti atti d’accusa contro la follia nucleare.
190.000 disegni animati dal regista Jimmy T. Murakami, tra tecnica e puro artigianato, e accompagnati da una riuscita colonna sonora firmata Roger waters (la title song è di David Bowie).
Ma ora non scapicollatevi a cercarlo da Blockbuster.
Nessuno, nessuno in Italia si è mai preoccupato di farne uscire, tra tanta spazzatura, una riedizione in dvd.
Poi dici che uno salta in groppa al mulo.

Storie di grafici, 1 - Trecento dippiài

L'avevo detto.
E lo faccio.
Se siete un/una account, non ve la prendete. 
Potete pensare di far parte di quella percentuale che "queste cose" non le fa mica.
Anzi, non le ha manco mai pensate.
Mai.
Quasi.
Allora.
Mi siede accanto una delle account e mi chiede se posso realizzargli una palina col logo del suo cliente, una piccola ditta di telecomunicazioni.
"Certo", faccio io. "Dammi il logo e te lo faccio in dieci minuti".
"Ehmmmm... non ce l'ho il logo".
"Ok. Ciao".
"Aspetta, aspetta... sta sul loro sito!"
"Uhmmm. Probabilmente sarà a basa risoluzione".
"Bassa che?"
"Niente, niente. Aspetta un attimo". Mi collego: c'è il logo, ma è un minuscolo jpeg che sarà largo 150 pixel.
"Come pensavo. Questo non va bene".
"Perché?" l'account sgrana gli occhioni rimmellati.
Prendo un gran respiro. Avessi un euro per ogni volta che ho dato questa spiegazione, verrei a lavorare con una Lamborghini e non con una Aygo. "Perché è a risoluzione video, cioé 72 dpi. Per la stampa me ne servono molti di più. Trecento, per l'esattezza".
L'account resta in silenzio, delusa. Ma non si alza e se ne va, come speravo. Resta a guardare il monitor e poi posa gli occhioni rimmellati sullo scanner.
"E se..."
"E se cosa?"
"L'altro giorno mi hai scannerizzato una mia foto, ricordi?"
"Quella dove sei un pò brilla e faticavi a restare in equilibrio sui tacchi alti? Certo che me la ricordo. Ho stampato un pò di copie per mio uso personale".
"Eh???"
"Scherzavo. Sì, me la ricordo. E allora?"
"Era a trecento dippivattelapesca, giusto?"
"Sì..." inizio a tremare.
"Vuol dire che se mettiamo una cosa là sotto, esce a trecento dippiai, no?"
"Beh... non è esattamente cos..."
Sorride trionfante, ed indica il monitor. "Potremmo mettere il monitor nello scanner, e il logo uscirebbe fuori a trecento dippiai!".
O__O

Datemi un'account, che cosa ne vuoi fare...

Immagino conosciate la figura dell'account.
Immancabile in qualsiasi agenzia pubblicitaria o di comunicazione degna di questo nome.
Gli account (ma, molto più spesso, le account, vista l'altissima percentuale femminile in questa professione) sono una sorta di male necessario.
Mi spiego. In genere (diciamo un buon 80% dei casi) il cliente è un ignorante testa di caz*o che non capisce nient'altro che la data in cui incassa il suo stipendio o i dividendi della società.
Non sa praticamente nulla di grafica, design, comunicazione, e manco ne capirebbe se ti ci mettessi a spiegarglielo.
E, del resto, manco gliene fregherebbe niente. 
Spesso, quando mi trovo a parlare con un cliente dopo dieci minuti mi viene voglia di sfancularlo.
Non sempre, eh.
Magari quando mi chiede cose tipo "vorrei una cosa moderna ma tradizionale" oppure "lo vorrei nero ma luminoso".
Quando mi dice cose come "inventati qualcosa"  e poi aggiunge "ma senza spaventare la gente" (e chi sono, mi chiedo, Wes Craven).
Quando mi chiede  la foto della proposta A col logo della proposta B ma coi colori della C e la font della D.
Per questo, Dio (o qualcuno lungimirante quanto Dio) inventò gli account.
Persone di una pazienza certosina, spesso altrettanto ignoranti, ma col delicatissimo compito di mediare le vagonate di puttanate che il cliente tira fuori di bocca, e riportartele "purgate" in una forma a te intelleggibile.
Sono coloro che stanno tra l'incudine e il martello, e per questo sono ben pagate.
Sono coloro che dovrebbero difendere il tuo lavoro e venderlo al meglio, facendo uso della loro dialettica, che dev'essere ovviamente ineccepibile.
Sono coloro che devono far capire al cliente, con al massima diplomazia possibile, che hanno appena detto una piramide di stron*ate e che quello che chiedono è inadeguato, assurdo, ridicolo o semplicemente impossibile.
Sono quelli che dirottano furbescamente il cliente verso la soluzione proposta dal designer, ma facendogli credere che è stata una loro idea, per gratificarli e convincerli in breve tempo.
Ho lavorato in un'agenzia dove il boss era troppo cog*ione e troppo tirchio per pagare un account, col risultato che stavo tutto il tempo con la cornetta del telefono incastrata tra l'orecchio e la spalla a sentire le correzioni/stron*ate del cliente di turno, mentre le operavo in tempo reale perché alla fine della telefonata si aspettava che gli spedissi il pdf corretto.
Con io che stavo lì a spiegargli svogliatamente i perché e i percome di certe mie scelte garfiche, a questo che non capiva un accidente di quanto dicevo.
Tipo:
Cliente: «Questa pagina è troppo vuota..."
Io: «Così ha più respiro".
Cliente: «Respiro?...»
Io: «Già».
Cliente: «Come, respiro?...»
Io: «Vuol dire che non è attufata di roba".
Cliente: «Ah! Ma... comunque è troppo vuota».
Io: «...».
Cliente: «E allora?...»
Io: «Allora cosa?»
Cliente: «Come facciamo?...»
Io: «Ci mettiamo più roba".
Cliente: «Eh, sì.»
Io: «Come vuole».
Cliente: "Ma, non mi proponenete mai niente... che devo fare io il vostro lavoro?"
Ecco.
In questi momenti, se l'agenzia non vuole perdere il cliente appena preso a parolacce dal sottoscritto, ha un bisogno disperato di un'account.
Ma l'account, dicevo, può rivelarsi un personaggio con una sua intrinseca pericolosità.
Ne riparleremo molto presto su questo blog: tenete d'occhio i tag "storie di grafici".

Bugie grafiche, 4

Buongiorno e buona settimana.
Oggi vi delizierò con la Bugia Grafica Numero Quattro.
All'inizio della mia carriera, lo confesso, lo facevo anch'io, ma poi ho capito, mi sono pentito e ho smesso.

giovedì 18 settembre 2008

Sei inconfessabili segreti

Potrebbe essere un divertente argomento di conversazione, ma sfortunatamente la Gente ComuneTM ha la tendenza a non essere sincera davanti i propri simili, benché sbandieri invariabilmente Verità & SinceritàTM come valori principi ed illuminanti delle loro esistenze.
Rivelare i propri scheletri nell’armadio è percepita come un’ammissione di debolezza e di inferiorità, e temiamo che ci esponga al dileggio altrui, quindi, anche se quasi sempre si tratta di aspetti del tutto innocui delle nostre vite, tendiamo a non parlarne mai: è un classico caso di occultamento selettivo della verità, ma noi non lo definiamo mentire.
Eppure, quando pensiamo o abbiamo la prova che qualcuno ci nasconda qualcosa, lo mettiamo facilmente all’indice, alla stregua di un bugiardo qualsiasi.
La realtà è che modifichiamo continuamente il nostro personale codice morale a seconda delle circostanze. Tendiamo ad essere più indulgenti (o, a volte, più severi) con le persone a noi care di quanto non lo saremmo con degli estranei.
Troviamo giustificazioni, minimizziamo quando addirittura ignoriamo determinati comportamenti e in altri casi condanniamo, sottolineiamo e stigmatizziamo; il tutto in maniera molto incoerente.
È difficile restare freddi, distaccati e coerenti. Così difficile da sembrare quasi disumano.
Quindi, se siete umani, e inseguite la Verità&SincertitàTM, seguitemi e raccontatemi le Vostre Vergogne.
1) Vergogne musicali: in realtà non è vergogna, io ne vado fiero. Ascolto con gran divertimento Max Pezzali e i suoi 883 fin dai tempi de Hanno Ucciso L’Uomo Ragno, e sono stato lì a cantare a squarciagola tutte le sue canzoni ai vari concerti a cui ho partecipato.
2) Vergogne cinematografiche: in 44 anni di vita non ho mai e sottolineo mai visto Il Padrino, Via col vento, e Grease. Non ho mai visto nemmeno nessun film di Woody Allen, con l’eccezione di Zelig e Manhattan, che non mi sono neanche piaciuti. E Il Signore Degli Anelli, Harry Potter e Il Gladiatore non ho finito di vederli perchè mi annoiavano. In compenso, ho guardato e apprezzato tutti i film di Jerry Calà.
3) Vergogne culinarie: una volta preparai un’insalata di riso con tutto quello che trovai in casa, compresi alcuni ingredienti non propriamente classici.
Un’altra volta, forse in un momento di depressione, mi sono comprato una Sacher Torte e me la sono finita tutto da solo.
4) Vergogne telematiche: una volta su Internet mi spacciai per una ragazza, su un forum ormai stradefunto. Una volta risultai talmente credibile che rimasi invischiato in un fitto scambio di email con un tipo che in breve tempo si dichiarò innamorato di me.
5) Vergogne vanitose: una volta mi sono ossigenato i capelli con una cosa terribile ormai fuori commercio da decenni dal famigerato nome di SprayBlonde per vedere se biondo sarei stato ancora più affascinante. Inutile dire che il risultato fu uno strano rossiccio fuori ntaura, che non mi donò assolutamente.
6) Vergogne virili: piango ogni volta che vedo il finale del film Quando Soffia Il Vento. Ho pianto, e avevo già una bella età, per un’illustrazione su un libbricino dove si vedeva un micino cacciato da casa. Ammetto di essermi commosso di recente guardando 8 Amici da salvare.

(For) Ever Meulen

La Rete, solitamente prodiga di qualsiasi, ridondante informazione su qualsiasi imbecille si sia conquistato un briciolo di notorietà su questo pianeta, indietreggia di fronte la mia richiesta su Google.
Persino Wikipedia non riporta che tre misere righe su questo artista straordinario.
All’anagrafe come Eddy Vermeulen, nato il 12 febbraio del 1946 in Belgio, è un illustratore e un disegnatore dallo stile inconfondibile e personalissimo.
Inizia la sua carriera negli anni settanta disegnando illustrazioni e caricature per riviste nazionali ed internazionali, fra cui spiccano i nomi di Humo, Tèlè-Moustique (Belgio), Tante Leny Presenteert (Olanda), Metal Hurlant (Francia), Raw, Curiosity Magazine e The New Yorker (Stati Uniti). Al suo attivo ha manifesti pubblicitari, portfolios, fumetti, copertine di dischi.
Osservando le sue opere non si può non ammirare la razionalità compositiva del disegno, ereditata probabilmente dai cugini olandesi, e la sinteticità esplicativa delle immagini, peculiarità della cultura fumettistica belga.
Il colore vivace e l’attenzione al dettaglio rimandano ad una storia figurativa che ama descrivere la realtà in questo modo, un’eredità lasciata secoli fa dai maestri del colore fiamminghi, che costringevano l’osservatore ad un gioco di ricerca del piccolo dettaglio nel dipinto.
Posseggo solo tre stampe di Meulen, due delle quali acquistate nei lontanissimi anni ottanta. Mi hanno sempre seguito, e sono tra gli oggetti che possiedo a me più cari.
La sua visione del mondo è invariabilmente ironica e geometrica, espressa con un uso quasi paradossale della prospettiva e della linea.
Prospettiva che contribuisce, insieme con la ligne claire, al suo caratteristico disordine narrativo.
In ogni sua tavola posso notare vari centri d’attenzione, in cui Meulen conduce in maniera lentissima, mediata dall’abbondanza di particolari: un modo di centellinare il percorso verso il centro, di renderlo complesso e tortuoso, complicando anche la ridda di riferimenti a questo o a quell’immaginario.
Le gallerie d’arte italiane, naturalmente, sono del tutto sprovviste di serigrafie o riproduzioni dei suoi disegni.
Fortunatamente, Internet ha reso il mondo più piccolo e più accessibile: su un sito olandese, dove vi consiglio di fare un giro per farvi un'idea della sua sterminata produzione, scovo una riproduzione di A.I.D.A. Avenue, un metro per sessantacinque, a soli venticinque euro: c’è sempre un modo intelligente di spendere i propri soldi.
QUI un'altra galleria.

10 modi per far impazzire un grafico

Questo post è stato redatto traducendo ed integrando il bellissimo articolo di groy8 (8 ways to drive a graphic designer mad).
Magari lo conoscete già, ma è sempre un evergreen.
Le illustrazioni, invece, sono mie.
Come tutti sanno, i grafici sono la ragione per cui ci sono così tante guerre nel mondo. Loro entrano nelle vostre teste con i loro messaggi subliminali, costringendovi, contro il vostro volere, a spendere soldi sulle peggiori schifezze, ed eventualmente mandarvi in depressione e costringendovi a casuali atti di violenza gratuita.
Quindi per dare il mio contributo e salvare il mondo dai grafici, ho preparato una lista di cose che potete fare nel caso vi dobbiate affidare ad un grafico, per far sì che impazziscano e decidano di lasciare gli affari PER SEMPRE.

1 - Microsoft Office
Quando dovete inviare al vostro grafico un documento, assicuratevi che sia fatto con una qualsiasi delle applicazioni di Microsoft Office. Versione Windows, se possibile.
Se dovete consegnare immagini, avrete più successo nel farli impazzire se, invece di semplicemente inviare un file JPG, incorporate l’immagine dentro ad un documento Microsoft Office, tipo Word o Powerpoint. Meglio ancora se dopo una serie di Copia e Incolla tra diversi documenti Office.
Non dimenticate di abbassare la risoluzione delle vostre immagini a 72 dpi, di modo che vi debbano ricontattare per chiederne una versione in alta risoluzione. Non mancate di obiettare alla loro richiesta di un file più grande, con la frase “Ma a video lo vedo benissimo”.
Quando gli manderete la versione “a più alta risoluzione”, assicuratevi che le dimensioni siano almeno al 50% di quelle effettivamente necessarie.

2 - E-mail
Se state usando l’email, per inviare le immagini, scordate di allegarle almeno una volta ogni tanto, attendendo la risposta del grafico, prima di reinviarle.
E se il grafico insiste perchè gli mandiate l’immagine alla massima risoluzione che avete, abbiate cura di prendere l’intera cartella di immagini RAW e, senza comprimerle con programmi perditempo tipo WinZIP o WinRAR, allegatele ad una mail. Al massimo su due, ma allegando sempre la stessa serie di immagini della prima e-mail.

3 - Font
Quando il grafico vi propone un font qualsiasi, come carattere principale, chiedete l’Helvetica. Se il grafico sceglie l’Helvetica, chiedete di usare l’Arial. Se sceglie l’Arial, chiedete il Comic Sans. Se sceglie il Comic Sans, è già a metà strada verso la pazzia, quindi il vostro lavoro è già ben avviato.


4 - Sfruttiamo gli spazi
I grafici tendono a lasciare spazi bianchi, inutilizzati, ovunque. Margini enormi, ampi spazi tra le lettere e tra le parole ...
Vi diranno che lo fanno per aumentare la leggibilità, e che così il tutto avrà un look professionale e pulito.
Non credete a queste bugie. La vera ragione per cui lo fanno è per rendere il documento più grande, con più pagine, in modo che vi costi di più al momento di stamparlo. Perchè lo fanno? Perchè vi odiano, è chiaro.
Assicuratevi quindi di richiedere espressamente di mettere margini minimi ed il testo molto piccolo. Suggerisco anche di chiedere l’uso di molti tipi di font diversi. Richiedete espressamente che si usino delle clipart a corredo del testo. Chiedete molte figure (se non sapete come inviargliele, riferitevi al punto #1). Cercheranno di protestare e difenderanno le loro scelte ma non preoccupatevi, alla fine il cliente ha sempre ragione e accontenteranno tutte le vostre richieste.

5 - Logo
Quando dovete inviare un logo al grafico, per un particolare progetto, assicuratevi di mandarne uno molto molto piccolo e possibilmente in GIF o in JPG (per come inviarlo fate riferimento ai punti 1 e 2).
Adesso potreste pensare che sia abbastanza ma se veramente volete minacciare la sua stabilità mentale, fate del vostro meglio per inviare il logo applicato sopra uno sfondo che lo renda difficile da ritagliare. Sfondi bianchi o neri sono da evitare, in quanto rapidi da eliminare in Photoshop.
Appena il grafico avrà finito di lavorare con quel logo in bitmap, ditegli che vi serve più grande.
Il tocco di classe, utilizzato dai campioni in questo sport, è quello di consegnare al grafico un oggetto con già stampato il vostro logo, non il file. E possibilmente un oggetto in cui il logo sia il più piccolo possibile e riprodotto su superfici curve (penne o tazze) oppure con una finitura che renda difficile la semplice scansione (fazzoletti di carta, biglietti da visita su carta goffrata, mousepad, o addirittura da un fax di scarsa qualità che vi sarete inviato appositamente).
Se avete bisogno di un logo creato appositamente per voi, buttate giù uno schizzo su un fazzoletto di carta. O, ancora meglio, fatelo fare al vostro nipote di nove anni. Fare lo schizzo non deve prendervi più di cinque minuti: non dovete certo fare qualcosa di dettagliato o facile da capire perchè meno il grafico capisce cosa volete, più facilmente potrete chiedergli cambiamenti dopo che ci avrà lavorato su un bel po’.
Non accettate mai il primo logo. Non accettate mai nemmeno il nono logo, se è per questo. Fategli fare quante più modifiche potete: colori, font e clipart.
Chiedetegli di inserire una foto nel logo.
Bordi in rilevo.
Sfumature.
Comic Sans.
E quando sarà alla decima proposta, ditegli che la vostra preferita è la seconda che vi ha mostrato.
Lo so, è dura, ma ricordate che i grafici sono la causa principale del cancro al seno nelle donne di mezza età.

6 - Scelta delle parole
Quando gli descriverete ciò che volete in un progetto, assicuratevi di usare termini che non significhino niente. Termini tipo “rendilo più frizzante” o “potresti farlo più sbrilluccicoso?”. “Vorrei un design più figo” o “Preferirei della bella grafica, una grafica che, sai, quando la guardi dici: Wow! Questa si che è bella! sono altre opzioni.
Non sentitevi carogne, siete nel giusto. É un vostro preciso dovere, in quanto nelle notti di luna piena, i grafici, si trasmutano in lupi mannari.
Quando dovete scrivere i testi da inserire nella brochure, nel catalogo o nel sito, iniziate con brio, davanti a lui, e prendetevi tutto il tempo che volete. Starvi a guardare, con le mani in mano, mentre potrebbe intanto lavorare ad altri progetti, è un bel colpo basso. A metà del testo arenatevi, fingete di non sapere come proseguire e dopo vari tentativi, durante i quali dovete ignorare assolutamente qualunque suggerimento, anche buono, possa darvi il grafico stesso, concludete con un “Dai, questi testi li puoi completare anche tu, poi magari, li modifichiamo”.

7 - Scelta delle immagini
Durante la fase di scelta delle immagini da usare nel design che il grafico vi sta preparando, siate quanto più generici possibile. Chiedete delle “belle foto, che attirino il cliente” oppure “delle illustrazioni a tema”.
Se il grafico vi propone di acquistare delle foto da siti professionali, oppure di assumere un fotografo professionista per eseguire degli scatti ad hoc, storcete il naso, sta cercando di spillarvi più soldi. Resistete e chiedete che si scarichi le foto da Internet. Anche vostro nipote sa che su internet si trovano tutte le foto che servono, senza dover pagare un euro.
Se verrà da voi con una cartella di immagini tra cui scegliere, fate in modo che il set di foto che sceglierete siano il più possibile diverse tra loro, come stile, come colori, come significato. Oppure, se il grafico è così stolto da sottoporvi una miriade di immagini tra cui scegliere, sceglietele il più possibile simili tra loro: stessa inquadratura, stessa angolazione, stesso soggetto.
Il tocco di classe dei campioni sta nello scegliere varie foto, ma di richiederne il ritocco per adattarli meglio al vostro gusto personale: “Bella questa foto di questa modella, ma la vorrei bionda anzichè mora”, oppure “Voglio la foto di questo tipo qui, proprio in questo modo, ma invece della cravatta a righe, al vorrei a pois”. Il colpo di grazia sta nell’aggiungere “... tanto è facile, lo fai col computer...”.
Dopo questo bagno di sangue, dopo aver scelto le immagini, con il grafico sudato e stremato davanti a voi, ma con un mezzo sorriso perchè vi ha strappato una decisione, chiedete pacificamente: “Ma se usassimo delle clipart?”.

8 - Colori
Il miglior modo per scegliere voi i colori (perchè assolutamente non dovete lasciar scegliere i colori ai grafici) è quelli di scrivere i nomi di vari colori su piccoli pezzi di carta, metterli in un cappello ed estrarli a sorte.
I grafici vi suggeriranno di mantenervi su 2 o 3 colori principali, ma no, sceglietene pure quanti ne volete, ed assicuratevi, invece, di fare l’estrazione dei colori dal cappello, di fronte al grafico. Mentre lo fate, cantate una canzoncina odiosa.

9 - Scadenze
Quando è il momento di approvare il progetto, prendete il vostro tempo. Non c’è fretta. Prendetevi due giorni. Prendetevene sei. Giusto il necessario perchè la scadenza del progetto si avvicini, e quando siete pronti e ormai mancano poche ore alla scadenza, passate al grafico tutte le correzioni e cambiamenti che il grafico ha il tempo di fare. Assicuratevi che debba lavorare anche di notte, pur di consegnare in tempo.
Dopotutto i grafici sono i veri responsabili degli attacchi dell’11 settembre.
Se riuscite, e solo i campioni riescono, fate loro notare che i testi che alla fine hanno scritto loro per voi (vedi punto 6) sono del tutto inadatti.

10 - Finitelo
Dopo che avrà subito la lista punto per punto, è umanamente possibile (anche se c’è chi discute sul fatto che siano umani oppure no) che la vostra vittima si senta un pelo insicura. Come realizzerà che non può riuscire a soddisfare i vostri bisogni, il grafico probabilmente abbandonerà ogni speranza di spuntarla su un qualunque argomento e farà semplicemente tutto quello che gli chiederete di fare, senza domande. Lo volete fucsia? Che fucsia sia. Sei tipi di font diversi? Sicuro!
A questo punto penserete di aver vinto, ma non perdete di vista l’obbiettivo di tutto questo: deve ritirarsi dal business.
Quindi, pronti per il colpo finale: Quando siete li a prendere la decisione finale sui colori, le forme, i font, ecc, ditegli che siete deluso dalla sua mancanza di iniziativa. Ditegli che, dopotutto, è lui il grafico e che è lui che doveva metterci la sua esperienza e talento, non certo voi. Che vi eravate aspettati maggiori consigli e proposte sul design, da parte sua.
Ditegli di averne abbastanza della sua mancanza di creatività e che quel poco di suo che ci ha messo, voi lo potete rifare con Publisher da soli, e che non intendete pagargli quel poco che ha fatto finora.
A questo punto è fatta. Dovreste avere il grafico tutto bello impacchettato nella sua bella camicia di forza!