sabato 31 gennaio 2009

[TOP TEN] 10 CD senza cui non si può vivere

Premetto che confezionare questa Top Ten è stato complicato e non del tutto indolore.
Si trattava di raccogliere degli album interi e non delle singole canzoni, album in cui ogni pezzo presente o quasi doveva essere un piccolo gioiello da riascoltare all'infinito.
Non ci sono, a mio avviso, parecchi album così riusciti.
Questi sono i miei, aspetto i vostri... chissà che non mi facciate scoprire qualche perla.

Sinfonia n°9 "Corale" - Ludwig Van Beethoven, 1824
Capolavoro assoluto della storia dell'umanità.
Cinque tempi, cinque pietre preziose incastonate in un unico, inestimabile gioiello senza età.
La Nona, più che dalla mente di un uomo sembra venire giù direttamente dai cieli, da un Regno che non è mortale, composta di armonie incomparabili e incommensurabili, che riempiono lo spazio come l'aria, riempiono il cuore come il sangue, stordiscono i sensi come le emozioni.
Irripetibile.

The Man-Machine - Kraftwerk, 1978
Il disco ideale per tutte le tribù del villaggio globale è già uscito trent'anni fa, ed era The Man-Machine.
Compiuto e perfetto come un'onda sinusoidale.
La sublimazione di tutto il messaggio dei Kraftwerk, e, probabilmente, di un intero genere musicale.
Sei tracce per poco più di trenta minuti di musica senza nessuna concessione all'umanità. Un disco scritto per far innamorare delle macchine.
Semplicemente perfetto.

Never For Ever - Kate Bush, 1980
Il capolavoro tascabile di un genio precoce. Un enorme balzo in avanti rispetto al pop pianistico dei due primi, seppur bellissimi, album.
Never For Ever splende di una feroce sete di sperimentazione: l'elettronica e le drum machine si sposano a meraviglia con l'orchestra ed entrambe vestono a meraviglia le storie fantastiche di Kate.
È il disco di Babooshka, ma è soprattutto un disco che lascia stupefatti per la facilità con cui si passa da un genere all'altro. Violin è puro rock, Army Dreamers è un valzer commovente, storia di una mamma che va a riprendersi il corpo del figlio morto in guerra. Breathing, scandita dal basso di John Giblin, è un pamphlet alla Cassandra sui pericoli del nucleare. The infant kiss, morbosa storia di passione fra una donna e un bambino. E altro ancora.
Sognante.
Communication - Karl Bartos, 2003
Ascoltare Bartos, per anni percussionista e co-autore dei Kraftwerk, è un pò come rivivere questi ultimi, ma con un'anima pop che lo diversifica significativamente dai lavori che componeva con i quattro di Dusseldorf.
Communication è più votato al dancefloor, con una ritmica che a volte diventa una cassa dritta, vocoder imperante in tutte le tracce, dieci pezzi intelligenti, calibrati e mai banali.
Trascinante.

Please - Pet Shop Boys, 1986
Il primo album dei Pet Shop Boys, e, di fatto, una raccolta di singoli.
Uno stile esistenziale pervaso da un senso di decadenza morale. Orchestrazioni eleganti e un'elettronica sofisticata e mai invadente, e su tutto il canticchiare di Tennant, forbito e un po' snob.
Contiene capolavori come West End Girls, Oppurtunities, Love Come Quickly.
Sublime.

The Turn Of A Friendly Card - The Alan Parsons Project, 1980
Concept album del maestro del prog anni 70 e 80.
Possiede una rara magia: diventa sempre più bello ad ogni nuovo ascolto.
A cavallo tra almeno una decina di stili diversi, arrangiato alla perfezione, vellutato, solenne, ispirato, vertiginoso.
Cantato e suonato come mai più gli è riuscito, nemmeno col conclamato Eye in the sky.
Un faro illuminante.

Hanno Ucciso L'Uomo Ragno - 883, 1992
Un signor disco che, pur prodotto da mr. Cecchetto (noto per la sua mancanza di buon gusto), è assai meno commerciale di quanto oggi non si voglia riconoscere; questi erano i veri 883 Pezzali-Repetto diretti e schietti e con il portafoglio ancora vuoto.
Dimenticate sonorità ruffiane, canzoni melense o tamarrate da discoteca; qui ci sono solo Max e Mauro che raccontano con schiettezza esperienze e momenti che tutti (sì, belli, anche voi) abbiamo vissuto.
Otto pezzi indimenticabili (tra tutti, Con un deca, Sei uno sfigato, Te la tiri) e una variazione sul tema.
Nostalgico.

The Wall - Pink Floyd, 1979
Attuale come trent'anni fa.
Un'opera colossale e del tutto autonoma.
È il solo disco dei Pink Floyd che posseggo, ma è più che sufficiente.
Dopo questo album, potevano anche chiudere bottega e salutare, perché meglio non avrebbero potuto fare. Difatti.
Comfortably Numb, Mother, Another Brick in the wall sono delle urla a cui non è possibile restare indifferenti.
Completo.

Communards - The Communards, 1985
Lotta durissima con Age Of Consent dello stesso Jimmy Somerville.
Apparentemente destinato alle dancefloor gay, è un disco magistralmente suonato e che integra pop, dance, jazz, critica sociale e impegno politico.
I Communards si autoestinguono appena tre anni dopo, ma lasciano dietro di sé questo indimenticato, piccolo capolavoro.
Disenchanted, You Are My World, Heavens Above sono tracce che qualsiasi autore pop avrebbe voluto incidere.
Sentimentale.

Quadrophenia - The Who, 1973
Concept album maturo, solido e sfaccettato.
Ribolle di pura energia rock (The punk and the Godfather, 5.15, The Real me), vive di ballate poetiche (I'm one, Cut my hair), a volte mirabilmente fuse all'interno dello stesso brano (Sea and Sand, Doctor Jimmy).
Geniale il ricorso a quattro temi musicali ripetuti che esprimono la poliedrica (anzi, quadruplice) personalità di Jimmy, il protagonista di questa storia mod.
Irraggiungibile.

venerdì 30 gennaio 2009

Ci credereste che son passati 25 anni?

Io no.
Il tempo ti piglia sempre alle spalle.
Buon compleanno, Macintosh.

PS Il piccoletto nella foto lo provai a Roma Ufficio 1984... e non sospettavo minimamente che influenza avrebbe avuto nella mia vita futura. E in quella di parecchi altri.

giovedì 29 gennaio 2009

Metti una sera su Sky

Scenario: torno a casa insolitamente ad un'ora umana, diciamo un po' prima delle 21.
Sfamate le due piccole belve casalinghe che mi accolgono, come al solito, con la manfrina di chi non mangia da una settimana, butto qualcosa di commestibile nella padella e accendo il plasma.
Non ci penso neanche a guardare notiziari o altre nefandezze televisive: ho pagato per il pacchetto Cinema di Sky, e col cinema mi voglio intrattenere.
Quindi, esploro unicamente i canali dal 301 al 310 ed ecco cosa riesco a vedere nell'arco della mia lunga serata in casa.

Prestami la tua mano
Commedia francese. Lui è uno scapolo 43enne che non ha la minima intenzione di fare il grande passo. Il poveraccio è ossessionato da un'allucinante corte di cinque sorelle e una madre-matriarca che invece lo vogliono vedere, non si sa bene perché, sposato a tutti i costi.
Esaperato dalle sei arpie, invece di avvelenarle in massa distribuendo curaro nel té, il tipo "noleggia" la sorella di un collega perché faccia finta di essere la sua fidanzata e poi lo pianti platealmente in asso a un passo dal matrimonio.
La commediola è ben scritta e altrettanto recitata, ma:
1) lo svolgimento è prevedibile come un semaforo.
2) la protagonista femminile è simpatica come della sabbia rimasta nel costume.
Ma, non avendo ieri sera grosse aspetattive ma solo la necessità di tirare le undici e mezza ora in cui arriverà il Boccia a riprendersi i suoi scatoloni dal mio garage, faccio finta di non aver buttato un'ora e mezza e mi concentro sulla prossima proposta del Grande Cinema Sky.

Hitman - L'Assassino (perché poi i titoli italiani abbiano quasi obbligatoriamente bisogno di un sottotitolo, non l'ho ancora capito).
La faccio breve.
È una solenne cagata (perdonate il francesismo, ma è una sintesi efficace).
Fotocopia sbiadita di un qualsiasi Jason Bourne con un protagonista del tutto privo di carisma e la cui faccia dimentichiamo non appena iniziano a scorrere i titoli di coda. Peraltro, mi sfugge il motivo per cui questo inafferrabile killer giri col cranio completamente rasato e un codice a barre in bella evidenza tatuato sulla nuca per farsi riconoscere meglio.
Abuso scriteriato del ralenti nelle scene d'azione, dialoghi pietosi, script pasticciato, co-protagonista femminile, udite udite la trovata, prostituta strafiga che cerca il suo riscatto-redenzione (nella fattispecie, diventare vignaiola).
Va bene, abbiamo capito. Scusate, non posso vedere il finale, mi ha appena citofonato il Boccia. Che peccato.

Espletato il mini-trasloco degli scatoloni coperti dalla polvere di sei anni, rientro in casa, e c'è il televisore ancora acceso.
È appena iniziato questo
Sguardo nel vuoto (improbabile traduzione di Lookout e sottotitolo italiano Chi ha i soldi ha il potere, Gesù salvaci)
La storia: campione di hockey giovane, bello e ricco. Una notte, per fare il cazzone, guida a fari spenti. Inevitabilmente, fa un incidente rovinoso, dove ci rimettono le penne la fidanzata e due suoi amici.
Lui no, perché la fortuna è spesso dalla parte degli stolti, e anche perché sennò il film restava senza protagonisti a soli dieci minuti dall'inizio.
Insomma, l'idiota sopravvive, non su una sedia a rotelle come meriterebbe di restare a meditare sulla sua coglionaggine per il resto della vita come si meriterebbe, ma con problemi di memoria a breve termine (sì, ok, l'avevamo già visto in Memento).
Finisce a lavorare come uomo delle pulizie in una piccola banca di provincia, finché un bel giorno non viene avvicinato da un tipo che lo coinvolge in una rapina.
Assolutamente prevedibile la sua reazione... prima dice no, poi sì, poi cambia di nuovo idea perché si ricorda di essere il buono della storia e, una volta di più, sennò il film finiva in un vicolo cieco.
Formalmente parlando, il film non sarebbe neanche malaccio, la fotografia è curata, la parte di co-protagonista riservata a Jeff Daniels è ottimamente recitata, ma non basta a colmare i buchi di sceneggiatura che più buchi sono crateri, né a dare un brivido di interesse a una storiella, una volta di più, prevedibile (quante volte abbiamo visto il protagonista nascondere la borsa coi soldi della rapina col fucile dentro?).
Ah... la locandina è una delle più brutte che si siano viste negli ultimi tempi. Perlomeno, quella di Hitman poteva anche incuriosire, e quella di Prestami la tua mano se non è una citazione sfacciata di quella di Pretty Woman è semplicemente un plagio.
Si è fatto tardi. Spengo tutto e vado a letto.

mercoledì 28 gennaio 2009

Libera e felice...come una farfalla!

Cliccate, come al solito, sull'immagine qui sopra per vederla più grande: è una campagna della TBWA di Parigi per Hansaplast per i suoi Eaeplugs, tappi per le orecchie.
Il claim recita: You have never sleep so deep, Non hai mai dormito così profondamente.
Capita?
Io ci ho messo un secondo più del dovuto... e ho riflettuto.
Anche se mortificato da centinaia di clienti (e da ancor più fruitori) privi di ironia, humor o semplicemente senso del bello, sono ancora appassionato di comunicazione pubblicitaria.
E farne di qualità richiede intelligenza, spirito d'osservazione, pensiero orizzontale.
Spesso, da questo blog, mi avete sentito parlare con tristezza della situazione della pubblicità in Italia: non è colpa dei pubblicitari, o meglio non solo loro, ma di un intero stato di cose che sdogana esclusivamente un certo tipo di pubblicità, indirizzato a una massa che non è mai stata educata e cresciuta a un livello di comunicazione superiore a quello dei classici modelli aspirazionali: famiglie più felici della nostra, modelle molto più belle delle nostre mogli/fidanzate, modelli più atletici, avventurosi e seducenti di noi, e via invidiando.
Alla fine della fiera, il messaggio che viene veicolato è sempre lo stesso: acquista questo prodotto, e sarai come loro, o almeno ti ci avvicinerai.
Siamo assuefatti a questo tipo di messaggi: in un certo senso, il consumatore medio nonché fruitore della pubblicità non si aspetta altro che questo, e puntualmente viene accontentato.
Compra quella data automobile o quel dato profumo con la subliminale promessa che sarà più felice, ben sapendo, nel suo intimo, che non sarà così; ma lo fa lo stesso, e tutti sono contenti.
Il sistema funziona abbastanza bene, e a nessuno va di rischiare di modificare i termini dell'equazione: lo so (e lo comprendo) ben io che avendo presenziato ad innumerevoli briefing riuscivo a percepire la preoccupazione principale del cliente: non fare un buco nell'acqua, non perdere credibilità, clienti, ascolti, vendite, affluenze.
Di questi tempi, la Poltrona è l'Unica Cosa Veramente Importante, e se per mantenerla salda sotto le terga il prezzo è restare ancorati a vecchie, stantie ma rassicuranti formule (il detersivo che lava più bianco, il frollino più tenero per i nostri bambini, l'automobile che ci fa risparmiare al distributore e via banalizzando), i pubblicitari sono i primi a non osare (fatte le dovute eccezioni, ovviamente).
È un discorso che vale un po' dappertutto, ma nel nostro Paese vale ancora di più.
E quindi?
Quindi, continuo a postare campagne oltreconfine: e se anche voi, come me, non le capite subito, non è perché siamo più stupidi di francesi, inglesi od olandesi.
È che siamo ineducati alla buona pubblicità.

SiHIHIHIHIHI HOOOOO!

QUI, se già non l'avevo segnalato, trovate il blog di Eriadan.
E sarà una settimana che rido su questa strip.

martedì 27 gennaio 2009

Questa fotografia...

...e parecchie altre sono state appena caricate sulla mia galleria pubblica su Flickr.
Se ne avete voglia, passateci a dare un'occhiata.
Commenti sempre graditi.

Di nuovo a rota...

È appena reiniziato Lost, e quelle che seguono sono le mie impressioni a caldo.
Rispetto le altre puntate di startup di stagione, questa è la più fiacca.
Sappiamo che sei dei naufraghi sono tornati alla civiltà, e tutti gli altri sono rimasti sull'isola.
Sappiamo che Benjamin Linus vuole riportare i superstiti indietro, per motivi solo suoi.
E sappiamo che l'isola si è "spostata" in un altro "quando" o/e in un altro "dove".
Sapevamo già tutte queste cose dalla fine della quarta stagione, e queste due nuove puntate aggiungono poco o nulla al quadro... se non che, intuiamo, i flashback sono definitivamente finiti, e anche la trovata dei flashforward si è esaurita.
Il trend della Quinta stagione sembrano essere i "balzi" temporali, col loro relativo carico di paradossi che - ci mancavano - renderanno tutto ancor più ingarbugliato e complicato da seguire.
Ciò che mi auguro è che non si tratti di un mero espediente narrativo per andare a chiudere i (numerosi) "buchi" rimasti aperti nella storia...
Per ora sospendo il mio giudizio e resto a guardare.
Puntata dopo puntata.
Settimana dopo settimana.
Con la bava alla bocca.
Maledetti.

lunedì 26 gennaio 2009

[Top Ten] Film


2001: Odissea nello Spazio
Stanley Kubrick, 1968
Potrebbe capeggiare anche una Top Five o una Top Three, a mani basse. Quarant'anni fa, a Kubrick venne fuori il Miracolo, il Capolavoro. Qualcosa di mai visto e mai più, ahimé, ripetuto. Una favola, una parabola, un film di simboli, di rimandi, di astrazioni. Ipnotico e lisergico. Assolutamente insuperabile.



Fahrenhieit 451
François Truffaut, 1966
Sfida durissima con Il Pianeta Proibito. Sono entrambi film perfetti ma Fahrenheit 451 porta con sé il romanticismo dei romanzi di Bradbury e la sua fotografia anni sessanta mi incanta ancora.


Metropolis
Fritz Lang, 1926
Moderno da fare spavento.
Visionario e appassionante.
Guardo le facce degli attori attraverso gli oltre ottanta anni di storia che ci separano, vorrei allungare le mani e toccare quei volti truccati. Ma di loro c'è rimasto solo questo capolavoro senza età.


Alien
Ridley Scott, 1979
Un film perfetto sotto ogni punto di vista. Mi prende per la regia sublime, per le scenografie memorabili, per il clima, le pause, il commento sonoro, un cast mai più così azzeccato.
L'alieno è quasi un elemento secondario.
Chiunque abbia girato un film dell'orrore mescolato alla fantascienza negli ultimi trent'anni, ha un enorme debito stilistico con l'Alien di Ridley Scott.


Dark Star
John Carpenter, 1974
La prima visione scanzonata e surrealistica della vita nello spazio. Un dramma paradossale e al limite del demenziale diretto magistralmente. Il dialogo tra l'astronauta e la bomba intelligente è da antologia.



Quadrophenia
Franc Roddam, 1979
Una fotografia di un passato che non c'è più talmente precisa che sembra che il regista abbia usato una macchina del tempo per girarla. Struggente e con un commento sonoro da brivido. Un paio di visioni all’anno non gliele toglie nessuno.



The Blues Brothers
John Landis, 1980
Un film che sembra concepito per diventare un cult. Divertente come la prima volta anche alla centesima visione. Un gioiello.


Un Lupo Mannaro Americano A Londra
John Landis, 1981
Un altro film di Landis. Stavo per scartarlo, ma mi sono ricordato dei trenta secondi di Jenny Agutter sotto la doccia. E della bellissima, tristissima scena finale a Piccadilly Circus.



Fino alla fine del mondo
Wim Wenders, 1991
Un luna park che si snoda attraverso ogni possibile location, legato dal filo invisibile di un sogno irraggiungibile. Denso e vertiginoso. Malinconico e ambizioso. Un cast di prim'ordine. Imperdibile.


Quando soffia il vento
Jimmy Teru Murakami, 1986
Amaro fino ad essere commovente. Raramente un film mi ha fatto un effetto del genere in virtù della sua pura storia. Il fatto che sia d'animazione non lo rende un millimetro meno toccante di una vicenda narrata da attori in carne e ossa.

ARGH!
Non c’è Equilibrium, non c’è Robocop... e non c’è manco un film di Star Wars!
ARGHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH
Devo fare delle classifiche specifiche per genere. Devo.
Questa top Ten m’uccide. Ho già voglia d’editarla.

Fermate quel computer!

Da piccolo mio padre mi portò a vedere al cinema 2001: Odissea nello Spazio, dove un computer senziente (HAL 9000) contravviene agli ordini ricevuti e stermina quasi tutto l’equipaggio dell’astronave in missione esplorativa verso Giove.
Con il risultato che finché, parecchi anni dopo, non misi le mani sul mio primo Macintosh alla Fiera di Roma nel 1984, fui incapace di guardare un computer senza sospetto.
Oggi, HAL 9000 ci fa sorridere. Un computer tanto sveglio da farsi ragionamenti suoi e ammazzare la gente? Certo, come no. Mi accontenterei di uno che quando gli dico “espelli l’iPod” non mi risponda che non può perché “c’è un’applicazione in uso”.
Tuttavia, se negli ultimi vent’anni abbiamo imparato tutto sui computer, gli sceneggiatori di Hollywood non hanno fatto altrettanto. I computer sono oggi un elemento essenziale per ogni film di cassetta, ma sembra che prendano noialtri come trogloditi che non hanno un computer a casa o in ufficio e non sappiamo bene cosa può fare e cosa non può fare.
Nell’interesse della credibilità delle sceneggiature cinematografiche a venire, ecco una “Guida al Comportamento del Computer nel Mondo Reale, ad Uso degli Sceneggiatori di Hoolywood”.

1) I computer non fanno bip, bip, whoosh e wooing-wooing
Niente suona più falso dei rumorini da fantascienza che i computer fanno nei film. In Iron Man, Trasformers, Il Tagliaerbe e Independence Day, i messaggi a schermo ('Accesso negato' e simili) lampeggiano e fanno bip come allarmi aerei.
Jurassic Park, Batman, Matrix e Mission: Impossible offrono delle versioni rumorose di ogni possibile elemento d’interfaccia: finestre di dialogo appaiono con un fruscìo, barre di stato cinguettano nell’avanzare, il puntatore lampeggia e fa bip, il testo chiacchiera nel disegnarsi sullo schermo e i comandi da menu tintinnano percorsi dal cursore.
La palma delle castronerie spetta tuttavia a The Net: la tastiera di Sandra Bullock fa davvero bip quando lei ci scrive sopra.
Di fatto, nel suo mondo, qualunque cosa dotata di schermo fa bip: il monitor del check-in all’aeroporto, il sistema di prenotazione dell’hotel, i terminal dell’ospedale. Tutto.
Io, un computer che faccia tutti quei versi non l’ho mai visto... non dico che non mi ci divertirei, e del resto sono sicuro che qualcuno ha già scritto un piccolo shareware che squittisce e fa bip ad ogni nostra azione.
Ma sospetto che il divertimento durerebbe poco: vi immaginate un ufficio pieno di computer che cinguettano e muggiscono?

2) Non si accede a un altro computer se quello non vi sta aspettando.I film sono abitati da ingegnosi hacker che fanno log-in in computer altrui e contraffanno subdolamente i dati. Passi per Wargames, in cui Matthew Broderick si cambia i voti: lo abbiamo visto procurarsi la password e il numero di telefono. Ma in Mission: Impossible e in parecchi altri, i cattivi si collegano in remoto con sistemi teoricamente superprotetti (quasi sempre militari o, nella migliore delle ipotesi, industriali) navigando tranquillamente nelle directory aprendo e prendendo tutto quello che si vuole.
Sono certo che gli hacker professionisti conoscono qualche trucchetto di cui non sospetto l’esistenza, ma credo che anche loro avrebbero qualche problemino a far partire un missile nucleare dal loro garage.

3) Un virus è un programma, non un abracadabra.
Gli sceneggiatori amano i virus informatici come espediente narrativo. Ma fanno finta di non sapere che un virus non è altro che un programma, che per compiere la sua azione nefanda deve essere eseguito con un doppio clic: spiacente, Sandra, ma non basta infilare un floppy in un Mac per scatenare un virus.
Per giunta, un virus gira solo sui computer del tipo per cui è stato scritto: Mac, Windows, Unix... vi ricordate il virus compilato su un PowerBook da Jeff Goldblum in Indipendence Day, e inviato senza difficoltà al computer dell’astronave aliena?
Ci viene detto che, per disgrazia dell’umanità, questi alieni possiedono una “tecnologia ampiamente superiore”.
Io dubito che i loro computer possano eseguire qualunque dei nostri rozzi tentativi di sistema operativo.
Naturalmente, posso sbagliarmi. Forse quelle navi spaziali usavano MacOS.

4) Nemmeno Internet è una magia
Nei film assistiamo a una versione di Internet degna di un universo parallelo.
Vediamo pagine web stracariche di grafica caricarsi in un nanosecondo e filmati a tutto schermo scorrere fluidi come sulla tv di casa senza attese: vi prego, ditemi che connessione usano.
E poi c’è The Net, la cui vicenda s’inizia con l’amico di Sandra che le manda via Federal Express un sito web su un floppy. Quindi vediamo i cattivi che manomettono i record della polizia, abbattono aeroplani, ammazzano gente all’ospedale, sempre usando il Web.
Auguriamoci che Bin Laden non impari anche lui come si fa, altrimenti non gli servirebbero più aeroplani ed esplosivi per il terrorismo.

5) Un sistema operativo per ogni computer, prego
Ricorderete senz'altro  Jurassic Park e i suoi seguiti. Quali computer vengono usati per pilotare il gigantesco parco a tema?
1) Il tizio dice che sono supercomputer Thinking machine 99;
2) Ok, ma gli chassis sono marchiati Quadra 700;
3) Quando il sistema si avvia il computer dice, a caratteri bianchi su sfondo nero, System ready: allora è DOS!
4) Nondimeno, la ragazzina cervelluta dice: “Ah, un sistema Unix! Lo conosco”!
Quindi? Contro tutti gli indizi decettivi, ce lo proclama il desktop: sono Mac, con tanto di font Chicago, Cestino e filmati QuickTime (potete vedere la barra di scorrimento muoversi mentre i filmati vengono eseguiti... anche quando ci vengono spacciati per trasmissioni in diretta di una telecamera).
Resta da vedere se dei Quadra 700 possano pilotare effettivamente un parco di quelle dimensioni, ma lasciamo stare per stavolta.

6) Come copi un disco una volta, puoi copiarlo due.
Fra le trame dei technotriller una delle favorite è quella che chiamo “Prendete quel dischetto!”. Il protagonista, in corsa contro il tempo, copia dei dati proibiti su un floppy o su un CD. Per il resto del film, l’eroe cerca disperatamente di eludere i criminali che rivogliono il dischetto.
Ma perché non ne ha fatta qualche copia, risparmiandosi due ore di angosciosi tentativi di sopravvivere?
Lo so, lo so: domanda sciocca. È come chiedersi perché il cattivo spieghi sempre il suo piano a James Bond prima di ammazzarlo.

7) Sistemi operativi: futuristici ma arretrati
Sognando i sistemi operativi avanzatissimi dei computer da film, Hollywood ha fatto delle scelte curiose. Il System di Eraser è in scala di grigio e non c’è neanche il mouse: bisogna battere comandi e nomi i file (tipo COPY FILE ‘DATI SEGRETI’ TO DISK) al posto di trascinare icone, come si fa col Mac fin dal 1984.
Il meglio è comunque ancora in Mission: Impossible.
Usano PowerBook, d’accordo, ma con che MacOS dell’età della pietra? Testo in maiuscole bianche su fondo nero.
Ancora, niente mouse.
Lo so, i produttori cercano solo di rendere i loro film più avvincenti e divertenti possibile. Ma con solo un piccolo sforzo gli sceneggiatori potrebbero congegnare trame appassionanti e plausibili.
Ovviamente, perseguire un realismo maggiore richiede più lavoro agli sceneggiatori, ma io sono certo che possono farlo: dopo tutto, si tratta di quegli stessi che fanno uscire Tom Cruise sano e salvo da un elicottero che esplode mentre insegue un TGV lanciato a 300 all’ora all’interno di un tunnel.

Qualcuno scriva le battute a quest'uomo

Dopo l'ultimo, atroce sfondone di ieri, direi che non ci sono più dubbi: costui non tenta neppure di collegare il cervello alla bocca quando la apre per dargli fiato.
Eppure, la soluzione c'è, ed è anche semplice e ben collaudata:

domenica 25 gennaio 2009

Barman?

Sicuramente conoscerete il talento di Lillo e Greg, duo romano di cabarettisti protagonisti di irresistibili spettacoli teatrali, televisivi e radiofonici, dischi (il loro gruppo demenziale si chiama Latte e i Suoi Derivati, acronimato in LSD) e anche di un alquanto poco riuscito film (Blek Giek, e non l'avete visto non vi siete persi assolutamente nulla,ve lo assicuro).
Un po' meno sanno del talento da fumettista di Greg, che io conoscevo come Claudio Gregori al liceo artistico dove abbiamo studiato.
Ricordo perfettamente quando sfogliavo il suo quaderno degli schizzi, fitto di vignette buttate giù con la biro nera, colpito dalla sua bravura e dalla sua capacità di sintesi. 
La vignetta in apertura è firmata appunto da Greg, ed è tratta da QUI: non ricordo bene a distanza di troppi anni, ma credo proprio che questa piccola raccolta sia tratta pari pari da quel quaderno.
Sono contento che il buon Greg lo abbia salvato dall'oblio di qualche cassetto e ripassato allo scanner per migliorare l'umore di noialtri.

venerdì 23 gennaio 2009

Oggettivamente parlando...


Quello che vedete in apertura è il bellissimo logo creato per Objectified,  il nuovo documentario di Gary Hustwit sull’industrial design.
Si tratta di una pellicola indipendente, dove potremo vedere nomi prestigiosi quali Jonathan Ive (Apple), Paola Antonelli (MOMA di New York), Chris Bangle (BMW), Karim Rashid, Naoto Fukasawa o Marc Newson (QUI l'elenco completo) parlare degli oggetti che hanno creato... 
dal ‘dietro le quinte’ della creatività racchiuso nei prodotti che ci circondano alle riflessioni sull’identità, sul consumismo e sull'usabilità degli oggetti stessi.
Quando avrò notizie più precise sull'uscita di Objectified, non mancherò di segnalarlo.

Gary Hutswit è lo stesso che girò Helvetica, film-documentario must per i grafici e gli appassionati di visual design , proiettato in piú di 200 sale nel mondo (come dite? anche in Italia? risate della folla), che potete acquistare su iTunes oppure... beh, lo sapete.
Detto questo, vado a barricarmi in casa a vedermi le prime due puntate della quinta stagione di Lost...
Hasta luego.

Così tante cose da fare e così poco tempo

Che te ne fai della creatività se non hai tempo per esprimerla?
E che ne fai del tempo libero se non sei creativo?
Mentre rifletto su queste tristi verità, eccovi un esempio di cosa accade quando qualcuno ha l'una e l'altro.
Grazie ad Arianna per la segnalazione. ;)

giovedì 22 gennaio 2009

Intellectum, hoc est, a Natura

Disegnare usando Photoshop sta diventando l'attività principale durante i tempi morti nelle mie giornate di lavoro (sempre piuttosto rari) e, più lo faccio, più mi pare di capirlo... e di non capirlo per niente. L'unica cosa certa, è che per farlo bene ci devi mettere un pezzo di te e non basta la tecnica.
Tecnica che, per inciso, possiedo in ben scarsa misura rispetto altri professionisti nonché autentici artisti digitali.
Fortunatamente, nel mondo di Photoshop esistono parecchie strade per arrivare nello stesso posto... e non ho mai visto due artisti usarlo allo stesso modo, esattamente come non esistono due pittori che impugnano il pennello alla stessa, identica maniera.
Attualmente, è lo strumento creativo più potente non che possa immaginare ma di cui possa disporre, e, anche se può apparire poco vintage, non ho mai rimpianto carta e matita che pure ho usato per anni e anni per tirare fuori ciò che ho dentro, qualsiasi cosa fosse.
Quella in apertura è Intellectum, hoc est, a natura e l'ho iniziata e finita oggi. Cliccateci sopra per vederla più grande.
Come tante altre mie cose, non ha significati particolari, ma tanto per cambiare, non c'è neanche un piccolo pezzo di tecnologia, e la cosa è voluta.
Piace?
Trasmette qualcosa?
Attendo pareri.

PS Per Valexina (e a chiunque altro interessi). Qui sotto, un dettaglio della fotografia di partenza, e, più in basso, dopo il mio ritocco. "Fluidifica" è stato usato solo per ridurre il naso, mentre occhi, bocca e mascella sono stati ridimensionati manualmente su copie del livello originario, sfumando i contorni con una maschera.
Alla fine, la modella sembra un po' una bambola, non so se era esattamente l'effetto che volevo dare (sostanzialmente, volevo che perdesse l'aspetto "umano" nel senso più terreno del termine e assumesse una qualche connotazione mitologica) ma non mi dispiace.

Inoltre... quelli che vedete NON sono pennelli, ma oggetti di Illustrator.
Sarà un mio limite, ma mi trovo meglio a padroneggiare singoli oggetti vettoriali che non a pennellare forme predefinite.
Per altri impieghi, invece, le possibilità di dispersione offerti dalla palette Pennelli di Photoshop sono insostituibili.

mercoledì 21 gennaio 2009

Valexina's visions

Vi avevo già parlato di Valex, alias Valentina, artista digitale di rara sensibilità.
Valex ha appena aggiornato il suo blog, che da oggi trovate nel colonnino dei blog-imperdibili-o-quasi a lato.
C'è una sua galleria di lavori, tutti piuttosto interessanti.
Valentina sembra possedere un qualche collegamento col mondo naturalistico che riesce a tradurre nei suoi lavori digitali con grande delicatezza e precisione.
Questo è il suo racconto dei due lavori realizzati con me, Freedom Now e Trilly.
Spero di collaborare presto di nuovo con lei.

martedì 20 gennaio 2009

Benvenuti a Gotham, pardon, Torino

Vi avevo già annoiato col mio amore per Torino, città dalle architetture e dalle atmosfere fascinose e un po' sinistre?
Probabilmente, sì.
QUI trovate qualche fotografia scattata al volo con l'iPhone un paio di settimane fa.
E quella città è magica, sul serio.
E non perché qualche squilibrato sgozza qualche gallina in qualche caricatura di messa nera in uno scantinato nei pressi della Mole, ma perché basta aggirarsi per le sue strade, per i suoi vicoli, soffermarsi sui suoi angoli nascosti, sulle sue prospettive per percepire qualcosa di speciale.
E, chiunque volesse girare un film su Batman in Italia, non avrebbe dubbi: Torino è la nostra Gotham City.

Surrealismo svedese

Lo so, non sono il primo ad averci pensato...
E, in generale, la comunicazione Ikea (che, per inciso, utilizza esclusivamente il Futura heavy, splendida font senza età disegnata da Paul Renner nel 1924) mi piace abbastanza... semplice, immediata, amichevole.
E quindi, se fosse stato qualcun altro a lanciarmi tale contraddittorio messaggio mi sarei magari anche stranito ma nel caso di Ikea...
...sorrido, tiro dritto e spero che al punto di ristoro la ragazza dietro il bancone non mi dica con uno smagliante sorriso: "Ti piace la nostra torta di mele? Eccoti un panino con le aringhe!"

Gesù lava più bianco?

Da un paio di giorni sono apparsi sui muri di Roma (ma presumibilmente anche nelle vostre città) dei manifesti sulla cui qualità della grafica non starò qui a discutere, anche se è evidente che chi li ha fatti stampare (i Cristiani Riformisti, che fino ad oggi non sapevo neppure che esistessero) non ha voluto sborsare un euro per un layout degno di questo nome...
I manifesti, che vedete nella fotografia qui sotto scattata stamattina dal mio iPhone, recitano: Una buona notizia: Dio esiste e anche gli atei lo sanno.
Un'evidente risposta alla campagna sui 'bus atei' dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, di cui forse avete sentito parlare.
Su entrambe le iniziative, il pensiero è esattamente lo stesso: ma chi credete di convincere?
E di cosa?
Atei e credenti non hanno prove inconfutabili di ciò che affermano dai loro manifesti.
È più dimostrabile uno slogan tipo "Dash lava più bianco".
Addentrarsi in questi territori con il linguaggio e gli strumenti dei pubblicitari è un'operazione sterile nel migliore dei casi, e pericolosa nel peggiore.
Posso capire le motivazioni dei due schieramenti... ma, francamente, mi sembra che operazioni del genere abbiano lo stesso valore di quando da piccolini strillavamo: "il mio papà è più forte del tuo"!

domenica 18 gennaio 2009

La sindrome del capolavoro

Immaginate che vi venga affidato il seguito della Migliore Storia A Fumetti Raccontata nell'ultimo decennio; o, se è astrarvi troppo, il corrispettivo della vostra professione.
Diciamo che c'è un prodotto di altissimo livello, probabilmente il Migliore Sulla Piazza. Quello che nel giro di pochi anni finirà su tutte le antologie che si rispettino, e che verrà citato e ricordato nei tempi a venire.
E che i suoi autori, per un motivo o per l'altro, non ne cureranno la sua prosecuzione.
E a voi, che siete piuttosto bravini, ma sapete benissimo di non essere a quel livello, viene detto: "Adesso tu devi fare qualcosa di altrettanto buono, se non migliore".
Dopo un attimo di euforia iniziale, suppongo comincereste ad essere un filino nervosi, nevvero?
È quello che dev'essere accaduto a Jeph Loeb e a Joe Madureira, rispettivamente uno sceneggiatore e un disegnatore di fumetti statunitensi al soldo della Marvel (la più grande casa editrice di fumetti americana, se ci fosse bisogno di ricordarlo) che si sono ritrovati la pesantissima eredità di scrivere e disegnare Ultimates 3, il terzo capitolo della (per l'appunto) Migliore Serie a Fumetti mai disegnata dell'ultimo decennio (QUI ne parlai per la prima volta).
Ora, io ne ho letto solo le prime due parti pubblicate in Italia.
E forse, non è sufficiente per esprimere un giudizio compiuto, ma...
...non ci siamo proprio.
Laddove Ultimates 1 e 2 eccelleva per iperrealismo, modernità di approccio e tematiche "adulte", Ultimates 3 riscivola nello stravisto universo superoistico in cui tizi in costumi coloratissimi se le suonano di santa ragione... e poco altro.
Intendiamoci, ciò che ho visto finora è un discreto prodotto, disegnato sopra la media e colorato superbamente.
Ma nemmeno per un breve istante si avvicina alle atmosfere di Millar e Hitch.
Semplicemente, sono due cose diverse.
Diverse come potrebbero esserlo 2001: Odissea nello Spazio e un episodio di Star Wars a vostra scelta.
Star Wars è divertente e sicuramente ben fatto, ma 2001... beh, è un'altro pianeta.
È anche (ma non solo) una questione di stili: guardate le due pagine qui sotto (cliccateci per ingrandire).

La prima è tratta da Ultimates 2, la seconda da Ultimates 3.
Capirete all'istante cosa voglio dire.
Sarà anche una questione di gusti... ma le prime due serie di Ultimates erano qualcosa che si staccava nettamente da tutto il resto della produzione Marvel, e in cuor mio temevo che il miracolo creativo non sarebbe durato a lungo.
Difatti, così è stato.
E ora scusate, vado a mettere i primi ventinove numeri di Ultimates sotto chiave.