lunedì 30 novembre 2009

Firma qui. In fondo. E qui. E anche qui.

L'altra mattina avevo appuntamento con Andrea, ma, per una circostanza praticamente unica come un allineamento di pianeti ero in anticipo di una ventina di minuti.
Fa niente, mi dico, c'è proprio qui una Mondadori, ci faccio un giro e l'ora dell'appuntamento arriva in un attimo.
Scendo dall'auto, mi avvicino alla vetrina e sbircio all'interno. Com'era prevedibile, l'hanno dedicata all'ultimo Dan Brown, come se avesse bisogno di visibilità... lo vendono persino dal salumiere. Cerco di guardare all'interno. Vedo una pila di volumi con la copertina azzurra e...
"Ciao, sei uno che legge?"
Faccio un salto. Qualcuno mi ha appena parlato nell'orecchio e non ho sentito nessuno che si avvicinasse.
È una ragazza mora, capelli a caschetto, bomberino nero e un blocco stretto al petto. Mi guarda come fossi uno strano insetto.
"Come hai detto?" le faccio, mentre il lato navigato di me automaticamente la classifica: promoter.
"Hai la tessera sconto?" ribatte, senza rispondermi. Mi fissa come un Patriot che ha agganciato il suo obiettivo.
"Uh...no", rispondo, facendo mentalmente l'inventario delle tesserine di plastica che ingombrano il mio portafogli: ho la CartaPiù di Feltrinelli, ho la tesserina di Foribidden Planet e quella della Casa del Fumetto ma Mondadori, uhm, no, non mi pare proprio.
"Vieni, che te la faccio", la tipa si apre in un sorrisone di plastica, e si volta ed entra nella libreria, certa che io la seguirò.
E conosce il fatto suo, perché in effetti la seguo, complice il freddo dicembrino. Attraversiamo il corridioio con le nuove uscite, poi quello con i best seller, poi quello delle edizioni economiche. Vorrei fermarmi a dare un'occhiata, ma la tipa cammina spedita e ogni tanto si gira per controllare che la segua, come un Beagle che trotterella dietro il padrone.
A un certo punto, gira bruscamente a destra, e infila una rampa di scale che scende.
Scendiamo. Dove cazzo andiamo?, mi chiedo, mentre attorno a me i libri diventano sempre più vecchi e meno interessanti. Attraverso un settore di manuali di apicoltura e biografie di oscuri bodybuilder californiani. Anche i clienti sembrano trasformarsi lentamente man mano che ci inoltriamo nelle viscere della libreria: scorgo ometti intabarrati nei paltò curvi su trattati sulla cura delle orchidee e una signora ferma a fissare in alto un punto su uno scaffale come ipnotizzata.
Mi fermo un attimo ad assimilare il nuovo ambiente sotterraneo e la tipa si volta a guardarmi. Non mi dice niente ma il suo sguardo dice chiaramente: Che cazzo ti fermi?
Io la guardo meglio: mica ha due canini appuntiti che prima non avevo notato?
Mi muovo e lei si gira di nuovo e mi fa strada verso l'estremo anfratto della libreria, un cantuccio isolato sovrastato da un'insegna: Mondolibri.
Mondolibri? Ma la moretta non mi dà il tempo di pensare.
"Ecco, questo è il modulo di adesione", e mi mette in mano quello che, a guardarlo dieci secondi più attentamente, è un contratto. Mi sorride e mi porge una penna, ma che gentile.
"Eh... ma come funziona?"
Tace per un attimo, e immagino che dentro di sé si dica: Obiezione di tipo uno, nessun problema.
"È semplice. Fai la nostra tessera, che è gratuita, e puoi comprare i nostri libri a un prezzo scontatissimo".
"Uhm... i vostri libri? Vuoi dire quelli Mondadori?"
"I nostri libri. Tutti quelli che vedi sul nostro catalogo", mi dice, porgendomi il "catalogo": una dozzina di pagine al massimo, con una selezione di forse un centinaio di titoli.
Sfoglio la carta riciclata e la prima cosa che il mio occhio di designer nota è che tutti i libri proposti, almeno i best seller che riconosco, sono stati ricopertinati... apparentemente, da uno studente di grafica al primo anno, e neanche troppo dotato.
"Quindi Mondadori non c'entra nulla", obietto.
Obiezione di tipo due: nessun problema. "Mondadori ci ospita nella sua libreria. Molti dei suoi titoli sono compresi nel nostro catalogo e, come vedi, ti costano meno".
"Uhm... sì, vedo che c'è una certa convenienza... ma ci saranno anche degli obblighi, suppongo".
Obiezione di tipo tre. Strategia: cambiare discorso.
"Abbiamo delle proposte periodiche, e questo mese c'è Boccamurata di Simonetta Agnello Hornby". Tira giù dallo scaffale un volume. Ricopertinato. Me lo mette in mano e mi fissa. Cosa si aspetta, che inizi a leggerlo davanti a lei? O che le sorrida esclamando "Ehi, ma è proprio quello che cercavo! Ma come hai fatto?"
Soppeso il libro e senza aprirlo le chiedo: "Sì, beh... ma... in base a cosa scegliete le proposte?"
Obiezione di tipo quattro. Sto rompicojoni. "In base al rapporto qualità-prezzo". Giuro, dice proprio così.
Qualità prezzo? E dove stiamo, al supermercato? Penso, ma non lo dico. Guardo oltre la sua spalla, verso l'uscita.
"Mi stavi dicendo degli obblighi", mento spudoratamente. Anch'io conosco qualche trucchetto.
Obiezione di tipo cinque. Va bene, scopriamo le carte.
"Beh, devi acquistare dieci libri... ma nel giro di due anni. Mi hai detto che sei uno che legge, quindi non dovrebbe essere un problema".
Veramente non l'ho detto, ma non è questo il punto. "Dieci libri? Su questo catalogo?"
La tipa inizia a spazientirsi. Deve pensare o che sono scemo o che sono un osso duro e maledice il lavoro che fa per alzare quei quattro soldi che devono corrisponderle per ogni cliente accalappiato. "Sì, sul catalogo. Guarda, abbiamo il nuovo di Khaled Hosseini. L'hai visto il Cacciatore di aquiloni?"
"Vuoi dire il film?" ma non stavano parlando di libri?
"Sì, il film", fa lei, ormai senza più traccia di sorriso. Deve aver concluso che sono scemo, ma non molla, perché anche (e soprattutto) uno scemo è in grado di firmare un contratto.
"Sì, l'ho visto. Non è il mio genere. Senti... magari mi faccio un giro, prima di decidere, ok?"
"Ok", risponde. Mi attraversa con uno sguardo di Odio Puro. Stringe al petto il suo blocco e mi guarda svicolare via. Guadagno le scale, faccio i gradini due a due. Risalgo alla luce. Esco sul marciapiede.
Che cazzo. Mi distraggo un attimo e mi trascinano giù nelle segrete a firmare patti col diavolo, ma che mondo è. Mi squilla l'iPhone. È Andrea. "Ao, 'ndo sei finito?"
"Andrea. Cazzo. Questa è l'ultima volta che arrivo in anticipo".
"Eh? Anticipo? De che? Sei in ritardo. E namooo".

A ogni modo: Mondolibri è come dire Euroclub, è come dire Club degli Editori, eccetera eccetera eccetera. Se questi nomi non vi dicono nulla, fate una ricerchina. Non starò certo qui a dire che raggirano la gente adescandola in strada con promoter in bomberino D&G, ma prima di firmare quello che spacciano per "tessera sconto" date un'occhiata QUI, QUI e anche QUI.
Uomo avvisato.

[RECE] L'Uomo che fissa le capre

La faccio rapidissima.
Uscendo dalla sala dove proiettano L'Uomo che fissa le capre, si ha la netta sensazione che qualcosa sia andato perso in quelli che dovevano essere gli obiettivi del regista, e magari anche dei produttori, visto che il cast impiegato è stellare ma i risultati sono frammentari e parziali.
Dovrebbe essere una commedia che sfrutta il grottesco e il demenziale per una denuncia antimilitarista, ma per tutto il tempo gli obiettivi sono colpiti solo di striscio... pur essendo là davanti gli occhi dello spettatore, a favore di una serie di gag certamente divertenti ma che assieme una serie di flashback e divagazioni sembrano distogliere continuamente l'attenzione da quello che dovrebbe essere il punto focale.
Si va a finire che la parte finale è la meno omogenea e meno brillante, oltre che sembra come incollata di forza al resto del film.
In poche parole, siamo lontanissimi dai fratelli Coen, per quanta voglia e coraggio si voglia riconoscere all'esordiente Grant Heslov.
Magari il prossimo.

domenica 29 novembre 2009

Abbocca?...

Lo scorso aprile ha iniziato a girare la voce che nel prossimo Batman avrebbe fatto la sua comparsa il personaggio di Catwoman, già (mirabilmente) interpretato dalla splendida Michelle Pfeiffer nel sequel Batman Returns firmato da Tim Burton nel 1992 (e voglio far finta che la solenne zozzeria interpretata da Halle Berry nel 2004 non sia neanche mai esistita).
Iniziò a circolare persino la prima foto "ufficiale" diffusa dalla Warner Bros, e presunte dichiarazioni da Megan Fox, la prescelta per la parte della sensuale gatta mascherata.
Non furono in pochi ad abboccare alla notizia, facendola rimbalzare nel solito tam-tam internettiano che troppo poco spesso si preoccupa di verificare l'attendibilità delle notizie... o anche solo di dare uno sguardo al calendario (la data del primo aprile avrebbe dovuto far nascere un seppur piccolissimo sospetto).
E di balla clamorosa si trattava, in effetti.
Chi aveva diffuso al notizia giurando e spergiurando fosse vera avrebbe dovuto essere oscurato d'ufficio dalla Rete per almeno due settimane, ma pazienza.
Di divertissement dichiarato, invece, si tratta questa ipotesi di vedere la Fox nei panni di Wonder Woman in un film prossimo venturo a lei dedicato... di cui, in realtà, si va cianciando da anni, alternando nel ruolo della protagonista nomi quali Sandra Bullock, Jennifer Aniston, Jennifer Lopez, Jennifer Love Hewitt, Victoria Hill e, ultima arrivata, Eliza Dushku.
Photoshoppate a parte, secondo IESB, un sito con uno straccio di attendibilità, un film su Wonder Woman non sarebbe poi così lontano, grazie a un cambiamento di direzione della Silver Pictures (la casa di produzione che ne detiene i diritti di sfruttamento cinematografico). Il nuovo presidente Andrew Rona si "sarebbe detto" interessato a realizzare un film con i partner della Warner Bros, programmandone l'uscita tra Lanterna Verde (2010) e Batman 3 (probabilmente 2012)... anche se, per quanto mi riguarda, i film sui supereroi hanno iniziato a stancarmi già da un pezzo.
Giudico ben più che salvabili Iron Man e Batman Begins (The Dark Knight mi sembra già parecchio sopravvalutato), ma per il resto temo ormai di stare scivolando irreversibilmente fuori target.
Detto questo... mi basterebbe vedere un ultimo film tratto da Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Miller con Ridley Scott alla regia e Clint Eastwood nel ruolo del Batman ultrasessantenne per morire felice e contento.

PS Questa l'ho trovata solo adesso: tutto sommato, anche la Bellucci sarebbe abbastanza in parte. QUI l'originale.

sabato 28 novembre 2009

Si può fare di più.

iPhone, nonostante i suoi limiti e suoi difetti (ti scongiuro, Apple, inventati qualcosa ma dammi una batteria decente) sta facendo sfracelli in termini di vendite dovunque venga commercializzato, senza eccezioni.
Se potessi proseguire con la mia lista di cose che migliorerei, credo ci metterei una nuova schermata principale... per intenderci, quella che dà il benvenuto all’utente prima che lo schermo venga sbloccato.
Allo stato attuale è possibile utilizzarla solo per due cose: leggere l'ora e la data e contemplare all’infinito il wallpaper che ci siamo scelti.
Sarebbe invece bello poter avere informazioni sulle email o gli SMS ricevuti, visualizzare gli appuntamenti imminenti, dare un'occhiata alla temperatura e a che tempo fa e avere una panoramica completa di tutte le notifiche.
Naturalmente, sarebbe possibile personalizzare tutte queste informazioni scegliendo che cosa mostrare.
Insomma, qualcosa di simile allo screenshot che vi mostro in apertura (i primi a pensarci sono stati i ragazzi di teehanlax.com)... sarebbe bello avere un'upgrade simile nella prossima software release. Che ne dite?

venerdì 27 novembre 2009

Famosi in tutto il mondo.

Negli ultimi anni ci siamo guadagnati una brutta fama oltreconfine.
E quando, dopo che nelle barzellette, finiamo negli spot pubblicitari, è il segno che abbiamo toccato il fondo.

giovedì 26 novembre 2009

[RECE] Tutta un'altra musica

Tutta un'altra musica, Nick Hornby
Guanda Editore, 322 pagine
17 euro

Una mattina dell'ormai incredibilmente lontano 1997 mi trovavo alla libreria della stazione Termini, cappotto e borsone, aspettando che il mio treno per non ricordo dove arrivasse. Mi aggiravo un po' assonnato tra gli scaffali in cerca di qualcosa con cui passare le ore del viaggio, e mi cadde lo sguardo su Alta Fedeltà, appena dato alle stampe.
Uno sguardo alla sinossi sul risguardo, una letta veloce a qualche pagina all'interno e lo acquistai.
Quando, pochi giorni dopo, chiusi il volume convenni che era stata una delle letture più piacevoli dell'anno e forse di sempre.
Un romanzo di razza, in cui l'autore mescolava alla perfezione umane vicende con la passione per la musica a fare da collante, descrivendo con bravura smisurata certi processi di pensiero tipicamente maschili da farne praticamente un manuale ad uso e consumo del gentil sesso per comprendere l'altra metà del cielo (la nostra).
Una storia in cui il novanta per cento dei lettori (almeno, a giudicare da quello che ho letto e sentito in giro) si è facilmente riconosciuto, ha sofferto quando si è conclusa ed ha aspettato per anni di leggerne se non un seguito, almeno un qualcosa che ne recuperasse lo spirito.
Dopo aver pubblicato Un ragazzo (piuttosto buono), Come diventare buoni (mai letto) e Non buttiamoci giù (mollato dopo un paio di capitoli), Hornby sembrava essersi convinto a riprendere il filone che lo aveva consacrato come uno degli autori più letti e apprezzati (anche) nel nostro Paese, e ha pubblicato, poche settimane fa, questo Tutta un'altra musica.
In due parole?
Tutta un'altra musica parte discretamente e finisce per accartocciarsi inesorabilmente in una storiella di serie C che, a partire da due terzi del libro, il lettore comincia ansiosamente a chiedersi come e se si riprenderà.
Gli elementi per farne una storia divertente e appassionante c'erano: una coppia che più diversi non potrebbero, lui con la passione/ossessione per un cantautore americano ritiratosi dalle scene già anni fa e fatto oggetto di culto su un forum di appassionati sul web, lei che lo segue con un misto di rassegnazione e stanco affetto ma senza riuscire a rinunciare ai suoi sogni che sembrano destinati a non decollare mai nella grigia cittadina di mare britannica di Gooneless, e, naturalmente, il cantautore in questione, che non potrebbe essere più distante dal mito alimentato dalle bufale e dai finti avvistamenti su Internet.
Solo che non funziona... manco per niente.
I personaggi sono piatti e poco interessanti e lo stesso vale per i dialoghi; la qualità di scrittura è molto meno limpida di Alta Fedeltà e il libro è praticamente privo di ritmo, cosa che ha l'unico merito di non far presagire il fatto che le cose iniziano a scivolare verso situazioni da soap opera anni ottanta, già viste, noiose e vagamente buoniste.
Le ultime trenta pagine sono una sofferenza da portare a termine e sono probabilmente le peggiori scritte da Hornby in tutta la sua (tutto sommato, onorata) carriera.
Peccato.

Piccola nota a margine numero uno: il titolo italiano, ben diverso dal Juliet, Naked originale, conteneva, a ben vedere, un avvertimento per me e tutti gli altri che speravano di leggere un Alta Fedeltà parte seconda: tutt'altra storia.
Piccola nota a margine numero due: so di suonare come un disco rotto, ma entrambe le copertine dell'edizione inglese ed americana sono migliori della nostra.

martedì 24 novembre 2009

In che fase sei?

È uscito questo megacofanettone dei Kraftwerk, bellissimo, celebrativo, rimasterizzato con cura robotica, extralusso. L'altro giorno ero alla Fnac e stavo quasi per mettere mano al portafoglio, se non fosse che non avevano la versione tedesca, quella dove The Robots diventa Die Roboter e Trans Europe Express diventa Trans Europa Express, cambia solo una "a", ma in mezzo c'è un mondo di sfumature, e così ho temporeggiato.
Fondamentalmente, i Kraftwerk sono ancora i Kraftwerk. Solo un po' più vecchi.
Per esempio, dicono che per la prima volta da vent'anni, l'anno scorso, sono usciti di venerdì. Dicono di essersi sentiti molto bene a rimanere a casa. Sul divano. A guardare la tv. Insomma, si sono sentiti più liberi a non fare un cazzo a casa piuttosto che a non fare un cazzo fuori. Sembra niente, ma è un cambiamento fondamentale, perché ogni cambiamento nella routine mondana diventa subito abitudine.
È difficile che uno esca una sera sì e una no. Se inizi a uscire, esci per cinque anni di fila. Se inizi a stare in casa, stai in casa per cinque anni di fila.
Quando giro perla strada riconosco subito a che stadio dell'evoluzione è giunto chi mi sta di fronte. Se è a metà percorso della routine, se ha appena cambiato, o se sta per cambiare.
Ovviamente, se lo incontro per strada vuol dire che è nella sua fase mondana. Ma ciò non basta: forse è appena uscito per la prima volta dopo cinque anni. In questo caso lo riconosco facilmente. Di solito mi avvicina e dice: "Ehi... allora... eh? ...come va? ...cosa c'è in giro stasera? Feste? Locali? Illegals? Oh, ma la fanno la festa dell'Erasmus ad architettura? Oh, ma ti ricordi uella volta alla festa dell'Erasmus..." A questo punto, di solito, lo lascio lì a parlare da solo.
Poi c'è quello che sta a metà percorso.
Andamento schiofrenico: "Oh, allora stasera... no, no che palle... no, invece se andiamo... dai... Anzi no, Era meglio l'anno scorso... ora è pieno di fighetti. Ci vorrebbe... ma se aprissimo un posto nuovo? No, vado a casa stasera, ieri ho fatto le quattro..."
Ecco poi c'è quello che non ce la fa più. Lo vedi, è allo scadere, è il suo ultimo giorno fuori. Sta davanti al locale, col bicchiere in mano, muto si nasconde allo sguardo dei passanti salutandoli con un cenno del capo. A volte abbaia, ma morde raramente.
Fin qui è facile. Più difficile è indagare i misteri di quelli che sono nella fase casalinga. In tutte e tre le varianti.
Ci sono quelli che è il primo giorno che sanno a casa dopo cinque anni di bisboccia: "Ahhh che bello, mi ero dimenticato quanto era bello stare a casa alle dieci di sera... Quasi quasi faccio una lavatrice... finalmente dò una lucidata alle maniglie... posso riprendere il romanzo interrotto, a che pagina ero?... Cazzo, a pagina due. Però che sonno! Sono già le dieci e ho già sonno".
Ecco, dormiranno per quarantasei ore, e così ogni volta che proveranno a fare la lavatrice, lucidare le maniglie eccetera.
In breve, si trasformeranno in quelli a metà dei regolamentari cinque anni casalinghi, pericolosamente schizofrenici come i loro compagni fuori: "Oh! Metto su un dvd! No, ancora! Li ho già visti tutti... Chiamo la nonna che è un po' che non la sento! Macché, se l'ho sentita due volte solo oggi... Magari busso alla vicina! ...no, fa freddo... Chiamo Barbara! No, lei non verrà mai qui da me, vorrà uscire... Faccio una festa a casa! No, faccio una lavatrice". E ui si addormentano.
Infine, allo scoccare del quinto anno, ci troveremo di fronte a vere e proprie bestie feroci: "Pronto? Pronto? Cazzo usciamo! Ho letto tutti gli inserti... ci sono un casino di cose da fare! Ma come chi sono? Stronzo! Sono io, cazzo! Ma come non chiamo da cinque anni... pronto? Pronto?"
Ecco, dopo altri inutili tentativi finiranno per uscire da soli. E di certo mi incontreranno. E il ciclo ricomincerà daccapo.

domenica 22 novembre 2009

[The art of] Giovanna Casotto

Uno dei più bravi fumettisti italiani è una donna, ma sono in pochi a saperlo.
E, ok, è più accostabile ad un'illustratrice che non a una fumettista vera e propria... e inoltre è piuttosto monotematica (le storie che racconta sono poco più che pretesti per mettere in fila i suoi splendidi disegni), ma Giovanna Casotto è veramente in gamba.
Classe 1962, è stata la migliore allieva del già notevole Franco Saudelli, che si è costruito una fama anche oltreoceano come uno dei più apprezzati e prolifici autori del fumetto fetish, superandolo addirittura, oso solennemente qui dichiarare.
Giovanna usa le matite costruendo plasticamente ombre potenti che definiscono i suoi personaggi (quasi invariabilmente donnine procaci, prese di peso dallo stereotipo della pinup anni cinquanta), e anni fa salì alla ribalta dei talk-show veicolandosi come la modella dei suoi stessi disegni, fatto che in sé non è neanche così raro, ma che inevitabilmente colpì la fantasia di molti, regalandole un certo successo di vendite.
Bonelli la contattò persino per disegnare un numero di Dylan Dog, ed ebbe il coraggio di rifiutare, non ritenendosi adatta per il tipo di fumetto (in effetti, anche le due storie disegnate da Saudelli per l'indagatore dell'incubo non erano poi così memorabili), preferendo continuare per la sua strada, fatta di produzioni più di settore, dove è considerata una vera e propria star.
QUI la sua bio su Wikipedia e QUI una recente intervista.
E adesso vado a cercare di disegnare un po' meglio anche io.

venerdì 20 novembre 2009

Eravamo stati avvisati...

...e dunque non ci si doveva (e non ci si poteva) aspettare qualcosa di troppo diverso dal 2012 messo in scena da Roland Emmerich, massima autorità in campo catastrofico dopo i vari Independence Day, Godzilla e Day After Tomorrow (ma gli lasceranno girare una commedia romantica, un giorno, a sto pover'uomo?): alla fine, è sempre e solo una questione di aspettative.
A chi si alza dalla poltroncina del multisala dolbysurroundmunita con l'impulso a sbottare in un machecazzata bisognerebbe chiedere: "ma scusa, cosa ti aspettavi, Quarto Potere?".
Ma chiariamo da subito una cosa: a me non dispiace affatto il cinema di Emmerich.
Stravedo per Independence Day, penso che Godzilla sia qualcosa di più che un semplice omaggio ad uno dei più grandi miti della fantascienza, e che Day After Tomorrow sia più che decente (la seconda parte del film, perlomeno).
Questo forse non deporrà a favore del mio buongusto cinematografico, ma almeno vi dice una cosa: sono andato a vedere 2012 senza alcun pregiudizio (se non positivo) di sorta.
Eppure, nonostante tutto questo, non mi ha convinto.
Il film, sostanzialmente, si può ridurre a una lunghissima fuga di una famigliola da una distruzione irreversibile quanto inarrestabile, che fa sembrare la sceneggiatura di Independence Day roba da Lars Von Trier.
Spettacolare?
Assolutamente sì. Persino troppo.
Al punto d'annoiare e spingere lo spettatore a sghignazzare ironicamente ogni volta viene tirato in ballo il primo ministro italiano o, viceversa, a sbuffare e a consultare gli sms sul telefonino quando padre e figlio iniziano a scambiarsi le trite, improbabili e stucchevoli battute.
Independence Day era un film graziato da una sceneggiatura azzeccata e da un tocco di commedia che lo innalzava sopra la media... questo 2012 è un molto più convenzionale blockbusterone prenatalizio fatto e finito, con tutti, ma proprio tutti, i cliché del genere: nel bene e nel male.
Abbiamo quindi da una parte lo stato dell'arte negli effetti speciali (scene di distruzione di massa su grande scala piuttosto buone ma, a mio avviso, meno efficaci di quelle viste in Armageddon), e dall'altra il gruppetto dei "buoni" che – si sa fin dal principio – si salveranno e anzi avranno una parte decisiva nella risoluzione della vicenda, e tra loro ci sono (non ne ho dubitato neanche per un nanosecondo) genitori divorziati, figli problematici, rapporti irrisolti padre-figlio, eccetera eccetera eccetera che si muovo entro i prevedibili binari delle loro parti stereotipate, così come lo sono le battute, i dialoghi, le situazioni, lo svolgimento, le assurdità e i momenti topici.
Manca il ritmo che il vecchio Roland aveva sapientemente imposto alle sue precedenti pellicole e mancano pure i personaggi forti sulle cui spalle pesavano una buona parte delle sorti dei suoi film (Jeff Goldbum e Jean Reno, tanto per citarne un paio).
Quello che rimane è un film discreto, migliore della media attuale dei blockbuster ma non al livello dei lavori più riusciti di Emmerich.
Detto questo, 2012 sta facendo e continuerà a fare fantastilioni di dollari.

giovedì 19 novembre 2009

Come non diventare ricchi.

Se ve lo foste mai chiesto, a fare il mio lavoro non si diventa ricchi. No.
Che poi bisogna vedere qual è il vostro concetto di ricchezza: girare in Lamborghini? Portare fuori a cena Paris Hilton senza fare i tirchi sul vino? Affittare una cabina con sdraio e ombrellone a Rimini per tutto il mese di agosto? Ecco, allora non fate i designer.
Ma se vi accontentate di meno (e vi basterebbe non dover fare troppe rinunce per arrivare a fine mese con qualche spicciolo in tasca) allora potreste ancora farcela, racimolando qualche lavoretto extra qua e là: un manifesto, un sito web, o magari una copertina.
E qui arriviamo a quello di cui volevo parlarvi: il design per l'editoria.
Facendosi forti dell'Assunto secolare che l'Editoria È In Crisi, anche quando tale Dogma non è supportato dalle cifre, le case editrici si sentono perfettamente legittimate ad offrire cifre risibili a designer, illustratori e copertinisti per le loro nuove uscite.
Sembra quasi di percepire un messaggio nascosto che bisbiglia, più o meno: è già tanto che abbiamo pagato quest'imbrattacarte per stampargli le sue stronzate che quasi certamente finiranno invendute, adesso dovremmo spendere altri soldi per i tuoi disegnini?
E badate che parlo per esperienza diretta: una nota casa editrice che non nominerò solo perché gli farei comunque un qualche tipo di pubblicità mi offrì, tempo addietro, l'astronomica somma di 150 euro (lorde) per copertinargli un manuale di cucina e un dizionario visuale.
Ora forse vi aspetterete che vi dica di come gli risi in faccia ed uscii dalla stanza sprezzante nel mio livore artistoide... ma invece stavo alla canna del gas, e gliele feci. Però mi vendicai profondendovi scarsissimo impegno, cosa di cui, peraltro, l'editore dalle braccine corte non si rese minimamente conto.
Il risultato più visibile di questo triste stato di cose è che, nove su dieci, le copertine dei libri fanno schifo, e vengono risolte dal designer sottopagato di turno con una fotografia acquistata a prezzo modico su un'Image Bank ed impaginata con il minimo indispensabile di creatività.
Aggiungo un'importante cappello a quanto sopra detto: all'estero (tanto per cambiare) le cose vanno assai diversamente, ed è tutt'altro che insolito imbattersi in copertine che sono delle piccole opere d'arte, come testimonia questa ricchissima galleria... e – sarò maligno – qualcosa mi dice che agli autori oltreconfine viene corrisposta qualche lira in più dei quasi offensivi settantacinque euro (lordi) che furono pagati al sottoscritto per le sue copertine (tra l'altro, scelte da una rosa di tre proposte ciascuna).
Detto questo, esistono fortunatamente alcune felici eccezioni, ed è possibile imbattersi in qualche riuscito esempio di copertina anche nel nostro bistrattato paese. A memoria, nella mia ultima incursione in libreria, mi sono piaciute queste... ma se ne avete altre da segnalarmi, vi ascolto.

Per essere bello, è bello...

Non sono così nerd da farvi il servizio fotografico con lo spacchettatemento del nuovo Magic Mouse Apple che è finalmente comparso nei negozi... ma due fotine per bullarmi ho deciso di postarle.
Finalmente il nuovo mouse di casa Apple è arrivato a casa mia dove andrà a sostituire un Mighty Mouse che non ho mai particolarmente amato (la sferetta di navigazione e il tasto destro integrato nella scocca non erano cattive idee, al contrario... semplicemente smettevano di funzionare) e sta già pilotando il mio Mac Mini che l'ha riconosciuto senza fiatare e ha richiesto solo che scaricassi una patch software per il riconoscimento delle funzioni touch.
Vedremo se il Magic Mouse si dimostrerà migliore di tutti i suoi precedessori o se la sua tecnologia multi-touch si rivelerà un bluff.
Per ora posso solo dire che il Magic Mouse sembra sorprendentemente sensibile, incredibilmente ben assemblato e molto, molto piacevole al tatto.
E, naturalmente, che è davvero bellissimo... anche se Arianna dice che assomiglia a una blatta d'acciaio.

mercoledì 18 novembre 2009

Un talento basta.

L'altra sera. Squilla il telefono.
"Pronto? Oh, Maurizio. Come butta? Eh, lo so. Io, uhm, bene, niente di che... sì, lo sai, il lavoro, si prende tutto, anche il caffé. No, scusa, era una citazione di Battiato... se stasera esco? No, non mi va... e poi per andare dove? L'aperitivo? Ma se sono le dieci! Ah, dove vai tu lo fanno dopo le undici... ho capito... ma che aperitivo è? Ah... adesso è trendy farlo alle undici, perché alle sette trovi solo shampiste e ragazzotti di Tecnocasa... vabbé, ma guarda che io contro le shampiste non c'ho niente, anzi... casomai contro Tecnocasa. E comunque avevo già da fare... come cosa avevo da fare? No... non mi invento niente... anzi, accendi la tv, sintonizzati su MTV... ecco... lo vedi? C'è il concerto delle Pussycat Dolls, non posso proprio. Visto? Come? Non senti l'audio venire anche da casa mia? E, scusa, ma perché dovrei inserire anche l'audio?"



martedì 17 novembre 2009

[RECE] Battiato - Inneres Auge (2009)

Premessa: appartengo alla schiera dei fan di Battiato degli anni ottanta da quando, anche io come molti altri, tornato a casa con nella mia brava busta di plastica quadrata il vinile de La Voce Del Padrone, decisi di ricostruirne la carriera artistica andando a caccia dei suoi lavori precedenti, rintracciando Patriots e L'Era del Cinghiale Bianco, trovandoli una miniera di spunti coraggiosi ed originali, tanto da farli divenire per anni una sorta di colonna sonora personale.
Naturalmente, continuai a seguirlo anche negli anni successivi... finché non ebbi come l'impressione di aver cominciato a riascoltare sempre lo stesso disco, e, complice anche la sua iperproduzione (quasi un disco l'anno negli ultimi vent'anni di carriera), cominciai a farmi l'opinione che il suo "messaggio" si stesse ormai annacquando e che, conquistato un posto nella musica leggera italiana tale da poter fare o dire qualsiasi cosa, stesse campando di rendita da un pezzo, clonando se stesso fino alla noia o reinterpretando vecchi pezzi altrui (operazione questa che, se condotta con astuzia, produce sempre i suoi bei frutti).
Quando lo sentii duettare, poi, con gli Eiffel 65, alzai un sopracciglio: come c'era finito, proprio lui, in una di quelle "canzonette" che dileggiava ai tempi di Patriots?
Autoironia o scaltrezza commerciale?
Comunque fosse, per me la faccenda era semplice: potevo smettere di ascoltarlo, e così feci, più o meno dai tempi di Ferro Battuto, ultimo album che comprai, lasciando lui e il suo pubblico a divertirsi con i tre volumi di Fleurs, un altro disco dal vivo, due risibili nuovi album in studio (Dieci Stratagemmi e Il Vuoto) e una manciata di raccolte con il tormentone La Cura sparato come Traccia Uno.

Tuttavia ho drizzato le orecchie quando ho ascoltato nelle scorse settimane Inneres Auge, il nuovo singolo che precedeva l'omonimo album uscito proprio ieri.
Niente di veramente inedito per Battiato, intendiamoci, un giro di pianoforte, una cassa in quattro quarti e un accompagnamento orchestrale su un testo fin troppo esplicitamente critico rispetto una classe politica ladra e cialtrona, che sembrava studiato apposta per far parlare di sé.
Ho comunque accolto l'uscita di questo Inneres Auge - Il tutto è più della somma delle sue parti con una certa curiosità. Mi chiedevo in che direzione il cantautore siciliano si volesse muovere: se sarebbe tornato a quando costruiva opere ambiziose e coerenti come L'Arca di Noé che contraddistinguevano le sue produzioni tra gli anni ottanta e gli anni novanta o se volesse gettare la sua maschera un po' da intellettuale snob che giocava a dire e non dire esprimendosi per citazioni senza mai mordere veramente.
La verità è che, purtroppo, non ha fatto nessuna delle due cose.

Inneres Auge è un singolo travestito da album e sembra cercare di racimolare un minutaggio decente per poterlo spacciare come tale... e infatti, il display del cd si ferma a 32 minuti e 7 secondi, e ci arriva raschiando il fondo del barile.
Ci arriva infilandoci dentro sei pezzi già pubblicati in altri suoi vecchi album, riarrangiati e ricantati senza eccessivo impegno, ci arriva interpretando una cover di Fabrizio De André, e ci arriva con tre soli inediti, la già citata title track e due pezzi onestamente non memorabili.
In questa sola intervista, il vecchio Franco era molto più caustico e sottile che non in tutte le dieci risibili tracce contenute in questa specie di EP gonfiato a forza... e me ne rammarico.
In sostanza, questo disco non esalta, non gratifica, non aggiunge e non toglie nulla alla storia di Battiato e di sicuro nemmeno a quella di quelli che lo ascolteranno.
Trascurabile.

lunedì 16 novembre 2009

Pochi giri di parole.

Che dire dei manifesti apparsi venerdì scorso a piazza della Balduina e dintorni rivolti all'assessore capitolino all'ambiente Fabio De Lillo?
Magari un pelo bruschi, ma con un messaggio inequivocabile.
Chissà che non possa diventare un trend.
QUI tutta la faccenda.

domenica 15 novembre 2009

Il "2001" del Re.


Non sono più il gran consumatore di fumetti di una volta, un po' per cronica mancanza di tempo, e un po' perché il tempo mi ha reso critico e più esigente.
Una mia ex, anche discretamente presa di me, apprezzava vari lati di me e del mio carattere, ma deplorava il mio attaccamento a quelli che lei definiva, con evidente disprezzo, "giornalini".
E, chissà, su alcuni acquisti che il sottoscritto compiva in quegli anni (grosso modo, una decina d'anni fa) poteva anche avere ragione.
Ma ci sono delle pietre miliari che neanche la mia ex avrebbe mai potuto classificare come banali "giornalini"... opere complete che sono piccole opere d'arte nel loro genere, fari illuminanti nel mare di pupazzetti disegnati con sprezzo dell'umana anatomia e con in bocca battute improbabili racchiuse in un baloon.
Uno di questi è senza dubbio la versione a fumetti di 2001: Odissea nello Spazio che nel 1977 la Marvel pubblicò a firma di Jack "The King" Kirby, da molti considerato uno dei più grandi fumettisti mai vissuti.
A lui dobbiamo la caratterizzazione grafica di carachters quali Capitan America, i Fantastici Quattro, Thor, Hulk, Iron Man, gli X-Men, Silver Surfer, i Vendicatori, il Dottor Destino e Magneto (e ne sto tralasciando una pletora di meno noti), tutti personaggi che non sarebbero mai esistiti senza la matita del Re... il che ne fa, se non il più grande, certamente il più influente autore di fumetti esistito. QUI ne trovate una discreta biografia.

L'adattamento a fumetti del film di Kubrick era una sfida talmente ambiziosa che solamente un autore del suo calibro avrebbe potuto affrontarla uscendone indenne... e anzi, ancor più acclamato di prima.
La compressione/decompressione narrativa che Kirby utilizzò per raccontare il film più visionario di tutti i tempi senza poter contare sui ben più potenti mezzi del linguaggio cinematografico ma solo su grandi fogli di carta bianca e matite ben appuntite si articolava su ottanta pagine di grande formato, alcune scandite da una gabbia rigorosa, altre dilatate su enormi e suggestive doppie pagine disegnate e inchiostrate nel suo inconfondibile ed inimitabile stile.
Insomma... un dannato capolavoro.
Se potete, recuperatelo. Non è più stato ristampato da trent'anni a questa parte (come per molto altro materiale disegnato per la Marvel, in seguito alla morte di Kirby vi fu più di una disputa legale sui diritti d'autore), ma ogni tanto una copia salta fuori su eBay, e per una cinquantina di euro vi porterete a casa un pezzo di storia del fumetto.
Sempre se HAL vi lascia rientrare.

venerdì 13 novembre 2009

iPod generation.

Ho portato l'auto dal carrozziere, il quale, guardandomi attraverso una nuvola di fumo del suo toscano, mi ha detto di non farmi vedere prima di quattro o cinque giorni.
In altre parole, una settimana lavorativa in cui mi sono dovuto arrangiare coi mezzi pubblici.
E in questa – lunga, scomoda settimana – sono rimasto colpito da tutti questi uomini e donne con le cuffiette: chi con gli occhi chiusi, chi molto aperti, chi imperturbabile – sono questi ultimi che mi hanno colpito di più.
Perché sei immobile?
È finita la canzone? L'iPod in realtà è spento?
O sei piuttosto di quel tipo di introversi che si tengono tutto dentro, che non lasciano trapelare nulla?
Ma liberati! Muoviti! Balliamo tutti insieme sul 28 barrato!
Il punto è questo: se con gli altri è facile indovinare cosa stiano ascoltando – anche grazie ad un attento esame dell'abbigliamento, delle scritte sugli zainetti, libri o giornali sottomano – per quelli imperturbabili il problema è di difficile soluzione: Cage? Air? O al contrario Fabri Fibra, magari Lady Gaga? E io in quale categoria ricado? Ho fatto la prova: mi sono messo davanti lo specchio, ho cambiato due o tre cd e ho provato le tre situazioni:
1) sognante
2) ritmico
3) imperturbabile
Ho scelto imperturbabile, sta meglio anche col mio fisico.
Ma ancora qualcosa mi sfuggiva nella fenomenologia dell'ascoltatore di iPod sulla metro, e così per tutta la settimana, ogni mattina alle nove, ho affrontato il quotidiano percorso casa/lavoro/casa in autobus e metropolitana con giornale, biglietto obliterato e con Die Mensch-Maschine dei Kraftwerk nell'iPod, occhi bene aperti nel mio soprassalto antroplogico.
All'inizio nulla appagava la mia sete di conoscenza, poi, all'improvviso, nella mie mente svuotata dalle note dei Kraftwerk è apparsa la risposta: si creavamo sublimi rispondenze, coincidenze ricorrenti, magiche affinità tra quello che ascoltavo e gli accadimenti intorno a me: "Ecco, parte la traccia due e come ogni giorno il ragazzo coi capelli rossi sale a Repubblica... a metà della traccia quattro, quando Ralf Hutter dice: Sie trinkt im Nachtklub immer Sekt, korrekt appare lei, la donna in carriera di Flaminio... traccia sei, quando attaccano i cori sintetici di Die Mensch-Maschine a Ottaviano entra ogni volta nel vagone il suonatore di fisarmonica con il neonato a tracolla preso a noleggio...
Ho capito cosa passa per la testa degli ascoltatori imperturbabili di iPod la mattina sui mezzi pubblici: niente!
Nulla!
Il disco è il metronomo dei loro spostamenti, la misura della città, la tabella oraria dell'anima.
E quando la batteria si scarica – perché le batterie si scaricano – la città torna a essere il concerto stonato di sempre.

giovedì 12 novembre 2009

[THE ART OF] Etto


Etto (alias Ettone) nasce artisticamente e professionalmente nel 2001, prima come grafico e poi come art director e fotografo di still life in diverse agenzie pubblicitarie di Alessandria.
Tra un servizio fotografico e una campagna ha modo di cimentarsi nella scrittura pubblicando due romanzi erotici nel 2004 e 2006 con un discreto successo.
Da sempre appassionato di bondage e atmosfere dark, ha passato gli ultimi anni a ricrearle nella fotografia, dedicandovi intere nottate e praticamente tutti i weekend disponibili.
Negli ultimi due anni ha affinato la sua tecnica di postproduzione con diversi corsi e tutorial di Photoshop (alcuni direttamente con i Guru Adobe) e parallelamente ha sviluppato una certa praticità con la fotografia grazie all'appoggio di amici fotografi professionisti, nonostante continui ad utilizzare mezzi non professionali.
Grazie alle prime conoscenze nel campo della fotografia ha avuto la fortuna di poter conoscere alcune modelle (Perla e Scarlet) che sono di lì a poco divenute amiche e ha potuto instaurare con loro un proficuo rapporto di crescita creativa. Con loro ha potuto sperimentare, scattare tanto (e cestinare di più) ed ottenere così una selezione di ottimi scatti, alcuni dei quali vi propongo qui di seguito... altri li trovate sul suo sito.
Ogni foto racchiude compressa nelle prospettive, nei colori desaturati e nelle espressioni delle modelle una storia che ha bisogno solo della nostra testa per essere completata e raccontata.
E non è mica una storia necessariamente perversa... ma manco per niente.
Quello che Etto sta facendo con questo lavoro è una roba ambiziosa, molto ragionata e che ha il pregio di poter essere fruita in maniera diversa a seconda di chi la osserva.
E in più le sue modelle sono un gran bel vedere.
Sì, ok... forse il tema è un po' troppo di nicchia, ma chissenefrega. Avercene di più di roba così.