martedì 31 agosto 2010

Il mio inglese. Il mio iPad. La giapponese che parlava bene inglese. Standby.



Una delle cose più fastidiose del mio viaggio è stato il non riuscire a capire quasi mai cosa rispondessero gli inglesi alle mie semplicissime domande: un tassista alla stazione di Cambridge cui ho chiesto se fosse il primo disponibile (mi ha sciorinato una lunga e articolata risposta, e solo dopo il mio sguardo sbigottito è sceso ad aprire il bagagliaio per farmi caricare la valigia), un addetto ai tornelli della metro a Victoria a cui ho chiesto se era la linea giusta per Paddington (altra risposta-fiume snocciolata a una velocità inarrivabile per me), cameriere nei pub, receptionist all'albergo, e molti, molti altri casi.
In base alla mia breve ma credo significativa esperienza, ho concluso che:
1) gli inglesi non hanno il dono della sintesi e
2) nascono e crescono nella convinzione, non del tutto erronea, che la loro lingua è l'Idioma Universale, e sono gli altri che devono adattarsi, non loro.

Col paradossale risultato che la conversazione più lunga e più piacevole che ho avuto in inglese nella mia vacanza è stata con la mia vicina d'aeroplano, una tipa giapponese (mi ha detto il suo nome, ma era talmente inusuale per me che l'ho dimenticato dopo pochi istanti) che quando mi ha visto accendere l'iPad si è incuriosita e ha iniziato a farmi domande.
In un inglese perfetto, lento e deliziosamente comprensibile.
– È un iPad, giusto?
– Certo. – La guardo, è vestita tutta di nero con qualcosa senza marche visibili, ha appena un filo di trucco e i capelli liscissimi con la classica frangetta giappo. Viaggia con un'amica in felpa grigia a cui non frega niente dell'iPad e legge tutta concentrata un manualetto in giapponese.
– Bellissimo. – fa un sorriso educato. – Io ho un iPod. Sono belli, vero?
– Sì. Vuoi provarlo?
– Mi piace molto, davvero posso toccarlo?
Sorrido anch'io. L'educazione quasi collegiale dei giapponesi mi ha sempre fatto tenerezza.
– Ma certo.
La tipa allunga le mani, affusolate, pallide e con le unghie mangiate e accarezza il vetro dell'iPad. Tocca le icone, fa succedere qualcosa qua e là, e la sua concentrazione sembra totale e trasognata assieme.
Le parlo fornendole qualche dettaglio tecnico nell'inglese più pulito di cui sono capace, ma non riesco neanche a capire se mi stia ascoltando. Poi smetto di parlare, e lei mi guarda, e capisco che non solo mi ha ascoltato, ma vuole sentire il resto.
– Qui puoi accedere alle immagini registrate sull'iPad. Non ci sono cartelle, ma mucchietti di fotografie. Se le tocchi, si espandono. Per navigare nelle foto basta toccarle.
– Sono fotografie tue?
– Per lo più. Ma non ne ho nessuna dell'Inghilterra. Non ce le ho ancora caricate.
– Oh – mi fa, con aria grave. – Però – sorride di nuovo – sono tutte belle.
– Beh... grazie. – vorrei chiederle se è proprio vera la storia che la loro educazione non gli consentirebbe mai di dirmi il contrario e di fare apprezzamenti meno che positivi in qualunque caso, ma temo che sarebbe ineducato da parte mia e forse il mio inglese neanche mi sosterrebbe, così la lascio continuare a sfiorare il vetro dell'iPad e a guardare il suo profilo delicato, così alieno per un volgare occidentale come me ma per niente fuori posto nell'atmosfera ovattata e irreale del 737 che vola sopra la Germania nella notte come un intruso di ferro nel cielo senza traccia di presenza umana.
Parliamo ancora un po', poi mi restituisce l'iPad. Guardo fuori dal finestrino, senza vedere niente altro che qualche stella lontana e un blu sporco e uniforme. Quando mi giro di nuovo verso lei e la sua compagna, stanno dormendo inseguendo qualche sogno dove io non potrei mai entrare, e anche l'iPad è scivolato automaticamente nel suo sonno elettronico con una dissolvenza abilmente studiata dai suoi progettisti.
Io mi sistemo le piccole cuffie bianche di plastica nelle orecchie, cerco una canzone sull'iPod.
È New Gold Dream dei Simple Minds. Perfetta.
Chiudo gli occhi e vado in standby anch'io.

domenica 29 agosto 2010

Gente da aeroporto.


Arrivo a Heathrow che è ancora molto presto per il mio volo.
Ho un volo Lufthansa che mi porterà a Francoforte , dopo uno scalo di un'altra ora circa, a Fiumicino.
Supero i controlli di sicurezza e mi trovo un posto nella hall. La moquette ha uno di quei pattern che se si sporcano è difficile da vedere, ma le sedie sono comode e sono rivestite di similpelle rossa come quella degli astucci che avevo quando andavo alle elementari.
Non profumano né di cuoio né di plastica, e penso che con gli anni hanno perso qualsiasi odore. Ci si saranno sedute migliaia di persone e penso che sono costruite con criteri speciali.
Leggo Aidoru e ogni tanto sollevo lo sguardo dalle pagine e osservo le persone che nelle ore si succedono sedute nelle poltroncine nel mio campo visivo.
Una giovane viaggiatrice addormentata con gli occhialini sul naso e le braccia strette allo zaino sul petto.
Una donna bionda in coda di cavallo che scrive forsennatamente su un Moleskine foderato di tessuto blu a fiori.
Un signore di mezza età con uno di quei gilet da pescatori cachi pieni di tasche e che osserva tutti con una punta di sospetto tagliente negli occhi.
Un anziano di colore con una camicia stiratissima e i baffi bianchi sulla faccia color caffellatte e che sta con la schiena dritta e immobile a fissare i display dell'aeroporto tutto il tempo.
Una hostess che parla nel suo iPhone lucidissimo senza smettere di toccarsi i capelli e guardarsi attorno come se cercasse qualcuno nel grande atrio climatizzato.
Due ragazzi che non si fanno la barba da almeno tre settimane, con bandana e magliette turistiche che non capisco se sorridono così tanto perché stanno per partire o perché hanno appena fatto delle vacanze fantastiche di cui stanno già riassumendo i ricordi chiacchierando tra loro.
Una ragazza coi capelli spettinati e lucidi e nerissimi che cammina avanti e indietro su due tacchi che devono essere molto scomodi e una bottiglietta di Gatorade che fa oscillare da una mano all'altra. Ha a tracolla una borsa di pelle viola dall'aspetto costoso e piena fino a scoppiare di chissà che cosa.
Un'altra sta pescando qualcosa da un bicchiere di carta con dei bastoncini neri, sta seduta dritta davanti a me con le gambe incrociate e sembra che mi guardi fisso ma non posso dirlo perché ha un grosso paio di occhiali a mascherina scurissimi ma sembra molto bella. A parte la bocca che si apre e di chiude sul cibo e le mani che manovrano veloci i bastoncini, niente del suo corpo fa pensare che stia alimentandosi. I jeans aderenti sono di una sfumatura tra il blu e il viola e anche lei ha il suo iPhone appeso al collo. E anche lei, come tutte le ragazze che ho incontrato in questi giorni, ha le unghie dei piedi dipinte di un colore che non mi piace. Nessun colore mi piace tranne il trasparente.
Un ragazzino splitta continuamente dal reale al virtuale alternando la sua attenzione a una Playstation bianca che stringe tra le mani e all'ambiente circostante a intervalli di cinque secondi.
Poi chiamano il mio volo.
Vado e smetto di essere anch'io uno della gente da aeroporto.

venerdì 27 agosto 2010

Uk chronicles, parte 5 (e ultima).

The tube.
Assieme quella di New York, la metropolitana di Londra, il tube, è la più efficiente che abbia mai visto.
È un capolavoro urbanistico, una creatura che costituisce lo scheletro e il sistema nervoso della metropoli.
È molto più antica delle nostre, ma funziona meglio, è più sicura e anche più pulita.
Per orientarsi nel labirinto di linee, stazioni, corridoi e camminamenti sotterranei basta leggere. Le indicazioni sono un capolavoro di infografica, sono comprensibili da chiunque sia più intelligente di una scimmia e sono belle da vedere. In ogni stazione sono disponibili cartine tascabili del tube, il Journey Planner.
Per spostarvi, vi consiglio la Oyster Card, una via di mezzo tra un abbonamento e una scheda prepagata: la acquistate agli sportelli automatici, la caricate di quanto volete e il credito viene scalato in base agli spostamenti e alle distanze percorse. Vale su tutta la rete (compresi i bus e Docklands Light Railway per andare a Greenwich, ammesso che abbiate un buon motivo per andare là). Si ricarica in qualsiasi stazione, e le sterline che avanzi te le ridanno assieme alla cauzione.
Tempo dell’operazione per averla, caricarla e ridarla, minuti cinque.
Non devi compilare niente.
Da noi, per fare un qualsiasi cazzo di abbonamento all’Atac devi fornire l’ultimo esame del sangue e sposarti un controllore.
Per contro: il tube chiude a mezzanotte, ed è, paragonata ai nostri mezzi pubblici, molto più cara. Ma sono soldi spesi bene, anche perché l'alternativa sono i taxi, ancora più costosi.
A proposito, se volete prenderne uno, assicuratevi che abbia il segno for hire acceso e fate un cenno con la mano. Ai cabbies, i conducenti dei taxi, potete chiedere anche informazioni e consigli... ma non conosco nessuno che riesce a capire cosa cazzo dicano, perché parlano con un indecifrabile accento cockney.
Ma, dicevo del tube.
Dal punto di vista del marketing, la cosa sbalorditiva è come gli inglesi siano riusciti a fare del logo del tube un vero e proprio brand: potete trovarlo (e comprarlo) su magliette, tazze, spille, borse, cappellini e molto, molto di più.
Provate a farlo qui con il logo Metrebus o con quello dell'ATN.
In quasi ogni stazione c'è un suonatore autorizzato, con tanto di cartello della tube che dice: i suonatori non sono pagati da noi, dovete pensarci voi, grazie.
Da noi sarebbero piantonati da solerti funzionari SIAE, con i borderò da compilare per dare comunque i soldi al re del liscio della Romagna anche se suoni i Simple Minds.
Sono stato ad ascoltare cinque interi minuti una ragazza che sembrava una Laurie Anderson giovane, con una chitarra appesa al collo cantare una canzone che normalmente non avrei mai comprato.
Gli ho lasciato due pound prima di andarmene, e subito dopo mi sono sentito un barbone.

Cambridge.
Fatte le dovute proporzioni, Cambridge è una sorta di Firenze dell'Inghilterra, e non ha niente a che spartire con Londra almeno quanto Firenze non ne ha con Milano.
La gente sembra andare molto meno di fretta, le case sono più piccole e più basse, le strade grandi e pulite e ci sono un sacco di biciclette.
E, naturalmente, ci vivono Francesco e Alessandra (segnalai il loro blog sulla loro vita in Inghilterra QUI)... da appena un paio d'anni, ma sembrano già perfettamente integrati. Alessandra, poi, ha sempre avuto l'aspetto di una (bella) ragazza inglese, e secondo me qui si mimetizza alla perfezione.
Francesco progetta videogames per Ninja Theory, che ha una sede a pochi isolati da casa loro, e Alessandra impagina magazine e free press non troppo lontano.
Non hanno altri mezzi di spostamento privati che non le rispettive biciclette, ma qui è tutto quello che serve. Il centro è a pochi minuti di cammino, e a Francesco devo un'indimenticabile crociera sul Cam, su un guscio di noce dove ha fatto da timoniere, capitano (Ano), mozzo (Zozzo) e forza propulsiva.
A loro devo alcuni dei giorni più belli della mia vacanza inglese, e di questo non posso che essergli sfacciatamente grato.

mercoledì 25 agosto 2010

Uk chronicles, parte 4.

Camden TownVi avviso: Camden è un posto turistico, parecchio turistico, ma è talmente pieno di roba che non potete non investirci almeno un paio d'ore. Se vi interessa lo street look, l'indie pop e le indie labels (indie sta per indipendent, cioè alternativo), Camden è la vostra mecca.
Abbigliamento di tutte le tendenze immaginabili (pensatene uno: ecco, c'è), bancarelle a non finire, negozi di musica e di film, spuntinerie etniche, club e locali.
La sede di Mtv Europe è proprio qui.

La circoscrizione locale, o qualsiasi cosa usino da queste parti, ha pensato fosse una buona idea acquistare un incredibile numero di scooter in disuso, segarli a metà e trasformarli in altrettanti sgabelli per chiunque voglia consumare il suo cartoccio di cibo in comodità, o anche solo per riposarsi qualche minuto dalle fatiche dello shopping.
Perché penso che una proposta simile da noi sarebbe accolta – alla meglio – da sguardi di compatimento in qualsiasi riunione degli amministratori locali?
Portobello Road
Ecco un piccolo quiz.
A Portobello Road ci sono ottantamila persone. Sessantamila sono al telefonino che dicono: siamo a Portobello Road! Indovinate: di che nazionalità sono?
A Portobello Road sono finito in un milione di fotografie, reo di essermi fermato a cercare un pezzo dei Pet Shop Boys sull'iPod che mi pareva adatto alla circostanza.
All'inizio non capivo.
Poi ho notato che mi stavano fotografando tutti, e ho pensato: ah, è la mia tenuta da Dylan Dog. Allora tiro dentro la pancia e faccio la faccia da figo.
Dopo un po' capisco che non stavano fotografando me, ma il cartello con il nome della via un metro sopra la mia testa.

Caffè, cappuccino, pizza. E la carbonara di Francesco.
È il latte. O è l'acqua. O è come sono tarate le macchine, mi suggerisce Antonio, che lavora da Pret A Manger.
Fatto sta che né da loro o da Starbucks sono riuscito a bere un cappuccino passabile, nonostante tutta la buona volontà impiegata.
E non vi venga in mente, dopo una settimana di cibo inglese non esaltante, di cedere alla nostalgia ed ordinare una pizza in uno dei tanti locali che la offrono nel menù.
La margherita che hanno rifilato a me e ad Antonio era una sfoglia sottile come un foglio di carta, con pomodoro e mozzarella a crudo e ricoperta da cinque centimetri di rucola. La abbiamo mangiata per fame.A Cambridge, Francesco si offre di cucinare una carbonara, piatto dai delicati equilibri persino in Italia, dove non è troppo difficile averne una scadente.
Ma Francesco ha in casa gli spaghetti De Cecco, le uova, la pancetta a cubetti, e persino una busta di Parmigiano reggiano. Ed è romano de Roma, così legittimo la mia speranza di fare un pasto decente dopo giorni di sandwiches cellophanati di Mark & Spencer e cartocci unti di fish & chips.
Serve in tavola, e io mi ficco una forchettata in bocca, di quelle generose.
Mastico. Poso la forchetta.
— Francesco— gli faccio— ma ce le hai messe, le uova?
— Avoja— risponde.— Ce ne ho messe quattro!
Perplesso, riprovo a mangiare. Se ci sono uova, io non le sento. E gli spaghetti sono sottili come capelli. Il parmigiano si è sciolto e non si è rappreso insieme le uova.
— Uhmmm... non ti offendi se la lascio, vero?
— Figurati... mi dispiace, piuttosto. Il fatto è che neanche con gli spaghetti abbiamo tanta scelta... in Italia puoi sceglierti la misura, qui no.
— E le uova— aggiunge Alessandra, contrita— effettivamente non sanno di molto. In Italia, quando rompi un uovo il tuorlo è arancione carico... qui, è giallo. È chiaro che qualche differenza c'è.
Purtroppo è così.
In inghilterra, mangiate inglese. O cinese. O indiano. A Portobello Road ho mangiato un'eccellente english breakfast (bacon croccante, uova pomodoro, pane tostato e fagioli). Ma il cibo italiano, evitatelo.

London Eye

Uno dei suoi nomignoli è: la ruota della bicicletta di Dio.
Rievocate la ruota panoramica più grande dove siate mai stati... e moltiplicatela pure per dieci.
Il London eye è stato costruito per celebrare il nuovo millennio, pensavano poi di rimuoverlo a festeggianti conclusi, invece poi è rimasto lì, entrando a pieno diritto nello skyline londinese e addirittura in un film di Harry Potter.
Pensavo di farci un giro anch'io, ma devo aver beccato il giorno sbagliato, perché la fila alle biglietterie sembrava quella che si può trovare davanti un Apple store la mattina che iniziano la vendita di un nuovo modello di iPhone. Avevo il biglietto per vedere Inception all'IMAX alle nove, e così sarà per un'altra volta.
ps Ma non è geniale il logo??

Qualche nuovo motivo per accannare Vodafone...

...nel caso non lo abbiate ancora fatto o ve ne servissero di nuovi, lo trovate QUI sul blog di Luca (che segnalo con colpevole ritardo e da oggi includo nella colonnina dei blog interessanti qui a destra).
Io l'ho fatto oltre un anno fa, e non mi manca neanche un po'.
Qui in Italia non siamo buoni nemmeno a mettere in piedi una class action decente, ma di gente scontenta ne ho sentita talmente tanta che varrebbe la pena tentare.
QUI, tanto per cominciare.

martedì 24 agosto 2010

Uk chronicles, parte 3.

I pub. Istruzioni per l'uso.
In generale, quello che sapete sui pub è tutto vero.
La gente (qualsiasi tipo di gente) li frequenta a qualunque ora del giorno, ma fra le cinque e le sette del pomeriggio, alla chiusura di uffici e negozi, diventano affollati come un autobus nell'ora di punta... e nessuno rinuncia alla sua pinta (o più) di birra da solo o in compagnia.
Noi abbiamo l'aperitivo fighetto, loro hanno il pub. Ad ognuno il suo.
E, comunque, tenete a mente due cose:

1) ammesso che riusciate a conquistare un tavolo libero, nessuno verrà mai a chiedervi cosa cazzo volete e perché siate entrati nel loro locale. Mai e poi mai.
A Brighton sono entrato in un un pub, ho posato la mia roba sulla sedia accanto a me e ho preso uno dei menù plastificati che erano sul tavolo. Mi sono fatto un'idea di quello che volevo, poi ho acceso l'iPad e mi sono messo a cincischiare, in attesa che qualcGuno venisse a prendere la mia ordinazione.
Quando ho rialzato gli occhi dallo schermo, ho notato una coppia di ragazzi seduti al tavolo accanto e che prima non c'erano. E stavamo mangiando a quattro ganasce da un piatto pieno di carne e insalata. Eccheccazzo, c'ero prima io, mi pare.
Poi è entrata altra gente, e si è diretta direttamente al bancone. L'ho vista parlottare col barista e andare a sedersi al tavolo, e ho capito.
Ai pub le ordinazioni te le devi andare a fare da solo al banco. Non capisco bene il perché, visto che comunque il cameriere un viaggio al tuo tavolo per portarti la roba deve sobbarcarselo, ma è così e se fate come me farete solo la figura del turista cazzone.

2) Pensando di aver capito tutto di come vanno le cose in un autentico pub inglese, completo la mia ordinazione, riesco addirittura a interpretare il niting'ls? che la cameriera mi fa intendendo anything else? e faccio per tornare al mio tavolo, quando questa mi richiama all'ordine: e ora che c'è?
Semplice: nessuno vi porterà un cazzo di niente se prima non fate vedere il colore dei vostri soldi.
Come da noi in tintoria, il pagamento è anticipato.
Anche qui, non statevi a fare troppe domande: si usa così, e se non vi va bene potete andare da un'altra parte.

Nella foto in alto, mi vedete con Antonio, che ha investito parecchio del suo tempo libero per stare col sottoscritto. Antonio divide un appartamento con Benedetta nella zona est di Londra e, anche se potrà sembrarvi una frase da volantino, la sua ospitalità aveva tutto il calore della sua Sicilia... dalla quale ha dovuto affrancarsi per mancanza di reali opportunità di lavoro, una canzoncina che comincia a diventare un triste leit-motiv ma che sembra non sfiorare i nostri poco lungimiranti governanti.

British girl.
Le ragazze inglesi non sono bellissime, lo devo dire.
Alcune sono davvero improponibili e molte hanno un mento sul quale ci si potrebbe apparecchiare per la colazione. Hanno gli occhi ravvicinati e sempre strizzati come se si sforzassero di leggere qualcosa scritto molto piccolo.
Altre, sono delle semidee ma hanno tutte urgente bisogno di consigli su come vestirsi.
Molte di loro sembrano gridare "Ho un tacco dodici e non ho paura di usarlo", ma da qui a saperli usare un po' ce ne corre... però vivaddio, un popolo che si rifiuta di ciabattare in infradito dalle otto del mattino fino a sera.Ma qui gli iPhone li regalano? Sì.
Noi siamo un popolo ossessionato dai cellulari.
E uno su cinque, da noi, ha l'iPhone. Magari ha rinunciato ad andare in vacanza per comprarne uno, e poi lo usa solo per telefonare (per carità, fa benissimo, ma per fare quello basta un Nokietto da 60 euri) e, naturalmente, per bullarcisi con amici e colleghi..
In Inghilterra, da quello che ho potuto notare, un telefono su due è un iPhone.
Ed è una stima per difetto.
E chi non sta leggendo qualcosa (un tascabile spiegazzato, una copia del Sun, un fascicolo di fotocopie rilegato, a Londra l'abitudine di interpretare quei piccoli segni stampati non è andata ancora persa come da noi), sta consultando lo schermo del suo iPhone, sta leggendo la sua posta elettronica, sta cercando l'orario di uno spettacolo, sta navigando, sta giocando, sta ascoltando musica o guardando un video su YouTube.
Chiedo a Francesco: ma qui li regalano, 'sti cazzo di Phone?
“Sì – mi fa lui – è compreso nel costo dell'abbonamento. Le prepagate qui non vanno molto forte”.
Una volta di più, mi dico che costoro hanno afferrato qualcosa che a noi continua a sfuggire.

lunedì 23 agosto 2010

Staccate per quattro minuti.

I tipi di Meltmedia hanno un aspetto molto "2.0", e un logo niente male.
A dire il vero, sul loro sito non c'è una gallery troppo affollata, ma questo video rischia di renderli più noti che per qualsiasi altro loro lavoro.
Fantastico.

domenica 22 agosto 2010

UK chronicles, parte 2


Londra non è certo una delle mie città preferite, non sta neanche nelle prime cinque, ma, dopo averci girato una settimanella dopo dieci anni d'assenza dalla mia ultima visita, non posso che riconoscere che coincide col concetto di metropoli molto di più di quanto noi potremmo mai avvicinarci.
Prendete la metropoli italiana che preferite: Milano, Roma, Napoli... quella che volete.
Stanno a Londra come Milano sta a Bassano del Grappa, o Roma a Vetralla.
Noi giochiamo a fare i moderni e i mitteleuropei. Londra lo fa per davvero.
Noi, con i nostri negozi chiusi tre ore per la pausa pranzo e i quartieri che sembrano una scena di Io Sono Leggenda se ti avventuri in città le due settimane di ferragosto. Con le strade che si svuotano all'abbassarsi delle saracinesche e con un metrò che usano solo extracomunitari e diseredati.
A Londra cammini per strada e le undici di sera sembrano le undici di mattina: una sfilza ininterrotta di ristoranti uno attaccato all’altro, negozi, negozietti, food e news, bookstore, illuminati a giorno, neon e insegne accesi in tutte le lingue.
Se a Roma ti fai una passeggiata dopo le nove di sera, gli unici negozi che non vedi blindati dalle saracinesche sono le banche e le agenzie immobiliari con gli annunci illuminati da un faretto alogeno.
Vedo un giamaicano con un giubbotto fosforescente, un elmetto di plastica colorata e l'iPod nelle orecchie a cavalcioni di una macchinetta che pulisce il marciapiede. È tardi, non lo vede nessuno ma lui esegue quel compito con precisione e metodo, e non si fa sfuggire manco una cicca. Muove la testa carica di rasta al suono di una canzone che non posso sentire.
Quel lavoro, da noi, se ci fosse, sarebbe riservato al cugino del parente del fratello dell’assessore.
E, ad ogni modo, il cugino del parente non pulisce per terra, sarebbe in malattia.

Made in Italy.
Dalle parti di Leicester Square mi fermano tre ragazzi, un indiano, una giappo e una di colore, e mi chiedono di fargli vedere l'iPad. C'è qualcosa nel loro aspetto e nel modo di fare che non mi fa sorgere neanche per un secondo il sospetto che vogliono rubarlo, e per cinque minuti faccio il dimostratore senza beccare un soldo da Apple.
Il ragazzo indiano mi augura buona serata, ma me lo deve dire due volte.
Where you come from?– mi chiede la giappo.
– Italy...
– PERONI! – mi fa lei, tutta felice, sfoderando l’unica parola che conosceva in italico idioma.
Ci salutiamo a suon di Peroni e continuo la serata, rimuginando tra me e me: Heineken. Twinnings. Sapporo. Johnny Walker. Potrebbe essere un nuovo vocabolario turistico di base.

venerdì 20 agosto 2010

Non posso aspettare.

Credevo di potercela fare.
Mi dicevo: sono sopravvissuto trent'anni dal primo Tron, cosa sarà qualche mese in più.
Mi sbagliavo.
Dopo aver visto questo trailer in italiano, la scimmia mi è definitivamente montata sulla spalla.
Per chi sia vissuto su Marte finora: Tron Legacy è il sequel di Tron, precursore e anticipatore assoluto di tutto un genere di cinema, diretto nel 1982 da Steven Lisberger.
Tron Legacy è diretto da Joseph Kosinski e scritto da Eddie Kitsis e Adam Horowitz, sceneggiatori di Lost.
C'è sempre con Jeff Bridges protagonista.
Ci sono i Daft Punk per la colonna sonora.
Ci sono gli Intercettori incredibilmente cattivi.
E ci sono, naturalmente, le corse con le moto digitali.
Che altro volete?
Io vorrei che uscisse il 17 dicembre anche da noi, come nel mondo civile.
E invece, bisogna aspettare il 12 gennaio 2011.
Non posso farcela.

mercoledì 18 agosto 2010

Craven Road, 7. Ma anche no.

Se ve lo state chiedendo: Craven Road 7 esiste davvero, è una strada nei pressi di Hyde Park ma non assomiglia neanche lontanamente a quella dei fumetti. Non è residenziale, e a quel numero c'è un fruttivendolo. Poi, se volete comunque farci un pellegrinaggio, io vi ho avvisati.

ps Non è che io sia un grande fan di Dylan Dog... ma quando ho letto dei cambiamenti fatti al personaggio per la sua imminente versione cinematografica mi sono venuti i brividi, ma non di paura, di ribrezzo: niente Groucho (diritti troppo cari), niente Londra ma New Orleans (problemi di budget), niente ispettore Bloch, e Dylan non pronuncia neanche una volta "Giuda Ballerino". Già che ci siamo, facciamolo stendere gli zombi a colpi di kung-fu e mandiamo definitivamente in vacca un progetto che poteva trasformarsi in un piccolo cult.

lunedì 16 agosto 2010

Cinque buoni ragioni per non vedere Splice. E cinque per vederlo.

Perché non vederlo.
1) Chi di voi si ricorda Specie Mortale, non troverà straordinariamente originale l'incipit di questo Splice: ritroviamo l’idea dell’ibridazione del DNA (qui umano-animale, in Specie Mortale umano-alieno) e lo sviluppo rapido della protagonista, anche qui di aspetto femminile, per non dire del prevedibile svolgimento "esperimento-che-sfugge-di-mano-ai-suoi-creatori", ma d'altra parte è dai tempi della Shelley e del suo Frankestein (e, ancor prima, dello sfortunato Prometeo) che succedono queste cose, le idee nuove non esistono (vero, James?) eccetera eccetera.
2) C'è Adrien Brody. Che, diretto da Polanski è un Pianista da Oscar, non ci piove. Ma, dopo averlo visto pompato e completamente fuori parte in Predators, dubito della sua riuscita in un filone quale la sci-fi.
3) Tutte le critiche che ho letto finora concordano su una cosa: Splice appartiene alla famigerata e assai nutrita categoria dei film CPBMPS (Che Partono Bene Ma Poi Svaccano).
Chi l'ha già visto parla di un inizio incalzante e a tratti spaventoso a cui segue una parte centrale zoppicante con i primi segni di squilibrio di scrittura che iniziano a farsi vedere e una terza, folle, scappata via di mano, quasi imbarazzante e involontariamente comica.
4) Vincenzo Natali, il regista e sceneggiatore, non è che abbia all'attivo chissà quali capolavori.
Eppure The Cube (1977) era un'autentica perla, che mi aveva fatto sperare che anche l'Italia avesse trovato il suo nume del desolato panorama della fantascienza filosofica. Poi ha fatto Cypher (2002) che era inguardabile, e l'anno dopo ci riprovò con Nothing, che non so nemmeno se sia mai uscito in DVD.
5) Splice è dal 2000 che è in cantiere, e dieci anni di ritocchi alla sceneggiatura (presumibilmente richiesti dai produttori, visto il soggetto tanto eticamente attuale quanto facilmente attaccabile da un certo tipo di stampa conservatrice e filoclericale) secondo me non hanno fatto un gran bene al prodotto finito e montato.

Perché vederlo.
1) Specie Mortale aveva un incipit fighissimo, anche se mutuato dal vecchio sceneggiato TV A come Andromeda, e qualunque cosa gli assomigli non può essere (completamente) brutto.
2) Delphine Chanéac, che interpreta l'ibrido umano/animale, è, oltre che davvero bella, molto brava nel ruolo della creatura. E, a giudicare dalle foto che circolano, sempre molto poco vestita.
3) The Cube era un piccolo capolavoro. Per averlo realizzato, Natali si merita perlomeno il beneficio del dubbio per questo Splice. Poi, alla peggio, sono preparato allo Svacco Finale.
4) Splice è un film di fantascienza, un genere che sta boccheggiando da anni, e che è mio dovere sostenere andando a vedere qualsiasi porcata proponga il mercato, se non altro per giudicare coi miei occhi. Del resto, ho visto persino cose immonde quale Battaglia per la Terra, ma credo che cancellerò questa dichiarazione poco dopo aver pubblicato questo post.
5) È piena estate, sono tornato in città e non c'è neanche un prete per chiacchierar, cos'altro dovrei fare? Devo solo sperare che Maurizio sia ancora in circolazione per trascinarlo con me a vederlo e che accetti – fin dall'inizio – la possibilità che assisteremo a una solenne cazzata.
Vi saprò dire.

sabato 14 agosto 2010

Cyberluke a Cyberdog.


Nella mattinata che avevo deciso di destinare ai mercatini londinesi, sono riuscito, in un'acrobazia di autobus e linee metropolitane, a farci entrare Camden Town e Portobello Road.
Vi dò subito un consiglio con cui potrete bullarvi la prossima volta che passate per Londra: è perfettamente inutile che arriviate prima delle dieci. Negozi, bancarelle e quant'altro sollevano le saracinesche solo verso quest'ora, e voi vi ritrovereste a vagare senza molto da fare... a meno che non siate interessati allo Stables Market, uno dei mercati satellite del Camden Lock market vero e proprio, ricavato da antiche stalle riadattate a negozietti d'antiquariato e d'abbigliamento.
Ci sono cavalli di bronzo fuso dappertutto, e ogni decorazione richiama i cavalli... fino alla noia, ma i primi dieci minuti è fotogenico.
E, in mezzo tutto questi richiami equini, è impossibile non notare i due robot che sorvegliano l'ingresso di Cyberdog: due fantocci di metallo cromato simili agli androidi usati in un vecchio spot della Y10, solo che questi sono alti tre piani. Consultando l'iPad, scopro che è uno dei negozi più alternativi di Camden, clubwear, accessori techno e altra roba decisamente fuori tempo massimo per me.
Insomma, potevo non entrare a dare almeno un'occhiata?
Il proprietario deve pagare un bel po' di affitto, perché il locale è decisamente grande, e ha un piano interrato che si sviluppa per almeno tre volte la superficie di quello dell'ingresso.
Luci ultraviolette, specchi, cose in vendita che si confondono insieme. La cosa a cui Cyberdog assomiglia di più è una discoteca anni novanta, ma il volume della musica è più basso.
Una ragazza mi si avvicina, e non riesco a capire se è giaponese o che età abbia. Ha gli occhi scuri, truccati fino all'inverosimile, e i capelli neri pettinati all'indietro e tenuti da una fascia con dei LED accesi.
- HelloAichenhelpiù? - mi fa la tipa.
- Uhmmm... giàstailuchingaraund - le dico, a voce molto più alta del normale, più per stroncare sul nascere qualsiasi suo tentativo di aiutarmi là dentro, che credo sia abbastanza diverso dalla mia idea di aiuto.
Questa mi guarda meglio. - Sei italiano?
- Sì. Anche tu? - le faccio, automaticamente, dandomi del coglione un nanosecondo dopo: è evidente che non può essere italiana, sembra la sosia di Lucy Liu, ma molto più giovane.
- No, ma molti italiani vengono nel negozio. E ho degli amici, in Italia.
- Ah - le faccio, sentendomi idiota e fuori posto.
Lei resta là in piedi, e mi guarda, forse aspettandosi che aggiunga qualcosa di più intelligente. E difatti, aggiungo:
- Bel negozio.
- Grazie. Mi piace la tua maglietta.
- Astro Boy, già. Ehmmm.... l'ho comprata in Giappone.
Lei mi guarda come se volesse dirmi: ci vengo dal Giappone, tesoro, nel caso non te ne fossi accorto. - Devo sistemare un sacco di magliette. Ma tu guarda pure quanto vuoi.
E la mia guida in quel purgatorio tecnologico sparisce in una scia di LED accesi.
Resto da solo ad aggirarmi per il negozio, che in questa sezione sembra un garage illuminato male. Ci sono pannelli d'alluminio traforato con appesi felpe, magliette e pantaloni con inserti di gomma fluorescente, metallo serigrafato e display luminosi che si muovono al ritmo della musica. Non ho idea di come si possa mettere in lavatrice una t-shirt con un display elettronico cucito sopra.Al centro, il manichino molto realistico di una ragazza vestita di sole fasce metallizzate che mi ricorda la Leeloo del Quinto Elemento. Non mi stupirei se anche lei si voltasse verso di me chiedendomi I can help you?
Più avanti, c'è una sezione con un bar, con sgabelli dai cuscini rigonfi, maculati come felini ma di un rosa acceso che nessun felino al mondo è mai stato.
Il bancone è laminato con istruzioni di vecchi apparecchi radio e schemi elettrici trattati con inchiostri fluorescenti.
- What you drink? - mi chiede una cameriera in calzoncini argentati e un top rosa di lana d'angora aderente.
- Che cosa avete? - le rispondo, meccanicamente. In realtà, non ho alcuna sete.
- A quest'ora c'è l'Exciter 2.0 - dice lei. - Ti sveglia, è pieno di caffeina.
- Cosa aveva l'1.0 che non andava?
- Non piaceva a nessuno, così ci abbiamo aggiunto del caramello.
- Capisco. Dammi dell'acqua, per favore.
- La cameriera mi guarda con disprezzo e dopo un po' torna con un bicchiere di plastica verde con qualcosa che sembra acqua e c'è anche del ghiaccio fuso in strane forme, ma una vocina interiore mi sussurra: non berlo, come minimo ci ha sputato dentro, o magari ci ha messo qualcos'altro e ti risvegli in una vasca piena di ghiaccio e senza un rene.
Chiederle di portarmi una bottiglietta di Evian ancora chiusa mi sembra una scortesia imperdonabile anche per quel posto, così mi allontano e basta.

Scopro che c'è un'intera sezione dedicata al sesso. Non c'è alcuna separazione fisica dal resto del negozio, così un attimo prima sono tra pantaloni di vinile blu e cd contenenti dj session di Carl Cox e Bob Sinclair e un passo dopo mi ritrovo a contemplare modelli in plastica di piselli maschili di varie dimensioni e in colori diversi, abilmente illuminati.
C'è anche roba che non riesco a riconoscere: palle bitorzolute, camere d'aria in miniatura con lunghe basette di gomma, qualcosa che somigliava a un ciuccio per neonati e, ad aggirarsi in mezzo a tutto quanto, un commesso con i capelli rasati e una tuta fatta di carta bianca e le maniche strappate ai gomiti su braccia solcate da una specie di decorazione in stile finto-primitivo.
Prima che possa chiedermi se può aiutarmi anche lui, inizio una larga manovra evasiva che mi riporta con disinvoltura allo scalone principale.
Sto per uscire di nuovo all'aperto al modo reale e alla puzza di cipolla, quando mi volto indietro e mi dico: non posso andarmene senza aver comprato nemmeno un pezzetto di questo posto.
E così compro questo display: è a LED rossi, è completamente programmabile e viene venduto con un supporto per usarlo anche come fibbia della cintura. In realtà ho in mente un altro uso, ma ve lo dirò quando sarò riuscito a metterlo insieme.

venerdì 13 agosto 2010

UK chronicles, parte 1. Imparate a conoscere il nemico.


Qualcuno, ben più saggio di me, una volta disse che tutte le cose durano troppo. O troppo poco.
Al di là della filosofia da cioccolatino, devo dire che le mie vacanze inglesi sono durate il giusto, e tutto è filato abbastanza liscio, a iniziare dal tempo che, eccettuato uno sgrullone di pioggia, è stato clemente nei miei confronti. Certo, di sole vero e proprio nessuna traccia, ma qui è normale. Me ne frego del sole, poi... Se no, non sarei partito per Londra.
Ho pianificato le mie giornate giorno per giorno, se non ora per ora, spesso mentre mi radevo nel minuscolo lavandino dell'hotel, che nella fotografia sul sito non sembrava così piccolo.
E, a proposito, se qualcuno (agenzie turistiche o altri) vi propone il Wellington Hotel, non andateci.
Non che faccia schifo, beninteso... anzi, la sua ubicazione vicino alla stazione di Waterloo lo rende comodissimo da raggiungere e un ottimo punto di partenza per qualsiasi destinazione dentro e fuori Londra vogliate, ma è il concetto di vicino che potrebbe farvi saltare i nervi.
Come nei Blues Brothers, il Wellington Hotel si trova all'incrocio non di uno ma di ben due ponti ferroviari (li vedete nella foto qui sotto, all'estrema sinistra, uno metallico l'altro verniciato di rosso)... e il passaggio dei treni è praticamente continuo.

Ma, come diceva Elwood Blues: ti ci abitui subito.
Pudicamente, la direzione dell'hotel fa trovare due confezioni di tappi per le orecchie sul comodino.
Se non altro, ho avuto diritto ad una matrimoniale allo stesso prezzo di una singola, ma questo non vuol dire che potevo andare in giro in bicicletta per la mia stanza. C'era lo spazio che serviva, ma poco più.
E già che mi ci trovo: mi ero del tutto dimenticato che i fottuti rubinetti inglesi non prevedono miscelatore.
Negli alberghi come nelle case ci sono due rubinetti, uno per l’acqua calda e uno per l’acqua fredda. Ma mi è andata ancora bene. In uno dei miei precedenti viaggi in Uk, finii in un alberguccio di infima categoria con un rubinetto, unico, fornito di due buchi: da uno usciva acqua gelida, dall’altra bollente. Lavarsi la faccia voleva dire raccogliere un po’ d’acqua fredda fra le mani unite a coppa, passare velocemente a raccogliere un po’ d’acqua calda, e rovesciarsi addosso quello che era ancora fra le mani, con alterni risultati.
Al ricordo, oggi mi sembra di stare all'Hilton.
E, ah, sì, le prese della corrente: non sto neanche a dirvi che sono diverse, enormi e a tre buchi. La genialata è che hanno l’interruttore.
Non basta comprare un adattatore per i vari iPod, iPad, iPhone e iCosi assortiti, collegare le spine all’adattatore, inserire il tutto nella presa e aspettare che sul display compaia la rassicurante icona di batteria in carica, no. Invece di sbatacchiare l'iPod contro la parete pensando ‘porca puttana si è rotto proprio ora che mi serve e io come cazzo faccio a sentirmi i Prodigy in giro per Regent street?’, ricordatevi di accendere l’interruttore: solo allora la corrente fluirà attraverso la presa.
Da brava scimmia mediamente intelligente, ho lasciato attaccati tutti gli interruttori della mia stanza, anche se non sapevo se al mio ritorno avrei trovato gli alimentatori fusi in una poltiglia di plastica bianca.
Tutte le fotografie, eccettuata quella del Wellington Hotel, sono state scattate con la mia Panasonic, che, anche quest'anno, se l'è cavata bene, per quello che dovevo farci.