mercoledì 20 gennaio 2010

Roma, la sera.

Roma, la sera, non c'è più nessuno in giro.
Perché? Dove siete?
Sì, d'accordo, fa freddo, è vero, il paese va a ramengo, stanno rivalutando persino Craxi e la tristezza si fa solitaria e quando la tristezza si fa solitaria non è facile berci sopra un cocktail cubano: un mojito, una caipirinha, un daiquiri se in casa non avete più foglie di menta. No, meglio un bicchiere di Chianti, a casa da soli.
Forse anche perché sul digitale terrestre ci sono un sacco di bei programmi, se siete riusciti a configurare il decoder.
No.
Forse le targhe alterne. Neanche.
Forse questa nostra generazione di quasi quarantenni – che ha vissuto quello che doveva vivere al liceo e che ha sperimentato quello che doveva sperimentare – adesso che dovrebbe passare all'azione finalizzata, si rinchiude, si isola. Forse.
Sarà come sarà, ma Roma, la sera, non appena ci si allontana dal centro storico e dal suo popolo di turisti e viveur in trasferta organizzata, non c'è in giro nessuno.
Esco per strada: qualche macchina con un solo passeggero... nessuno che parla più dalle cabine telefoniche con la fidanzata lontana perché le cabine telefoniche non ci sono più... fa freddo.
E allora entro nel bar, che sembra un quadro di Hopper: c'è solo una coppia in silenzio che se ne va appena entro.
C'è un disco francese che sembrano i Saint Germain ma non lo sono... e poi c'è la persona più importante, la sera, a Roma: la cameriera del bar.
Roma, la sera, ci siete voi e le cameriere dei bar, che ti sorridono il giusto – a Roma, a dire la verità, molto meno che a Milano o Torino, ma che fa – sono gentili con te senza esagerare, non chiedono mai nulla e non vogliono nulla, stanno lì, fumano sigarette, guardano chissà dove e pensano.
Che pensano le cameriere dei bar? Io qualche volta ho pensato chissà quando stacca e ho provato a dire la frase "Quando stacchi baby?", ma non ci sono riuscito, mi si attacca la lingua e ci ho provato e riprovato finché mi ha interrotto il venditore di fiori che mi ha guardato e certamente mi ha preso per il culo senza pietà offrendomi delle rose.
Io. Qua. Solo. Delle rose. Perché?
"Quant'è? La prendo".
Ma ecco, lei stacca e io non sono preparato. Prendo la rosa, mi pungo, prendo il capotto, mi pungo anche col cappotto – è di lana – la vedo uscire dal bar, allora la rincorro, e puf! Sparita.
Dov'è?
Roma, la sera, non c'è nessuno in giro. Solo io con la rosa in mano e i fantasmi delle cameriere dei bar.
Torno a casa e non esco più.

13 commenti:

Angel-A ha detto...

Bello!... sembra di stare in un quadro di Hopper! ^___^

Ariano Geta ha detto...

Mai pensato di darti alla narrativa?
Si, lo so che ti sei già espresso in materia, ma era un modo di complimentarsi per il post ;)

Jackrussell ha detto...

Ieri a Roma si schiattava dal freddo.
Sono entrato anch'io in un bar per riscaldarmi, ma ho trovato solo un barista che non vedeva l'ora di tornarsene a casa.
Non ho ritenuto opportuno tentare avance di alcun tipo. ;)

Matteo ha detto...

Ti senti inseguito dal destino?

Roberta la Dolce ha detto...

I tuoi mini-spaccati metropolitani mi piacciono molto... Daccene ancora!

Alex McNab ha detto...

Uomo, tu devi scrivere.

Taka ha detto...

la caipirinha non è cubana. :p

Licia ha detto...

E' sempre un sottile piacere ascoltare i tuoi pensieri.

Uapa ha detto...

Che bello, sarebbe tutto da disegnare! Una striscia di fumetti senza l'ombra di una parola, come un vecchio film muto! *.*

Fra ha detto...

:)) Ma che bello questo racconto! Dovresti scriverne più spesso...

Simone ha detto...

Forse è quando ci sforziamo, quando ci facciamo una violenza e rischiamo anche di prendere qualche insulto, e quando insomma alla fine riusciamo a dire o a fare certe cose che vorremmo che ci spaventano, che viviamo davvero.

Pure io tante volte non lo trovo, quel coraggio.

Simone

Ettone ha detto...

Grande... bel pezzo...
Vieni a vivere da me: un paese dove la solitudine e la tristezza ti prendono a braccetto... DA SEMPRE

Mr. Lunastorta ha detto...

Bel post! ^_^

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