venerdì 31 ottobre 2008

Guarda e impara, 6

"Se vuoi veramente toccare qualcuno, spediscigli una lettera".
Bellissima campagna per le Poste Australiane.
Da noi, invece...
Vabbé, lo sapete.

Lucca, I'm coming

Domani si parte per Lucca.
Incredibilmente, quest'anno sono riuscito a trascinarmi dietro anche Ari.
Sarà il solito casino: densità della gente tipo autobus all'ora di punta, ristoranti che se non hai prenotato già lo scorso Natale ti sghignazzano in faccia, cosplayer snervati dal costume troppo caldo o troppo leggero perché anche quest'anno non si è capito che tempo farà (ieri, per dire, grandinava), sciami di cacciatori di disegni disposti a bivaccare davanti gli stand pur di tornare a casa con uno schizzo autografato, autori esordienti che trascinano speranzosi dietro di sé immensi book 50x70, stand giganteschi di grandi editori che ci sono solo perché devono esserci e stand grandi come quattro mattonelle di editori indipendenti dalla faccia triste, collezionisti con la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue, commercianti speculatori capacissimi di rivenderti l'action figure di Daitarn 3 a dieci volte quanto l'hanno pagato dall'importatore in Giappone.
Non vedo l'ora.

Sogni di metallo


Un paio di settimane fa mi trovavo a Torino, città che, per più di un buon motivo, apprezzo e amo.
E, già che mi trovavo, ho visitato Dream, splendida mostra sulle vetture da sogno e sulle concept car espresse dalle case automobilistiche, dai centri stile dei carrozzieri e dai laboratori frere lance del territorio torinese dagli anni 50 ai nostri giorni.
Il tutto sotto la stupenda volta del Padiglione Nervi concepita come una sorta di “basilica” dedicata alla tecnologia.
QUI trovate il mio reportage fotografico.
Dateci uno sguardo, se vi va.
Alcuni prototipi erano talmente belli che era impossibile non cavarci fuori delle belle immagini.

giovedì 30 ottobre 2008

I'm the Supervisor (video)

Qualche giorno fa ho postato I'm the Supervisor, photoshoppata nei giorni di malattia.
L'altro ieri, Maurizio è stato così gentile da sonorizzarla (Maurizio è un bravissimo tecnico del suono ma soprattutto un musicista molto creativo), e così eccovene un breve filmato.
Grazie, Kristian, per aver messo le mani su Final Cut.

Datevi una chance. Indossate tacchi alti.


Non mi sento affatto originale nell'affermare che subisco il fascino dei tacchi alti.
Sulle donne, naturalmente.
C'è poco da spiegare: sono bellissimi, slanciano la figura, fanno un piede splendido, regalano un'andatura seducente.
Persino il rumore che fanno mi piace.
Sì, li preferisco alle scarpacce da tennis, agli anfibi, alle Camp, alle All Star. Sarò un maschio medio, volete sterminarmi per questo?
Quando capita l'argomento, molte donne si chiedono come si possano portare tacchi alti senza rischiare le caviglie e senza avere due prosciutti al posto dei piedi a fine giornata, soprattutto per chi è abituata alle scarpe da ginnastica o alle ballerine.
Ok, nessuna è nata su un paio di stiletti da 13 centimentri.
Provate però a immaginare la sensazione di innalzarsi su un piedistallo che distende la gamba, la rende più affusolata, inarca il piede in una posizione sensuale e vi permette di guardare il mondo da qualche centimetro più su.
Datevi una possibilità.
Provate a diventare uno di quegli esemplari di donna molto apprezzati dagli uomini che si muovono con perfetta disinvoltura fra stiletti e spilli dalla mattina presto fino al calar della notte.
Come per quasi tutto, è una questione di esercizio.
Ho trovato in rete cinque, semplici regole per iniziare, e sarei meschino ed egoista se non ve ne mettessi a parte.
Coraggio.
Tentate.
Potete farcela.

1. Non partite con il tacco 10, è l’obiettivo finale. Meglio un 7 da indossare in casa per qualche settimana, preferite una scarpa chiusa, i sandali danno la sensazione di avvolgere meno il piede e vi sentirete più insicure. Ragionate al contrario del solito: una volta a casa, smesse le scarpe che avete indossato tutto il giorno, indossate un bel paio di scarpe scomode! Non per l’intera serata, ma gradualmente vi dovrete abituare all’idea che ciò che prima era scomodo, inizia a diventare naturale. Quando vi sarete abituate passate ad un tacco più alto, ma sempre in casa.

2. Fondamentale, anche se vi sembrerà che non c’entri, una perfetta pedicure.
I piedi secchi, pieni di calli e duroni, oltre a non essere per nulla attraenti fanno male.
La pelle dura non accompagna il piede nei movimenti e non ammortizza l’impatto con il terreno.
Quindi piedi sempre curati e supermorbidi.

3. Per affrontare la prima uscita con i tacchi, usate le scarpe con il tacco 7, vi serviranno per acquistare un po’ di sicurezza prima di affrontare la vera sfida.
È necessario che le abbiate utilizzate per un po' di tempo, in modo che abbiano preso la forma del vostro piede e che non vi causino altri problemi legati non al tacco ma alla scarpa nuova.
Considerate l'idea di portarvi un paio di scarpe di ricambio per i casi più estremi, se proprio non ce la fate ad andare avanti o avete a che fare con qualche imprevisto, non vi rovinerete la serata.
4. Anche nella tipologia di uscite ci vuole gradualità: le prime volte che indossate i tacchi scegliete delle uscite brevi, tipo casa-auto-ristorante-auto-casa. Da evitare le lunghe passeggiate in centro e i parcheggi a un chilometro dal ristorante o dal cinema. Pian piano allungherete il tragitto. Se non volete veder sbuffare il vostro compagno cercate la complicità di un’amica per il vostro allenamento.

5. Cercate di evitare ogni terreno sconnesso o scivoloso e fate sempre attenzione a dove mettete i piedi. Non camminate guardandovi i piedi ma buttate sempre un occhio tre metri avanti a voi, sarete in grado di prevenire eventuali piccole imperfezioni del terreno che normalmente non vi creano nessun problema ma con i tacchi sono fastidiose e rischiano di farvi prendere una storta. Quindi attenzione ai sampietrini, alla ghiaia, agli scivoli per le auto davanti ai portoni, al ghiaccio d’inverno e all’acqua sul porfido d’estate. Nel salire le scale tutta la scarpa deve essere piantata sul gradino, mentre in discesa poggiare la suola e poi il tacco.

E ora, qualche consiglio pratico:
• Appoggiate sempre prima il tacco e poi il resto della suola
• Tenete le dita dei piedi più distese possibile
• Bilanciatevi con le braccia
• Tenete le gambe unite, parallele e ben dritte
• Fate passi piccoli e regolari
Dopo qualche settimana di uscite ad altezza 7 potete provare con scarpe tacco 10, sempre con attenzione e dopo averle usate un po’ in casa per ammorbidirle.

I sandali sono il passo successivo ma con la stessa gradualità dei tacchi.
Qui sotto, due consigli per gli acquisti, dei Manolo Blahnik da 10 cm e dei Roger Vivier da 12.
Sono entrambi parecchio costosi, ma vi sentirete di camminare in una puntata di Sex & the City.


Poladroid, il fascino del retrò

Adoro i software snelli, semplici, che fanno solo una cosa ma la fanno bene.
E che non servono quasi a nulla.
Oggi scopro Poladroid, un’applicazione che emula le macchine fotografiche Polaroid.
La sua semplicità è disarmante.
Basta installare l’applicazione, trascinare una foto digitale nell’apposito spazio e attendere qualche minuto.
Proprio come si faceva con le Polaroid (ve le ricordate, vero?), vedrete apparire lentamente la vostra foto digitale in formato Polaroid. Inoltre, se agitate la fotografia, accelererete il processo di sviluppo.
Il software aggiunge di suo alcuni effetti che non credo sia possibile controllare, ma che comunque mi sembrano piuttosto azzeccati.
È gratuito.
È una delizia.
Provatelo.
Per ora è disponibile solo per Mac, ma è in preparazione una versione per PC.
Potete scaricarla QUI.

mercoledì 29 ottobre 2008

Al crepuscolo

Non amo particolarmente i racconti rispetto i romanzi lunghi.
E questo, per un solo, banale motivo: se il racconto è bello, soffro nel vederlo esaurirsi nel giro di poche decine di pagine.
Avete presente quei libri che vorreste non finissero mai?
Scommetto che ognuno di voi ne ha almeno uno nello scaffale.
Quando siete arrivati all'ultima pagina, vi sarete sentiti esclusi da un mondo suggestivo e irraggiungibile.
Se invece il racconto è brutto, a differenza di un romanzo non ho il tempo di accorgermene e mollarlo lì.
Aspetto speranzoso fino all'ultimo che decolli, che mi stupisca, e quando non succede ho l'impressione di essere stato truffato.
È difficile che mi imbatta in una raccolta di racconti veramente riuscita.
Il racconto deve possedere una sua potenza per reggersi in piedi, deve avere un'idea bruciante.
Non ha i mezzi di un romanzo per tirarsela, girarci attorno, perdersi in storie collaterali.
O l'idea c'è, o non c'è.
Stephen King è il solo autore che riesca, a mio parere, ad assemblare raccolte di racconti quasi tutti bellissimi.
Sempre a mio modesto parere, King poteva ritirarsi a vita privata già dai tempi di Desperation.
King ha scritto degli autentici capolavori. E non un paio, azzeccati per caso, ma una sfilza.
Cito a caso: Tommyknockers, l'Incendiaria, Pat Sematary, Misery, Christine, Cose Preziose.
Tutti geniali.
Asciutti.
Ha il dono di rendere credibile l'incredibile.
King merita il successo planetario che ha, anche se, ripeto, negli ultimi anni più di un suo scritto ha fatto seriamente pensare me (e milioni di lettori) che la sua vena fosse ormai esaurita.
Ripetizioni di vecchi temi, soggetti fiacchi, finali a tirar via.
Ora, è uscita la sua nuova raccolta di racconti.
Al crepuscolo.
Non l'ho ancora comprato, ma è in cima alla mia want list. 
Willa, Torno a prenderti, Il sogno di Harvey, Area di sosta, Cyclette, Le cose che hanno lasciato indietro, Pomeriggio del diploma, N., Il gatto del diavolo, Il New York Times in offerta speciale, Muto, Ayana, Alle strette.
Ogni titolo è una promessa oscura, un brivido.
Appena l'ho letto, vi dirò nel dettaglio.
E, sì, d'accordo, la copertina non è un granché, ma nel suo caso immagino basti il suo nome a renderla sufficientemente evocativa.

Bugie grafiche, 6

Guarda e impara, 5

Probabilmente ricorderete lo spot in cui una Citroen C4 prendeva vita e diventava un incredibile transformer che ballava a tempo di Jacques your body dei Les Rythmes Digitales.
Beh, questa parodia, girata per la Chevrolet Aveo dall'agenzia Strawberry Frog di Amsterdam, è molto più divertente.

Non uccidete il Mac Mini


Conoscete la storia del Mac Mini?
A mio parere, è abbastanza singolare.
Fu presentato da Steve Jobs nel gennaio del 2005 ed è il Macintosh più piccolo e economico che Apple abbia mai prodotto.
Sedici centimetri e mezzo di lato per cinque, una feritoia per l'inserimento del cd e un piccolo led bianco.
Veniva (e viene) venduto senza monitor, tastiera e mouse a un prezzo particolarmente abbordabile.
Era il primo Mac che costasse meno di mille dollari.
La filosofia alla base di questa scelta, secondo Apple, era che il Mac mini fosse un computer entry level magari da affiancare al Mac che già si possedeva, condividendo con esso quello che non era compreso nella confezione.
In realtà, il Mac Mini funzionò piuttosto bene come Cavallo di Troia.
La transizione da PowerPC a Intel era ancora in atto, ed ecco comparire un oggettino dall'aspetto minimalista e discreto, al quale qualsiasi possessore di PC poteva attaccare il suo monitor, la sua tastiera, il mouse o qualsiasi altra periferica e provare così una "Mac-experience" senza dover sostenere i costi delle periferiche che, presumibilmente, già possedeva.
Personalmente, lo reputo l'ultimo colpo di genio di Apple, che poi si è persa dietro iPod, iPhone e lucine colorate che tanto fanno cassa.
Il Mac Mini, infatti, ha funzionato piuttosto bene.
Fin troppo.
Il fenomeno è detto "cannibalizzazione": in buona sostanza, andava a erodere le quote di mercato degli iMac più economici e addirittura dei suoi portatili entry level.
Quando comprate un iMac, non comprate solo il computer, ma anche uno schermo, una tastiera e un mouse. Che Apple non vi regala, beninteso.
Schermo che, quando deciderete di cambiare macchina, non potrete continuare ad usare, essendo l'iMac un "all-in-one".
Estremamente vantaggioso per Apple, scomodo e costoso per l'utente.
Gli iMac sono stati continuamente aggiornati e "spinti" commercialmente da Apple, mentre il Mac Mini non ha mai ricevuto alcun restyling neanche in occasione del passaggio a Intel e non è più stato aggiornato dall'agosto del 2007.
Incredibilmente, utilizza ancora processori Intel Core Duo a 32 bit.
Il colpo di grazia è stata la recente presentazione dei nuovi Apple Cinema Display (glossy, naturalmente) che sono impossibili da collegare ad un Mac Mini.
Il Mac Mini è il classico esempio di prodotto troppo buono, e che è stato quindi deliberatamente, lentamente, soffocato nella culla.
Probabilmente alla Apple non interessa nulla delle mie perplessità.
Io non sono il pubblico di riferimento a cui la casa della mela mordicchiata vuole arrivare, o almeno non lo sono più.
Apple è chiaramente orientata verso un pubblico più giovane e cool, conquistato con iPod prima e iPhone poi, che tiene in grande considerazione il fattore moda.
I bilanci degli ultimi anni sembrano dare ragione a Jobs e torto a me.
Io, dal canto mio, sono felice del Mac Mini G4 che da oltre due anni fa il suo onesto lavoro senza fiatare collegato ad un Apple Cinema Display (rigorosamente opaco) e conto di continuare ad usarlo parecchio a lungo... ma ho come l’impressione di sentirmi come quel tizio che si è barricato nel forte e che, prima o poi, resterà senza rifornimenti.
E dovrà uscire a comprare un nuovo cazzo di iMac.

martedì 28 ottobre 2008

Il mantello al chiodo

Ho iniziato a fare cosplay nel febbraio 2007.
Poi ho continuato a perfezionare la batsuit.
È diventata quasi un'ossessione. Ho vinto un premio e alla scorsa edizione di Lucca Comics assieme la mia Catwoman mi avranno scattato un milione di fotografie.
Poi mi sono rotto.
Quasi un anno dopo ho avuto un ritorno di fiamma.
Ho reindossato i panni del Cavaliere Oscuro all’ultimo Romics.
Mi sono accorto che non mi divertivo più, così una volta eliminata ogni traccia di trucco attorno gli occhi, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: ok, basta così.
Chi mi sta intorno mi ha guardato come si guarda il tizio che dice “Da domani, smetto di fumare”.
Oggi ho venduto su eBay la tuta. Il cappuccio, il mantello, i guanti coi rostri, tutto.
Questo non vuol dire che ho chiuso definitivamente con il cosplay, ma sicuramente con Batman.
Se nel mio futuro ci sarà un nuovo costume, probabilmente sarà molto più scomodo, più elaborato e sarà tratto da un vecchio film americano.
Ma per ora, non se ne parla.
Questo weekend andrò a Lucca, e mi godrò lo spettacolo di centinaia di altri cosplayer... rigorosamente in borghese.
E non mi avranno... giuro che non mi avranno.

I Wouldn't Normally Do This Kind Of Thing

Ultima cosa fatta con Photoshop.
Dimensioni originali: 1654 x 2339 pixel e 27 livelli.
Applicazioni commerciali: nessuna.
Però, se vi piace e me lo dite, sarò ripagato.

lunedì 27 ottobre 2008

30 indizi per scoprire il mio lavoro...


• Conosco qualunque scorciatoia da tastiera - e potrei eseguirla bendato - ma per scrivere una parola devo guardare i tasti
• Considero il pasto un’interruzione
• Ho imparato la lezione e smesso di usare la parola “finale” (o “ok”, o “finito” o “def”) nei nomi dei file, quando salvo
• Ho intenzionalmente smesso di tentare di spiegare i miei progetti ai non-designer
• Ho totalmente distrutto un design perché il cliente credeva di avere idee migliori (tutti si credono grafici)
• Ho dovuto spiegare ad un cliente che un file a livelli non era negli accordi
• Ho salvato un sito nei preferiti più spesso di quanto abbia avuto una serata divertente in centro
• Ho intenzionalmente alzato il prezzo di un preventivo perché i clienti rognosi li sento a naso a un chilometro
• Non posso andare al ristorante senza criticare il design del menù
• Se avessi un centesimo per ogni click di mouse, sarei diventato miliardario 3 anni fa
• Ho rinunciato da tempo a rispiegare la differenza tra alta e bassa risoluzione, e perché questa ultima non è adatta per la stampa
• Ho avuto clienti convinti di saperne più di me sulla grafica
• I miei clienti mi pagano per il talento e l’esperienza, e nonostante questo mi capitano clienti che rifiutano consigli proprio dalla persona che pagano per darglieli (io)
• Ho avuto un cliente che insisteva per usare il font Comic Sans, e ho dovuto trattenermi dal vomitare mentre preparavo il lavoro per la stampa
• Ho chiesto un logo vettoriale ad un cliente, e mi hanno mandato un’immagine a 72 dpi presa da internet
• Non ho un font preferito perché amo la composizione del testo, non il font. Scegliere un font preferito sarebbe come scegliere un figlio preferito: semplicemente sbagliato.
• Ho raccolto un’infinita varietà di cose gratis da internet, sperando che un giorno, quel progetto COSÌ FIGO arriverà, e potrò usarle
• Fatico a parlare della mia frustrazione sul lavoro con gli amici, perché la loro comprensione si ferma prima di “vettoriale” e “dpi” (tanto per dirne un paio)
• Ho avuto clienti che mi hanno detto voglio il logo più grande
• Ho avuto clienti che mi hanno detto riempi questi spazi vuoti
• Ho avuto clienti che mi hanno detto metti la foto del capannone
• Ho imparato ad alzare i prezzi sui progetti per i siti web perché troppi clienti sono più schizzinosi di una ragazzina che deve decidere come vestirsi per la discoteca
• Ho sempre la sensazione di essere all’erta perché i miei clienti tirano troppo lungo il lavoro
• Conosco scorciatoie da tastiera che richiedono l’uso di 4 DITA
• Ho perso ore di lavoro quando un’applicazione ha “crashato” e non avevo salvato perché ero ispirato e me ne ero scordato
• Ho fatto tutto fuorché rinunciare ad una parte del corpo per dissuadere un cliente a volere un’introduzione animata in Flash
• Ho abbastanza font nel mio Mac da poter usarne uno al giorno per un decennio
• Ricevo regolarmente chiamate da amici o parenti che vogliono che io lavori gratis o quasi
• Ho avuto un cliente che voleva un sito autogestibile, ma che non sapeva niente di siti web
• Non sono mai soddisfatto completamente dei miei lavori perché il cliente modifica sempre i miei layout originari.
Indovinato?

Supereroina stagista?...

Oggi è lunedì, e molti noi escogitano qualcosa per sopravvivere al meglio al trauma post-weekend e rendere più sopportabile l'idea di nuove cinque giornate di lavoro.
C'è chi demanda il lunedì al pokerino con gli amici (io non so giocare), chi si concede un piccolo stravizio alimentare (io non so cucinare), chi si accontenta del film in prima serata (ultimamente, il palinsesto di Sky lascia piuttosto a desiderare).
Il consiglio che mi permetto di darvi oggi è di recuperare in fumetteria il volumetto Empowered, sedici euro in cambio di ducentocinquanta pagine disegnate da Adam Warren in un piacevolissimo stile a metà tra il manga e Disney.
Empowered è bionda, formosa ed è assolutamente inetta.
Ha buona volontà a vagonate, ma finisce col cacciarsi invariabilmente nei guai.
Lavora per un gruppo di supereroi come “stagista”, e già questo mi fa sorridere.
È l’ultima ruota del carro e ha serissimi problemi d’autostima.
I suoi poteri derivano da un costume che altro non è che una membrana superaderente che però finisce in brandelli per un nonnulla lasciandola in balia dei suoi nemici, che, regolarmente, la legano e la imbavagliano come un salame.
È impossibile non restare colpiti dalla simpatia che l’aspirante supereoina ispira, e da quanto siano frizzanti e assolutamente parodistiche le sue avventure, persino nella traduzione dei testi.
Per un lunedì meno grigio.

L'ultima cena (o no?)

La notorietà dell'Ultima cena di Leonardo da Vinci è probabilmente seconda solo alla sua Gioconda.
Leonardo la dipinse per il suo patrono, il duca di Milano Lodovico Sforza, e rappresenta la scena dell'ultima cena di Gesù; il dipinto si basa sul Vangelo di Giovanni 13:21, nel quale Gesù annuncia che verrà tradito da uno dei suoi discepoli.
Una vecchia, brutta faccenda.
Tradire Gesù Cristo non è esattamente come parcheggiare in divieto di sosta.
Il quadro, resta un capolavoro.
Ho scoperto, buon ultimo, che ne esistono un'infinità di variazioni,  che vanno dal trash, al macabro, al sadomaso, all'erotico, al comico e via dissacrando.
Queste che riporto sono solo alcune delle centinaia che potete trovare in rete.
QUI  e QUI ne trovate parecchie altre.
Resto regolarmente sconcertato (e invidioso) dall'incredibile quantità di tempo libero che taluni mostrano di possedere.


sabato 25 ottobre 2008

I Kraftwerk, la musica delle macchine

La città di Neon Lights dei Kraftwerk è un luogo non definito, ma presente nella mia immaginazione come una metropoli tedesca di quelle meno presenti sugli itinerari turistici; potrebbe essere Francoforte, Stoccarda o magari Amburgo.
Nel mio immaginario la vedo vasta e disumanaanche se pulsante delle luci delle insegne e dei semafori e dei lampioni, tutte automatizzate, tutte regolate da piccoli relais da pochi centesimi ad illuminare ad intermittenza le infinite singole solitudini.
Nel 1978, quasi trent’anni da questo preciso momento, rimasi ipnotizzato dalla visione di quattro musicisti immobili come manichini dietro i loro “strumenti” che “cantavano” con voce da robot un pezzo lontano anni-luce da qualsiasi cosa avessi mai sentito prima.
Il pezzo si chiamava The Robots, un complesso tappeto ritmico di segnali sintetici e pulsazioni stellari, brano seminale da cui è nato tutto ciò che ho comperato e ascoltato in seguito.
E loro erano i Kraftwerk, che per le assurde strade della promozione discografica erano finiti alla Domenica In di Corrado, entrando attraverso il minuscolo schermo in bianco e nero (in realtà di un baluginante azzurro chiaro) della piccola televisione centrocuore della vita familiare la domenica pomeriggio, in casa mia e nella mia testa per restarci per sempre.
Non conoscevo il nome del pezzo, e consultandomi con mio fratello, all’epoca in cui compivo ancora quest’operazione considerandolo una più che discreta fonte d’informazioni di ogni genere (una sorta di Google ante-litteram), lui mi disse, sbagliando, che si intitolava The Man-Machine.
Attenzione, perché il suo errore possiede una grande importanza in ciò che determinò.
In esplorazione al reparto dischi della Standa sotto casa trovai il 33 giri e appurai, esaminando il retro della copertina (che ai tempi ignoravo si ispirasse einntemeno che alla grafica costruttivista di El Lissitzky) che la canzone The Man-Machine non era disponibile su 45 giri. Avrei dovuto comprare il longplaying, circa dieci volte più costoso dell’abbordabile singolo venduto a meno di 500 lire.
Infatti, non appena riuscii a raggranellare la cifra necessaria, acquistai il terzo lp della mia vita (preceduto solo da Equinoxe di Jean Michel Jarre e dalla favola degli Aristogatti stampata su vistoso vinile giallo) e, posandolo sul piatto del giradischi Lesa ascoltai per la primissima volta capolavori che sarebbero rimasti senza età come Neon Lights, Spacelab, Metropolis, e ovviamente The Robots.

I'm the Supervisor (aggiornato)

Starsene a casa in malattia ha i suoi indiscutibili vantaggi.
Ieri, ad esempio, ho raccolto le fila di una vecchia idea, un'immagine più che altro, che mi rimbalzava da tempo in testa come la pallina pixelata di un videogame anni ottanta.
Niente di più che un volto, nell'oscurità, umano solo in parte, vagamente femminile, che bisbigliava Io sono il supervisore. Io sono il supervisore.
Una specie di sogno, di visione, che chiedeva di venire fuori.
Che sapeva di terra, di muschio, e ronzava di elettricità e mandava bagliori rossi e oro.
Che non si muoveva ma mi guardava con occhi ciechi.
Diceva solo: Io sono il supervisore.
Va bene, mi sono detto, ho acceso il Mac, ho avviato Photoshop e ho iniziato a lavorare.
Ora, dopo qualche ora e qualche decina di livelli, potete vederlo anche voi.
Non so chi è il Supervisore, ma il suo aspetto è esattamente questo.
QUI una versione più grande.
Alta risoluzione (2835x 3543 pixel) su richiesta.

venerdì 24 ottobre 2008

La solita vecchia storia

Sono uscito da un bel pezzo dalla sterile rissa Macintosh contro PC.
E per più di una buona ragione.
Depreco qualsiasi forma di fanatismo, e mi duole dire che di tali, sfaccendati quanto acritici soggetti ne sono pieni zeppi entrambi gli schieramenti.
Ogni tanto, mi diverto a fare qualche battuta, e la cosa per me finisce lì.
Ognuno lavora col sistema con cui si trova meglio, e amen.
Per questo, quando mi imbatto in cose cose questa qui sotto, resto un filo sconcertato.
Il video diventa pazzesco (o interessante, o divertente, fate voi) allo scoccare dei due minuti.

giovedì 23 ottobre 2008

Gli uomini, quei bastardi. Le donne, quelle troie.

Ho appena sentito in radio di un’ascoltatrice che parla di “tanto odio provato nei confronti degli uomini, quei bastardi”, e mi è tornato in mente di quante siano le donne a provare tale devastante sentimento.
Capito su un paio di blog, tra i quali quello di una scrittrice dell’ultimora, che solo perché è riuscita a farsi pubblicare un romanzetto rosa, non lesina toni arroganti e da cinica consumata, soprattutto e preferibilmente nei confronti del non-gentil sesso
Già, perché poi, di default, il sesso femminile sarebbe quello ‘gentile’: uhm.
A me fa impressione la vastità e l’intensità di questo odio.
Senza contare la stupidità di tale (anzi, di qualsiasi) generalizzazione, parente stretta di qualsiasi discriminazione di tipo razziale: dire “tutti gli uomini sono stronzi” equivale a dire “tutti i rumeni sono dei ladri” o, per restare in ambito, “tutte le donne sono troie”.
È chiaro che chi scrive o dice certe cose è rimasto profondamente ferito.
E, dal momento che ha inanellato una discreta serie di bastardi, è giunto, anzi giunta, alla conclusione che, quasi certamente, il tizio dal cromosoma x davanti a lei è l’ennesimo figlio di puttana insensibile, egoista, perverso, sadico e anche intellettualmente minorato, che se in questo momento è solo apparentemente gentile con lei è perché vuole infilarsi il più presto possibile tra le sue gambe e per nessun altro motivo al mondo.
Che cosa triste.
Una volta di più, a causa di qualche mela marcia, si butta via tutto il cesto.
Fortunatamente, esiste ancora qualcuna in grado di pensare con un filo d’obiettività e, vivaddio, di ottimismo.
Io non penso che qualsiasi donna sia una, uhm, avete capito.
Con ognuna, parto letteralmente da zero, e non vedo proprio perché dovrei comportarmi diversamente, dal momento che l’umanità è composta di singoli, di singole storie di vita, tutte squisitamente e profondamente diverse, di singoli caratteri, sensibilità, desideri, paure.
La tentazione di spingerle sotto una determinata classificazione è comunque forte e anche piuttosto comoda, visto che ci fa illudere di arrivare a delle conclusioni attraverso una scorciatoia di tipo generalista.
Il periodo della “scoperta” dell’altro/a è uno dei più affascinanti.
Possiamo letteralmente scoprire di tutto, e il contrario di tutto. E non solo ascoltandolo/a, ma cogliendo le sue sfumature, notando i suoi silenzi, le esitazioni, i suoi gesti, annotando le sue reazioni, quando le brillano gli occhi o quando si rattrista, osservando i suoi vestiti, i suoi oggetti, la sua casa, i suoi amici, la sua musica, le sue letture.
Ognuno di noi parla molti altri linguaggi che non sono (solo) quello verbale, ed è fondamentale, io credo, riuscire a cogliere almeno una parte dei molteplici segnali che ci vengono lanciati. Molti dei quali, del tutto inconsapevolmente.
La tipa che parlava alla radio ha subìto un percorso d’innamoramento sulla base di una serie di conversazioni telefoniche.
Parole dette in un microfono.
Non ha visto le espressioni dell’altro, non ha contestualizzato i suoi discorsi, non ha potuto intuire più di tanto.
E quando ci sono visti, forse non è stata in grado di decifrare il suo disagio, magari la sua scarsissima attrazione verso di lei che hanno fatto dire al tipo: “Beh, è stato un piacere, addio”.
I rapporti umani, specie tra un uomo e una donna, sono di una chimica complicata e mai scontata.
Qualcuno semplifica dicendo: uomini o donne, vogliono tutti la stessa cosa.
Io non sono d’accordo.
Spesso, non sappiamo bene neanche noi cosa vogliamo dall’altro/a: una fidanzata, un’amante, una madre per i propri figli, un succedaneo della madre, un’amica, un passatempo, una spalla su cui piangere, una moglie?
Per quanto mi iguarda, so di essere un filo atipico rispetto molti uomini, ma il sesso è per me un punto d’arrivo, non di partenza.
Come fai ad andare a letto con qualcuna se non hai ancora scoperto se ti piace anche dentro (e, naturalmente, se non ha la faccia e il corpo di Pamela)?

[The Art of] Saturno Buttò

L’artista che vi propongo oggi è il nostrano Saturno Buttò.
Anche lui, scoperto per puro caso qualche tempo fa in occasione di una sua personale qui a Roma.
Buttò (veneziano classe 1957) ha raggiunto una certa notorietà grazie ad una sua personalissima rivisitazione dell’arte figurativa sacra europea: i suoi dipinti si caratterizzano da una notevole perizia tecnica e dall’interpretazione erotica, bondage e neo-gotica di inconografie sacre classiche e bizantine della storia dell’arte.
Incuriosito, mi sono recato alla personale, dove ero l’unico visitatore (la galleria ha la geniale idea di restare chiusa il sabato e la domenica, ma mi è stato sufficiente fare una telefonata per guadagnarmi l’ingresso).
Non mi dispiacerebbe incontrare il tizio e farci quattro chiacchiere, ma alla galleria, oltre uno svogliatissimo tizio barbuto all’ingresso che non sa una mazza di niente e di nessuno, non c’è un’anima.
Perché la realtà è sempre più deludente delle nostre aspettative?, mi chiedo, osservando le grandi tele appese e ben illuminate, dipinte in colori brillanti e a tratti quasi fotorealistici.
Il tipo è in gamba, i quadri sono intriganti.
Ad una visione intransigente dell’iconografia religiosa occidentale nei confronti del corpo, che da un lato esibisce come oggetto di culto e dall’altro nega la sua valenza di pura bellezza erotica, Buttò risponde con affascinanti corpi femminili in pose e situazioni che ricordano la classica rappresentazione sacra della Madonna con bambino, donne latexvestite che citano la rappresentazione del diavolo, uomini nudi trafitti da frecce come San Sebastiano con donne chinate davanti a loro in posture a metà tra la genuflessione riverente ed il gioco pornografico.
Resto a fissare le sue Madonne che si strizzano i capezzoli, le splendide sante discinte legate, le martiri in corpetto di latex nero.
Non posso dire che non mi piacciano, anche se il tema è ricorrente e dopo una dozzina di quadri viene un po’ a noia.

Quando chiedo al barbuto se ha un’email dove contattare Buttò, mi dà la geniale idea di cercare su Google il suo sito.
So che dovrei afferrarlo per le orecchie e sbattergli la testa fortissimo sulla scrivania, ma per stavolta mi astengo.
Esco comunque dalla galleria con un paio di idee che mi ronzano per la testa. Ci sono poche cose che non si possono fare con Photoshop, giusto?
Stay tuned.
Se vi ho incuriosito, QUI c’è una galleria delle opere di Buttò.

[Recensione] Come Dio Comanda

Dicono che uno dei segreti della vita è prendere sempre il meglio dalle situazioni, non importa quanto esse possano apparire sgradite o negative.
Starsene a letto con la broncopolmonite non è il modo migliore di passare le giornate, ma una volta accettato che oltre che imbottirsi di antibiotici non si può fare, si può approfittare dell’immobilità forzata smaltendo la pila di libri che si accumulano sul comodino dopo ogni visita alla Feltrinelli.
Da poco è uscita l’edizione economica dell’ultimo romanzo di Nicolò Ammaniti, Come Dio Comanda, e l’avevo presa, temendo di riuscire a finire il tomo (quasi cinquecento pagine) non prima di qualche viaggio in treno (posto sublime per leggere) o addirittura di dover arrivare alle vacanze di Natale.
E invece, ecco qua, una bella broncopolmonite tutta per me, un’occasione perfetta.
Iniziato ieri sera e finito poco fa.
Dimenticavo il piacere di iniziare un libro e non essere costretto a fare una sosta ogni venti pagine per dedicarmi a cose come lavorare, andare in posti, comprare cose, ficcare carburanti in cose che mi spostano.
No, una bella storia tutta per me e nessuno (o quasi) che mi interrompe.
(E poi qualcuno si chiede perché ho due gatti che non mi chiedono di smettere di fare ciò che sto facendo per andare al parco.)
Ma dicevo di questo Come Dio Comanda.
Se Ammaniti ha evoluto il suo stile, è diventato più piatto che non in gioielli come Fango o Ti prendo e ti porto via.
Più ordinario.
Sempre uno di classe, sia chiaro.
Ma dopo aver letto anche gli altri suoi romanzi, Come Dio Comanda sembra un po’ una riscrittura di questi, o almeno, un ennesimo affrontare sempre gli stessi temi, situazioni, stilemi.
La storia è solo un pretesto, tirata in ballo appena una mezza dozzina di volte, per raccontare la storia di quattro personaggi costruiti con mano sicura.
Ammaniti ci racconta senza fretta (magari un filo in più avrebbe giovato, visto che il volume poteva essere tranquillamente più snello di un buon centinaio di pagine) il loro universo (degradato), senza perdere un certo ritmo e senza nessuna forzatura, indulgendo un po’ troppo sul luogo comune ma sempre con una certa eleganza.
Un vero peccato che lo spostare impercettibilmente al centro della vicenda un ragazzino lo faccia sembrare noiosamente somigliante ad almeno due due suoi noti, precedenti lavori.
Di ragazzini o bambini con situazioni difficili ci hai già raccontato ampiamente, Nicolò: basta.
L’impressione quando si chiude il volume è che non ci siamo sentiti raccontare una storia, ma quattro, e nonostante le conclusioni di alcune di esse siano piuttosto banali (l’espediente del suicidio per eliminare un personaggio che altro da dire non aveva non si regge più) non posso giudicarlo un brutto lavoro.
Un classico Ammaniti-book, un compitino molto ben eseguito ma senza acuti, sia per quanto riguarda lo stile che l’intreccio.
Insomma: a mio modesto avviso, il premio Strega si spiega un po’ male.
Piccola nota a margine numero uno:
Salvadores si è innamorato anche di questo soggetto, e ne ha già iniziato lo scorso febbraio una riduzione cinematografica.
QUI potete leggere sul casting, sul qulale non sono completamente d’accordo, ma tengo le dita incrociate e spero di non rimpiangere il bravissimo Abatantuono.
Piccola nota a margine numero due:
La copertina è simile in modo alquanto sospetto a quella dell’altro libro che sto finendo (Lo vedete nella colonnina a destra del blog, ma potete vederla anche QUI): evidentemente, quando nel titolo del volume c'è la parola "Dio", automaticamente il grafico di turno cerca negli stock image una bella foto di un fulmine e poi se ne va a casa.

martedì 21 ottobre 2008

Offline

Anche se la cosa sembra scandalosamente passata sotto silenzio dai media, qualche affezionato/a ha notato una certa, sospetta prolungata assenza del sottoscritto dal presente blog.
Il che, immagino, non abbia sconvolto le vite di nessuno, ma sappiate che sono ancora in funzione ma in riparazione.
Non ci vorrà molto.
Datemi solo il tempo di ricomporre i pezzi.

mercoledì 15 ottobre 2008

Ma me ne sono accorto solo io?...

Immagino che molti di voi scaricher... ehm, si recheranno in massa a vedere Wall-E, (pronunciatelo Uollì se non volete fare la figura degli sfigati davanti i vostri figli e nipoti), l'ultimo lungometraggio in CGI della Disney/Pixar, che già ci ha fornito in passato notevolissimi prodotti quale il recente Ratatouille.
Personalmente, non amo molto il genere, l'ho già detto, almeno quando si superano i venti minuti, sotto i quali tra l'altro ho visionato dei piccoli capolavori, alcuni proprio della Pixar in questo DVD che si trova in offerta ormai ovunque a meno di una piazza capricciosa.
Ciononostante, andrò molto volentieri a vedere Wall-E: il poco che ho visto (mi sono volontariamente autolimitato) mi fa credere che sarà un autentico gioiellino.
Detto questo...
È da un po' che mi ronza in testa questa domanda...
...ma solo io ho pensato che il design dell'adorabile robottino ricordi per niente alla lontana quello di Johnny Five, protagonista di Corto Circuito, diretto da John "Wargames" Badham nel 1986 nonché del suo sequel Corto Circuito 2 del 1988?
Non so... magari sono io un po' malizioso.
Ditemi voi.

PS Se volete, potete prendere QUESTO come una citazione... o pensare che alla Pixar abbiano ottimi avvocati.

Portable graphics

Questo sito propone una vasta rassegna di desktop per iPhone e iPod Touch, ma che potete adattare con facilità a qualsiasi device portatile.
Ce n'è veramente per tutti i gusti, ed è difficile trovarne uno brutto.
Grazie ad Antonio per la segnalazione.

E proteggici dal degrado dei secoli nei secoli, Save

L'altro giorno pensavo questa cosa.
Tutto ciò che è stato e sarà immagazzinato in forma numerica, cioè digitale, resisterà alla storia.
Buono o cattivo che sia.
Viceversa, tutto il resto è destinato a estinguersi.
Una mia fotografia su carta potrà durare qualche decennio, memorizzata su un cd o un dvd sfiderà i secoli.
I miei pro-pronipoti potranno guardare il loro trisavolo sul video con la freschezza di oggi, e magari diranno ai loro amici: "Guarda questa vecchia foto del mio trisavolo Cyberluke. Sfocata, dici? Eh già, è in bassa risoluzione, occupa solo quaranta mega..."
Chi usa il cd/dvd diverrà una persona importante nei pensieri dei suoi discendenti proprio per questo motivo: diventerà il loro più antico antenato conosciuto, all'alba della storia.
Gli altri, numerosi antenati saranno dimenticati perché avranno stampato le loro foto su carta, e di loro, nel giro di pochissime generazioni, sarà dimenticato tutto.
Io stesso non ricordo più l'ultima volta che ho dato un'occhiata a quella foto dei bisnonni, una di quelle virate in seppia, scattata in uno dei gabinetti fotografici dell'epoca con le tende dietro e un gran sfrigolare di magnesio bruciato a ogni scatto.
Due personaggi fine ottocento, gran baffi virili, abito scuro con panciotto per lui, pizzi, crinoline e capelli raccolti in una crocchia per lei.
E prima?
Forse un vecchio, scuro ritratto su tela.
Prima ancora, buio assoluto.
Sprofondati nell'oblìo della preistoria.
Solo il digitale non dimentica.
Tutto il resto si decompone (la carta è organica, dopotutto), si degrada (avete mai guardato la pagina di un quotidiano vecchia solo di dieci anni?), diventa più fioco (o un film degli anni venti?) e scompare.
Persino Guerre Stellari rischiava l'oblio: i delicati fotogrammi su pellicola stavano sbiadendo, perdendo colore, dopo soli trent'anni. Lucas è dovuto correre ai ripari, restaurando ogni fotogramma e risalvando tutto in digitale.
Ora la trilogia cosmica è immortalata in un microscopico codice binario stipato su un DVD.
Che fine hanno fatto i vostri disegni di quando eravate piccoli?
Scommetto che molti di voi non lo sanno più.
Invece, i vostri primi file salvati su un computer li avete ancora.
Magari avete persino riversato il contenuto di quei vecchi floppy disk su CD.
Stiamo vivendo la vera alba della storia.
La storia non dimentica: la storia è una traccia di ciò che è accaduto.
E tutto ciò che non viene registrato in digitale viene corrotto, perso, dimenticato (dovevo scannerizzare tutti quei disegni fatti coi pennarelli Carioca, dopotutto).

Insomma, prendete mio padre, ad esempio.
È uno scrittore abbastanza prolifico.
Ha all'attivo circa quindici libri e una valanga di articoli, forse qualche migliaio.
Niente di tutto ciò è stato mai archiviato in forma digitale, eppure non occuperebbero più di qualche centinaia di megabyte.
Poco oggi, un'inezia domani, niente tra cento anni.
Posso immaginare che tutto ciò che lui ha scritto (e che rappresenta la sua vita, la summa dei suoi studi e delle sue riflessioni) potrebbe essere tranquillamente conservato, anche solo come curiosità, nei secoli a venire.
Un teologo o uno psicoanalista del 2500 dC (o del 25.000) potrebbe fare tutte le ricerche che vuole sul lavoro di mio padre, perché avrà a disposizione tutti i suoi scritti.
E, paradossalmente, ora come ora l'unica cosa che potrebbe passare alla storia di suo è la manciata di articoli trascritta dal sottoscritto sul Mac, un niente, una briciola rispetto la gigantesca fiumana di parole partorita da mio padre partorita nei suoi oltre ottant'anni di vita.

Quanto a me, forse dovrei stare più attento a quello che scrivo su questa sorta di diario on-line: tra tremila anni qualcuno potrebbe ritrovarlo su qualche server, decodificarlo e sghignazzare: "Miii, che gente che girava all'epoca"...

martedì 14 ottobre 2008

La Seconda Donna Più Bella Del Mondo


Dopo Pamela, eccovi la Seconda Donna Più Bella Del Mondo (della Più Bella ho parlato QUI).
Christina Maria Aguilera, 28 anni il prossimo dicembre, americana.
Cinque ottave di estensione vocale.
Quaranta milioni di album venduti.
Segni particolari: credo che nessuno l'abbia mai vista senza il suo make-up da bambolona o vestita senza abiti con cui vostra madre non vi farebbe mai uscire di casa.
Sembra levigata con Photoshop.
È bellissima.
Per la cronaca, questa foto risale a dopo la sua prima gravidanza.
E, sì, è pacchiana, appariscente, borgatara e rozza come l’asfalto.
E con questo?

Portami con te

Stasera, ore 19.00 ora italiana, evento Apple al Town Hall di San Francisco.
La frase che appare sul manifesto (lo vedete qui sopra) parla chiaro: I riflettori si accendono sui notebook.
Insomma, è la volta buona per la nuova linea di portatili, il cui design è fermo da anni... non che siano brutti, tutt'altro, ma ogni tot un piccolo upgrade stilistico, tanto per mostrarci che negli uffici di design a Cupertino non pensano solo ad iPhone (comunque presentato già un anno e mezzo fa) male non fa.
La mia è una curiosità esclusivamente di carattere estetico, visto che non sono un utente da portatile (un laptop, a mio modestissimo e ristretto modo di vedere, è un oggetto utilissimo per un giornalista o uno scrittore che in qualsiasi luogo si trovino, fosse in riva al lago o in prima linea a Bagdad, hanno bisogno di scrivere, o, altrimenti, ai musicisti che portano con sé sul lavoro o sul palco i loro suoni e i loro settaggi audio).
Per un progettista o un designer, lavorare su un risicato schermo da 17" (o meno) è una tortura.
Quando passo dal 23" che ho in ufficio al 20" di casa, mi sembra di avere a malapena lo spazio sufficiente per gestire finestre di lavoro e palette.
Inoltre: lavorare in grafica con una trackpad è snervante, anche se immagino ci si possa abituare a qualsiasi cosa.

Inspiegabile poi, sotto il punto di vista dell'ergonomia, la scelta di Apple di collocare le prese USB sul lato sinistro della macchina, obbligando il cavo del mouse a fare un assurdo giro vizioso attorno il portatile. Fortunati i mancini, in compenso.

Quanto all'autonomia: quattro ore di durata della batteria (in media) possono essere molte o pochissime.
Dipende.
Alcuni sopperiscono con una batteria di riserva, che ha comunque un costo (140 euro nel caso di un notebook Apple) e va in ogni caso tenuta carica.

Poi c'è la questione prezzo.
Un portatile costa in media un buon trenta per cento in più della stessa macchina in versione desktop, pur calcolando che include anche il monitor. Qui, quello che si paga è la miniaturizzazione di alcuni elementi interni per contenere peso e dimensioni.

Per altri, tutte queste scomodità sono uno scotto ragionevole da pagare di fronte il fattore "portabilità".
E posso anche starci.
Quello che mi infastidisce è la corsa all'acquisto anche da parte di chi non ha assolutamente bisogno di un portatile, per il solo fatto che fa "molto figo" averne uno e, naturalmente, esibirlo, come un tempo lo si faceva (ricordate?) col telefono cellulare.
Lo confesso: quando vedo in giro (in aeroporto, sul treno, ai tavoli del ristorante o del caffé, persino in spiaggia), qualcuno chino a smanettare sul proprio laptop, mi capita di sbirciare cosa appare sui monitor.
Nove volte su dieci vedo balenare tristissime griglie di Excel o, al massimo, presentazioni Powerpoint composte in Comics Sans e Times New Roman e il mio primo pensiero è: "Poveraccio, costretto a lavorare anche qui. Che sfigato".


PS Per i pochi che se lo chiedono, sì, anch'io posseggo un portatile.
Ed è il più bello che sia mai stato costruito.
Un Apple PowerBook G3, immesso sul mercato esattamente dieci anni fa.
Vi gira MacOSX 10.4.11 che è una meraviglia.
Textedit per scrivere, iView MediaPro per visualizzare le immagini e un lettore/masterizzatore DVD per vedere i film sullo schermo incredibilmente definito. Prese USB e FireWire sul retro, com'è giusto che sia, nascoste da un discreto sportellino.
Una linea sinuosa come una pantera e una cura dei dettagli tipica della vecchia scuola Apple.
Il tutto per trecento euro su eBay.
Lo adoro.



Update: il nuovo MacBook è stato appena presentato, e potete vederlo qui sotto: schermo glossy (questi sono completamente impazziti), cornice nera, tastiera nera, trackpad di vetro senza pulsante. 

Guardato bene?
Ora guardate questo:Non è un'immagine ufficiale di Apple. È una delle diverse foto che circolavano in rete parecchi giorni prima dell'evento di San Francisco.
A questo punto, direi che ad Apple servono, con grande urgenza:
1) un nuovo responsabile della sicurezza industriale
2) un nuovo designer.

lunedì 13 ottobre 2008

Iconizzami

Che rapporto avete con le icone?
Siete di quelli che se ne fregano e per cui quelle di sistema sono più che sufficienti ad identificare cartelle, dischi ed elementi del desktop?
O (strizzatina d'occhio) iconizzate qualsiasi cosa occupi anche un seppur minimo spazio sul vostro hard disk?
Ok, potete raccontarla a chi volete, ma non a me.
Se state leggendo un post intitolato Iconizzami, è chiaro che siete malati di icone.
Come me, che le adoro.
Passo una ragguardevole quantità del mio tempo a setacciare la Rete in cerca di nuovi set che possano farmi dire: Come diavolo ho fatto fino a oggi senza questa???
Beh, fino a oggi mi sono tenuto dei link solamente per me, come fossero un tesoro prezioso da tenere gelosamente vicino al cuore, ma adesso ho capito che è una cosa troppo egoistica da fare e che le icone sono un dono che va condiviso.
PixelPressIcons, ad esempio, ne mette a disposizione di bellissime.
Gratis.
Basta fare click sul pack di quella che vi piace.
Scaricatele, copiatele, incollatele, diffondetele... usatele.

Update
per i Windows Users.
ZoneGrafix ha reso disponibili per il download bellissime icone in formato ICO, PNG e ICNS.
Potete scaricarle gratuitamente da QUI.
Se pensavate a qualcosa di più "giocattoloso", probabilmente adorerete invece queste QUI.

I love my robot


Gordon Bennett è l'artista che vi segnalo questa settimana, che si cela sotto lo pseudonimo di Bennett Robot Works.
Bennett costruisce robot.
Niente di futuristico o, tantomeno, funzionale: i robot che potete acquistare sul suo sito assomigliano più a quelli che nel dopoguerra apparivano sulle copertine di Popular Science o Modern Mechanix: sembrano usciti dalla matita di progettisti come Raymond Loewy o Norman Bel Geddes.
Hanno un aspetto ingenuo e retrò, e sono realizzati con materiale di recupero di ogni tipo: pezzi di piccoli elettrodomestici, vecchi contatori della luce, bulloni, molle, griglie, interruttori.
Sono decine, tutti diversi, tutti pezzi unici e tutti bellissimi.
Shelton 3 e Ms Jello sono i miei preferiti.
Non sono bellissimi?