venerdì 27 febbraio 2009

Bugie grafiche, 8

Sono sicuro che ciascun designer se l'è sentito dire almeno una volta dal cliente.
Dev'essere una sorta di compensazione legata a qualcos'altro che ha piccolo.
Ok, battuta da caserma...
Ma non la scarterei a priori come spiegazione.

Scrivi come mangi!

Non trovate molta pubblicità su questo blog, non è vero?
Per alcuni buoni motivi.
Il primo:
1) non ci becco un soldo;
2) è raro che qualcosa mi piaccia al punto da pensare "wow, questo potrebbe interessare al mondo intero" (dove per 'mondo intero' intendo te, Amato Lettore).
Però oggi farò una delle mie rare eccezioni segnalandovi il sito di Maurizio Guarini, che, giusto per farvi una biografia stringatissima (di cui lui poi si lamenterà sicuramente con me), è un ex gelataio, ex campione di Tae-Kwon-Do, ex copywriter pubblicitario, ex skipper, ex esule in Spagna, e fedele amico del sottoscritto da almeno una ventina d'anni.
È emigrato a Milano appresso una gonnella, ma non facciamogliene una colpa, OK?
Maurizio scrive.
Romanzi e racconti, e ha un irresistibile taglio surreale che ricorda alla lontana Stefano Benni ma ha un'impronta più scanzonata tutta sua.
Il suo stile migliora racconto dopo racconto. Insomma, vale la pena leggerlo.
Per ora ha messo on-line quattro suoi racconti. Skippate quella stupida intro e andate a leggervi subito Il segreto di Atlante, il suo migliore, secondo me... ci impiegherete una mezz'ora, ma vi divertirete molto di più che con una puntata di Sex & the City.
Sfortunatamente, Maurizio scrive in larga parte per il suo personale cazzeggio perché la sua principale occupazione è scrivere testi per la pubblicità.
Com'è che si dice?
Fate qualcosa di buono per il mondo... sparate a un pubblicitario.

giovedì 26 febbraio 2009

Fermate quella Barbie!

Vecchia storia: chi non ha un tubo da fare tutto il santo giorno deve assolutamente trovare qualcosa con cui polemizzare.
Pretesto perfetto è l’ultima versione di Barbie, alla quale questa volta casa Mattel ha pensato bene di far vestire i panni di Black Canary, un’eroina dei fumetti di fine anni quaranta (che si è scontrata perfino con Batman) alla quale la biondissima, plasticosa bambolina è ispirata... sia nel nome che nel look.
E fin qui sticazzi, commenterebbe il mio meccanico.
Se non fosse che la supereroina in questione è caratterizzata da un abbigliamento aggressivo e provocante (avete cliccato sul link, no?), e così pure la nuova Barbie, che sfoggia calze a rete, body attillatissimo in similpelle nera (o è latex?), chiodo e guanti stile biker - anch’essi neri - e stivali con tacco.
Ed ecco entrare in gioco i nullafacenti di cui in apertura.
Hanno immediatamente iniziato (non facendo altro che altra, inconsapevole pubblicità) a sbraitare che è troppo: "le mancano solo frustino, collare e manette, e poi sarebbe una perfetta icona del BDSM" (non devo mettere link qui, vero?).
Quindi, secondo i benpensanti (come i membri del gruppo religioso Christian Voice), Black Canary Barbie è perversa, evoca “rapporti malati” e non è assolutamente adatta ai giochi delle bambine.
Insomma, vorrebbero convincere il mondo che questa bendetta Barbie sia una sorta di feticcio sessuale (poco importa che, rispetto ad altre versioni più classiche che vedono Barbie coperta solo di un bikini, Canary appare molto più castigata).
Personalmente (e fatico a trattenere il sorriso) dubito che qualche vecchio maiale si compri una Barbie Black Canary e ne ricavi qualche eccitazione.... anche se, ammetto, a questo mondo non si può mai dire.
Resto comunque sempre stupito (e anche un po' invidioso) di quanto tempo libero possa avere la gente, sul serio.
PS Avranno scoperto che esiste in listino anche il modello Catwoman, che prevede anche il famigerato frustino? 
PPS Solo io mi sono accorto che Barbie Black Canary assomiglia in maniera impressionante alla biondissima e dolcissima Gwen Stacy, storica ed indimenticata fidanzata di Peter Parker, mirabilmente caratterizzata da John Romita negli anni settanta sulle pagine dell’Uomo Ragno?

Come hai detto?...

Raccolte in giro in anni di paziente ascolto.
Contributi bene accetti.

I romani gettavano i bambini dalla rupe Tropea (Tarpea)
-Fulvio-

Mi sono fatto il televisore a cristalli lipidi (liquidi)
-Federico-

Ho controllato sulla cartina tipografica (topografica)
-Roberta-

Mi dà un barattolo di vaselina di foca (????)
-anonimo, dal ferramenta-

Capito la sottilezza? (sottigliezza)
-Angela-

In questo campo sono particolarmente afferrato (ferrato)
-Pierpaolo-

Ed ecco il monumento ai Soliti Ignoti (Milite ignoto)
-cicerone improvvisato a Roma-

In viaggio di nozze sono stata a Parma... ma no de Majorca (...)
-anonima, in fila al supermarket-

Quel palazzo c'ha la facciata appariscente (fatiscente)
-Francesca-

Ha avuto un ipsilon cerebrale (ictus)
-anonima-

Stiamo uscendo dal seminario (seminato)
-Federico-

Quanto costa il biglietto? Ma mio figlio paga integrale? (intero)
-anonimo, al cinema-

Ahò nun ce sto più a capì 'n cazzo co' sti duplicati! (replicanti)
-anonimo, al cinema a vedere "Blade Runner"-

Via dei quattro negroni (via Quarto Negroni)
-Roberta-

Telefona a tua madre... sei proprio una figlia denaturata (snaturata)
-teenager anonima sulla metro-

Te sei fatte dà le generazioni? (generalità)
-anonima, per strada-

Io e Luisa ieri 'amo rinfangato er passato (rivangato)
-anonima-

Ce l'ha i biscotti Mellin senza glutei? (glutine)
-anonima, al negozio di alimentari-

Vorrei un reggiseno per lattanti (donne che allattano)
-anonimo, in farmacia-

Il castello di Windsfurf (Windsor)
-Roberta- (sempre lei!)

Madam Hussein (Saddam)
-Fulvio-

Lo copriamo co' 'na gittata de cemento (gettata)
-anonimo-

Per fortuna era circonciso al colon (circoscritto)
-Francesca-

Ha dato in incandescenze (escandescenze)
-Daniel-

E abbassate 'sto colletto, me pari Maria Stoccarda (Stuarda)
-teenager sulla metro-

mercoledì 25 febbraio 2009

Ma che lavoro fai adesso? No... non mi dire...

Oggi in ufficio è nata un'allegra discussione tra colleghi e colleghe su quanti e quali mestieri fossero migliori dei nostri.
Per strane vie che non vi sto a dire, si è arrivati a prendere in seria considerazione il mestiere della pornostar.
Arrivando ad isolare una ragionata lista di vantaggi e svantaggi, che voglio dividere con voi, nel caso abbiate mai pensato di mollare quello stupido, noiosissimo e sottopagato impiego.
I vantaggi:
• non bisogna fare un granché, salvo espletare tutta una serie di pratiche sessuali che, teoricamente, dovrebbero essere molto piacevoli;
• non c’è da alzarsi particolarmente presto la mattina, non ci sono cartellini da timbrare
• le battute da imparare sono pochissime e, in genere, composte di sole vocali, o, al massimo da esclamazioni del tipo “Ohmmygood” o “Yeeessfuckmytitsss” e poche altre;
• non sono richieste abilità particolari se non quella di avere un aspetto appariscente e volgare;
• a differenza dei colleghi maschi, non c’è bisogno di simulare alcuno stato di eccitazione fisica;
• contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i rapporti sessuali sul lavoro sono tutto tranne che a rischio, considerata la frequenza e la scrupolosità dei controlli medici.
Gli svantaggi:
• salvo rari casi, non è data la possibilità di scegliersi il partner;
• spesso bisogna concedersi a più partner contemporaneamente (per alcune, questo non rappresenta uno svantaggio);
• come qualsiasi altro attore, una volta sul set si deve essere disponibili a qualsiasi richiesta del regista (del tipo “sono convinto che se apri di più la bocca, c’entrano tutti e due”);
• l’azione si svolge, tra regista, cameramen, truccatori, addetti alle luci ed elettricisti, almeno davanti dieci persone che se ne stanno lì a guardare;
• quando i genitori, parenti, amici chiedono “ma che lavoro fai, adesso?” nove volte su dieci si è costretti a mentire;
• può essere complicato mantenere equilibrata la propria vita sessuale privata;
• sono esclusi fidanzati gelosi.
Ah, la ragazza in apertura si chiama (o ha il nome d'arte di) Hunter Bryce, degna rappresentante della suddetta categoria, e vi assicuro che trovare una sua foto che fosse pubblicabile su questo blog senza causarne l'immediata chiusura da parte della Polizia Postale, è stata un'impresa.

Distinguiamoci...

Un'altra volta vi parlerò più diffusamente dello sfortunato film Sound Of Thunder, tratto da uno dei più bei racconti di Ray Bradbury... oggi, mi limiterò a disquisire brevemente sul "lavoro" (virgolette d'obbligo) di adattamento fatto in Italia sulla copertina del DVD, a iniziare dalla traduzione del titolo che è diventato, con una libera interpretazione, Il Risveglio del Tuono... ma questo, signori, è il minimo.
Inizierò col mostrarvi la copertina orginale del film.

Forse non entrerà nella Top Ten delle dieci locandine più belle di tutti i tempi, ma è ben più che dignitosa. 
Vagamente inquietante, equilibrata nei pesi e nei contrasti cromatici, con un buon trattamento grafico sui caratteri del titolo.
Sufficientemente elegante per funzionare anche come un'ipotetica copertina di una riedizione letteraria della raccolta di racconti da cui il film, come dicevo, è stato tratto.
Ora... ecco cosa sono riusciti a partorire nel nostro belpaese.

Un disastro. QUI potete vederla più grande.
Tre fotogrammi del film (a bassa risoluzione, Gesù, salvaci) impaginati uno sull'altro con un bordino bianco su una versione monocromatica e incredibilmente stiracchiata di uno di essi.
Titolo del film e degli attori digitati con la prima font che è saltata fuori nel menù di Corel Draw.
Una soluzione che deve aver convinto così tanto i suoi realizzatori da ripeterla, microscopica e indecifrabile, anche sulla costolina del DVD.
Ora, voglio pensare che il distributore italiano di questo B-movie (e non "colossal fantascientifico dell'anno" come millanta il sottotitolo italiano...) non abbia avuto accesso, per qualche oscura ragione di diritti, all'immagine dell'originale americano... ma anche in questo caso, un adolescente talentuoso con una copia piratata di Photoshop avrebbe tirato fuori qualcosa di meglio.
Nel nostro paese, fare i grafici non è molto considerato.
Meglio il calciatore o il presentatore televisivo.
Ah, qui sotto il mio personale adattamento.
Dieci minuti di Photoshop, contando una pausa per andare in bagno.

Cosa ti passa per la testa?

Alcune volte ho l'impressione che il mio iPod abbia una sua coscienza, dei suoi precisi gusti musicali e che, certe mattine, si svegli con in testa delle sue fisse personali.
Mattine in cui, come questa, su oltre ottocento canzoni che occupano il suo hard disk, nel tragitto casa-lavoro la sua funzione "shuffle" sceglie ben tre canzoni di fila di Madonna, tutte tratte dal (bellissimo) Ray Of Light del 1998.
Starà cercando di dirmi qualcosa?

martedì 24 febbraio 2009

Rebranding, 3: Lancia

Non so ricordate QUESTO post.
Beh, potete farne un copia-e-incolla... tutto quello che scrivevo sul restyling del logo Fiat, vale fino all'ultima parola per quello Lancia.
E, sì, lo so che il restyling è vecchio già di quasi due anni, ma oggi ho avuto tempo e modo di ripescarlo, e dargli un'occhiata più approfondita.
Ferme restando le mie considerazioni sul rebranding operato da Fiat, aggiungo che:
• Anche qui è stato fatto largo uso di riflessi e cromature, usatissime negli ultimi anni in qualsiasi presentazione per gettare un po' di fumo negli occhi... ma diciamo che si tratta di un peccato veniale.
• Nel vecchio logo, il cognome Lancia era su una bandiera sorretta (guarda che caso) da una lancia. Qualcuno deve aver pensato: "Ma che ci facciamo con quella lancia? buttiamola!".
Ora aspetto il nuovo logo Ferrari senza un cavallino rampante.
• Sempre confrontando il nuovo logo col vecchio... che fine ha fatto lo storico volante a quattro razze Lancia? Sparito, sostituito da un elemento circolare con due aculei che, se nella testa del designer dovrebbero richiamare la punta della lancia, sono talmente decontestualizzati e pretestuosi da risultare indecifrabili.
In altre parole, che ci fanno lì quei due canini appuntiti? 
Insomma, se proprio si vuole rinnovare... perché non migliorare invece di peggiorare?
L'industria automobilistica italiana ha un patrimonio inestimabile di tradizione che andrebbe valorizzato... e invece qui sembra si cerchi di assomigliare a un qualsiasi produttore coreano (con tutto il rispetto per quel laboriosissimo popolo).
Se proprio si voleva semplificare, potevano anche non sacrificare il principale elemento grafico e reintegrarlo, magari in una soluzione come questa qui sotto, che mi sono divertito a ipotizzare... Voi che dite?

lunedì 23 febbraio 2009

Non ci ho dormito una notte...

...ma finalmente ho fatto il collegamento.
Avete presente quando vedete in un film o in televisione un attore che avete certamente già visto recitare da qualche parte ma non ricordate assolutamente dove e quando?
E state lì a rovistare freneticamente nel vostro hard disk cerebrale cercando di farlo saltare fuori rischiando di impazzire?
Perché la faccia di quest'attore (Jeff Fahey, Buffalo 1952) visto nella penultima stagione di Lost mi era così familiare?
Mi ci è voluto vederlo sbarbato nell'ultimo episodio per capirlo...
...ed eccolo saltato fuori come il pupazzo a molla di una scatola a sorpresa:
Correva l'anno 1992 (un anno pessimo per il sottoscritto, ma questa è un'altra storia) e al cinema usciva Il Tagliaerbe, primo vero tentativo del cinema di raccontare la Realtà Virtuale.
Il film, riuscito solo a metà, a mio parere, portava la firma di Brett Leonard, discreto cineasta americano (a cui non riuscì mai più di ripetere il colpaccio di incassi ottenuto) e vedeva recitare un Pierce Brosnan che sarebbe diventato James Bond solo anni più tardi, e, per l'appunto, Jeff Fahey, nel ruolo di un giardiniere ritardato che subisce un'incredibile metamorfosi mentale dopo essersi sottoposto a un ardito esperimento di realtà virtuale.
Dopo Il Tagliaerbe, avevo perso del tutto le tracce di Fahey, che in effetti era rimasto confinato nel sottobosco dei tv movie.
Ritrovarlo in Lost è stata una piacevole sorpresa.
E, a ogni modo, gli anni passati si vedono tutti sulla sua faccia. Ma proprio tutti.

[TOP TEN] I 10 migliori cosplay di sempre

Non devo spiegarvi cos'è il cosplay, vero?
Chi mi conosce un minimo, saprà che anch'io ho dato il mio contributo al colorato popolo dei cosplayer, vestendo i panni del Cavaliere Oscuro per ben più di un'occasione... e divertendomi anche abbastanza, naturalmente (non si spiegherebbe altrimenti il perché investire tanto tempo e denaro in codesta pratica e tollerare gli sfottò di chi ci guarda dall'esterno con compatimento senza rendersi conto che quando si intabarra di rossoblu e si dipinge la faccia per andare allo stadio qualche problemino ce l'ha anche lui).
A ogni modo, il cosplay è una pratica che, a mio parere, va presa con il massimo impegno possibile. Poche cose mi intristiscono di più nel vedere cosplay raffazzonati e arrangiati a botte di fodera spillata e gommapiuma verniciata con la bomboletta spray... e ne ho visti parecchi, di questo livello.
Ovviamente, è anche una questione di mezzi, ma non sempre.
Una volta di più, l'originalità può fare la differenza.
Quelli che seguono sono i dieci cosplay più incredibili in cui mi sia mai imbattuto... anche se molti non direttamente, ma attraverso i reportage fotografici in rete che fioccano dopo ogni convention. 
Come sempre, cliccate sulle immagini per vederle più grandi.

1) Mobile Suit Gundam
Plastica, gomma, vetroresina e nessuna tendenza alla claustrofobia.
Impossibile passare per le porte e grattarsi il naso, ma vuoi mettere.
Da applauso.
2) Alien
L'alieno disegnato nel 1978 da H.R. Giger è da sempre una delle creature più spaventose della storia del cinema.
Costui avrà avuto serie difficoltà nell'aprire una lattina di cocacola, ma non a vincere un premio.
Da brivido.
3) Ghostbusters
I costumi di gruppo hanno sempre un forte appeal.
Questo era talmente curato nei dettagli che si erano persino procurati una ragazza somigliante a Sigourney Weaver.
Sbalorditivo.
4) Principessa Leila (slave version)
Ci sarà un motivo per cui nessuna cosplayer veste i panni della principessa Leila di Star Wars nelle sue vesti di ambasciatrice della Repubblica ma molte invece si cimentano nella sua versione slave de Il Ritorno dello Jedi.
Questa è una delle migliori.
Sexy.
5) La Morte Nera e Han Solo nella carbonite
Cosa dicevo poco fa?
Che, di fronte un'idea geniale, la realizzazione può passare anche in secondo piano.
Questi due mattacchioni meritano di stare in qualsiasi Top Ten di cosplayer accanto il più elaborato e costoso dei costumi.
Da sghignazzo.
6) Predator
Come ci è dato sapere dai film e dai fumetti, i Predator sono una razza guerriera organizzata in una rigida struttura gerarchica.
Questo gruppo è frutto della fantasia di abilissimi cosplayer che hanno declinato accessori e dettagli delle armature... e creando addirittura un Predator femminile.
Da caduta della mascella.
7) Spiderman
Non basta infilarsi una calzamaglia rossoblu per scimmiottare uno dei supereroi più popolari dell'ultimo quinquiennio: se non hai il fisico, è meglio lasciar stare, perché una simile, aderente tutina metterà in risalto ogni singolo etto di troppo.
Costui, fotografato a Lucca un paio d'anni fa, sembrava uscire direttamente dalla pellicola di Sam Raimi.
Da inchino.
8) Tetris
Molti cosplay provengono dallo sterminato universo dei videogiochi: è abbastanza facile imbattersi, alle convention specializzate, in repliche viventi uscite da Halo, Metal Gear Solid o Prince of Persia.
Ma che dire di costoro che hanno scelto di impersonare le tessere colorate del caro, vecchio Tetris?
Irresistibili.
9) Dungeons & Dragons, o qualcosa del genere
Il filone fantasy non mi emoziona particolarmente... anzi, a dirla tutta mi annoia mortalmente.
Ma questo tipo ha avuto un'idea fantastica.
Probabilmente se gli viene da andare in bagno dovrà procastinare, ma è un grande.
Da copertina.
10) Qualche manga o anime che non conosco... aiutatemi.
Il cosplay è un fenomeno di origine giapponese, e moltissimi dei soggetti sono derivati dai manga (fumetti) e dagli anime (cartoni animati).
Non sono il mio genere preferito, anche se i cosplayer di questo tipo possono attingere ad un'incredibile varietà di fogge, costumi e accessori.
La tipina qui sotto è andata oltre la tutina fantascientifica.
Non so dove potrà entrare con quest'aggeggio, ma non ha nessuna importanza.
Stratosferica.

L'originalità si paga...

Cosa notate nelle copertine dei sei romanzi qua sopra?
Forse che, a parità di tematiche trattate, le soluzioni adottate dai grafici editoriali finiscono con l'assomigliarsi un po' (troppo)?
Poi, intendiamoci... bellissime da vedere (non credo che sia necessario essere dei feticisti per apprezzare delle gambe femminili in tacchi alti), ma un filo di originalità in più, tanto per uscire dal mucchio, a mio avviso non guasterebbe.
PS Va anche detto che progettare la copertina di un romanzo è un lavoro pagato pochissimo... e, come si dice, ottieni ciò per cui paghi.

giovedì 19 febbraio 2009

[TOP FIVE] Cinque film di cui dovrei vergognarmi... ma che invece adoro

Facile compilare top ten dei dieci film imperdibili, dei dieci cd irrinunciabili, e via classificando, come del resto ho fatto io nei miei slanci nickhornbyani.
Meno facile (e più imbarazzante) è farlo con quei prodotti che sono brutti, incontestabilmente brutti, senza appello brutti... ma che, per qualche sinistra ragione, ci piacciono moltissimo e che saremmo pronti a difendere con le unghie e coi denti da qualsiasi detrattore. 
Ma, per mantenere uno straccio di coerenza e mostrarvi il mio squallido coraggio, ecco che vado a proporvi la mia personale top five dei 5 film più brutti di sempre... ma che adoro e che potrei rivedere all'infinito.

Barb Wire
di David Hogan, 1996

La trama di Barb Wire si potrebbe scrivere sul palmo di una mano. In un oppressivo futuro prossimo, l'eroina Barb Wire mette in salvo una ragazza che custodisce l'antidoto all'Aids.
Ecco qua.
Boiata senza appello. Dovrebbe essere un film d'azione con background fantascientifico, e invece somiglia di più a una puntata movimentata di Baywatch, solo che la bagnina più famosa del mondo che fa da protagonista ha il costume di lattice nero.
Ma Pamela Anderson qui era nel suo massimo splendore: levigata, eccessiva, coattissima.
In altre parole: splendida.
Potete guardarlo anche ad audio spento.

Moonwalker
di Jerry Kramer, 1988

Un pastrocchio fine anni ottanta, che più celebrare il re del pop, ne fa una macchietta da tv dei ragazzi.
Non si capisce se si sta assistendo a un documentario, a un film per ragazzini, o a un videoclip "stirato" per un'ora e mezza.
Discontinuo, zoppicante, ingenuo, confuso.
Ma anche rutilante, ipercolorato e assolutamente irresistibile in almeno due, precisi momenti:
1) quando Michael Jackson balla Smooth Criminal in una sordida dancefloor anni trenta e
2) quando Jackson si trasforma, con vent'anni di anticipo su Transfomers, in un incredibile robot gigante con sfoggio di effetti visivi straordinari per un'epoca priva di CGI.

Chicken Park
di Jerry Calà, 1994

Demenziale oltre ogni dire.
Una nostrana versione di Jurassic Park, dove invece dei dinosauri ci sono dei polli giganti.
Devo aggiungere altro?
Praticamente introvabile, forse perché lo stesso Jerry Calà, autore e interprete di questa insalvabile bruttura, ha dato il suo veto a ripubblicarlo in dvd o a ritrasmetterlo sia pure alle tre di notte su TeleTevere.
Ma chi ha il VHS (eccomi) se lo tiene bello stretto, perché Chicken Park è un autentico capolavoro trash. Nel suo cast sono finiti, ancora mi chiedo come, Rossy De Palma, Demetra Hampton e il caratterista americano Lawrence Steven Meyers.
Il film (bé, parolone) è infarcito di citazioni più o meno esplicite a Full Metal Jacket, Sister Act, Pretty Woman, Mamma ho perso l'aereo, il Postino, Edward mani di forbice, Godzilla, La Famiglia Addams oltre che, naturalmente, a Jurassic Park.
E per Jerry Calà ho sempre avuto un'incondizionata simpatia. Problema mio.

Ultraviolet
di Kurt Wimmer, 2006
Kurt Wimmer aveva diretto l'ottimo Equilibrium (ne parlai QUI) e dopo tre anni, incoraggiato da un budget più sostanzioso, riprovò descrivendo di nuovo una distopia futuristica, ma fallendo miseramente il bersaglio.
Ciò che ne venne fuori è un insulso mix tra l'ennesima storiella di vampiri e un videogame ultracolorato di serie B, dove persino la computergrafica sembra quella di una vecchia consolle per sparatutto.
Noiosissimo e stroboscopico.
Ma se invece che sulla vicenda da colpo di sonno vi concentrate sugli incredibili contrasti cromatici e il taglio vertiginoso di ogni singola  inquadratura e, soprattutto, sulla bellissima pancia della Jovovich (sempre deliziosamente scoperta da tutti i numerosi costumi indossati nel corso del film), troverete immenso questo film.
Come me.

Robot Jox
di Stuart Gordon, 1990
Con la fantascienza, più che in altri generi, bisogna andarci cauti: nel senso che, o hai una storia originale da raccontare supportata da una sceneggiatura a prova di bomba oppure hai un mucchio di quattrini da spendere e nascondi la pochezza delle idee con un turbinio di effetti speciali e digitali tali da confondere lo spettatore.
Robot Jox non ha né le une né gli altri.
È un pessimo film di fantascienza che rubacchia da Rollerball e dagli anime di Goldrake e Gundam, ai quali si rifà il mecha-design dei robottoni in cui i protagonisti se le danno di santa ragione per conquistarsi l'Alaska.
I robottoni in questione sono realizzati e animati in economia e si vede.
Il cast è semplicemente terribile e doppiato pure peggio.
La battuta ricorrente di tutto il film è "Colpisci e spara": non proprio ai livelli de La Forza sia con te, insomma.
Allora, cosa salvare di quest'immondizia?
Una sola, ma determinante cosa: il coraggio di aver tentato di trasporre nel mondo reale le suggestioni di tutti quelli che, come me, negli anni ottanta crebbero pasciuti a Goldrake ed Atlas Ufo Robot.
Solo Michael Bay ci ha riprovato un paio d'anni fa con Trasformers e un budget forse mille volte superiore a quello del povero Gordon (confezionando, a mio avviso, un blockbuster noiosissimo e da vietare ai maggiori di quattordici anni).
Robot Jox non è un film, ma una visione.

"Erano belle giornate, li facevano scendere dall'aereo"...

Vabbé... ormai siamo al ridicolo.
Siccome non bastavano le infelici uscite sul mettere incinta la vegetativa Eluana o sulla violenza sulle donne belle che non ha abbastanza soldati per proteggere, il nostro premier fa tris con quella sui desaparecidos argentini.
Devo davvero commentare?
PS La foto in apertura serviva ad attirare la vostra attenzione.

mercoledì 18 febbraio 2009

Photoshop, un'idea e un sacco di tempo a disposizione...

I ragazzi di Pixelloo hanno avuto una di quelle idee del tutto prive di utilità e applicazioni pratiche, ma divertenti e originali (insomma, le mie preferite).
Armarsi di Photoshop, Santa Pazienza e trasporre fotorealisticamente alcuni famosi protagonisti di cartoon e videogiochi.
Naturalmente, la mia preferita è la Jessica Rabbit di Rita Hayworthiana ispirazione, ma si sono cimentati, secondo me con successo, anche con SuperMario, Homer Simpson e i Griffin.
Li trovate tutti QUI.
Qua sotto, invece, un interessantissimo step by step.

martedì 17 febbraio 2009

Metti un ologramma nel motore

Questo girava qualche tempo fa.
Lo spot di DAConnect, "il più moderno sistema di sicurezza e protezione per la tua auto", recitava, più o meno: “Il DAConnect proietta nella tua vettura l’ologramma dell’assistente di viaggio (uomo o donna) che sarà sempre con te mentre sei alla guida e proteggerà l’auto quando non ci sarai…”
Inutile dire che non è in commercio alcun dispositivo che sfrutta questa tecnologia, (ammesso che esista qualcosa allo stato che veniva mostrato nel filmato) e che era tutta una trovata pubblicitaria per lanciare un prodotto assicurativo, ma lo spot era spassosissimo e veramente ben fatto.
QUI tutta la storia.

Quando uno è bravo, è bravo...

E loro sono bravissimi.
Ammirate e applaudite.

"Ti presento il nuovo padrone. È uguale a quello vecchio". George Orwell

Bizzarra l'informazione.
Giornali e televisione fanno a gara per raccontarci quanto accade nella casa del GF o spiattellarci la scaletta completa degli ospiti del festival di San Remo, ma solo uno ha parlato di questo:

Qualcuno se n'è accorto?
PS Abc, New York Times e Washington Post hanno (com'è naturale e giusto che sia) riportato la notizia, non proprio un gossip da salone di parrucchiere. TG italiani, Corriere della Sera, Repubblica e compagnia, zero.

lunedì 16 febbraio 2009

[Case history] Marina Rei

Questo è saltato fuori mentre risistemavo alcuni vecchi lavori.
Bisogna risalire al 2005 quando l'agenzia per cui lavoro viene contattata per realizzare copertina e bookelet del nuovo cd di Marina Rei, Colpisci.
Come molti altri artisti, è lei stessa a seguire le prime fasi creative: dopotutto, l'impatto che produce la copertina del proprio disco può rivelarsi determinante per farsi notare in mezzo gli altri titoli, e influenzare in qualche misura l'acquisto.

La prima copertina che realizzo per lei è molto tradizionale: Marina Rei mi consegna una serie di fotografie che ha scattato in un locale, molto luminose e in una posa classica.
Ne scegliamo una, che non ritocco in alcun modo salvo scaricare una certa componente magenta tipica di molte fotocamere digitali. Sbianco al massimo i cuscini e l'ambiente.
È la soluzione più "safe": non è una copertina aggressiva, ma neanche "esce" particolarmente dalle dozzine di altre che trovereste in un negozio di dischi.


Copertina B. Provo a prendere un altro scatto, e portare all'estremo il contrasto e la saturazione. Quello che ottengo è un'immagine che emerge nettamente dallo sfondo e con un aspetto molto "grafico", quasi astratto.
È un passo avanti rispetto la semplice impaginazione di una fotografia in studio, ma ancora comunica molto poco.

Copertina C. Marina Rei osserva il monitor senza particolare entusiasmo. Probabilmente, condivide la mia opinione, e mi dice: "Ok, fammi vedere una cosa a tua fantasia"!
Prendo delle sue foto, ne scelgo una.
Porto la saturazione al massimo, sovrappongo un livello contenente una texture geometrica in modalità "luce lineare", più altri livelli con degli elementi vettoriali creati in Illustrator.
Il risultato è un'immagine molto luminosa e ipercolorata, che fonde immagini bitmap ed elementi vettoriali.
Marina Rei ne è entusiasta. Ma...

Copertina D. Marina Rei si prende una notte per pensarci su.
Il giorno dopo, mi dice: "È molto bella, ma non rispecchia il contenuto del mio disco. In questo c'è molta più elettronica. Inoltre, ha spesso dei toni cupi".
A titolo di esempio, cita le prime copertine di Bjork.
Sulla base di queste indicazioni (dopotutto, non avevo mai ascoltato il disco) realizzo una quarta copertina, scontornando un suo primo piano e montandolo su una texture sovrapposta ad elementi 3d e fusa con altri livelli.
Coloro il suo viso utilizzando pennelli di due colori diversi.
Alla Rei piace moltissimo anche questa... ma probabilmente è fin troppo cupa.


Copertina E. Dopo un po' che eravamo a studiare e a scartare le varie soluzioni io comincio a giocherellare sul Cinema Display con una sua foto, trascinandola su un livello con una texture di "sporco" digitale che avevo aperta per altri fini e lei ha detto: "Fermo! Bellissima!!!!"
Io: "Huh?"
Lei: "Mi piace! È fichissima!"
Io: "Beeeeh... sì, in effetti..."
"Ho deciso, la voglio così".
E, che ci crediate o no, così è venuta fuori la copertina D, che è quella con cui è uscita al festival di San Remo di quell'anno.
A distanza di quattro anni, continuo a preferire la C... di cui vi ripropongo l'inlay card e il retro, che avevo già progettato.
Sarà per un'altra volta.

Pubblicità batte realtà, 2 a 0.

Lo ammetto, i pubblicitari (e tra le loro ignobili fila ho militato anch'io per parecchio tempo) sono dei bastardi prezzolati e poco altro.
Deformano la realtà, semplicemente: e il fatto che siano anche dannatamente bravi nel farlo non allevia le loro (mie) colpe, anzi, forse le aggrava.
Photoshop è la loro arma principale, ma anche i fotografi, con il loro teatrino di luci di posa e obiettivi ruffiani, hanno le loro responsabilità.
Ed ecco che la merendina che in televisione ci appare incredibilmente soffice e cremosa una volta estratta dalla sua confezione si rivela essere una barretta gommosa con due inesistenti striscioline di materia biancastra iniettata da un robot industriale che dovrebbe assomigliare a crema.
E mentre la addenti, poco convinto, dentro di te mugugni: "cazzo, mi hanno fregato anche stavolta".
Voluminosi hamburger fotografati a colori brillanti sul tabellone luminoso del McDonald's. Succulente zuppe di funghi in busta che sembrano un nettare degli dei. Insalate di riso in cui riusciamo a distinguere ogni singolo chicco. Bastoncini di pesce più appetitosi di un'orata appena pescata.
Eccetera.
Eccetera.
Pundo3000 ci regala una galleria completa di questo impietoso confronto "Pubblicità contro realtà".
Buona visione.

La mano sinistra di Dio

Non ho mai visto una sola puntata di Dexter, anche se tutti non fanno che dirmene un gran bene... ovviamente, la popolarità di una serie non significa necessariamente che potrebbe incontrare i miei (contorti) gusti, altrimenti andrei pazzo per i vari Sex and the City, Desperate Housewifes, Doctor House e Alias... che invece mi scaldano quanto una stufetta elettrica con la spina staccata.
Tornando a Dexter, Matteo (grazie, vecchio mio) me ne segnala la sigla d'apertura, che trovo un piccolo gioiello, un raffinato balletto di simboli che, se tanto mi dà tanto, potrebbe farne la mia prossima serie televisiva favorita.
Nel condividerla con tutti voi, vi auguro buon lunedì.

PS Ma quanto fa freddo oggi?
PPS Ravanando un minimo, scopro che Dexter è basato sul romanzo La Mano Sinistra di Dio di Jeff Lindasy, nominato per il Mystery Writers of America's Edgar Award nella sezione Migliore Opera Prima. Sempre più interessante.

Lost e gli indizi nascosti

Li odio quando fanno così.

sabato 14 febbraio 2009

Sliding Doors, il destino e le cuffiette dell'iPod

Ricorderete probabilmente quel vecchio film con Gwyneth Paltrow, Sliding Doors.
La protagonista è Helen, un giovane donna che lavora nelle pubbliche relazioni ed è fidanzata con Gerry. Dopo essere stata bruscamente licenziata, si dirige di tutta fretta verso la metropolitana, diretta verso casa.
In quel momento la sua vita si divide in due dimensioni parallele: in una di esse, riesce a prendere il metrò e rincasando prima trova il fidanzato a letto con una sua ex.
Così si rifà una vita dopo aver conosciuto l'affascinante James... salvo restare uccisa poco dopo in un incidente d'auto.
Nell'altra "dimensione", per essersi urtata con un passeggero che camminava nella direzione opposta, Helen perde il metrò.
Allora chiama un taxi, subisce un tentativo di scippo che la fa rincasare più tardi, e quando arriva, l'amante del fidanzato è già andata via. Trova un lavoro come cameriera e conduce una vita piena di sacrifici, in cui Gerry la tradisce di nuovo. Alla fine, dopo aver lasciato Gerry, in ascensore incontra James.
L'ispirazione per la storia di Sliding Doors è venuta allo sceneggiatore e regista Peter Howitt dopo essere miracolosamente scampato ad un incidente mortale.
Il film, a suo tempo, mi fece riflettere sul Destino.
C'è chi ci crede, e chi no.
Di recente mi sono informato, e sono arrivato nientemeno che alla Teoria del Caos.
Chi non crede al destino (come il sottoscritto), in sostanza si schiera con gli indeterministi: nulla è già scritto, e il futuro dipende dalle nostre azioni (e da quelle degli altri, naturalmente).
Ed è proprio qui la trappola.
L'universo è indeterminabile... ma non indeterminista.
La materia, l'universo, noi stessi, ci comportiamo in modo determinista. A noi sembra che un "destino" non esista perché la materia si organizza in modo tale che non è possibile prevedere il suo comportamento a lungo termine, benché esso sia già determinato.
In altre parole, quello che a noi sembra casuale... non lo è.
È stata una gran botta comprenderlo, per me.
Immaginate, per esempio, che lunedì vada al lavoro in scooter e, prima di partire, mi accorga che le cuffiette dell'iPod sono intrecciate. Cosa faccio? Libero le cuffiette, me le metto alle orecchie, infilo il casco e metto in moto.
Ho perso cinque secondi.
Quando arrivo al primo incrocio, arriva un'auto e mi investe. Risultato, resto paraplegico per tutta la vita.
Immaginate adesso che le cuffiette non siano affatto intrecciate. Che cosa succede? Infilo subito il casco, parto e arrivo all'incrocio cinque secondi prima, giusto? Guardo a destra, vedo l'auto avvicinarsi, aspetto che passi e procedo verso l'ufficio.
È questa la Teoria del Caos. A causa delle cuffiette intrecciate, ho perso cinque secondi che cambieranno il resto della mia vita: piccole cause, grandi effetti.
Ma, in un certo senso... era tutto già scritto. O meglio, determinato.
Era già determinato che le cuffiette si sarebbero intrecciate. Il fatto è che la sera prima, quando le ho tolte, non le ho avvolte con attenzione. E non l'ho fatto perché sono rientrato stanco. Ed ero stanco, perché ho avuto una giornata impegnativa. E la mia giornata è stata impegnativa perché un cliente si è deciso all'ultimo momento a modificare un dettaglio della mia grafica. E quel cliente l'ha deciso perché ha ricevuto un parere da un suo collega. E così all'infinito.
Tutto è causa di tutto, e provoca conseguenze che diventano cause di altre conseguenze, in eterno effetto domino, in cui ogni cosa è determinata, ma rimane indeterminabile.
Lo stesso guidatore dell'auto avrebbe potuto frenare in tempo, ma non lo ha fatto perché ha visto passare una bella ragazza e si è voltato a guardarla. E la ragazza passava di lì in quel momento perché era in ritardo. Ed era in ritardo a causa di una telefonata del suo ragazzo. E il suo ragazzo le ha telefonato per questa o quella ragione.
Ecco fatto il Destino.
Tutto il passato e tutto il futuro sistono già e, se noi conoscessimo tutte le leggi e riuscissimo a determinare (con precisione e contemporaneamente) la velocità, la direzione e la posizione di tutta la materia, riusciremmo a vedere tutto il passato e il futuro.
Cosa che non è possibile... né sul piano pratico, né su quello teorico.
A causa di un'altra complicazione inerente l'universo, e cioè l'infinito.
Ma di questo vi dirò un'altra volta.
Ora vado a controllare che le cuffiette dell'iPod siano perfettamente sbrogliate.