martedì 10 novembre 2009

Il giorno che attraversai il muro.

In questi giorni i media fanno a gara per ricordarci l'epocale data di vent'anni fa, quando il muro di Berlino è stato abbattuto.
Io feci in tempo a vederlo quando era ancora là al suo posto, sinistro e solido come l'ottusità umana.
Era il 1988 e io e Jenny stavamo facendo l'Inter-rail. Tutta l'Europa in due settimane. Un'ammazzata assurda. Io non volevo assolutamente perdermi Berlino. Gli archivi della Bauhaus. Postdamer Platz. Il Volksbuhne.
Ricordo che arrivai col treno tardissimo e lasciate le mie cose e la mia ragazza in albergo me ne andai in giro.
E, camminando, camminando per la Zimmetstraße, ci andai praticamente a sbattere contro.
Al Muro, ovviamente. C'erano le rotaie di un tram, lucide e grigie, che andavano a finirci sotto. Mi sembrò una cosa così assurda. Una serie di graffiti colorati senza soluzione di continuità si estendeva a destra e a sinistra fin dove potevo guardare.
Ma, se alzavo lo sguardo appena più in alto, potevo vedere i riflettori, il filo spinato, le torrette delle sentinelle... qualcuna che sicuramente guardava me, l'ennesimo turista idiota imbambolato a fissare un mucchio di mattoni e di cemento.
E poi, c'erano i cartelli: qualcuno voleva essere sicuro che il messaggio arrivasse a destinazione, perché ce n'erano ogni cinquanta metri e scritti in tutte le lingue possibili: You are leaving the american sector. Vous sortez da le secteur américain. Sie sind aus dem amerikanischen sektor.
Ero sul confine di un altro mondo: che cazzo c'era, dall'altra parte?
Feci un visto turistico che mi permise di visitare Berlino Est, con l'obbligo di rientrare dall'altra parte (quella buona, quella giusta) per la mezzanotte. Nessuno osò dirmi cosa mi sarebbe accaduto se non fossi rientrato nell'amerikanischen sektor, e io non chiesi.
Non chiesi nulla al doganiere, biondo ed ariano e con la piega dell'uniforme tagliente, che esaminò con attenzione ogni pagina del mio passaporto, prima di restituirmelo con un gesto secco e senza dirmi una parola.
Qualcuno alzò una sbarra e passai dall'altra parte.
Che era uguale all'amerikanischen sektor, salvo che qualcuno aveva desaturato tutti i colori come con uno slide di Photoshop.

Le strade, le case, le persone, persino gli alberi e il cielo sembravano più grigi.
Nessuno incrociava il mio sguardo e avevano tutti l'aria di volersene tornare a casa in fretta e basta. Le automobili avevano la carrozzeria di plastica e quelle incidentate erano aggiustate con lo scotch da pacchi, quello largo e marrone. Avevo cinquanta marchi della DDR da spendere, che avevo dovuto comperare obbligatoriamente al momento del visto, e che non avrei potuto cambiare al mio ritorno: sembravano i soldi del Monopoli, piccoli e brutti, coi colori slavati.
Entrai in una birreria, e nessuno mi cagò di striscio. La gente era seduta e mangiava guardando il piatto coi bratwurst, in silenzio. Non c'era musica, non c'era una tv accesa, ma in compenso c'erano un sacco di tavoli liberi. Mi sedetti e arrivò una cameriera con un inquietante grembiule di cuoio marrone. Con quello addosso, poteva tirare fuori un coltellaccio, tagliarmi la gola e lavarsi via il sangue con facilità. Invece mi chiese "Was willst du?". La guardai. Era bella ma era di ghiaccio. Parlava tedesco e io no. Le dissi "cocacola" ma lei scrollò la testa. "Kartofelln", azzardai, sperando che un piatto di patatine fritte potessero avere diritto di cittadinanza in una birreria. Spazientita, mi mise sotto il naso il menù. C'erano quattro piatti in tutto. E il menù era scritto solo in tedesco. "Eine bir klare, bitte", scandii, dando fondo a quasi tutto il mio tedesco. Lei mi guardò schifata e girò i tacchi in un frusciare di cuoio. Marrone.
All'improvviso, volevo solo andarmene da lì. Dalla birreria, da Berlino Est, dalla Germania. Invece bevvi la birra (costava pochissimo, e lasciai sul tavolo la banconota più grossa che avevo), uscii e mi misi a camminare nelle vecchie strade, solo, dentro grandi spazi, enormi vialoni, e mi venne un po' di nostalgia per l'odore del carbone che non avevo mai sentito, schiacciato dalla grande utopia mai realizzata, nel futuro abbandonato della meschinità umana.
Tornato dall'altra parte, guardai l'angelo lassù e mi infilai nella S-bahn per tornare in albergo.
Jenny stava già dormendo. Bionda, emaciata, acquea, sembrava anche lei una tedesca. Aprì un occhio e mi chiese "Cosa mi hai portato da Berlino Est?"
Mi frugai nelle tasche. Avevo solo il mio transitvisum come souvenir, e glielo diedi.
Lei lo guardò con l'unico occhio aperto e mi disse: "ma vaffanculo".

18 commenti:

Matteo ha detto...

Be', non ci sono mai stato nella Germania Est (quando era ancora divisa) però la immaginavo esattamente come nella tua descrizione. Desaturata e livida. Pensa che a me in V elementare (avevamo una maestra "rossa") mi insegnarono che il Muro fu costruito dai nazisti. Motivazione? Perché erano cattivi. Come poi se ci fosse stato bisogno di questa balla per attestare la cattiveria dei nazisti...

Christian ha detto...

Secondo me sei stato fortunato a vedere quella realtà... molti altri ne hanno solo sentito parlare, e hanno visto filmati e documentari, ma camminare per le strade di Berlino Est e toccare con mano il muro dev'essere stata un'altra emozione, immagino.

Maura ha detto...

Anch'io penso che sei stato fortunato... o meglio,. che hai avuto l'iniziativa di visitare Berlino Est prima della caduta del muro, anche se mi sa che non potevi prevedere che sarebbe accaduto l'anno dopo! ;)
Personalmente, anche se mi ricordo poco quel giorno (avevo nove anni) non posso che rallegrarmi per quell'evento. Tutta quella gente, alla fine, è morta per qualcosa.
Poi si è dovuto aspettare il 1990 per la caduta della DDR e l' unificazione, per quanto sia stata un'unificazione frettolosa e per molti versi con modalità sbagliate.
Ma festeggerò di più il 26 Dicembre, quando diventerà maggiorenne la democrazia: il 26 Dicembre 1991 il Soviet Supremo scioglie l'Unione Sovietica e cade ufficialmente il socialismo reale.
Ma per ora è già bello celebrare la fine dei soprusi ai danni di un popolo prostrato e umiliato da una divisione forzata e da 45 anni di comunismo.

Angel-A ha detto...

Non ho festeggiato, ma penso quanto sia stata meravigliosa la sua caduta mentre è stata vergognosa la sua costruzione. E' rimasto tanto tempo, troppo... Sono stata a Berlino ho visto per terra i segni del muro, è agghiacciante pensare cos'abbiano passato i suoi abitanti. Ora è tutto un cantiere, sta rinascendo fortunatamente. ^__^
PS Quello eri tu vent'anni fa? Bei capelli!! ;)

Uapa ha detto...

Anche io ero piccolina, avevo 8 anni.
Mi ricordo le immagini in tv della gente che abbatteva il muro, ma non era il centro dei miei pensieri.
Però avevo degli amichetti a scuola che avevano le loro famiglie o le famiglie dei loro amici in Germania.
E mi ricordo i loro racconti su queste famiglie divise, i cui membri non potevano più incontrarsi, perché un muro li divideva.
Così vicini e così lontani allo stesso tempo.
Che brutto.
Non ho altre parole.

Anonimo ha detto...

e pensare che ancora oggi ci sono "fior" di partiti nazionali che si rifanno ai valori che hanno eretto quel muro... e persone che credono ancora in quei valori: ridicolo e disgustoso...

Larsen

Hirilaelin ha detto...

Bella cronaca, Luke...
Ma posso limitarmi a commentare le FOTO, fighetto degli anni Ottanta?! ;D

Alex McNab ha detto...

Molto, molto bello questo racconto. Mi è piaciuto tanto.
Come ho già detto altre volte, hai la stoffa dello scrittore, anche se non lo vuoi ammettere :)

Stando più sul generico, so che mi attirerò l'ira dei benpensanti, ma la distruzione del muro non è forse stata tutto quel bene che si crede.
L'altro giorno ho letto l'intervista di uno storico che tracciava una strada immaginaria che portava dall'abbattimento del muro all'undici settembre.
Una riflessioni cinica ma lucidissima, nonché condivisibile in diversi punti.

claudia ha detto...

mi hai fatto venire una botta di nostalgia... sono stata a berlino quando il muro l'avevano appena tirato giu' e tanti pezzi erano ancora "su", e a praga era ancora tutto fermo a vent'anni prima... che strana atmosfera!
un commento pero' lo meriterebbe la tua splendida fidanzata di allora, che per fortuna non ho conosciuto...
ma dai tuoi racconti ne esce sempre maluccio, chissa' perche'
;-)

Simone ha detto...

Il bigliettino che hai scannerizzato è una specie di cimelio, fantastico!

Io a Berlino ci sono stato solo dopo. Però un po' di tristezza e grigiore la senti ancora, specie quando passi per certi quartieri. Come a Dachau, però, c'è anche un sapore di speranza che ti fa pensare che forse il mondo può diventare davvero meglio di quello che è.

A scuola di tedesco avevo diversi insegnanti della mia età, che erano cresciuti nella nella ex-ddr. Mi hanno raccontato le loro storie, di come funzionava un po' la vita per loro... mi sa che mi tocca scrivere un post sul muro pure a me ^^.

Simone

CyberLuke ha detto...

@Hirilaelin: commenta pure! :P Tu negli anni ottanta manco c'eri. Certo è che quelle cravatte che andavano erano abbastanza strette da poterle usare come lacci per le scarpe.
@Alex: troppo buono, temo che sulla lunga distanza crollerei come un cavallo dopato. Quanto all'intervista che citi, hai un link?
@Claudia: veramente, è la prima volta che parlo di lei! ;)
@Simone: eh sì, ti tocca.

Anonimo ha detto...

@cyberluke: ovviamente mi riferivo ai tuoi racconti personali, non a quelli del blog....

Fra ha detto...

Il tuo racconto è bellissimo e interessante (e le foto aggiungono un qualcosa in più!)... condivido l'opinione di chi mi ha preceduto che ha detto che hai la stoffa dello scrittore! :))

Anonimo ha detto...

Ho da aggiungere solo un aneddoto al tuo racconto. Quando io ho attraversato il muro, nella mia combriccola di turisti vari c'era un sudafricano, al quale venne negato l'accesso alla Repubblica Democratica Tedesca, in quanto cittadino di uno stato che la DDR considerava fascista a causa dell'apartheid. Di fronte alla macchina burocratica tedesca a nulla valsero le proteste del sudafricano (proteste che, in fondo, si basavano sul piccolo particolare che lui era sì sudafricano, ma faceva parte di quelli che il suo stato opprimeva, dato che era di colore).

Io - Ettocecco ha detto...

Trovo che la tua descrizione sia perfetta e il racconto scorrevole e affascinante... Dovresti buttarti sulla scrittura e "piantarla lì di giocare con il computer tutto il giorno"... AH AH ;)

Ancora complimenti
Etto

Io - Ettocecco ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Hirilaelin ha detto...

Magari fossi così GGiovane, Luke!
Quell'anno avevo 13 anni, rimasi due volte incollata davanti ai telegiornali: sconvolta, a giugno, per Tien An Men, e poi a novembre a guardare la gente che abbatteva il Muro e festeggiava a Berlino.
Forse non avevo ancora ben chiaro la portata di ciò, però.

Anonimo ha detto...

ha, ha, ha! che foto fenomenali, col ciuffo alla depechemode! Grande! Allora anch'io avevo i capelli e le cravatte strette. Le cravatte strette le uso ancora... :-(

Allora avevo già quasi trent'anni e mi preoccupai molto della caduta del muro (il solito bastiancontrario), tutti festeggiavano ma io lo sapevo già che presto da lì sarebbero usciti i comunisti per infiltrarsi ovunque.
Dato che da sempre "si stava meglio quando si stava peggio" non sono sicuro che sia stato un bene per tutti. Per i tedeschi probabilmente, ma per gli altri? Questa "unione sov..." cioè "europea" nata da quell'evento, ma davvero ci serviva?

Nonu Aspis

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