domenica 19 luglio 2009

Super-Human-Being.


Anche se la location (Livorno) non era il massimo della comodità per il sottoscritto (che proveniva da Roma e aveva appena fatto una puntata dai suoi amici milanesi) protagonista di un balletto tra Eurostar e interregionali afferrati al volo a Firenze, questa unica data italiana dei Kraftwerk non andava assolutamente persa.

Arrivato alla stazione di Livorno, cerco un taxi ma si sono inesplicabilmente dileguati: non sarà un grosso problema, visto che mi è sufficiente seguire la massa e salire assieme ad altre decine di giovani e meno giovani su un autobus diretto allo Stadio Picchi.
La fila fuori è ordinata, tranquilla e scorre rapida, nonostante non veda neanche un poliziotto o una camionetta dei Carabinieri: mi viene da pensare che da queste parti abbiano idee sostanzialmente diverse sul pubblico dei concerti da quelle che si hanno a Roma, dove per una qualsiasi manifestazione rock trovi centinaia di agenti in tenuta antisommossa.
Max è già all'interno, sono le sette e mezza e credo di essere in ritardo, ma in realtà gli Offlaga Disco Pax, che fanno da supporto ai Kraftwerk, non hanno nemmeno iniziato.
Reincontro Emilio di Vicenza dopo qualcosa come dieci anni, t-shirt nera dei Kraftwerk e una separazione alle spalle, ed è la stessa persona squisita di sempre.
Basterebbero contenuti umani come questo a dare un perché a tutto lo sbattimento ferroviario al quale mi sono sottoposto in 48 ore, cambiando quattro treni diversi.
Io e Max ci facciamo un giro per lo stadio, giusto per ingannare il tempo, e sembra di trovarsi in una piccola Woodstock degli anni duemila... ci sono Gothic Lolite, punk pentiti, ragionieri in occhialini e t-shirt a batteria, metallari, ragazze in tacchi alti di vernice verde smeraldo, più un gran numero di inclassificabili.
Il mio piano è quello di trovarmi un posticino comodo non troppo lontano dal palco e godermi il concerto tranquillo.
Cinque minuti dopo l'esibizione degli Offlaga Disco Pax sono a cinque teste di distanza dalle transenne e, tutto sommato, la situazione non mi sembra così male: decido di rimanere dove mi trovo per qualche tempo, giusto per vedere Ralf e soci da vicino.
Iniziano a montare il palco dei Kraftwerk, completamente differente da quello di qualsiasi altra band esistente. Il minimalsmo è spinto all'estremo: quattro supporti d'acciaio lucente, levigati e spigolosi, con montati sopra altrettanti laptop Sony Vaio identici.
Non c'è nient'altro, ma i tecnici lavorano per almeno trenta minuti dietro il sipario che si è intanto chiuso, incuranti delle proteste del pubblico che nemmeno la buona dj session di Marco Passarani riesce a contenere.
Gli Offlaga Disco Pax non sono stati affatto male, e Aphex Twin che si esibirà per ultimo può annoverare un numero di fans più che discreto, ma la sensazione è che la maggioranza dei presenti radunatasi qui oggi è venuta per i Kraftwerk, e nient'altro.
A un certo punto, Passarani posa la cuffia e azzera i suoi slider e cede il posto ai Padreterni. Della ragazzetta davanti a me che fino a un attimo prima aveva catalizzato l'attenzione dei presenti dimenandosi al ritmo, di colpo non frega più niente a nessuno.

Una roboante voce meccanica scandisce il consueto messaggio d'apertura di ogni live dei Kraftwerk: Meine Damen und Herren, ladies and gentleman, heute Abend aus Deutschland, die Mensch-Maschine: Kraftwerk!
Il sipario si apre e i quattro appaiono, indifferenti all'uragano di applausi e urla che si scatena, gli sguardi fissi sullo schermo dei loro laptop, le facce di plastica e silicio, vestiti inguainati nella loro uniforme 2009, calzoni e giubbini neri, essenziali, minimali, eleganti. Efficienti e silenziosi come macchine.
Come sempre, se ne fregano di noi. Non ci degnano di uno sguardo. Hanno un lavoro da fare. Un programma da eseguire. E lo fanno.
Dannatamente bene.
Ralf, 62 primavere al suo attivo, occupa il suo solito posto all'estrema sinistra.
Non batte ciglio mentre intona The man-Machine, tanto per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio e farci capire chi e cosa abbiamo pagato per ascoltare.
Non c'è spazio per nessuno, cancellate le vostre raccolte di mp3 dei Royksopp o dei Chemical Brothers, fate sottobicchieri dei vostri cd dei Daft Punk e degli Underworld.
I Kraftwerk sono il Paziente Zero, l'embrione, la fiala che è caduta sul pavimento del laboratorio dell'Umbrella Corporation e ha sparso il T-virus in tutto il mondo.
Sono l'Alfa e l'Omega della musica elettronica.
I Kraftwerk non sembrano risentire di aver recentemente perso uno dei due padri fondatori, Florian Schneider: vedere al posto che ha occupato per oltre quarant'anni questo giovanotto alto, biondo e vagamente ariano, fa un po' impressione, ma la musica non ne risente.
Arrivano, come da scaletta, Expo 2000, Tour de France, Vitamin, Homecomputer.

Parte, con il suono di un vecchio maggiolino Volskwagen, Autobahn, datata 1974. Vedo attorno me ragazzi di diciotto o diciannove anni che la cantano e intuisco che questi quattro crucchi sono definitivamente entrati nella storia della musica.
Senza perdersi una nota o un solo bit per strada, proseguono con The Model e Schaufensterpuppen, dove Ralf manda il pubblico in delirio cantando in italiano Noi siamo i manichini, entriamo in un club, inziamo a ballare, noi siamo manichini, noi siamo manichini.
Me la sto godendo ma non sono ancora al delirio.
Per il delirio serve Radioactivity.
Che parte preceduta dal lugubre avvertimento delle macchine che, se vogliamo salvare il culo, dobbiamo scordarci per sempre dell'energia atomica.
Chernobyl. Harrisburg. Sellafield. Hiroshima. Chain Reaction and mutation, contaminate population.
Urlo, ballo, salto, canto, voglio che spengano all'istante tutti i reattori nucleari del mondo e via dicendo. Si prosegue con Trans Europe Express e il sipario si chiude per pochi minuti per permettere l'ingresso in scena ai quattro robot che prendono momentaneamente il posto dei loro corrispettivi umani, probabilmente in questo momento indaffarati a infilarsi le tutine nere con cui concuderanno il concerto, durante l'esecuzione di The Robots.
I Kraftwerk hanno da tempo scelto di far interpretare il loro pezzo più famoso ai loro sosia cibernetici, e a nessuno sembra una cosa strana: la gente urla, applaude e balla senza pensare che davanti a loro non c'è nessun essere umano, ma solo quattro macchine a immagine e somiglianza di Ralf, Henning, Stefan e Fritz.
  Gli umani rientrano in scena e attaccano Aerodynamik, che come tutto il loro ultimo album, non è mai veramente entrata nel cuore dei fans più duri e puri, ma si riscattano subito dopo con Numbers e Computerworld, due filastrocche per l'era digitale martellanti e incalzanti come codice binario.
Finisco in mezzo a un pogo improvvisato dove sfrutto il fatto di essere alto per sopravvivere.
Intanto è la volta di Music Non Stop, che chiude il concerto come da copione. Uno ad uno, i quattro Kraftwerk si inchinano e senza altre cerimonie abbandonano gli strumenti a vedersela da soli. Mi ci vuole un minuto per capire che non hanno suonato Pocket Calculator e Neon Lights e che il concerto è stato comunque più lungo di quanto mi sarei aspettato all'interno di una manifestazione sonora.
A mezzanotte passata sono in stazione con Max, aspettando che si facciano le due e quaranta per riprendere il treno per Roma. Dormiremo sì e no un tre ore rannicchiati sui sedili dell'Intercity, ma ci rifaremo a casa. E comunque, ne è valsa la pena.

Nota a margine: come già accennato, gli Offlaga Disco Pax, gruppo italiano di Reggio Emilia che ha preceduto l'esibizione dei Kraftwerk, ha dimostrato di saper maneggiare sapientemente l'elettronica e saperla mescolare creativamente alla voce del leader Max Collini e al terzetto d'archi composto da Deborah Walker (Violoncello), Silvia Tarozzi (Violino) e Frantz Loriot (Viola).
Da tenere d'occhio.

15 commenti:

Simone ha detto...

Bello, mi fa piacere che ti sia divertito. Mi chiedo che cosa faranno con i computer, cioè "cliccano" le note o mettono insieme i pezzi su qubase o quello che useranno? Magari mandano solo gli mp3? ^^

Comunque non sono un gruppo che ho mai seguito, mi hai convinto a cercare qualche compilation in giro nei negozi.

Simone

minimalist ha detto...

Ultima notte elettronica?

Ma noooo, vedrai!

;o)

Matteo ha detto...

Non so manco di che stai a parlà, però ho seguito con interesse e rapimento l'intero racconto :)
... forse proverò anche a sentirli, sti tedeschi...

Antonella ha detto...

Ma quanti splendidi concerti in così pochi giorni! :)

CyberLuke ha detto...

@Simone: Minimalist, che è molto più esperto di me, oltre che musicista, potrà risponderti in maniera esauriente. In linea di massima, diciamo che in live di questo tipo c'è un "binario" piuttosto rigido sul quale sono possibili interventi umani e variazioni. E comunque, no, non esistono "best of" dei Kraftwerk, al massimo c'è un loro album del 1991, The Mix, che contiene loro rielaborazioni dei loro passati successi, ma dal risultato discutibile. Molto meglio gli originali. Magari ti mando io qualcosa.
@Minimalist: tu sta zitto, che manco c'eri.
@Matteo: non sono il tuo genere, ma apprezzo la tua apertura. ;)
@Antonella: la prossima volta?

Crissy85 ha detto...

Sarà una coincidenza, li ho sentiti in macchina x la prima volta proprio sabato sera e mi hanno fulminata! In particolare non potevo credere fosse roba vecchia di venti o trent'anni...e' un pò come scoprire che gli antichi egizi avevano già il telescopio...pecacto x il concerto, non lo sapevo e neanche ho visto pubblicità...

Angel-A ha detto...

Ma a un concerto dei Kraftwerk si poga??? ^__^

Alex ha detto...

Indiscussi padri dell'elettronica.
Personalmente, la loro musica non mi è mai piaciuta più di tanto, troppo fredda, non mi è mai arrivata al cuore.
Ma ammetto la loro immensa importanza e la loro influenza sulla musica moderna.
Certo non si può far finta che non esistano.

Fiore ha detto...

Autorevoli. –.–

Maura ha detto...

Non mi piacciono molto.
Lo confesso sinceramente.
Ma sono stati degli assoluti apripista. Innovatori e "avanti" rispetto agli altri.
Quando nel 70- 71 cominciarono eravamo ancora in clima post-beatles, in cui si facevano i coretti alla crosby still nash e young.
Loro irrompono con un pop da "conservatorio", per niente patinato o sdolcinato ma nello stesso tempo per palati fini.
Tecnologici, autoironici, elettronici, hanno esplorato l'irrealtà robotica facendone un marchio musicale, piacevole.
Non li riesco ad ascoltare ma hanno contribuito a scrivere una pagina nella storia della musica pop-rock.

OniceDesign ha detto...

Finchè tu ascoltavi i Kraftwerk, io pogavo ad un live di Pino Scotto. Poi si dice l'età. XD

dandia ha detto...

Mi sembra di capire che in concerti come questo la maggior parte di quello che si sente sia frutto di una programmazione preliminare che di live ha ben poco. L'intervento umano è ridotto al minimo, addirittura è del tutto eliminato nell'esecuzione di uno dei pezzi in programma, e questo cozza terribilmente con la mia idea di esibizione dal vivo. Che sia necessaria una revisione del tradizionale concetto di concerto?

minimalist ha detto...

Non c'ero, ma c'ero (in spirito).

CyberLuke ha detto...

@Dandia: negli ultimi anni, tante cose sono cambiate.
I Kraftwerk hanno iniziato (come al solito) e hanno porttao il concetto all'estremo, ma poi molti altri hanno iniziato a portare in scena i laptop con basi ed effetti già pronti.
Dipende anche dal tipo di musica, ovviamente.

Anonimo ha detto...

Devo fare una correzione: EMIL non esiste (o, meglio, esiste, ed è l'amico di sempre, artista, illustratore e musicista - Emil Schult, mai entrato come membro del gruppo, pur avendo firmato qualche canzone e creato delle illustrazioni per le copertine degli album). Forse volevi dire HENNING (ti ricordo che Henning Schmitz e Fritz Hilper hanno preso il posto di Karl Bartos e Wolfgand Flür).

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