sabato 30 maggio 2009

Corto è bello, parte 1

Anche se può suonarvi melenso, l'amore supera ogni barriera.
Distanze, vetro, cemento, cubicoli e pareti degli uffici.
Avete dodici minuti? Spendeteli con questo delizioso cortometraggio di Patrick Hughes.
Se vi è piaciuto almeno quanto è piaciuto a me, QUI potete trovare gli altri.

venerdì 29 maggio 2009

Li voglio.

Proprio quando credevo di aver superato la fase "cazzate da geek" mi imbatto in questi fantastici gadget.
Inutile dire che la mia vita sarà squallidamente grigia finché non li possiederò.

Set di magneti da frigo "Adobe Photoshop".
Per 25 dollari, QUI. Disponibili anche in versione Adobe Illustrator.

Saliera e pepiera "Cell" in acciaio e vetro.
Di Antrepo. Ma sospetto non siano altro che un geniale 3D.
C1P8 ad attivazione vocale.
Questa riproduzione del più simpatico droide di tutti i tempi ha cupola girevole, effetti sonori identici a quelli del C1 P8 originale, risponde a più di quaranta comandi vocali, e può scorazzare per casa senza urtare gli ostacoli grazie ad un sensore ad infrarossi. Lo stesso sensore può essere utilizzato come un rilevatore di movimento collegato ad un allarme sonoro, il che ne può fare una specie di guardiano notturno, per chi si sta pensando "l'ennesima boiata nerd che non serve a una ceppa".
Ma io lo comprerei solo per far impazzire i miei gatti.
QUI per soli 170 dollari.
Dovrò rinunciare alla brioche mattutina per due mesi, ma vuoi mettere.

Eye Level. Stavolta per tutti.

Tempo fa, segnalai QUESTO corto di tal George Ovashvili, rammaricandomi di non trovarlo nè su You Tube nè da alcuna altra parte, e di non essere sufficientemente smaliziato tecnologicamente da riuscire a tirarlo giù da quel sito.
Così oggi, dopo aver inutilmente tentato con tutti i trucchi di mia conoscenza (trovare l'svf nella colonna attività di Safari, installare un plug-in in Firefox e recitare un paio di formule alchemiche ascoltando un disco dei Black Sabbath al contrario) ho acquistato la licenza di un softwarino di quelli che al'apparenza sono giocattoli ma che, quando arriva il momento giusto, si rivelano utilissimi e sono riuscito a salvarlo al sicuro sul mio hard disk (non si sa mai quando decidano di fare spazio sul server per fare posto ad altra inutilità)... perché una cosa come Eye Level è uno di quei gioiellini nascosti che rimette in pace col mondo intero e non va perduta.
Da oggi, per tutti su You Tube.

giovedì 28 maggio 2009

Ikea, il tuo nido. Da oggi, a domicilio.

Ikea è il vero, Unico Comune Denominatore della nostra epoca.
Chiunque in casa, indipendentemente dal sesso, classe sociale, gusto o credo religioso, ha uno o più mobili/complementi d'arredo prodotti dalla multinazionale di Ingvar Kamprad.
Alzi la mano chi non si è seduto su uno Slyssa, non ha usato un Grunkugga, non ha dormito su un Vestholm, non ha giocato a carte su un Allåvam.
Ikea è capillare e trasversale e colpisce tutti.... alcuni, ne fanno addirittura una filosofia di vita. Nel film Fight Club il protagonista, un immenso Edward Norton, vive una vita fin troppo comune, realizzata nell'essere un consumatore da manuale: segue docilmente il flusso imposto dal bombardamento mediatico omologante e a fine giornata si rinchiude in ciò che definisce "Nido Ikea", un appartamentino che sembra uscire direttamente dalle pagine del catalogo col quale sovente si chiude in bagno.
Scrive Chuck Palahniuk, autore del romanzo:
Non ero il solo schiavo del mio istinto di nidificazione. Gente che conosco, che una volta andava a sedersi in bagno con una rivista pornografica, adesso va a sedersi in bagno con un catalogo dell’Ikea.
Abbiamo tuti la stessa poltrona Johanneshov con lo stesso disegno Strinne a strisce verdi.
Abbiamo tutti le stesse lampade Ristampa/Har costruite con filo di ferro e carta ambientalistica, che non è passata attraverso il processo di sbiancatura. Il servizio di posate Alle. Acciaio inossidabile. A prova di lavastoviglie.
L’orologio Vild da anticamera, di acciaio zincato, oh, non avevo potuto farne a meno.
La consolle a ripiani Klipsk, oh, sì.
Le cappelliere Heming. Sì.
La mia parure coordinata Mommala. Disegnata da Tomas Harila e disponibile in:
violetto
fucsia
cobalto
ebano
antracite
bianco latte o vinaccia.
Una vita intera per comprare questa roba.
I miei tavoli Kalix per le occasioni dallo smalto fine.
I miei tavoli da nido.
Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. compri il divano, poi per un paio d’anni sei soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto, almeno hai risolto il problema del divano. Poi il giusto sevizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto.
Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te.


Persino gli stringatissimi, iperstilizzati foglietti d'istruzioni per il montaggio Ikea sono entrati a far parte della nostra cultura, quasi fossero una deviata forma di pop art.
Una tentazione troppo forte per i creativi di Grabarz & Partner, agenzia pubblicitaria di Amburgo, che li hanno usati per realizzare la campagna destinata a promuovere il nuovissimo servizio di montaggio a domicilio Ikea.
Che dire... tanto di cappello.

martedì 26 maggio 2009

Gioiellino.

Questa è una delle cose più spassose e al contempo intelligenti che mi sia capitato di vedere in Rete... la dimostrazione che la forza di un'idea è sufficiente a sopperire un budget zero.
E mi ha ricordato lo splendido Be Kind Rewind di Michel Gondry, pur essendo qualcosa di molto diverso.

[TUTORIAL] Liquid state girl

Questo non è un blog di tutorial.
Come parecchi altri, forse ne saprò di Photoshop più dell'Uomo Della Strada™, ma questo non significa che so anche spiegare come ottengo certi effetti.
Al contrario, altri talentuosi (e volenterosi) designer ce la mettono davvero tutta per mettere assieme affascinanti tutorial mei quali raccontano, step by step, i passaggi per realizzare i loro capolavori digitali, mettendo il loro know how a disposizione del mondo intero, gratuitamente.
È il bello della Grande Rete™.
Forse non è mai troppo tardi per mettersi al servizio degli altri, e così ho messo assieme una cosetta semplice, alla portata di chiunque di voi abbia una copia (piratata?) di Photoshop e voglia stupire parenti & amici con effetti speciali.
Create una donna d'acqua.
FASE 1. Aprite la fotografia di una donna. Può essere Angelina Jolie, la vostra fidanzata, vostra nonna, voi stessi. E fin qui, tutto bene.

FASE 2. Fate una copia del livello con Mela-J (mai lavorare sul livello originale. Potrebbe accadere l'irreparabile, e qualcuno di voi sarebbe capace di farmi causa perché ha modificato irreversibilmente l'unica foto della loro, cara vecchia nonna).
Con Mela-B si aprirà la finestra di dialogo Bilanciamento Colore. Spostate i cursori verso il blu e il ciano fino ad ottenere una tonalità simile a quella che vedete qui sopra. Se necessario, riapplicate il bilanciamento.

FASE 3
Fate un'altra copia del livello, sopra quella che avete appena colorato di azzurro, e, utilizzando Tonalità/saturazione, desaturatela completamente. Otterrete una desolante copia della foto in un triste bianco e nero.

FASE 4
Aprite il menù Filtri. Nella stragrande maggioranza dei casi, la galleria Filtri di Photoshop produce effetti molto standardizzati e per questo motivo cerco di evitarne l'uso il più possibile.
Stavolta aggireremo le intenzioni dei programmatori e utilizzeremo il filtro Effetto cromatura per qualcosa al quale probabilmente questi non avevano pensato.

FASE 5
I valori da inserire dipendono necessariamente dall'immagine sulla quale state applicando il filtro. Nel mio caso, ho scelto un valore basso per il dettaglio (zero) e un alto valore di sfumatura (dieci). Potete (e dovete) controllare il risultato nell'anteprima contenuta nella finestra di dialogo del filtro.

FASE 6
Se applicato correttamente, ora il livello dovrebbe avere un aspetto simile a questo. Una specie di volto di creta dal bassissimo appeal. Ma, abracadabra, ecco che utilizzerete come modalità di fusione del livello la voce sovrapponi... ottenendo un effetto simile a questo:
FASE 7
Procuratevi, usando il motore di ricerca immagini di Google, ad esempio, belle fotografie con tema Acqua. Sono certo che otterrete molti più risultati digitando water.
Selezionate qualche bella immagine ad alta definizione.

FASE 8
Incollate le immagini che avete trovato sopra la vostra donna liquida. Cancellate, ma ancora meglio mascherate le parti indesiderate. L'idea è che spruzzi, getti, cascatelle d'acqua e simili vadano ad integrarsi in maniera quanto più possibile naturale con la vostra fotografia.
Non siate frettolosi in questa fase. Spostate, ruotate, ridimensionate. All'occorrenza usate Altera per adattare i pixel più recalcitranti.

FASE 8
Ci siete quasi. Ricordate che l'acqua è un elemento altamente riflettente, e se non sono presenti abbastanza punti di luce nella vostra immagine, dovrete aggiungerveli da soli.
Utilizzate pennelli di varie misure e date su un livello a parte colpi di bianco puro dove immaginate che la luce si rifletta.

ET VOILÀ!
A questo punto, avete finito. Tutto quello che dovete fare è salvare il vostro file (vi consiglio il formato TIFF, più leggero e versatile del nativo Photoshop) utilizzando la compressione priva di perdita di qualità LZW (QUI un bellissimo approfondimento su questo geniale algoritmo) e spuntando la compressione livelli ZIP che vi permetterà, al misero prezzo di qualche secondo in più per riaprire il file un cospicuo risparmio di spazio su disco.
Buon lavoro e divertitevi.

domenica 24 maggio 2009

Quando ti fanno lavorare in santa pace...

Lavorare senza troppi "paletti" (se capite cosa intendo dire) è una cosa che mi succede sempre più raramente (mm, è mai successa?), ma quando capita possono venire fuori cose interessanti.
C'è il divertimento di sperimentare a piacimento e in più, a fine corsa, c'è anche un premio in denaro. Mica male.
È chiaro che puoi farlo se sei un artista affermato o se dall'altra parte hai qualcuno che si fida di te, o comunque ha già visto delle robe tue e gli sono piaciute.
Dall'altra parte io avevo Maurizio Moroni, alias Duka, alias leader e fondatore dei Silent Senders, duo di musica d'avanguardia (so che mi bacchetterà per questa imperfetta classificazione), alias amico di vecchia data conosciuto – anche lui – in un concerto dei Kraftwerk nella sperduta Grassina nel corso di un minitour senza pubblicità e fatto alla chetichella nel 1990.
Maurizio aveva appena finito di dare gli ultimi, maniacali ritocchi alle dodici tracce del suo secondo cd quando mi contattò chiedendomi "se avevo qualche buona idea per la copertina e il bookelet del suo Haven't You Heard?", di imminente pubblicazione.
Io gli risposi: "secco, io ho sempre qualche buona idea".
Ottenuta la sua risposta, piena di "v" e di "effe", ci vedemmo e ci mettemmo al lavoro.
Maurizio scrive della musica molto evocativa, strumentale e dall'impianto vagamente barocco nel mescolarsi di sintetizzatori, percussioni e chitarre elettriche... e tutto l'album, a un primo ascolto, aveva un'aria molto elegante ma anche molto oscura.
Inevitabilmente, questo finì con l'influenzare l'aspetto finale della copertina e di tutto il libretto, per finire con la label.
Ebbi carta bianca (cosa di cui non smetto ancora di ringraziarlo) e produssi otto immagini in Photoshop certamente buie ma dalle quali emergevano tra lampi di luce colorata parabole orientate verso un cielo silente, griglie anodizzate, cavi coassiali, display spenti, rose appassite, architetture astratte e chissà cos'altro riuscii ad infilare tra un livello e l'altro.
Alla fine, il risultato piacque ad entrambi e andò in stampa con pochissimi, minuscoli aggiustamenti.
Riguardandolo oggi, a distanza di quattro anni, ne sono ancora soddisfatto.
E, ah, fossi in voi ci dedicherei un ascolto: potete ascoltare i sample dell'album sull'iTunes Store.
PS Io e Maurizio siamo attualmente su una cosa del tutto nuova, ma di questa ve ne parlerò (spero) più avanti.

venerdì 22 maggio 2009

La Photothèque Brumeuse

Dietro l'esotico nome di Photothèque Brumeuse si cela Claudia Calavetta, una delle fotografe più interessanti ed eleganti che abbia avuto il piacere di conoscere. Il suo blog è pieno di di belle immagini, e lo trovate QUI.
Claudia sa usare il suo mezzo talmente bene che, ogni tanto, mi fa provare quella punta di inviduccia tanto meschina ma tanto comune in chi sbircia nel mirino della propria fotocamera digitale cercando di riprodurre quella magia che vede catturare da altri con tanta naturalezza.
Ha anche una bizzarra passione per le geometrie, e scivolando tra una foto e l'altra, noterete il ricorrere di alcune costanti.
E, ah, sì, sotto il suo obiettivo ci sono finito anch'io.
È stato un piacere.

Hayden, l'ortografia e i tatuaggi.

Leggo che Hayden Panettiere, la graziosa protagonista di Heroes, si è presentata a Cannes esibendo il suo tatuaggio fresco di bottega. Una frase in italiano, forse in onore delle origini della sua famiglia... Vivere senza rimipianti. Già, con una "i" di troppo. Bella secccatura, visto che fare "mela-zeta" sulla pelle è più complicato che non su un display di computer.
A ogni modo, devo dire che un piccolo tatuaggio non mi dispiace affatto su una donna.
E, d'accordo, sarà pure un dettaglio un po’ coatto... ma che a me le coatte attizzino non dovrebbe essere una gran novità per voi, giusto?
Comunque, i tatuaggi. Finiti i tempi in cui a farselo erano solo bikers, pirati e marinai, oggi sono moltissime le ragazze che ne hanno almeno uno: dalla tipa con il tribale sulla caviglia, a quella con il codice a barre sulla spalla (leggi: il consumismo è ovunque) passando per l’alternativa che se lo fa da sola con taglierino e inchiostro (leggi: cretina), fino ai tipi che si riempiono le braccia di Che Guevari, Gesù Cristi e Padri Pii.
Il mio preferito è il tribale in zona lombare. Accessorio complementare, le solite magliette corte e i soliti pantaloni a vita bassa... indispensabili a farlo vedere anche a febbraio. Essere sexy è dura, che vi credete.
A seguire, potrei citare: rametto di fiori sul petto, zona tipica della femmina seduttrice, per l’implicita promessa diretta al "prescelto" (“solo tu potrai vedere dove finisce”). Analoga funzione è svolta dal disegno sul basso ventre, in zona inguinale.
Poi abbiamo i cosiddetti gira spalla: filo spinato, alla Pamela Anderson, ma anche tribali, serpenti, lingue di fuoco, bracciali finto-trompe l’oeil.
Se siete delle ipertatuate in cerca di un altro disegno (i tatuaggi devono sempre essere dispari, dicono) non sarete rimaste immuni dalla moda dei gechi e avrete quasi certamente una di quelle bestie immonde tatuate sulla caviglia. Perché poi tra il mondo rettile, fra draghi, serpenti e robe simili, proprio il ributtante geco sia finito in auge, non riesco proprio a spiegarmelo.
Per finire, l’ormai classico ideogramma giapponese/cinese, gettonatissimo tra le ragazze affascinate dall’eleganza del disegno.
Simboli più tatuati: amore, coraggio, forza, energia, seguiti a ruota dalla trascrizione in katakana del proprio nome. Naturalmente (fatevene una ragione) sarete condannate per tutta la vita a rispondere alla domanda: “Belli! Cosa significano?”
Possibile rischio: il tatuatore sostiene di avervi scritto spirito di luce, in realtà andrete in giro per tutta la vita con un bel sono una zoccola e me ne vanto che causerà l’ilarità di qualsiasi giapponese di passaggio (“che c’ha da ride, quello?”).
Fate voi.

giovedì 21 maggio 2009

Questione di scelte.

Anche se per alcuni potrò essere pateticamente fuori target, continuo a leggere (anche) fumetti.
Non faccio distinzioni: americani, italiani, francesi, giapponesi. Purché siano buoni.
Ed è per questa ragione che il sabato mattina vado spesso per fumetterie, e tempo fa ne frequentavo una, piccola ma gestita da un tipo con cui avevo fatto amicizia e facevo l'hit parade insieme a lui.
"Quanti fumetti hai venduto? Più o meno della scorsa settimana? Ma come vanno le nuove serie Ultimates? Qualcuno compra ancora i fumetti di Tin Tin?"
A questo punto, regolarmente, ogni sabato il nostro discorso veniva interrotto dall'ingresso di un numero impressionante di teenagers, ragazzi e ragazze, tutti consumatori compulsivi di manga.
Io non ci posso fare nulla.
I teenagers consumatori compulsivi di manga mi fanno l'effetto del polline a primavera.
Al mio amico no.
Lui, mi spiega, coi mangofili ci campa, sono il migliore giro d'affari del suo negozio.
Perché esiste praticamente un manga per ogni singolo lettore, ed è impossibile – ha sottolineato "impossibile" – che tra le dozzine di serie che vengono pubblicate non ce siano almeno un paio che non incontrano i favori di un lettore generico di manga. Ci sono gli shonen, mi ha spiegato, scritti per i più giovani, tipo Dragonball e Naruto. Ci sono gli shojo-manga, per le ragazze, come Lady Georgie. Ci sono i Seinen, per i più cresciutelli: Akira, Alita, Eden, L'Immortale. Gli Shoen Ai, dal contenuto erotico ma non troppo esplicito, tipo Kizuna o Love My Life. E in ultimo, ci sono gli Hentai, sfacciatamente e platealmente erotici.
Ce n'è per tutti... e il mio amico ci si riempe le tasche.
Ma non crediate che sia un uomo senza cuore. Una volta, per impressionarmi, mi ha raccontato questa storia. Un tipo che frequentava da vent'anni la sua fumetteria, al raggiungimento del trentacinquesimo anno d'età, una settimana prima del suo matrimonio, si è presentato con dodici scatoloni, cinquemila albi a fumetti, tutta la sua collezione di manga: shonen, shojo, seinen, hentai. Tutto.
"Che è successo?" chiede il negoziante sbalordito.
"O me, o i manga, così ha detto mia moglie".
Cazzo. Poveraccio. Allora il negoziante, cercando complicità, mi ha detto: "Io avrei scelto i fumetti. I fumetti non ti tradiscono mai".
Poveraccio pure il negoziante.

[Recensione] Angeli e Demoni.

Sì, lo so che tutti parlavano male di questo film prima ancora che uscisse nelle sale, ma a) Tom Hanks mi è simpatico e ho seguito praticamente ogni sua interpretazione sul grande schermo, b) ero curioso di vedere Roma attraverso gli occhi di un acclamato cineasta americano e c) mi piace andare controcorrente.
Sfortunatamente (e prevedibilmente, lo riconosco) lo script di Angeli e Demoni si rivela a malapena discreto e si intravede lontano un miglio che di malriuscito adattamento di un romanzo non pensato per essere condensato in due ore di prodotto hollywoodiano si tratta.
Tom Hanks è bravo a impersonare lo studioso che è anche l'alter ego dello stesso Dan Brown ma, rispetto al Codice da Vinci, che è stato scritto dopo Angeli & Demoni (ma è arrivato prima sugli schermi e come tale si pone come prequel di questo) è una presenza quasi scontata e che fa esattamente tutto quello che lo spettatore si aspetta da lui: come una specie di incrocio tra Indiana Jones e Martin Mystere insegue e risolve un enigma dopo l'altro, e, strada facendo, dispensa pillole di storia opportunamente romanzata a sostegno della vicenda, che altrimenti apparirebbe oscura e sconclusionata.
Ron Howard, al pari del Codice, ci fa credere di scegliere una strada realistica nel raccontare intrighi della Chiesa cattolica e complotti all'interno dello Stato Vaticano... ma non appare mai convincente e riduce tutto ad un colpo di scena finale che più studiato a tavolino non si potrebbe (e calo un pietoso velo su alcune cazzate grosse quanto il cupolone, prima tra tutte il lancio col paracadute in piazza San Pietro e il salvataggio nella fontana del Bernini di piazza Navona).
Ho trovato Ewan McGregor assolutamente fuori parte, superflua Ayelet Zurer che sembra accostata ad Hanks solo per replicare la squadra mista Audrey Tatou-Hanks, e sprecato il nostro Pierfrancesco Favino, relegato al ruolo di un commissario che finisce solo per fare da autista e da testimonial per la nuova Lancia Delta che da sola avrà sponsorizzato mezza pellicola.
La messa in scena è, ad ogni modo, di prim'ordine: Roma è filmata e fotografata come meglio non si potrebbe (anzi, uno c'è riuscito: è stato Peter Greenaway nel suo Ventre dell'Architetto), le ricostruzioni sono addirittura più dettagliate degli ambienti originali (dando per scontato che nessun cineasta abbia mai messo piede negli archivi vaticani), il ritmo non scende neanche per un secondo, e il commento sonoro di Zimmer è superlativo.
A conti fatti, questo nuovo capitolo delle avventure di Langdom è migliore del suo precedessore... resta da vedere se questo lo qualifichi come un buon film in quanto tale.
Detto questo, a me Angeli e Demoni è piaciuto... che vi devo dire?

mercoledì 20 maggio 2009

Un Cavaliere Poco Oscuro

Forse siete tra i milioni di persone che hanno visto e apprezzato il recente The Dark Knight cinematografico (noiosetto, a mio parere, ma tutt'altro che un brutto film) che ha visto la grottesca figura del Joker oscurare quella del Cavaliere Oscuro... rubandogli clamorosamente la scena ogni volta che Heath Ledger faceva la sua comparsa paludato nel cappottone viola e col trucco da panda schizzato.
Una lettura interessante e leggermente sopra le righe anche rispetto il personaggio dei fumetti, ma che si è dimostrata di grande presa su tutto un certo tipo di pubblico affascinato morbosamente da personaggi "negativi" quali Hannibal Lecter o l'ennesimo serial killer cinematografico di turno.
In altre parole... finché il cattivo è a distanza di sicurezza bidimensionale su uno schermo simpatizziamo facilmente con lui, ma se ce lo ritroviamo nell'androne di casa nostra a respirare pesantemente e con un coltello affilato in mano, le cose cambiano un pochettino.
I ragazzi di College Humor hanno rivisto il tetro Cavaliere Oscuro di Nolan in chiave 1960, ai tempi del grottesco Batman di Adam West... e il risultato, a mio parere, merita ampiamente una visione.

[RECE] Fanboys

Potenzialmente, Fanboys (ne parlai QUI in tempi non sospetti) poteva essere un film se non epico come la saga da cui prende vita almeno spassoso. Un piccolo cult che avrebbe vissuto di vita propria soltanto tra i numerosissimi fans di Star Wars.
Invece, si rivela poco più che un'occasione gettata al vento: Fanboys vorrebbe divertire e magari far riflettere, ma fallisce in entrambi gli obiettivi.
Un soggetto discreto, per essere una commedia americana stile American Pie, ci sarebbe anche stato: il viaggio di quattro nerd verso lo Skywalker Ranch di George Lucas per trafugare una copia premontata di Episodio I perché uno di loro, malato terminale di cancro, possa vederla prima di morire.
Elementi per ridere e ridersi addosso ce ne sarebbero stati, un certo budget c'era (il film è stato prodotto da Kevin Spacey), un paio di camei illustri anche (un'irriconoscibile Carrie Fisher e un William Shatner sovrappeso) e la sceneggiatura non era del tutto da buttare nel cestino.
Ma ogni buona intenzione è stata vanificata da una regia che più sciatta non si potrebbe... i tempi sono sbagliati, il ritmo inesistente, le situazioni piatte e regolarmente mal sfruttate.
Sorvolando sul fatto che gli autori glissano in maniera imbarazzante sulla scomparsa di uno dei protagonisti, per tutta la durata della pellicola si ha sempre l'impressione che dietro la macchina da presa ci sia una persona a cui manca del tutto il mestiere, che non sa dove mettersi, che non conosca le basi delle grammatica del linguaggio che sta usando.
I protagonisti sembrano venuti fuori dai peggiori road movies ricordabili... uno per tutti, Dan Fogler che interpreta lo stesso sfigato grasso e fastidioso a caccia di gonnelle che si trova in ognuno di questi film da quando nel 1978 John Belushi incarnò “Bluto” Blutarsky in Animal House.
Brutto (e spesso del tutto assente quando potrebbe salvare una sequenza), il commento sonoro.
In poche parole, Fanboys poteva essere un gioiellino di cultura nerd e invece resta qualcosa che non avrebbe neanche dovuto raggiungere le sale cinematografiche, ma al più circolare in qualche circuito peer-to-peer... per essere cestinato subito dopo la visione.
Le uniche cose decenti di Fanboys sono i trenta secondi in cui Kristen Bell (la graziosa Veronica Mars televisiva, carinissima, arguta, spiritosa e appassionata di fantascienza e fumetti.. se questo tipo di ragazza esistesse realmente in grandi quantità, la pornografia su Internet cesserebbe di esistere, perché i nerd di tutto il mondo uscirebbero con loro invece di stare davanti al PC) indossa il bikini metallico di Slave Leila (qui sotto) e lo scontro coi fans di Star Trek... quasi da meritare uno spinoff televisivo.
Peccato.

martedì 19 maggio 2009

A wonderful, wonderful cat

Ho sempre avuto un debole per Felix the Cat: graficamente (lo dobbiamo alla matita del compianto Otto Messmer che lo realizzò per lo studio di Pat Sullivan nel 1919, quasi dieci anni prima di Mickey Mouse) è un capolavoro.
Personaggio fantasioso e imprevedibile, è stato il protagonista di storie semplici ma poetiche. Nel suo mondo tutto è possibile: in una sequenza di vignette Felix combatte contro il gelido freddo invernale, al punto tale che quando fischietta qualche motivetto, si gelano perfino le note scritte sui baloon... ma sono proprio quelle note prelevate dal fumetto che gli permettono di accendere il fuoco e di riscaldarsi.
In un'altra striscia lo troviamo alle prese con un neonato che piange e strilla a più non posso, e Felix, per risolvere il problema, prende il quarto di luna in cielo e lo utilizza come una culla.
E così via.
Per i fan di Felix vecchi e nuovi, ho creato alcuni desktop e uno sfondo per iPhone, ricostruendo con Adobe Illustrator le linee del gatto e aggiungendo effetti speciali con Photoshop.
Meow.
Il Gatto Felix e tutti i nomi, immagini e marchi registrati sono Copyright © Pat Sullivan - Otto Messmer, e vengono qui utilizzati esclusivamente a scopi conoscitivi e divulgativi.

Dimmi che tacco osi e ti dirò chi sei.

Ci sono tanti modi di suddividere l'umanità quanti sono i remix di un pezzo di Madonna: finché ne volete.
Per esempio (per voi donne): l'altezza preferita dei tacchi.
Osservate questo schemino (cliccare per ingrandire) che mi sono divertito a fare in dieci minuti di meritato ozio.
Tacco 5: vecchia zia. Appena più sexy di una pantofola.
Tacco 8: vorrei ma non oso. Da ufficio. Praticamente, non si nota neppure.
Tacco 10: wannabe. Si comincia a ragionare: gli uomini si voltano.
Tacco 12: sexy. Non ci piove. Oggi come ieri e come domani.
Tacco 16: rampante. Ai limiti dell'usabilità. Richiede molta pratica. E stoicismo.
Tacco 20: pazza furibonda. Non pensateci neanche di camminarci. Siamo nelle flange più estreme del fetish. Eccessivo persino per me.
Personalmente, sono un fan del dodici... ma incursioni nel sedici, se sapientemente indossato, sono comunque apprezzabili.
E adesso buttate via quelle orrende espadrillas.

PS Il video qui sotto è per tutti/e coloro che sostengono che con i tacchi non si possono fare un mucchio di cose, tra le quali correre.
Come a dire: basta volerlo.

lunedì 18 maggio 2009

Straordinario.

Non ho mai fatto troppa pubblicità a Leo Ortolani e al suo Rat-Man semplicemente perché non ne aveva alcun bisogno.
È uno dei fumetti italiani più seguiti e acclamati di sempre, e merita abbondantemente tutto il suo successo.
Quando Arianna, anni fa, me lo fece scoprire, mi accorsi che fino a quel momento mi ero perso qualcosa di grosso.
Rat-Man è capace di prendere e dare la sua personale rilettura a classici del cinema e mostri sacri del fumetto mondiale con un'intelligenza e uno spirito assolutamente unici nel panorama italiano.
Se non lo conoscete ancora, in edicola trovate uno dei suoi numeri migliori, il 72, dove Leo parodia gli Shojo Manga (cioè i manga dedicati esclusivamente alle ragazzine tra i 12 e i 15 anni) a iniziare dalla copertina in stucchevoli colori pastello.
Se andrete a ritroso (come ho fatto io) vedrete come sotto la matita di Ortolani siano finiti saghe come Il Signore degli Anelli, Matrix, Terminator, i Fantastici Quattro, 300, James Bond, gli anime di super-robot, X-Files, Rambo, Rocky, Guerre Stellari, Titanic, e molto, molto altro ancora... usando come comune denominatore il personaggio di Rat-Man, sufficientemente mediocre per sentirci migliori di lui e abbastanza medio, viceversa, per identificarcisi.

Finisce sempre allo stesso modo. O no?

La penultima stagione di Lost si è appena conclusa, e, una volta di più, gli autori alzano la posta.
Così come hanno fatto a conclusione delle scorse stagioni: prima la botola, poi gli Altri, poi la Nave, poi il Ritorno.
Stavolta, allargano il campo ancora di più, e scopriamo che fanno tutti parte di una "trama" intessuta da tempo immemorabile (che i protagonisti non si trovassero per puro caso sul volo Oceanic 815, in effetti, l'avevano capito anche i sassi).
Libero Arbitrio contro Destino, incarnati nell'enigmatica figura di Jacob e del suo Antagonista, e il cui dialogo, che trovate per intero qui sotto, è probabilmente la cosa migliore di quest'ultimo episodio e forse dell'intera stagione.
Vabbé, niente di veramente nuovo sotto il sole... si vira decisamente sul metafisico, cosa di cui si sentiva l'odore già da un pezzo. Non sono certo che sia l'evoluzione che desiderassi per Lost ma – ripeto – sospendo il mio giudizio fino al termine della serie (ovvero, tra esattamente dodici mesi da oggi).

domenica 17 maggio 2009

Comprereste un'auto usata da quest'uomo?

Fatevi qualche domanda.
Perché quest'uomo usa sempre questa fotografia da dieci anni a questa parte (manco fosse venuta particolarmente bene) indipendentemente se si tratta della campagna pubblicitaria della sua agenzia immobiliare o di quella in cui si propone come candidato al Parlamento Europeo?
Perché la fede al dito è visibilmente posticcia e aggiunta in seguito con Photoshop?
Perché sul suo sito (se ne trovate uno peggiore in tutto il mondo, vi prego, segnalatemelo) dei tre link esistenti due non sono funzionanti e l'altro rimanda alla compilazione di un form?
Perché il suo aspetto, la sua biografia, i suoi trascorsi mi ricordano da vicino quelli di un altro imprenditore che si è affacciato in politica?
E, soprattutto:
Perché dovrei mandare a rappresentarmi al Parlamento Europeo un palazzinaro legato a doppio filo con Francesco Gaetano Caltagirone (padre di Azzurra, compagna di Casini, il cattolico divorziato da cui, per chi non l'avesse ricostruito, la candidatura con l’UDC)?
Si accettano risposte.