martedì 23 dicembre 2008

Le dimensioni contano

Se non siete tra quelli che vedono il loro computer come un'estensione del loro ego o del loro organo sessuale (ce ne sono, potete credermi), questo è il computer che fa per voi.
Chi lo produce?
Apple, naturalmente.
(per usarlo, oltre la lettura del "comodo" manuale, basta solo un po' di pazienza. Ad esempio, per digitare la lettera "z" basta fare 26 volte tap sulla trackpad.)

(fin qui) tutto bene

Ci sono ancora.
Non sono rimasto fulminato dalle lucine natalizie, nessuna slitta guidata da un extracomunitario ubriaco sovrappeso e vestito di rosso mi ha investito e di torrone al liquore non ne ho mangiato abbastanza da farmi venire un'indigestione.
È solo che tra regali da comprare o fabbricare e da incartare, amici da vedere, Arianne da spupazzare e gatti a cui badare mi è mancato il tempo di aggiornare.
Stay tuned.

giovedì 18 dicembre 2008

Devo ammetterlo...


...alcuni pubblicitari ci sanno davvero fare.
Anche se a sfondo chiaramente sessuale, questa pagina pubblicitaria per Warehouse (abbigliamento casual) riesce ad essere divertente e ad appena un passo dalla volgarità più becera.

[Recensione] Ultimatum alla Terra


Matteo e Arianna erano concordi: se fossi stato io l'alieno sbarcato dalla gigantesca sfera atterrata nel cuore di Central Park (che, si sa, ogni alieno che si rispetti sceglie Manatthan come sito di atterraggio/invasione/distruzione, mai Ascoli Piceno o Salerno, mai) a valutare se gli esseri umani meritassero o meno un'ultima chance di sopravvivere, e avessi avuto (come Keanu Reeves nel film) tra i piedi tutto il tempo un ragazzino aspirante rasta capriccioso, piagnucoloso e infido (non ci pensa due volte a telefonare alle autorità governative che stanno cercando l'alieno), l'Umanità non avrebbe avuto scampo.
Il remake del poco blasonato Scott Derrickson non raggiunge, com'era prevedibile, la magia dell'originale, pur restando un discreto tentativo.
Reeves è piuttosto in parte, e per rispondere alle critiche di chi lo accusa di totale inespressività (comunque richiesta dal copione, a questo giro), forse dovrebbe soffermarsi di più su Jennifer Connelly, che ha per tutto il film ha la medesima espressione stampata sul viso: occhioni verdi sgranati tra il supplichevole e il lacrimoso.
Nulla da dire, invece, sulla messa in scena: il dispiegamento di forze davanti la misteriosa sfera aliena, gli ambienti militari claustrofobici, la paranoia che ottembra le menti e le azioni di chiunque non sia uno scienziato e non riesce ad osservare il fenomeno con distacco anziché precipitarsi a veglie di preghiera, saccheggiare negozi o tentare di danneggiare un'astronave aliena alta novanta piani con una rivoltella.
Perché se il film voleva sottolineare che l'unico modo che l'umanità ha di salvarsi è, appunto, la sua umanità, temo che manchi clamorosamente il bersaglio.
Appena l'alieno mette piede sul suolo newyorchese, un soldato (non ci è dato sapere chi, né perché, come se fosse un dettaglio trascurabile che un idiota dal grilletto facile ha dato il via ad una distruzione su scala planetaria) gli spara al petto.
Si risveglia in una struttura militare e gli mandano Kathy Bates che interpreta il segretario di stato: lui chiede di parlare all'ONU e l'acidona gli dice "te lo scordi, tu non vai da nessuna parte, questo pianeta è nostro (sottintende dell'America) e ci facciamo tutto quello che ci pare. Anzi, la sua astronave è in contravvenzione per aver violato il nostro spazio aereo, che fa, concilia?".
Dopo manco dieci minuti di conversazione, decidono di metterlo a nanna col sedativo, e poi lo attaccano a una macchina della verità.
Quello riesce a fuggire e gli scatenano addosso la più grande caccia all'uomo della storia dopo BIn Laden.
Se lo trovano è solo perché l'odioso e viziato ragazzino (per cui il regista pensa che dovremmo provare compassione perché è orfano) telefona agli sbirri e lo denuncia.
Insomma, voi che avreste fatto?
Come dicevo in apertura, io avrei detto: mavaffanculo, terrestri di merda. Ma crepate tutti, che la Terra ha solo che da guadagnarci.
E invece Reeves vede il ragazzino che si inginocchia davanti la tomba del padre e dice: "Ah, adesso ho capito. In fondo, non siete poi così cattivi".
Soluzione (inevitabilmente) buonista e stiracchiata.
Mi viene quasi da parteggiare per il gigantesco robottone (dal bellisimo design, sembra una statua di metallo morbido) che dopo essere stato attaccato con missili, rinchiuso in un container, interrato in una base militare e subìto un tentativo di perforazione con una trivella al diamante prima pazienta per un po', poi, giustamente (vorrei vedere voi) si fa girare le palle e si trasforma in uno sciame assassino (uno degli effetti digitali migliori del film).
E invece, lieto fine anche stavolta, gli uomini possono continuare a massacrarsi tra loro e ad avvelenare il pianeta, perché a sto giro gli è andata bene, e alla prossima ci si penserà...

mercoledì 17 dicembre 2008

Sta tornando...

Per tutti quelli che non l'hanno mai visto, consiglio oggi la visione di quello che (a oltre vent'anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche) si può ormai definire un classico della fantascienza: Robocop, dell'olandese Paul Verhoeven.
Se la scorza delle vicenda è quella di un action movie fantascientifico, il suo nocciolo è quello di una resurrezione: Alex Murphy, poliziotto integerrimo, è assimilabile un Gesù Cristo cibernetico, che muore martirizzato dai suoi nemici e risorge più potente che mai, grazie allo (scellerato) uso della robotica applicata alle forze di polizia.
Con evidenti influenze dal fumetto, ma anche dalla più avanzata letteratura di fantascienza (in primis, Philip K. Dick), Verhoeven diresse un film duro, vertiginoso e assai poco consolatorio, affrontando temi importanti attraverso metafore ciniche e cruda violenza, inframezzata da spot pubblicitari surreali sintomatici di un mondo e di una società che dovrà temere se stessa.
È proprio questa commistione di filosofia personale e impatto visivo che fa di Verhoeven un regista (talvolta) grande.
Robocop vive di questa linfa senza la quale sarebbe un sempliciotto film di fantascienza anni '80.
È un personaggio splendido ma triste. Robocop non è un eroe. È un uomo a cui non è concesso nè di vivere nè di morire, un uomo intrappolato coi suoi sentimenti e i suoi ideali incancellabili dentro un supporto robotico a metà tra l'armatura medievale e l'aspirapolvere industriale.
È la rappresentazione dell'angoscia di una vita spezzata e della deriva di un mondo inghiottito dall'avidità e dall'atavica cattiveria della natura umana.
Robocop tornò sul grande schermo altre due volte, nel 1990 e nel 1993 prima di scomparire dignitosamente dopo una stagione televisiva dove era stato trasformato in un giocattolone da tv dei ragazzi.
Ora, incredibilmente, pare che Robocop stia per tornare sul grande schermo.
Della regia del progetto è stato incaricato Darren Aronofsky, trentanovenne regista di Brooklyn che ha già diretto l'affascinante PiGreco, Requiem for a dream e L'Albero della Vita.L'intenzione di Aronofsky è quella di riportare sullo schermo l'autentico spirito del primo film. “Si beccherà sicuramente una R (secondo la codifica americana, divieto di guardare il film ai minori di 17 anni non accompagnati da un adulto), ma almeno saremo liberi di fare ciò che vorremo” dichiara in una recente intervista (QUI se volete leggerla tutta, in inglese).
Aronofsky ha passato buona parte della sua adolescenza dedicandosi all'arte dei graffiti, sfogandosi proprio su personaggi cyborg. Questa esperienza, unita ai suoi studi medici, gli ha fatto nascere la passione per l'ibrido carne-metallo.
“Per prendere il diploma” dice, “devi imparare una lista di 38 differenti cose di metallo che puoi avere nel corpo. Da uno shutter inserito in una palpebra a un peacemaker, viti metalliche e tutta una serie di altre cose. Ho realizzato che in realtà siamo già dei cyborg. Non in modo completo, ma comunque il legame con la tecnologia c'è.”
Non si sa altro sul film, di cui gira soltanto un teaser poster del quale, lavorando di Photoshop, ho realizzato un desktop per chi volesse scaricarlo (QUI) e ingannare l'attesa da qui al 2010.
Non potrò mai resistere fino a quella data.
Aiutatemi.

martedì 16 dicembre 2008

[RECE] Batman: Death Mask

Non sono un grande appassionato di manga.
È una questione in parte culturale, in parte derivata dal fatto che iniziai a leggere fumetti da ben prima che il più timido dei comics giapponesi si affacciasse sulle nostre edicole, e quando questi dilagarono in centinaia di pubblicazioni, i miei gusti erano belli che formati.
Tuttavia, c'erano autori che non potevano non emergere davanti i miei occhi per la loro spettacolare bravura: in particolare, mi riferisco a Masamune Shirow e al suo capolavoro Ghost in the Shell, mai superato neanche dai suoi stessi seguiti: oltre i disegni incredibilmente dettagliati, Shirow riempiva i pié di pagina di suoi commenti e approfondimenti sulla tecnologia e sul background sociopolitico dell'ambientazione.
Una lettura che nessun appassionato di fumetti, giapponesi o meno, può permettersi di ignorare.
Detto questo, salvo rare eccezioni (tra cui Dragonhead di Mochizuki e il cervellotico Homunculus di Yamamoto), ben pochi manga trovano posto nella mia fumettoteca personale.
Nel 2001, venni sedotto da Child of Dreams (Il Figlio dei Sogni) di Kia Asamiya, che aveva come protagonista nientemeno che Batman: un prodotto eccellente, con una solida storia sviluppata egregiamente attraverso i tipici stilemi narrativi del manga, ma incentrata su uno dei più famosi personaggi del fumetto americano.
Un'operazione pienamente riuscita, a mio avviso, che però non conobbe alcun seguito... fino ad oggi, quando noto e acquisto questo Batman: Death Mask, realizzato dal mangaka Yoshinori Natsume (noto soprattutto per il manga Togari).
È una storia perfetta per Batman, completamente incentrata sul tema della maschera, di come essa compaia in tutte le culture dell'uomo, persino le più remote, e di quanto profonda ed articolata sia la sua simbologia.I tempi sono calibrati al millesimo, i disegni curati e puliti ma dai toni oscuri come si confà al personaggio e alla storia, dalle ambientazioni molto dettagliate e ricca di colpi di scena.
Interessanti i confronti tra le varie personalità di Batman, e intriganti anche i moniti a lottare per un futuro migliore, e non a riscattare il passato.
Molto ben raccontati anche i tentativi di Oniyasha (l'altro protagonista) e di Batman nel contrastare il loro lato oscuro, mentre gli esiti differenti di queste battaglie culminano in un finale emotivamente potente.
Insomma, non un capolavoro imperdibile, ma senz'altro un prodotto che ogni fan dell'uomo pipistrello dovrebbe leggere...
lo trovate in fumetteria a 6,95 euro edito da Planeta DeAgostini.
QUI potete vedere riprodotte, sufficientemente grandi per farvi un'idea più precisa della pubblicazione, alcune pagine.

Sperare è lecito

Tuttora mi sfuggono i motivi che spingono Apple ad ignorare lo sviluppo di una delle sue macchine a mio avviso meglio concepite (badate: non ho detto realizzate): il Mac mini.
Come già saprete, ne possiedo uno, che svolge più che dignitosamente il suo lavoro.
Purtroppo, sappiamo tutti quanto rapidamente un computer possa diventare obsoleto.
E il Mac mini, ormai, da tempo è costretto a mangiare la polvere dei suoi cugini trendy, gli iMac, che lo surclassano in potenza, velocità, dotazione di scheda video.
Eppure, continuo a restare affascinato dal concept originario: un computer di dimensioni ridottissime, elegante e minimalista, al quale si può collegare qualsiasi periferica ci si trovi ad avere bisogno: monitor, tastiere, tavolette grafiche, scanner, stampanti, fotocamere, altoparlanti.
Una specie di tuttofare digitale, versatile e con una potenza di calcolo degna di questo di nome ma di ingombri minimi e a prezzo contenuto.
In vista del prossimo Macworld di gennaio, si torna a parlare di un Mac mini profondamente rinnovato.
Per il video-out dovrebbe essere presente una DisplayPort e la RAM a disposizione dovrebbe essere portata a 2 GB, espandibile a 4 GB (contro gli attuali 1 GB, espandibili a 2 GB).
I processori impiegati potrebbero essere il 2.0 GHz Core 2 Duo per l’entry level e 2.3 GHz Core 2 Duo per quello di punta (contro gli attuali Core 2 1.83 GHz e 2.0 GHz). E, udite udite, una scheda video degna di questo nome targata Nvidia per il modello da 2.3 GHz (per il modello base sembra sarà integrata una scheda Intel, forse una GMA X3100).
Ecco, se sul palco del Macworld zio Steve presentasse una macchina con queste caratteristiche, la comprerei immediatamente.
Non è che ci conti più di tanto, vista la discutibile direzione che Apple sta prendendo da un po' di tempo a questa parte, ma è lecito sperare.
Per il momento, sogno su questi concept del sempre bravissimo Isamu Sanada, che, per inciso, a Cupertino avrebbero dovuto assumere da un bel pezzo.

Laundry before christmas

Che poi, non è vero che i pubblicitari italiani siano meno creativi di quelli non italiani.
È solo una questione di mercato.
Di quanto ma soprattutto come ti "permettano" di essere creativo.
Tanto per restare in tema natalizio... questa (fantastica) affissione per Omino Bianco è stata creata dall'italianissimo Stefano Fontana per Publicis, italianissima agenzia.
Per un non italianissimo mercato.

Merry (tattoo) Xmas...

Avete ragione: i soliti bigliettini augurali pieni di renne sorridenti, babbi natali gongolanti e angioletti ammiccanti sono di un già visto e di un lezioso irritante.
È per questo che so che voi tutti apprezzerete questo sistema per inviarne di assolutamente nuovi ma soprattutto irriverenti.
Badate al senso dell'umorismo di chi li indirizzate. ;)

lunedì 15 dicembre 2008

Facebook? No, grazie



Premetto che so benissimo di partire già in netta minoranza, e che gli "iniziati" mi tacceranno (quelli che già non lo fanno) di snobismo o di ostracismo gratuito...
...ma a me, Facebook, non convince neanche un po'.
Fin da quando ne ho sentito parlare, ho sentito come una vocina da dentro che mi bisbigliava: "non ci cascare! Non ci cascare! Ti serve come a una mucca serve un telefono!"
Come anni fa fu per la videochiamata, trovo Facebook un'intrusione intollerabile in quella che, nel nuovo millennio, sta diventando sempre più una barzelletta: la nostra sacrosanta privacy.
Chiunque si trovi nella mia lista di amici è a conoscenza di ogni mia mossa: se mando un messaggio a A subito B lo sa, metto una foto di C ubriaco che palpeggia il culo di D e subito la fidanzata di C e il fidanzato di D lo sapranno.
Pensate al vostro prossimo datore di lavoro (o un più modesto addetto alle risorse umane) al quale sarà sufficiente digitare il vostro nome e cognome su facebook per ammirarvi mentre vi fate un cannone a capodanno, guardate le tette a vostra cugina o dichiarate che lavorare fa schifo.
Questa azienda statunitense si descrive come «un servizio che ti mette in contatto con la gente che ti sta intorno».
Perché mai avrei bisogno di un computer per mettermi in contatto con la gente che mi sta intorno?
Perché le mie relazioni sociali debbono essere mediate dalla fantasia di un manipolo di smanettoni informatici in California?
Improvvisamente telefono, sms ed email (per non parlare della cara vecchia, Real Life),sono diventate obsolete?
Voi mi direte: beh, ma puoi organizzare fantastiche reimpatriate coi vecchi compagni di scuola.
Brivido e raccapriccio.
I miei ex compagni di scuola stanno bene dove stanno, e cioè: non so davvero.
Con quelli che volevo restare in contatto, ho telefono, email e so dove abitano. Facebook non mi serve per stare in contatto con loro.
Non mi piace generalizzare, ma ho il fondato sospetto che parecchi usino la community per fare allegramente le serve telematiche incapaci di farsi i cavoli propri o per rimediare qualche avventura.
Facebook è tutt'altro che un luogo sicuro, come ogni sistema basato sulla fiducia. Mentre chatti, o condividi una foto, lo fai perché sei certo che dall’altra parte ci sia una certa persona, Quando potrebbe anche non essere così: costruirsi un'identità falsa non è difficile. Leggete QUI.

Continuo a informarmi.
E più ne scopro, più ne prendo le distanze.
Mentre scrivo, Facebook sostiene di avere 59 milioni di utenti attivi, di cui quattro sono italiani. Due milioni di persone si iscrivono ogni settimana.
Cinquantanove milioni di persone che hanno dato tutti volontariamente le informazioni della propria carta d’identità e le proprie scelte di consumatore a un’azienda statunitense che non conoscono.
Se proseguirà all’attuale volume di crescita, Facebook supererà i 200 milioni di utenti nello stesso periodo dell’anno prossimo.
Un'immensa rete virtuale nella quale, no, grazie, non mi interessa entrare.
Penso ai suoi (geniali, niente da dire) creatori ricevere questo smisurato database di esseri umani, e rivendere le informazioni agli inserzionisti, o, come ha detto il suo fondatore Mark Zuckerberg cerca di aiutare le persone a condividere informazioni con i loro amici riguardo alle cose che fanno sul web.
Ed è infatti proprio ciò che accade. Marchi mondiali come Coca Cola, Blockbuster, Verizon, Sony Pictures e Condé Nast sono saliti sul carrozzone di Facebook già da tempo, fiutando l'affare.
Ed ecco che di colpo “condividere” si può leggere come “pubblicizzare”.

E per di più, voi utenti di Facebook avete mai letto davvero l’informativa sulla privacy? Ti dice che non è che di privacy ne hai poi molta.
Sentite qua.
L’informativa sulla privacy di Facebook

1. Ti recapiteremo pubblicità«L’uso di Facebook ti dà la possibilità di stabilire un tuo profilo personale, instaurare relazioni, mandare messaggi, fare ricerche e domande, formare gruppi, organizzare eventi, aggiungere applicazioni e trasmettere informazioni attraverso vari canali. Noi raccogliamo queste informazioni al fine di poterti fornire servizi personalizzati»

2. Non puoi cancellare niente«Quando aggiorni le informazioni, noi facciamo una copia di backup della versione precedente dei tuoi dati, e la conserviamo per un periodo di tempo ragionevole per permetterti di ritornare alla versione precedente»

3. Tutti possono dare un’occhiata alle tue intime confessioni« [...] e non possiamo garantire - e non lo garantiamo - che i contenuti da te postati sul sito non siano visionati da persone non autorizzate. Non siamo responsabili dell’elusione di preferenze sulla privacy o di misure di sicurezza contenute nel sito. Sii al corrente del fatto che, anche dopo la cancellazione, copie dei contenuti da te forniti potrebbero rimanere visibili in pagine d’archivio e di memoria cache e anche da altri utenti che li abbiano copiati e messi da parte nel proprio pc».

4. Il tuo profilo di marketing fatto da noi sarà imbattibile«Facebook potrebbe inoltre raccogliere informazioni su di te da altre fonti, come giornali, blog, servizi di instant messaging, e altri utenti di Facebook attraverso le operazioni del servizio che forniamo (ad esempio, le photo tag) al fine di fornirti informazioni più utili e un’esperienza più personalizzata».

5. Scegliere di non ricevere più notifiche non significa non ricevere più notifiche«Facebook si riserva il diritto di mandarti notifiche circa il tuo account anche se hai scelto di non ricevere più notifiche via mail»

6. La Cia potrebbe dare un’occhiata alla tua roba quando ne ha voglia«Scegliendo di usare Facebook, dai il consenso al trasferimento e al trattamento dei tuoi dati personali negli Stati Uniti [...] Ci potrebbe venir richiesto di rivelare i tuoi dati in seguito a richieste legali, come citazioni in giudizio od ordini da parte di un tribunale, o in ottemperanza di leggi in vigore. In ogni caso non riveliamo queste informazioni finché non abbiamo una buona fiducia e convinzione che la richiesta di informazioni da parte delle forze dell’ordine o da parte dell’attore della lite soddisfi le norme in vigore. Potremmo altresì condividere account o altre informazioni quando lo riteniamo necessario per osservare gli obblighi di legge, al fine di proteggere i nostri interessi e le nostre proprietà, al fine di scongiurare truffe o altre attività illegali perpetrate per mezzo di Facebook o usando il nome di Facebook, o per scongiurare imminenti lesioni personali. Ciò potrebbe implicare la condivisione di informazioni con altre aziende, legali, agenti o agenzie governative».

Poi, sarò anche paranoico. 
Però...
Adesso fatevi due risate con la Guzzanti e la sua Ragazza Facebook.

venerdì 12 dicembre 2008

Goodbye, Betty


Ieri è morta Betty Page, a Los Angeles: il suo cuore si è fermato in ospedale, dove era stata ricoverata a fine novembre per una polmonite.
Betty si è spenta all'età di 85 anni.
E non era solo la pinup più famosa e fotografata del mondo: era la madre di tutte le pinup.
Se cercate al dizionario alla voce pinup, ci troverete una sua foto.
Lavorò moltissimo negli anni cinquanta come modella: le sue foto in bikini o in minuscoli completini (senza disdegnare pose e abbigliamenti sadomaso, in clamoroso anticipo sui tempi) furono un preludio alla rivoluzione sessuale degli anni ’60.
Smise di posare nel 1957.
Nel 1959 ebbe una conversione religiosa, dopo aver vissuto un periodo di depressione ed aver avuto un esaurimento nervoso (aveva due matrimoni alle spalle).
Provò a diventare una missionaria in Africa, ma fu respinta proprio perché era una donna divorziata.
Sebbene Betty voltò le spalle al passato, i suoi fan non la dimenticarono mai più.
Era deliziosa.
Era un incredibile connubio di malizia e di innocenza, e così ce la ricorderemo, perché Betty non si fece mai più fotografare.
Dovunque si trovi ora, sono certo che la sua presenza non starà passando inosservata.

giovedì 11 dicembre 2008

Neve & lucine colorate per tutti. Digitali, s'intende.

Insomma, l'avete capito... il Natale mi piace, mi diverte, mi distrae, mi rallegra.
So che anche tra voi, nascosti tra i cinici dell'ultimora, ci sono altri come me che non restano indifferenti al cospetto di cotanta letizia intermittente.
Per tutti voi, il softwarino che vado a proporvi oggi è Esattamente Ciò Che Vi mancava.
Xmas Lights aggiunge una sfiziosa (alcuni cinici preferisco dire: pacchiana) sfilza di lucine colorate alla barra del menù del vostro Macintosh, di cui potete regolare forma, velocità e modalità di lampeggiamento.
Assorbe appena 400k dal sistema, praticamente zero.
Gratis. Da QUI.
Dallo stesso autore, se volete strafare, scaricate anche Snowflakes, da QUI, e avrete lo schermo invaso da una fastidiosissima nevicata di fiocchi di neve digitali.
Perfetto per innervosire il vostro collega che invece, il Natale lo detesta (come Larsen e Dama Arwen che vorrebbero addormentarsi e svegliarsi il 7 gennaio). Installateglielo a loro insaputa e poi guardateli smadonnare come carpentieri moldavi.

PS Quasi dimenticavo. QUI splendide icone natalizie per il vostro Mac.

PPS Per chi lavora con Windows (a Natale siamo tutti più buoni...): QUI un bel set di icone natalizie , ma anche QUI e QUI.

Annegati nel nonsenso

Ecco come Dio ha scelto di uccidere tutti i romani: annegati.
Stanotte sono venuti giù ettolitri d'acqua, e una volta tanto non è un'esagerazione.
E, come sempre a Roma, si grida all'alluvione, alla catastrofe, alla calamità naturale.
Noi (anzi, loro) romani proprio non ci si vogliono abituare.
Al nord nessuno fa tutte queste storie e si mette a frignare per un po' di pioggia in più.
Certo, voi mi direte: vallo a dire a quella poveretta annegata come un topo dentro la sua stessa auto.
Il fatto è che, se ammettiamo che la città non è in grado di reggere alla pioggia (e non lo è, chi non è convinto si vada a guardare fotografie e video che da stamattina circolano in abbondanza sulla Rete), quando si supera un certo livello (esistono dozzine di centraline di monitoraggio, pagate dai contribuenti) al sindaco dovrebbe arrivare una telefonata, non importa se sono le quattro, le cinque o le sei del mattino, e lui dovrebbe fare un bel comunicato straordinario alla radio e alla tv (e, se si ricorda che siamo nel 2008, anche su Internet): romani, oggi prendetevi una giornata di ferie pagate. Non uscite di casa, che potrebbe anche dirvi male. Anzi, se vi becchiamo in giro con la macchina vi fermiamo e vi rimandiamo a casa con una multa sul groppone. E ora, scusate, me ne torno a letto.
Invece no, bisogna assolutamente affrontare la collera divina, chiudersi in macchina, raccomandarsi ai propri santi e partire obbedienti verso i rispettivi posti di lavoro: che senza di noi, l'economia, la società civile, la vita stessa collassa, tracolla, scompare per sempre.
Sarebbe ridicolo, se non fosse tragico.
Penso a quella donna, 54 anni, manco una giovinetta, che alle cinque di stamattina è uscita di casa per andare a lavorare nella ditta di pulizie.
Certo, le pulizie degli uffici non possono aspettare. I cestini vanno svuotati, i bagni implorano un passaggio di lisoformio.
Stamattina mi sono affacciato alla finestra e ho contemplato sgomento le file di automobili con gente aggrappata al volante che schiumava: aaargh, devo, devo raggiungere il mio posto di lavoro!
Sembrava un esodo da una città attaccata dagli alieni, invece erano persone convinte che stessero facendo la Cosa Più Giusta, quello che la Società si aspettava da loro, che adempissero alle loro sacre Responsabilità.
Ditemi, in coscienza, se la vostra presenza in ufficio oggi era così indispensabile.
Se siete medici o vigili del fuoco, ovviamente, la questione non si pone.
Ma tutti gli altri... grafici, panettieri, benzinai, impiegati, insegnanti, cassieri, io, voi, milioni di romani...
Se ce ne stavamo a casa a farci un cappuccino caldo davanti la televisione e a finire quel libro che staziona sul comodino da settimane, non era molto, molto meglio per tutti?
Il Buonsenso è morto.
C'è qualcosa di profondamente sbagliato nelle nostre vite.

martedì 9 dicembre 2008

La voce del qualunquista, parte 3

E con questa chiudo la triade di oggi (scusate, ma deve rodermi particolarmente).
Sto guidando verso lo studio quando sento in radio un certo Mauro Moretti, che scopro essere amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, lanciato in un'appassionata arringa a difesa dei servizi della società che egli rappresenta, e in particolar modo dell'Alta Velocità, il nuovo feticcio per il quale non si è esitato a sopprimere numerosi altri Eurostar (18, mica un paio) e i cui abituali utenti da oggi in poi dovranno arrangiarsi inventandosi qualcos'altro per andare al lavoro o tornare a casa (QUI altri dettagli).
Ma non è questo che mi ha fatto saltare la mosca al naso...
Il tizio, per tutta la durata dell'intervista telefonica continuava a bullarsi dei nuovi tempi di percorrenza dei convogli ad Alta Velocità (denominati, udite, dite, AV Fast, cioè: Alta Velocità Veloce... chi è il genio dell'ufficio marketing di Trenitalia? Sul serio, voglio guardarlo in faccia, 'sta promessa della comunicazione): Roma-Venezia in 3 ore e 59 minuti, Roma-Verona in 3 ore e 59 minuti, Roma-Genova in 3 ore e 59 minuti, Roma-Bari in 3 ore e 59 minuti, Roma-Lamezia Terme in 3 ore e 59 minuti...
Tre ore e cinquantanove minuti?...
SONO QUATTRO DANNATISSIME ORE!!!
Abbi la faccia di dire quattro ore!!!!
Cos'è, ti hanno intrigato i prezzi da volantino del tipo Compra questo televisore a soli 999 euro? O ti hanno colpito i dvd nel cestone delle offerte a 4,99 euro? O i mocassini in vetrina a 99 euro?
Ho sempre ritenuto un mezzuccio meschino non arrivare mai per un soffio alla decina superiore per suggestionare il potenziale acquirente, e Moretti stamattina continuava a declamare 3 ore e 59 minuti come la conquista dell'anno come se tutti quelli all'ascolto fossero una manica di perfetti coglioni (vè, neanche quattro ore, figata).
Ecco quello che mi ha fatto incazzare, stamattina.

La voce del qualunquista, parte 2

Leggo che Paolo Bonolis ha accettato il contratto d’ingaggio che prevede un compenso di un milione di Euro per la direzione artistica e la conduzione del Festival di Sanremo 2009.
Allora, la volete un'altra bella botta di qualunquismo?
C'è qualcun'altro oltre a me che pensa che il compenso per suddetta prestazione professionale sia, come dire, un filino esagerato?
O anche, a scelta:
• Un insulto alla miseria?
• Uno spreco imperdonabile di denaro pubblico?
• Una follia bella e buona?

Come saprete dal mio post sulla televisione, so a malapena che esiste un individuo dal nome e dalle fattezze di Paolo Bonolis: ammetto di averlo visto in qualche spot di un noto caffé dove da anni spara cazzate seduto su nuvole di ovatta, ma ognuno si guadagna da vivere come può, e se una data azienda decide di investire tot denaro su un presentatore televisivo immaginando di ottenere un certo ritorno di immagine e vendere più caffé non sarò certo io a dirle che sono soldi mal spesi.
Ma nel caso della Rai, la faccenda è diversa.
Sono soldi pubblici.
E io voglio sapere, come dovrebbe volerlo sapere ogni italiano che ha pagato i suoi 108 euro di canone praticamente obbligatorio, perché bisogna (dobbiamo) pagare così tanto denaro una singola persona perché lavori per cinque singole serate.
Che non mi si attacchi la solfa della visibilità della manifestazione.
A parte i crolli degli ascolti delle ultime edizioni (36,46% di share quest'anno contro il 44,82% del 2007), se questo assunto fosse vero, perché io, che ho spesso realizzato campagne pubblicitarie stampate in tutta Italia e rimaste visibili per ben più che cinque serate, non ho ricevuto compensi altrettanto stratosferici?
Insomma, facciamo due chiacchiere da bar.
Quanto, secondo il buon senso, dovremmo (sì, noi, perché siamo noi ad aprire il portafoglio) pagare il buon Bonolis per la conduzione dell'irrinunciabile kermesse sanremese?
Dieci volte di meno, centomila euro? Duecento milioni di vecchie lire (che farebbero quaranta milioni a sera, o tredici milioni l'ora, o cento euro al minuto)? Divertitevi a fare altre divisioni, ma ricordate che ho già diviso per dieci l'effettivo compenso: Bonolis guadagnerà mille euro al minuto.
E allora, Paolo, di quanto potresti accontentarti?
Diecimila euro? Comincia a sembrarmi già più umano.
Anche se, ci scommetto quello che volete, nessuno di voi ha mai beccato diecimila euro per cinque giorni di lavoro: è vero che non vi chiamate Paolo Bonolis, ma qualcosa di sproporzionato continua a saltarmi agli occhi, visto che, scopro, 100 euro sono il compenso medio per serata di un illustre sconosciuto sul più pidocchioso dei palchi romani; Bonolis verrebbe comunque pagato cento volte di più, direi che potrebbe tornarsene a casa felice e tranquillo.
Invece no, per staccare l'assegno a Bonolis la Rai deve passare col piattino esattamente da 9259 italiani, che, anche se molti di loro faticano (e faticheranno sempre più nel 2009) ad arrivare alla fatidica quarta settimana, i 108 euro di balzello devono farli saltare fuori lo stesso.
Che facciamo allora, la spegniamo questa tv o no?

La voce del qualunquista, parte 1


Oggi mi trovavo in uno di quei luoghi assai poco a misura d'uomo che proprio l'uomo, nella sua ottusità (voglio dar per buona che non l'ha fatto per cattiveria pura) è riuscito a creare: gli uffici postali.
Che, nella mia testa, sono posti anacronistici, stantii e resi obsoleti dalla telematica e dal diffondersi capillare della connessione alla Rete.

Insomma, è assurdo, veramente assurdo che nel 2008 io debba accompagnare mio padre ottuagenario ad un'ora praticamente antelucana (che se no ti fregano il posto) a mettersi in fila assieme altri residuati con una manciata di gradi di temperatura davanti un ufficio dove non c'è neanche da sedersi e dove un impiegato dietro un cristallo antisfondamento ti parla e lui, giustamente, non sente un cazzo di quello che gli dice ma gli porge un pezzo di carta e quello gli dà altri pezzi di carta che poi sarebbero soldi e io devo fargli da scorta sennò altri farabutti appena fuori glieli ciulano che tanto anche se li acchiappano (quasi mai) gli danno un buffetto e poi li rimandano fuori (quasi sempre) in modo che possano andare a farsi un altro vecchio.

Ma mio padre (classe 1924) è uno all'antica, non concepirebbe un accredito di denaro elettronico, che lui al fruttivendolo gli dà carta stampata mica bit.

Ma non è di questo che volevo parlare, quanto di questi postacci progettati da qualcuno che non ha la minima idea di come dovrebbero essere progettati, a iniziare dalla segnaletica.
Ma mi volete spiegare che cazzo significa "Prodotti Postali" e "Prodotti BancoPosta"?
Ben separati da due colori, verde acido il primo, blu il secondo, che hai il terrore di farti venti minuti di fila per trovarti poi davanti lo sportello sbagliato con l'omino che ti apostrofa "Cosa fai qui pirla, dovevi fare l'altra di fila, non hai letto il cartello?".
Sono in un Ufficio Postale, non dovrebbero essere tutti "Prodotti Postali", in teoria? Che bisogno c'è di confondere le idee ai (già di loro confusi) utenti?
Ma perché non scrivono chiaro e tondo, col linguaggio comune, che servizio viene offerto ad ogni sportello? O perché non abilitano ogni sportello a fare qualsiasi cosa?
E ancora: perché i tavoli occupati quasi per intero dagli espositori contenenti i bollettini in bianco e prestampati per le principali utenze sono sempre vuoti e sei costretto a elemosinarli all'impiegato infilandoti tra lui e il cliente che giustamente ti squadra torvo perché stai interrompendo la sua, di operazione?
E, in ultimo, perché mai negli ultimi anni gli Uffici Postali sono diventati spacci di cd, libri e dvd peraltro senza essere offerti alla benché minima condizione agevolata?
Ma voi, se volete comprare un cd, andate alla Posta o entrate da Ricordi? Non ho mai visto nessuno, nessuno comprare un libro o un film all'ufficio postale.
Cos'è 'sta cazzata? Chi ci guadagna?

lunedì 8 dicembre 2008

Percepire il Natale


Per i cristiani, il Natale è la celebrazione della nascita di Gesù Cristo e punto.
La maniera in cui si percepisce il Natale varia da caso a caso, ma nessuno ne resta davvero indifferente.
Da chi lo adora smodatamente come se vivesse in un film Disney degli anni cinquanta a chi lo detesta in maniera viscerale e si barrica in casa fino al 7 gennaio, negli ultimi anni ho visto parecchie sfumature.
Ecco una breve lista di modi di percepire l'arrivo della più grande festività dell'anno.

DOMANDA:
Ti piace il Natale?

"Ovvio. Posso finalmente tornare a trovare la mia famiglia. Stanno a dieci ore di treno e nei weekend non ce la faccio davvero ad andare e tornare. Mi aspetta già il pandoro con la soppressata".
-Un emigrante-

"Ovvio. Il mio ragazzo mi ha promesso che mi regalerà quei tre completini della Perla che gli ho fatto vedere in vetrina l'altro sabato. Per lui non ho ancora comprato nulla ma qualche cosa mi verrà in mente, prima o poi".
-Una fidanzata-

"Certo. È il primo Natale che mio figlio inizia a capire qualcosa. Prima però devo fare qualche straordinario in più per far fronte alle pese extra. I giocattoli li ho già comprati tre mesi fa, prima che scattino gli aumenti sotto le feste. Pandoro e torroni li compro al discount (che fa bene alla salute economica). Speriamo che mia moglie si accontenti del tagliaspremiagrumi elettrico che le ho preso in offerta alla Upim."
-Un neo-padre di famiglia-

"Non vedo l'ora! Ho già cambiato tre volte la lista delle cose che voglio, la Playstation3 ci sta tutta, mentre sono ancora indeciso tra Pro Evolution Soccer 2009 e Grand Theft Auto 4... Speriamo che mio padr... ehm, Babbo natale me li porti tutti e due!"
-Un ragazzino cresciuto a videogiochi-

"Sì, certo. Tutto l'anno non abbiamo battuto chiodo, e questa è l'occasione per mettere a paro i conti e magari guadagnarci qualcosa. Poi abbiamo tutte quelle rimanenze di magazzino da mettere nei cestoni 'idea regalo dell'ultimora' e finalmente liberarcene".
-Un commerciante-

"No. Non ci credo e comunque non mi va di fare regali a nessuno."
-Un cinico-

"Non lo so. Che mi regalate?"
-Un materialista-

"Mi piace ma è molto meno bello del ferragosto."
-Un tipo da spiaggia-

"No. Tanto del significato religioso non sbatte niente a nessuno. È tutto un magna magna, una schifosa corsa al regalo e una parata di ipocrisia".
-Un disincantato-

"Ci sto dentro di brutto. Sono tre mesi che risparmio per comprare tre cazzo di completini della Perla alla mia ragazza e magari a sto giro lo famo strano come dico io".
-Un fidanzato arrapato-

"Lo aspetto tutto l'anno. Quanto manca ancora? Tre settimane!? Ma non arriva mai..."
-Io-

"Certo ke mi piace! Ho pensato a un milione di regalini da fare alle mie amike, c'ho solo dieci euri ma m'invento qualkosa!"
-Una teenager d'assalto-

"Naturalmente. È il tempo più favorevole per rivivere il mistero dell’incarnazione e della nascita del Signore nell’intimità delle nostre famiglie e negli incontri liturgici comunitari. Ricevere un bel po' di offerte extra dai fedeli è accessorio anche se non ci fa schifo."
-Un parroco-

"Se non riusciamo a lavorare manco come babbi natali per Speedy Pizza come cazzo ce lo paghiamo il capodanno in montagna?"
-Teenagers squattrinati-

"Un colossale spreco di tempo e di soldi".
-Larsen-

"Ma quale natale! È risaputo che Gesù non nacque il 25 dicembre. Questa data fu scelta dalla Chiesa in Occidente, perché era già una festività pagana. Il 25 dicembre ricorreva la festa romana Dies Natalis Invicti Solis. Non fecero altro che cambiare il nome del 'Dio' festeggiato e seguitarono ad avere la loro festa detta Natalis.
-Uno che ha letto tutti i libri di Dan Brown-

"Ho già pronta la lettera per babbo Natale!"
-Un bambino-

"No. Sono nato il 23 dicembre e ogni anno becco solo un regalo invece di due come tutti gli altri."
-Un rosicone-

"Lo odio. Mio marito lavora sempre, i bambini di solito sono ammalati e poi parenti e sorrisi falsi e devo spignattare in cucina tutto il giorno e fatico come una serva peggio che durante l'anno".
-Una massaia-

"No. Tra i figli della mia ex moglie e di quella nuova, devo accendere un mutuo solo per comprare i regali a tutti. Fanculo."
-Un cinquantenne-

"Maremma, se mi piace! Solo il giorno della vigilia alzo su pure cinquecento euro!!!"
-Un mendicante-

"Sì ma tanto mi regaleranno solo schifezze... è sempre così, e io lì a sbattermi a far contenti tutti!"
-Un frustrato-

"Ma è già di nuovo Natale?! Ma pensa tu..."
-Uno tra le nuvole-

"Certo. Ho pronte un mucchio di nuove ricette per il cenone. Ho già invitato la mamma e i parenti, a tavola saremo quarantacinque ma sarà un momento di ritrovo bellissimo".
-La mamma della pubblicità Barilla-

"Certo che mi piace... che devo vedere cosa mi regala la Gina quest'anno, dopo tutte le volte che gli ho tenuto quel piccolo terrorista del ragazzino!"
-Una che tiene il conto-

"Che palle, adesso Luca rientra in fissa con la tombola sòla!"
-Arianna-

"Ammazza! Non vedo l'ora di sfondarmi di torrone, panettone, caldarroste, amaretti, zampone, pandoro, frutta secca, cotechino!"
-Una taglia 54-

"No!!"
-Un tacchino-

venerdì 5 dicembre 2008

Nonna, ti presento...

Ormai dovreste avere chiari i miei gusti in fatti di donne: se non sono appariscenti come Paris Hilton, eccessive come Christina Aguilera e siliconate come Pamela Anderson è difficile (ma non impossibile) che possa essere attratto (in quel senso) da una bellezza, diciamo, più "ordinaria" (sospetto di non essere l'unico ad avere tali curiose tendenze, ma non voglio nascondermi dietro un dito).
Però oggi mi sono imbattuto in un volto nuovo che, dopotutto, raccolti i capelli in una discreta crocchia e abbigliata in modo sobrio, potrei presentare senza imbarazzi anche a mia nonna, se ne avessi una.
E, in più, ecco la novità, che mi piace almeno quanto le tre bambolone citate in apertura.
Si chiama Roselyn Sanchez, modella, cantante e attrice (Edison City, The Rock e la serie tv Senza Traccia).
Digitate il suo nome su Google e troverete milioni -ma che dico, miliardi - di sue fotografie.
Per voi ho scelto questa, recentissima, per la campagna animalista Peta (QUI in hi-res).
Ecco, ha anche un cuore d'oro e sensibilità verso gli animali. Che altro volete?

Auto-flagellazione

È da quando sono piccolo che mi chiedo perché lo fanno.
Oggi me lo chiedo di nuovo quando ascolto alla radio: Sei milioni di italiani in auto per il ponte dell'Immacolata... Su strade e autostrade è previsto traffico molto intenso soprattutto nella serata di venerdì e nella mattinata di sabato... Oltre il 74% si muove in auto... il maggiore esodo sarà Milano, con 450mila cittadini in partenza, seguita da Roma con 300mila in fuga dalla metropoli...
E ancora non capisco.
Un solo giorno di vacanza in più, e come un sol uomo legioni di italiani pigiano in auto moglie, figli e suocera e si immettono con cieca determinazione in una rete autostradale che sanno già congestionata per l'evento, con l'aggravante, quest'anno, del maltempo che imperversa dappertutto.
Procederanno a velocità ridotta, resteranno in coda sotto la pioggia battente, saranno sorpresi dalla neve, troveranno alberghi e ristoranti pieni, affronteranno un ritorno ancor più massacrante tutti rigorosamente in massa il lunedì sera.
Nulla li scoraggia: c'è il ponte, bisogna partire.
Ci penso e ci ripenso, ma non capisco.

giovedì 4 dicembre 2008

Io e la scatola magica

Ecco il mio rapporto con la televisione: non la guardo.
La leggenda vuole che, nel remoto 1995, l'antenna sul tetto venne giù in seguito una delle più rovinose trombe d'aria su Roma, e il sottoscritto, per pigrizia, non si decise a chiamare un antennista per ripristinare la ricezione delle trasmissioni tv... per i seguenti otto anni.
Otto lunghi anni in cui usai il televisore unicamente come monitor collegato al videoregistratore e al dvd player.
Facendo a meno di telegiornali, quiz a premi, spot, tribune elettorali, varietà, balletti, partite di calcio, dirette, differite, comici in ascesa, presentatrici in declino, talk show, reality, fiction.
Probabilmente esagero quando affermo che la mia mente ha preso un'evoluzione diversa da quella della maggior parte degli abituali consumatori televisivi, ma una cosa posso dirvi con certezza: tutto quanto sopra ho elencato non mi manca minimamente.
E non prendetelo per un atteggiamento snobistico: oggi, se entro in casa di amici e per caso c'è il televisore acceso, resto allibito dalla pochezza degli attuali palinsesti televisivi.
Sbalordisco davanti la pletora di mediocri conduttori con contratti che sfamerebbero famiglie intere per decenni applauditi da legioni di figuranti che si sforzano di entrare nell'inquadratura.
Mi abbiocco all'istante davanti i telegiornali fotocopiati dall'anno scorso e pilotati dalla fazione politica che li controlla.
Rabbrividisco di fronte la banalità e gli stereotipi nazionalpopolari proposti dalle fiction che impazzano su ogni canale.
Mi deprimo osservando che negli spot pubblicitari ci sono ancora automobili che sfrecciano su strade meravigliosamente deserte, famiglie di replicanti che fanno colazione in cucine luminosissime e con uccellini parlanti, assorbenti che volano, finti dottori in camice bianco che magnificano le proprietà di dentifrici tutti identici, locali popolati solo da modelli e modelle che bevono drink e si scrutano a vicenda con sguardi assassini.
Auspico la fine dell'umanità quando assisto a spezzoni del Grande Fratello o dell'Isola dei Famosi.
Non comprendo perché ora (in realtà da qualche anno, mi dicono) la Rai interrompa i suoi programmi con la pubblicità nonostante incassi un canone.
Non riesco a credere che la televisione si sia ridotta a questo.
Ma è così.

Nel 2003, per al prima volta dopo otto anni, un antennista entrava di nuovo in casa mia, ma stavolta aveva la tutina blu di Sky e un padellone di ferro sotto il braccio.
Perché i tempi cambiano, e oggi, se non hai la tv satellitare, sei un disadattato.
In realtà, ai tempi comperai quell'abbonamento come un regalo, e all'inizio lo snobbai come avevo fatto per gli ultimi otto anni nei confronti delle trasmissioni analogiche; poi, rimasto (finalmente) solo in casa, una sera cominciai a fare zapping qua e là.
La scelta aumentava notevolmente, ma la qualità no.
A tutt'oggi, la mia escursione su Sky va dal canale 301 al 320, quelli del cinema: potrebbero anche oscurarmi gli altri canali, sul serio.
E ieri sera, orgoglioso di esser finalmente riuscito (grazie dei consigli, Ari) a cucinare dei bastoncini di pesce che non si decomponessero in una poltiglia giallastra, mi sono seduto davanti il pannello a 42 pollici e ho iniziato a vagare tra il 301 e il 320.
E mi è capitato di vedere la strombazzatissima serie Romanzo Criminale: era già la quinta puntata, ma non ho avuto grossi problemi a seguire la vicenda.
Qualcuno l'ha già definita la migliore fiction italiana degli ultimi tempi.
Devo ancora riflettere se questa affermazione è facile sensazionalismo o potrebbe anche rispondere a verità.
Buona la cura di molti dettagli anni settanta (le capigliature, l'abbigliamento, le automobili) ma, per forza di cose, gli esterni non sono il forte di questa serie.
È incredibile come possa cambiare una metropoli in "soli" trent'anni: allo spettatore appena un po' smaliziato, salta subito all'occhio un autobus di un modello troppo nuovo, o un'insegna pubblicitaria o un telefonino che non dovrebbe esistere.
E l'obiettivo si stringe.
A parte questo, la recitazione dei giovani attori riuniti da Stefano Sollima per la serie tratta dal romanzo di Gianluca de Cataldo (che, lo ammetto, ho iniziato ma ho abbandonato per noia dopo appena due capitoli, non è proprio il mio genere) è piuttosto buona... anche se non basta parlare romanesco e dire "cazzo" ogni tre per due per essere credibili nella parte di giovanotti della mala.
E, anche qui, gli stereotipi fanno capolino un po' dovunque.
Un prodotto senz'altro sopra la media (non è difficile, vista la quantità di immondizia quotidianamente propinata nell'etere) ma forse non il capolavoro a cui molti stanno gridando.
Sempre secondo il mio parere di telespettatore atipico.

Così, un po' deluso, decido che è il momento di dare un'occhiata alla nuova creazione del nuovo mago della fiction degli ultimi anni: J.J. Abrams, che dopo i successi di Lost, Mission Impossible 3 e Cloverfield ha appena ultimato insieme a Damon Lindelof la produzione della nuova versione cinematografica di Star Trek.
Abrams deve averne di tempo (e di inventiva, naturalmente) visto che lo scorso 26 agosto su Fox America è stato trasmesso il pilot della sua nuova serie tv chiamata Fringe, dichiaratamente sci-fi.
E il bello del nostro secolo è che non bisogna più aspettare tempi biblici e capricci dei nostri distributori per vedere ciò che viene diffuso oltreoceano.
Il mio solerte software-slave si mette in caccia nel cyberspazio e dopo una nottata di silenzioso lavorìo bit dopo bit, me la presenta bella e pronta come un cane mi porterebbe il quotidiano del giorno stretto tra i denti. Certe volte, fa quasi paura.
Ieri sera ho trasferito i settecento megabyte di file avi sul Mac collegato al plasma e ho lanciato il VLC Player.
Nel cast noto almeno un paio di volti televisivi noti, il non eccessivamente amato bamboccione Joshua Jackson senz’altro più a suo agio in Dawson’s Creek e Lance Reddick, l’attore che interpreta il misterioso Matthew Abbandon in Lost. La protagonista femminile è una certa Anna Torv, una specie di versione più giovane e carina di Veronica Cartwright.
Come per Lost anche Fringe prende il via da un aereo: Abrams non è riuscito a resistere e se si sommano i numeri 627 del volo si ottiene 15, uno dei numeri maledetti di Lost (ma c’è veramente qualcuno che si gasa per una cosa così stupida?).
Il Volo 627 atterra col pilota automatico a Boston. Tutti i passeggeri e l’equipaggio sono morti, consumati da un qualcosa che ha letteralmente dissolto tutte le parti molli dei corpi. Da qui l’agente Olivia Dunham insieme al suo collega/amante dovrà fare luce sull’accaduto.
Cosa manca a Fringe? Vediamo:
- Minaccia internazionale: c’è.
- Agente FBI integerrimo: presente.
- Microorganismo letale: c’è.
- Incidente aereo: c’è.
- Scene splatter: ci sono.
- Inseguimenti: anche troppi.
- Scienzato pazzo: presente (e lasciamo perdere che dopo anni di detenzione sia ancora il migliore sulla piazza)
- Simpatica canaglia con infanzia problematica ma sotto sotto buono: presente.
- Capo burbero, alla Skinner: presente.
- Telepatia, alterazione del DNA, cure e medicinali improbabili e tecnobabble: in abbondanza.
Ecco. C’è quasi tutto.
Appunto, quasi. La regia di Abrams, del tutto ordinaria (eccettuata la trovata delle didascalie in 3D che vanno a far parte della scenografia), non esenta il pilot da essere abbastanza scontato. L’eccesso di “carne al fuoco” e la francamente esagerata facilità di soluzione delle beghe più nere rendono questo telefilm francamente improbabile, lontanissimo dall’essere il nuovo Lost e invece pericolosamente simile a un poco riuscito mix tra X-files, Alias e Millennium.
Non credo che sprecherò altro tempo su Fringe, oltre l’ora e mezza investita nel guardare il pilot, se la sceneggiatura è tutta lì.
Peccato, dovrò proprio trovrami altro da fare in attesa della quinta stagione di Lost.
Di cui, per dirlo alla romana, sono letteralmente a rota.
(per chi ha contratto la mia stessa malattia, QUI un succulento sneak peek della puntata 5x01 - Beacause you left, della stagione che verrà. Che, ve lo ricordo, prenderà il via a gennaio. Ibernatemi fino ad allora)

Spendi, spandi, effendi


È inevitabile: non importa quanto forte si gridi alla crisi economica (e ogni anno c'è qualcuno che grida più forte), regolarmente di questo periodo dell'anno i negozi e i carrelli si riempiono, i registratori di cassa cantano, le carte di credito ronzano, i portafogli si svuotano.
Si chiama shopping.
Lasciamo per un momento da parte quello fatto per il prossimo, e concentriamoci su quello personale.
L'impulso all'acquisto ha radici profonde, e molto spesso travalica il ragionamento.
Ho trovato un interessante intervento di Anthony Clifford Grayling, filosofo inglese contemporaneo: “Il ragionamento che nega la natura oppressiva del consumismo – sostenendo che i consumatori in realtà sono felici, che il consumo è fonte di soddisfazione e dà significato alla vita – è robusto. D’altra parte è difficile resistere all’idea che, se la felicità fosse davvero tutto ciò che conta, potremmo raggiungerla, nella stessa intensità ma in modo rapido ed economico, introducendo negli acquedotti una droga adatta allo scopo. Senza contare che quel ragionamento ignora un’intuizione così familiare da essere stata per molto tempo la quintessenza del cliché, e cioè che tutte le cose che vale davvero la pena avere nella vita, come la generosità, la saggezza e gli affetti umani, non sono in vendita nei centri commerciali”.
E aggiungiamo pure che, bene o male, questo lo sappiamo o lo intuiamo tutti.
Eppure, eccoci tutti qua, sporte di cartone e plastica in mano e bancomat stretto tra i denti, inseguendo (più spesso di quanto non ammettiamo) una sorta di desiderio senza fine.
Perché, secondo voi?
Ci ho riflettuto e mi sono dato questa risposta.
L’uomo è insoddisfatto indipendentemente dal ruolo e dalla posizione che ricopre.
Vorrebbe sempre essere diverso o almeno possedere qualcosa in più o essere differente da come avverte o crede di essere.
L’uomo non si conosce bene, non ha la percezione precisa di chi sia e questa parzialità è all’origine della sua insoddisfazione. Ed è proprio qui che nascono i desideri.
Desideri che andrebbero "controllati", chiedendosi, ad esempio, se quel desiderio che proviamo sia per noi qualcosa di utile. In altre parole, i desideri, prima di portare all’azione per ottenerli e realizzarli, dovrebbero favorire una conoscenza di sé, e inoltre non fondarsi sull’invidia, sul fatto di non avere ciò che invece un altro possiede.
Se uno non si conosce, non può nemmeno valutare il senso di quel desiderio.
E da qui a sostenere che l’invidia non ha mai fine il passo è brevissimo: perché una volta ottenuto ciò che l’altro ha e che ci mancava, ci si accorge di desiderare qualche altra cosa e allora si agisce per averla e si continua così perseguendo sempre qualcosa che non si ha e che una volta avuta, scompare come se non ci fosse affatto, sommersa da quello che non c’è.
E non ci accorgiamo mai di ciò che abbiamo veramente, poiché rimane nascosto a noi stessi sotto le immondizie dell’invidia che concentra l’attenzione e l’azione verso quel quid che manca e che mancherà sempre.
Ecco, da adesso ogni volta che vedo qualche luminescente, levigata puttanata in vetrina correrò a rileggermi queste righe scritte in un momentaneo bagliore di coscienza.

mercoledì 3 dicembre 2008

Lavoro distaccato, dignitosa ricompensa

Un'altra perla per la mia collezione.
QUI le altre.

Molti mi chiedono...

...quand'è che, considerato il mestiere che faccio, mi decido a mettere on line un sito web (che ormai ce l'ha pure il pizzicarolo sotto casa e ormai quando ci passo davanti accelero il passo e guardo per terra) invece di perdere tempo a cazzeggiare col blog.
A tutti costoro ho due cose da dire:
1) C'avete ragione.
2) Aspettate e vedrete.
Il sito è molto più che in stato di avanzata lavorazione.
Lo screenshot che vedete è solo un assaggio.
La mia ape operaia Adriana macinacodice sta lavorando per me e per tutti voi, umanità in trepidante attesa.
Stay tuned.

martedì 2 dicembre 2008

-185

Cento. Ottanta. Cinque giorni.
Sei mesi e spicci.
Non ce la farò mai.

lunedì 1 dicembre 2008

Klaatu barada nikto!

Gli anni 50 furono anni d'oro per la letteratura ma soprattutto per il cinema di fantascienza.
Nelle sale arrivarono veri e propri capolavori, tra cui Ultimatum alla Terra, datato 1951 e diretto da Robert Wise. Il film presentava la figura di Klaatu (un enigmatico robot) e la famosa frase Klaatu barada nikto citata poi moltissime volte al cinema ed in tv.
Bene, avrete notato per le strade in questi giorni dei poster col faccione di Keanu Reeves, che pubblicizza l'imminente remake di Scott Derrickson, in uscita nei cinema il prossimo 12 dicembre.
Che dire?
Spero solo che mantenga la magia dell'originale in bianco e nero e non demandi tutta la forza del film sui soliti, ormai noiosamente perfetti effetti speciali.
Che, sarà solo una mia bislacca teoria, hanno portato gradatamente all'estinzione di un genere cinematografico nel giro di un decennio (su cento film che escono, trenta sono horror-splatter, trenta sono commedie, venti sono d'azione, dieci sono cartoni animati, otto sono fantasy e appena due sono di fantascienza: qualcosa vorrà dire).
Di seguito, i trailer delle due edizioni del film, separati da cinquantotto anni.

Dai nemici mi guardi iddio che dagli amici...


Forse qualcuno di voi si è già trovato a lavorare per degli amici.
Pericoloso.
Pericolosissimo.
Tremo come una foglia quando un amico mi chiede di fargli un lavoro.
Per parecchi buoni motivi, tra i quali:
1) proprio in virtù del suo status di “amico” pretenderà un lavoro assolutamente perfetto e si offenderà a morte se non lo troverà tale, pensando che io riservi la mia perfezione solo agli altri Normali Clienti.
2) pretenderà, sempre per il suo status eccetera di avere tale perfezione a pochi soldi se non addirittura gratis.
Il che (fargli il lavoro gratis) è anche la soluzione su cui cerco di orientarli, perché mi permette di lavorare con più calma e magari li metterà in imbarazzo per la seconda volta che bussano alla mia porta chiedendo qualcosa.
Ora, sentitre questa. Sono in studio e sto lavorando a [gigantescolavoro] per [immensocliente]. Squilla il cellulare: numero non in elenco. Mah.
“Pronto?”
“Ehi, ciao, Lucaaaa! Come butta?”
“Eh?”
Sei Luca?”
“Sì. Chi sei e cosa vuoi”.
“Daaaai, che non ti ricordi di me? E dai, su, e dai su”.
Silenzio...
“Hemmm... pronto?”
“No, non mi ricordo. Ma non ho una gran memoria, quindi che la cosa non ti stupisca più di tanto”.
“Vuoi dire che non ti ricordi del tuo vecchio amico [nomeomesso]?”
“In genere, degli amici mi ricordo: tu chi saresti?”
“Sono [nomeaccompagnatodalcognome]. Adeesso ti ricordi?”
“Ah. Sì. È passato un sacco di tempo”. (traduzione: se mi chiami dopo oltre cinque anni di silenzio, è perché ti serve qualcosa)
“Ma fai sempre il grafico, quelle cose là?”
“Più o meno. Quelle ‘cose là’”.
“Ok, allora ti spiego un attimo di cosa mi occupo adesso”.
Ecco, sì, che non vedo l'ora di saperlo”.
“Herr... ho fondato una piccola società di software”.
Silenzio...
“Hemmm.... sei ancora lì?”
“Sì, e sto aspettando il seguito del tuo interessantissimo racconto”.
“Dunque... la società ormai è avviata, abbiamo dei dipendenti, un parco clienti e il lavoro, modestia a parte, non ci manca. Ci occupiamo di attività di programmazione, gestione database, schedulazione, yatta yatta bla bla...”
“Sono felice per te. Ma ora, se vuoi scusarmi, ho un casino da fare”.
“Aspetta! Non ti ho detto il meglio”.
“Gesù”.
“Come?”
“Niente, invocavo il mio Creatore”.
“Dunque, a questo punto avremmo bisogno di un marchio. E indovina a chi ha pensato il tuo vecchio amico?”
“Alla Saatchi&Saatchi”.
“A chi?”
“Niente. Lascia perdere”.
A te! È a te che ho pensato!!! Se Luca fa ancora il grafico, sì, insomma, quelle robe là, gli potrei dare da fare il marchio della mia società!!”
“Un pensiero davvero carino”.
“Che vuoi, siamo amici! Ci si deve aiutare tra amici, no?”
“Secondo me non ti è molto chiaro chi aiuta chi, ma lasciamo stare. Insomma, ti serve questo logo...”
“No, un marchio”.
“Sì, chiamalo come ti pare. Un logo. Quando ti servirebbe?”
“Se ci vediamo stasera sistemiamo la cosa”.
“Eh? Di che stai parlando?”
“Che stasera mi dai il marchio e ci sistemiamo io e te”.
“Vuoi che te lo incarto o lo consumi subito? Guarda che per stasera non ti dò un accidente. Mi ci vuole del tempo”.
“Vabbè, anche domani dopo pranzo, dai che ti pago anche il caffè”.
“Sono sopraffatto dalla tua generosità. Comunque, devi darmi almeno una settimana. E poi, non per fare il venale, ma...”
“Ma...?”
“...non ti interessa sapere quanto costerà?”
“He?”
“Sì, che cosa offri in cambio del mio lavoro: soldi? favori politici? mi presenterai qualcuna incredibilmente somigliante a Christina Aguilera?”
“Beh... sai, visto che siamo amici...”
“‘Amici’ è un termine di cui io non abuserei”.
“...pensavo che...”
“Pendo dalle tue labbra”.
“...saremmo andati insieme a cena, avremmo fatto quattro chiacchiere sui vecchi tempi, io ti avrei pagato la cena, e così...”
“Scusa, non ti sento più... sto entrando in una galleria... pronto? Pronto?”

Guardatelo.

La mia opinione?
Che Bolt si mangia in insalata tutti i cartoni (in CGI o meno) degli ultimi anni, Wall-E compreso.
Vedere per credere.
Un unico rimpianto: che nella provincialissima Roma non esista neanche una sala 3D dove vederlo nella nuova tecnologia con cui è stato realizzato (QUI un elenco di dove sono le sale attrezzate per il 3D in Italia), ma le emozioni ci stanno dentro tutte lo stesso.