venerdì 26 febbraio 2010

Non credo più a niente.

Non dopo aver visto questo.
Sì, lo so, il progresso che non si può fermare, la tecnologia che viene applicata ovunque si può e se non lo faccio io lo farà un altro e bla bla bla.
Ma ho lo stesso la sensazione che qualcosa ci stia sfuggendo e che the point of no return l'abbiamo passato già e nessuno ci ha detto niente.

giovedì 25 febbraio 2010

Questa mi era sfuggita.

Potrà anche non piacervi... ma io la trovo fantastica, originale e coraggiosa.
Ma non è della sua linea che voglio parlarvi (devo ricordarvi in quanti hanno comprato una Ritmo o una Modus?) e vediamo invece quanto lontano può portarci – concettualmente parlando – la nuova Peugeot BB1... quattro posti nello spazio di una Smart.
Pensate, per esempio, ai suoi motori. Che sono due. Elettrici. Dentro le ruote posteriori. Niente serbatoio. Celle fotovoltaiche sul tetto. Seicento chili di peso complessivo e centoventi chilometri d'autonomia, che in città ci vai avanti per giorni interi. Niente volante, ma un manubrio di tipo scooteristico.
Sono queste le automobili che dovrebbero girare per le nostre città (quella camera a gas a cielo aperto che è Roma in testa).
Ricordate la favoletta della marmitta catalitica? E poi la presa per il culo dei motori Euro 1, 2, 3 e 4? Quelli a basse emissioni inquinanti?
Ma che cazzo significa "basse emissioni inquinanti"? Sedetevi dieci minuti in una stanza e una Punto Euro 4 col motore acceso e poi ditemi. Ma per favore.
Le automobili odierne sono sostanzialmente identiche a quelle di cinquant'anni fa.
Adesso hanno sedici airbag e il dock per l'iPod, ma vanno ancora a benzina, sono rumorose, puzzolenti e inquinanti. Come cinquant'anni fa. Uguale. Identico.
Il fatto è che la benzina – circoscrivendo per un attimo il discorso alla sola Italia – fa entrare valanghe di denaro nelle casse dello Stato. Su un pieno di 44 euro, 27 sono di imposte. Più della metà. Devo aggiungere altro?
L'Italia consuma 2,2 milioni di barili di petrolio al giorno.
Il giacimento di Nassiriya, sviluppato dall'Agip, ha riserve provate di 2-2,5 miliardi di barili.
Sufficiente, da solo, per il fabbisogno nazionale per tre anni.
Ecco – apro e chiudo qui, perché sarebbe un discorso lungo – per cosa sono morti i soldati italiani in Iraq: non per la libertà, non per la democrazia, non per le altre puttanate pseudoelettorali. Ma per il petrolio, che serve a fare la benzina.
Io voglio comperare una nuova auto, ma non voglio più comperare benzina.
Voglio attaccarmi alla tetta della società elettrica, pagare della corrente ed usarla per andare in giro.
In silenzio.
Scivolando in mezzo a tante altre micromacchine come la mia, sentendomi nel 2010 e non nel 1960.
Questo voglio.
E voglio questa Peugeot BB1.
QUI trovate (ad esempio) i commenti dei decerebrati che ironizzano sul suo aspetto credendosi spiritosissimi e poi salgono sulle loro automobili a benzina, foraggiando uno Stato ingordo (non importa di che colore), alimentando la guerra per il petrolio (sufficientemente lontana per non farsi schizzare di sangue e di catrame) e insozzando la stessa aria che respirano... gli stessi coglioni che poi a casa si prendono il disturbo di separare le lattine dalla carta straccia.
Leggeteli, e avrete un'altra idea del perché qualsiasi cosa che cammini su una strada senza bruciare combustibile fossile stenti ad emergere, soffocata dall'avidità dei pochi e dall'ignoranza e dalla miopia dei molti.
Vi lascio con questi pensieri foschi e con questa galleria della BB1... che potrebbe appartenere al nostro presente, ma rischia di collocarsi solo in uno stupido futuro idealizzato che non arriverà mai.

mercoledì 24 febbraio 2010

E ora, un piccolo test.

Oggi parliamo ancora di pubblicità.
E faremo insieme un esperimento.
QUI c'è un'immagine: guardatela con attenzione per non più di tre secondi... e poi chiudetela e tornate qui.
E ora rispondete:
• Cosa ha in mano la ragazza?
• Di cosa è fatta la parete di sfondo? E di che colore sono le tende?
• La ragazza ha un tatuaggio sul decolté?
• Come si chiama l’azienda che promuove il prodotto?
• Quale prodotto viene pubblicizzato?
• Cosa ti è venuta voglia di comprare?

Se avete risposto correttamente alle prime due, allora probabilmente siete di sesso femminile.
Se avete indovinato la terza, e delle prime due nulla o quasi nulla, allora probabilmente siete un uomo.
Quello che invece avete risposto alle ultime tre domande è la chiave del successo di ogni pubblicità visiva.
Facciamo un passo alla volta.
Media Analyzer, un'agenzia di comunicazione americana, ha condotto uno studio comparato tra pubblicità che utilizzano elementi legati alla sessualità femminile, e pubblicità senza.
L’obiettivo era capire se e come il “sesso femminile” impiegato nella pubblicità (visiva, naturalmente) possa influire sul processo decisionale d’acquisto.
Ebbene, ecco i risultati emersi... alcuni piuttosto ovvi, altri meno.
1) in presenza di pubblicità che utilizzano immagini femminili a sfondo sessuale, l’attenzione dell’uomo si concentra principalmente sul corpo della donna (le gambe, il seno, o comunque i centimetri di pelle esposta).
Questo fa sì che l’uomo apprezzi quella pubblicità (ad liking) ed il relativo prodotto (product liking), e che venga indotto all’acquisto (purchase intent).
2) C’è però un importante effetto collaterale: con questo tipo di promozione l’uomo bada meno ad elementi quali il logo, le descrizioni testuali... e quindi difficilmente assimila il marchio (brand recall).
In altri termini... tende a non ricordare che prodotto reclamizzava la modella, e questo, commercialmente parlando, non è bene.
3) Il comportamento delle donne è diverso: le immagini a sfondo sessuale vengono tendenzialmente ignorate, e l’attenzione si concentra sui particolari che stanno attorno. Nonostante questo però, anche per le donne l’assimilazione del brand è molto debole.
Ad liking, product liking e purchase intent sono tendenzialmente molto scarsi.

Qual è la conclusione di Media Analyzer?
Che la pubblicità a sfondo sessuale rispetto a quella “casta” attira di più gli uomini, fa piacere di più il prodotto e stimola di più l’acquisto; non riuscendo tuttavia a promuoverne efficaemente il marchio, diventa utile solo se le aziende hanno un brand consolidato... o se il branding non ha nessun ruolo.
Nelle donne, al contrario, non ha nessuna influenza positiva nel processo decisionale d’acquisto.

Come ho detto, le conclusioni erano facilmente intuibili, e a mio avviso poco aggiungono alle consuete tecniche pubblicitarie che tradizionalmente associano modelle e modelli stratosfericamente belli ad oggetti di uso comune che – idealmente – dovrebbero innescare nel consumatore un processo di identificazione (ed è inutile che facciate quella smorfietta furba, tanto ci siete cascati anche voi chissà quante volte).

Una cosa, però, è certa: guardando e riguardando la foto dell’esperimento (di cui, prima che lo chiediate, vi pubblico qua sotto gli altri scatti della multisoggetto), non mi è venuta la voglia di comprarmi lo slip in questione.
Anzi, il desiderio primordiale che mi ha generato è stato quello di assumere subito una cameriera.
Vado a mettere l'annuncio.

ps l'immagine in apertura l'ho messa solo per richiamare la vostra attenzione.
E ha funzionato.

martedì 23 febbraio 2010

Magari la prossima volta.

Nel mio lavoro un mucchio di progetti, potenzialmente impattanti e anche divertenti da portare avanti, finiscono regolarmente nei cassetti per un alto numero di motivi: insufficienza di budget, cambio di direzione nella politica del committente (nel nostro caso, quasi sempre troppo grande per potergli imputare i soli costi di progettazione), difficoltà logistiche emerse in corso d'opera e parecchi altri che poco hanno a che fare con il design.
Questo kit doveva servire per un evento Wind abortito all'ultimo istante, e comprendeva un invito stampato su acetato, un mini-cd da 8 centimetri, una mappa e un blocco note, il tutto in una confezione metallizzata a bolle.
Ho eseguito queste visualizzazioni completamente in Photoshop, e mi piacerebbe che un giorno passassero dall'immaterialità del mio monitor alla realtà di un oggetto tangibile.
Gli regalo cinque minuti di visibilità, dopodiché torneranno a riposare sul mio hard disk.

lunedì 22 febbraio 2010

Tre minuti e quarantasette sono troppo pochi.

Alal fine, Arianna ha scelto Kiss di Prince.
Troppo breve.
Quella ragazza ha scoperto un talento che non sapeva di avere.

venerdì 19 febbraio 2010

46

Come tutti anch'io purtroppo ho un compleanno.
Cade regolarmente, ogni anno, puntuale come la morte, nell'ultima settimana di febbraio, in bilico tra l'Acquario e i Pesci.
E così è stato anche quest'anno, senza alcun preavviso se non quello dell'attesa, oggi mi sono svegliato e ogni fottuto misuratore del tempo che mi stava intorno non era più quello di prima.
Aveva un'altra faccia, più decisa, irremovibile, definitiva.
Era tutto uno scattare di lancette, un roteare di quadranti, uno sfogliare di calendari.
Ma non è questo il peggio del compleanno, no.
Il peggio è la domanda, sottile, subdola, ricorrente: "Non la fai, una festa?". Seguita dalle richieste "Dai Luca fai una festa", dai suggerimenti "Fai una festa in cosplay", dalle suppliche "Vabbé almeno fai una festa a casa".
No. Quest'anno non cedo.
Perché dovrei? Le feste di compleanno sono momenti difficili.
Sei obbligato ad essere di buonumore. Sei obbligato ad avere la giacca giusta. Sei obbligato a badare alla musica, ai beveraggi, al buffet, al citofono, al telefono, al cellulare, ai gatti che mi fissano terrorizzati con la faccia ma chi cazzo è tutta questa gente??
Troppo impegnativo. Non se ne parla neanche, no.
Al massimo faccio venire Arianna, e le chiedo di fare uno striptease a casa mia. Solo per me, seduto sul divano a battere il tempo al suono di You Can Leave Your Hat On. E poi:
"Auguri Luke".
"Grazie, Ari".
"Buonanotte".
"Buonanotte".

giovedì 18 febbraio 2010

Più veloci dei contenuti.

"Sì sì buonasera... sì sono io. Lei chi è scusi? Giovanna della SpeedoTech? ma cos'è la SpeedoTech? No ma prima di tutto chi le ha dato il mio numero? Cosa ho fatto io? Ho comprato cosa? Quando? ma non ci credo! Vabbé comunque... che vuole? Sì, non vuole soldi, non mi impegno in niente, non sta cercando di vendermi niente. Cosa vuole che le compri? Ah! Ah! ah! Una superconnessione velocissima! Telefono, Internet, televisione, cavo e satellite, radio e cosa? A che velocità? Cioè? Ma scusi più o meno veloce di Valentino Rossi a Sachsenring? Ma come non ha tempo da perdere! Ma mi ha chiamato lei... mi faccia fare una battuta! Ho capito ho capito. Posso vedere qualsiasi cosa velocemente. Ecco il punto è questo. Mi scusi eh? Cosa posso vedere così velocemente? Cioé nel senso – mi capisca – se lei mi costruisce una bella autostrada per andare da un posto di merda a un altro posto di merda non me ne faccio niente. Allora preferisco una mulattiera che mi porta da un posto bellissimo a un altro posto bellissimo. Ecco! I contenuti. I contenuti! Sono importanti i contenuti, cosa crede? Lo dica anche lei. Ha delle colleghe vicino a lei? Quante siete lì nel call center? Centotrenta? Mi aiuti. Mi aiuti a diffondere un po' di buon senso. Mi sente? Pronto?"
Ha riattaccato. Ma tanto ho il suo nome. Domani la richiamo.

mercoledì 17 febbraio 2010

Chromalady Shutdown

Quando assemblai Chromalady Shutdown, pensavo alle vespe.
Quel giallo e nero così brillante, perfetto, cattivo.
E pensai: non c'è bisogno di nessun altro colore.
Originale 1636x2064 pixel, 49 livelli, Photoshop CS2 su Macintosh G5.
A distanza di tre anni, è una delle poche cose che quando la guardo mi piace ancora un mucchio.

martedì 16 febbraio 2010

[RECE] Haducii - homo homini pitbull

Haiducii, Tommaso Labranca (2010)
Excelsior 1881, 204 pagine
10,50 euro

Tommaso Labranca è nato nel 1962 (un vecchio rispetto alla moda dei scrittori adolescenti che sta impazzando ultimamente ma giovane, secondo i miei canoni), piuttosto colto e con un'idea molto chiara dell'italiano medio: dalla scarsa o nulla memoria storica, sempre pronto a sacrificare le proprie tradizioni sull’altare della moda del momento, xenofobo all'occorrenza e tanto incoerente da prenderlo continuamente a schiaffi in faccia.
Haiducii è il suo ultimo romanzo, a un paio d'anni di distanza dall'ottimo 78.08, e non delude, mantenendo intatto lo stile personalissimo e in perenne equilibrio tra affilato sarcasmo e disincantata cronaca.
Per scriverlo, l'autore si è basato sulle peripezie di una vicina famiglia di rumeni, la cui colpa più grande è stata una solenne ingenuità che li ha convinti che l'Italia fosse una sorta di Terra Promessa... portandoli all'inevitabile scontro con tutta una misera galleria di razzisti della domenica, benpensanti brianzoli, casalinghe dalla cultura mutuata da centinaia di puntate de Il Milionario.
Haiducii è scandito da una narrazione non-lineare, che rifugge il consueto svolgimento cronologico degli eventi ma preferisce proporre, capitolo per capitolo, "bolle" temporali separate anche di anni ma sempre del tutto pertinenti alla realtà che descrive.
Notare che non ho detto storia.
La storia è poco importante, e comunque assai meno rispetto la realtà italiota nella quale è immersa e sulla quale Labranca si avventa con la ferocia di un pitbull ma anche con l'eleganza di un divulgatore di classe.
Se proprio vogliamo trovarvi il pelo nell'uovo, forse l'io narrante è un po' troppo il clone del protagonista di 78.08 o de Il Piccolo Isolazionista, ma, a seconda di come si prenda l'opera di Labranca, potrebbe pure rivelarsi un pregio.
Poi, sì... certe volte è uno snob, un saputello, rompicoglioni, ma va bene anche così. Avercene, di Tommasi Labranca.
La lettura resta comunque godibilissima e invoglia a volerne ancora.

Nota a margine: sapevo che stava per uscire un suo lavoro intitolato Diamonds Are For Eva, annunciato per l'estate scorsa e poi misteriosamente scomparso dai cataloghi: chi ne sa qualcosa, mi faccia sapere, grazie.

lunedì 15 febbraio 2010

Ma secondo voi...

...cosa aveva in mente Alena Nikiforova, quotatissima fotografa di moda e pubblicitaria, quando ha realizzato questa serie di scatti per incrementare il consumo di latte in Russia?
Poi mi si parla di allusioni sessuali nascoste, eh.

venerdì 12 febbraio 2010

Perché tutte le cose belle durano poco?...

Dopo ventiquattro anni (le occasionali spolverate di un paio d'anni fa non contano), è tornata le neve a Roma.
E io regredisco automaticamente allo stato infantile.

giovedì 11 febbraio 2010

Sushi e dadaismo.

L'altra sera ero in un ristorante giapponese. A Roma.
Lo so non fa ridere. Ma non ci posso fare niente. Allora ho pensato: "il karaoke".
Il karaoke è quando non capisci se ti stai divertendo per forza, o se ti fai forza perché altrimenti ti ammazzeresti. Comunque canti. Quando sono in questi posti – i ristoranti giapponesi – mi faccio il mio karaoke interiore. Canto dentro.
A differenza di molti altri ristoranti giapponesi, questo non manda in filodiffusione né pseudomusica tradizionale giapponese né rumorini della natura – quei cd rilassanti, che si trovano in libreria: scaracchi di cornacchia turca, frigni di pavoni del corno d'Africa, ragli di puledrini peruviani... in questo ristorante giapponese c'erano gli Air e questo disturbava non poco il mio tentativo di karaoke interiore.
Poi è successo qualcosa.
È entrata una tipa, una biondina pallida ma ben truccata, con un cappottino nero vintage e, attaccata sulla cinghia della borsetta, una spilletta dei Cabaret Voltaire, gruppo cult dei primi anni novanta: emuli delle avanguardie dadaiste del primo 900, elettronica, psichedelia, quella roba lì insomma.
Ho avuto un tuffo al cuore. Sì. Perché è ora che se ne vadano tutti affanculo 'sti rocchettari del cazzo, coi loro chitarroni rozzi, le All Star lerce... torniamo a Sheffield. A Sheffield! A Sheffield! Vestiti di nero, raffinati, con l'eye liner sotto gli occhi, le scarpe a punta, i sintetizzatori analogici, il dadaismo...
"Ha deciso cosa vuole ordinare?"
Nello stesso istante un altro cameriere era di fronte la tizia con la spilletta dei Cabaret Voltaire. L'aria era carica di tensione. Di presagi. Poteva succedere di tutto, adesso.
"Sushi", ha detto lei. Gliel'ho letto sulle labbra.
"Sushi", ho detto io.
Stonati tutti e due.

mercoledì 10 febbraio 2010

[TOP TEN] 10 ritratti tipografici

Sono sicuro avrete sentito anche voi il detto "un'immagine vale più di mille parole".
Il che è vero parecchie volte, anche se la difficoltà di esprimere in una singola immagine un concetto è una delle sfide più complesse del design... ricorderete quanto già detto sui loghi.
Insomma, generalmente l'immagine vince sulla parola, se non altro per velocità di trasmissione del messaggio: guardare è più rapido – e spesso più efficace – che leggere.
Oggi però voglio proporvi una terza via: una sorta di ibrido tra immagini e parole.
La Top Ten di oggi presenta dieci ritratti ottenuti mediante la manipolazione di caratteri, parole o addirittura frasi intere, spesso del tutto pertinenti al soggetto rappresentato... in alcuni casi si tratta di autentiche opere d'arte.
Potete trovarne parecchi altri usando su Google keywords come typographic portraits.
PS Appena ne realizzo uno decente anch'io, magari posto anche un tutorial.


Burdened Barack Obama di Dylanroscover


Tom Yorke, di Gui Borchert


Steve Jobs di Dylanroscover

Nelly Furtado, di Steve Butabi

Screaming, di Goblina
Autoritratto, di Le0arts

Marilyn Manson, di CaliburlessSoul
Mos Def a.k.a Dante Terrell Smith-Bey, di DilsJ

John Lennon di Dencil

Erik Spiekermann, di Steve Butabi

martedì 9 febbraio 2010

10 loghi che funzionano.

Premetto che ho intenzionalmente pescato tra loghi poco noti o addirittura di realtà locali, per dimostrarvi che non esistono solo i soliti Nike, McDonald's, Apple eccetera... al mondo esistono centinaia di splendidi loghi che contengono una scintilla di genialità, o comunque sono realizzati a regola d'arte e fanno tutto quello che è richiesto ad un logo (ricordate QUESTO post?): sono sintetici, parlano della società che rappresentano, sono semplici, leggibili e facilmente memorizzabili.
E valgono tutti i quattrini che sono costati.

Time Watch
Questo logo utilizza un elemento inconsueto quando si tratta di sintetizzare il concetto di tempo: il doppio punto lampeggiante tipico degli orologi digitali. Sostituirlo a una delle lettere è una scelta semplice ed efficace per connotare e rafforzare il significato del logo.

Studio Eight
Questo logo appartiene al filone "illusione ottica", e sono tra i più difficili da concepire. A seconda dell'interpretazione alternata della nostra mente, possiamo percepire in un unico simbolo sia una "esse" che il numero 8, che compongono le iniziali di Sutdio Eight.
Funziona particolarmente bene su fondi scuri, ma anche in positivo ha un'ottima resa.

Society 27
Questo logo, disegnato da Pavel Pavlov, sfrutta il principio degli Ambigrammi (ne parlai QUI): gli ambigrammi garantiscono una corretta visualizzazione anche se visti capovolti. Qui un uso intelligente delle virgolette e del numero sette compongono il numero 27 in modo leggibile ed elegante.

Shark
Questo logo è un perfetto esempio di come le lettere della parola che lo compongono possano essere distorte per creare una forma coerente col significato, pur mantenendo la leggibilità.
Esiste più di un logo disegnato con la parola "shark" (squalo), ma questo è il migliore di tutti.

Seven & Six
Un unico nastro descrive gli elementi grafici di questo logo, disegnato da John Gerlach, restando vincolato a inclinazioni di quarantacinque gradi che gli danno stabilità. L'uso di una font semplice e lineare come l'Avant Garde a pesi alternati ne è un complemento perfetto.

Logo Motives
Questo marchio rappresenta il designer Jeff Fisher, ed è un'eccellente sintesi di immagini e tipografia. La manipolazione delle lettere O e G permette di adattarsi sia visualmente che foneticamente al logo utilizzando geometrie semplici.

London Symphony Orchestra
Questo logo è forse l'unico di questa raccolta ad avere un po' di notorietà in più. Utilizza una sola linea che scorre per creare le tre iniziali della London Symphony Orchestra. Il tratto è disegnato in maniera tale da poter essere letto come un acronimo, ma anche semplicemente come uno svolazzo elegante.

Rehabilitation Hospital Corporation of America
Questo logo, altamente simbolico, riesce a comunicare un messaggio complesso con una semplicità disarmante. Fonde il simbolo universale d'aiuto e cure mediche (la croce) al concetto di riabilitazione ad una vita normale.

Curious
La parola "curioso" va di pari passo con il porsi delle domande, giusto? Ebbene, è esattamente questo che è stato elegantemente rappresentato in questo logo di Action Designer. Un semplice punto interrogativo rovesciato a sostituire la lettera c è bastato ad adattarsi al logotipo, e a dargli personalità.

CafeClick
Questo logo di un Internet Café utilizza una tazzina da caffé stilizzata e una manciata di cursori del mouse a sostituire il vapore. È una soluzione squisitamente grafica ed efficace per fondere i due concetti espressi nella natura dell'esercizio commerciale.
Forse avrete notato che, tra i loghi presentati qui, è uno dei due ad utilizzare il colore, che comunque non è determinante al suo funzionamento.