giovedì 30 settembre 2010

Attenti a quello là.


Tony Curtis se ne va dopo 85 anni.
Per molti era il partner di Jack Lemmon in A qualcuno piace caldo.
Per me era il mitico Danny Wilde partner di Roger Moore in Attenti a quei due.
Io ci sono cresciuto, con quel telefilm... mi piaceva di più Moore, ma insieme erano un pezzo di anni settanta.

ps ma quanto era bello il tema del telefilm??

Il mio iPad non fa un cazzo.



Voi che mi state leggendo: se conoscete l'iPad – probabilmente – o lo adorate o lo denigrate.
Magari vi è indifferente, o forse semplicemente vi incuriosisce o qualche altra sfumatura, ma per il momento semplifichiamo.
I detrattori dicono che all'iPad manca il multitasking, una webcam, il supporto per Flash, una porta USB, una capacità di storage decente, una batteria rimovibile, un lettore CD/DVD, la RAM aggiornabile, il supporto di sistemi operativi multipli e altre caratteristiche... potete aggiungere le vostre, se credete.
Gli adoratori, invece, sono parecchio più vaghi sul perché vogliono uno.

Io ho la mia teoria... iPad piace (e sta piacendo più di qualsiasi ottimistica previsione) non tanto per quello che può fare, tanto quanto per quello che non può fare.
È un trend paradossale ma in aumento, e chi produce questo tipo di gadget farebbe bene, a mio avviso, a non sottovalutarlo.
Insomma, è una specie di ambiguo assunto orwelliano: La guerra è pace. La libertà è schiavitù.
Less is more.
Meno, è meglio.

La mia opinione è che non credo che la gente compri elettronica di consumo per la quantità di funzioni che avrà a disposizione.
La compra per quanto e come questa li soddisferà.

Generalizzando il giusto, per gli utenti con maggior preparazione tecnica un oggetto con molte funzioni trasmette un'esperienza d'uso più soddisfacente.
I cosiddetti power user sono infastiditi dai limiti, e odiano il senso di impotenza che provano quando si rendono conto che il dispositivo non gli permette di fare qualcosa che vorrebbero fare: per esempio, passare un file che hanno sul loro dispositivo a qualcun altro.
Viceversa, si sentono gratificati e persino più intelligenti quando sono abilitati a fare qualcosa di nuovo o di utile.

Ma per la maggior parte degli utenti, avere più funzioni non migliora la loro esperienza d'uso... anzi, spesso la peggiora.
La gente soffre di quello che gli americani definiscono information overload, o sovraccarico cognitivo, come dice Wikipedia, causata dalla maggior parte dei device elettronici in commercio: che siano fotocamere digitali, telefoni cellulari, computer, tablet o forni a microonde non fa alcuna differenza.
Questa gente (e sono la maggioranza, fidatevi) ha un rifiuto per questi oggetti.
Si spazientisce e si irrita non per i limiti del device, ma per le funzioni che non riesce a trovare o a capire.
Viceversa, è soddisfatta quando il proprio dispositivo esegue le operazioni di base senza lottare troppo con pulsanti e pulsantini o navigando tra menù e sottomenù.La stragrande maggioranza degli utenti di PC che conosco hanno problemi con il proprio PC (ma anche Mac), laptop e netbook che non hanno idea di come risolvere: la scheda audio non funziona bene, non riesco a far sparire questa finestra di dialogo, perché cazzo non posso stampare?

La "sovracomplessità" delle macchine esiste da quando esistono le macchine.
Ed è entrata inevitabilmente a far parte delle nostre vite.
Oggi è una pratica caduta in disuso, ma ricordate la proverbiale difficoltà di programmare il timer di un videoregistratore?
Io ho problemi con la mia lavatrice nuova: la rotella dei programmi ha qualcosa come due dozzine di posizioni, e ho sempre paura di sbagliare qualcosa. Vuoi la centrifuga? Se sì, a quanti giri la vuoi? Vuoi il candeggio? Vuoi la partenza ritardata? Vuoi il programma economico?
Vogliamo parlare dei risponditori automatici adottati ormai dalla totalità delle grandi e medie aziende? La gente spreca pazzesche quantità di tempo e di energia navigando nei servizi di cosiddetta "assistenza" automatizzati, accumulando frustrazione e senso d'impotenza.
Il rapporto tra le persone e la nostra banca, o la nostra compagnia assicurativa, o il Comune è diventato ostile, esasperante e faticoso.
E questo sarebbe progresso?
Ho sempre avuto la convinzione che la tecnologia esiste per migliorare le nostre vite, non peggiorarle.

Nel mio ufficio, ci sono due o tre persone che potrei definire power user.
Gestiscono la nostra sezione web e hanno la stanza accanto la mia, e ogni giorno è una piccola processione di gente che entra per avere, travestiti da "consiglio veloce", del supporto tecnico.
Che diavolo, anch'io un paio di volte sono andato a chiedergli lumi quando non sapevo davvero che pesci pigliare.
Ma perché accade questo?
Perché la gente "comune" dovrebbe aver bisogno di "supporto tecnico"?
La risposta è che la tecnologia di consumo è troppo complessa.

E di chi è la colpa?
Purtroppo, è colpa mia.
E forse colpa vostra.
È colpa di tutti, anche del marketing, che incessantemente propone oggetti che fanno (o promettono) sempre più cose, di più e sempre di più.
Combinate questo trend con le necessità legate alla retrocompatibilità, e otterrete sistemi che devono fare tutto... ma che non riescono a farlo decentemente.
Sono così ricchi di funzioni, così complessi, che moltissime persone, semplicemente, non riescono ad usarli, o li usano a un decimo delle loro potenzialità.

E, inevitabilmente, qualcosa doveva muoversi nella direzione opposta.
Potremmo definirla una nuova tendenza, di cui l'iPad è un degno rappresentante.
Se ancora detestate l'iPad, prendete Twitter. È stato il primo sito importante in questa nuova tendenza, e coraggiosamente afferma i suoi limiti come un plus:
• Non potete inviare più di 140 caratteri!
• Nessuna foto!
• Nessuna formattazione!
• Non fa quasi niente!
Signore e signori, benvenuti nel futuro.

Magari parecchi non se lo ricordano, ma c'è stato un tempo in cui Facebook non era il social network network dominante, ma MySpace.
MySpace dava all'utente un pazzesco numero di funzioni con la quale costruire e personalizzare la propria pagina (di solito con risultati incredibilmente brutti e poco funzionali).
A Facebook è bastato un anno a soppiantarlo.
Facebook è mille volte meno duttile di MySpace, è un sistema chiuso, bloccato e con funzionalità limitate... ma gli appassionati di social network lo usano e hanno gradatamente abbandonato MySpace.

Ho notato questa tendenza (anche) nel mondo dei promemoria e dei software-organizer.
Un tempo, la maggioranza delle persone usava Microsoft Outlook, per gestire i loro impegni e le loro cose. Poi, con il web 2.0, è arrivata una nuova ondata di task manager più compatti e più limitati... Remember the Milk, Ricordati il latte è un tipico prodotto di questo genere:È una app gratuita per iPhone e Android, e la gente la ha scaricata migliaia e migliaia di volte.
A ruota, sono arrivati servizi on-line come Todolist che offrivano funzionalità limitate ma un'interfaccia semplificata, e la tendenza è continuata con TeuxDeux, che è incredibilmente povero di funzioni. E se ancora vi sembra troppo complesso, andate QUI: niente di più che una pagina vuota con scritto quello che c'è da fare, e un pulsante per aggiungere qualcosa alla lista: geniale!

Stiamo assistendo a questa "de-evoluzione" nei siti di backup online, nel blog design, nei calendari elettronici e in tutta una nuova serie di servizi sociali e di comunicazione on-line (al solito, i primi sono americani, ma c'è speranza che questo trend finisca con il coinvolgere anche i nostri progettisti).
E, se ci riuscite, provate a ridurre il numero di caratteristiche di un servizio di comunicazione più di quanto non faccia questo.

Nel 2010, meno è meglio che più.
Abituatevici.

E se siete tra quelli tuttora indecisi se acquistare un iPad o un netbook qualsiasi, non state a preoccupatevi di ciò che iPad non può fare.
Il vero limite è quello che volete voi sul serio.

mercoledì 29 settembre 2010

Ma produrlo in serie no?

È un concept, ma per farsi un paio di settimane di vacanza in giro senza troppe pretese, potrebbe essere la soluzione ideale.
Non spendereste un soldo in alberghi e ammortizzereste il suo costo in pochissimo.
Quest'aggeggio, però, non mi sembra disponga di un letto matrimoniale, quindi è riservato ai solitari.
Pensateci.

ps Ora che me ne rendo conto, non c'è il bagno, e nemmeno la doccia, ma ci si può organizzare in cento modi alternativi, giusto?

lunedì 27 settembre 2010

Vuoi un'avventura?

Questa è comparsa stamattina sulla mia barra di Yahoo mail.
Ok, la tipa è vestita come in genere piace a me... e io di sicuro non sono un bacchettone.
Ma perché un brand come Yahoo deve sputtanarsi con questa roba?

Ce la possiamo fare.

Qualcuno mi ha fatto notare che sono troppo severo nei confronti delle agenzie pubblicitarie italiane.
È più lunga e complicata di così, e comunque, se ci sono delle felici eccezioni in un panorama di luoghi comuni e famigliole festanti radunate a fare colazione tutti assieme, sono pronto a esaltarle da queste pagine.
Quella in apertura ne è un esempio.
Porta la firma della Diaframma Advertising di Firenze, e ha beneficiato degli scatti di Riccardo Bagnoli e della direzione creativa di Stefano Ginestroni.
Il cliente ha messo mano al portafogli e ha pagato truccatori presi a prestito dal cinema, esperti in protesi ed effetti speciali, una sala posa con una scenografia di dieci metri lineari, due giorni di shooting e tre settimane di postproduzione (ce le avessi io tre settimane, ritoccherei tutta la Cappella Sistina).
Sia chiaro: niente per cui strapparsi i capelli, ma si fa ricordare facilmente, fa sorridere, si fa notare.
E, per i nostri standard, è parecchio superiore alla media.
Un altro paio di decenni e avremo recuperato il gap.

venerdì 24 settembre 2010

Vulnerable.

Il titolo è quello di un pezzo dei Pet Shop Boys.
I colori sono rosso, nero e bianco.
Le dimensioni originarie del file Photoshop sono 1999x2827 pixel.
L'ho cominciato e finito ieri sera.
Cosa significa?
Non un granché.
Da oggi nel colonnino di destra.

Ogni scarrafone.

Che ci faccio appoggiato a un totem di metallo e plastica a una squallida stazione di servizio in un punto imprecisato della nostra rete autostradale?
Niente.
È che ci affeziona alle proprie creature, anche quando sono brutte e ingombranti.

ps non ne avevo mai visto di questi dal vivo, e sul monitor del Mac sembrava più piccolo.

giovedì 23 settembre 2010

Iconizzami, 3

È parecchio che non posto qualche bella icona.
Simone ne fa di belle, e vi consiglio di sbirciare nella sezione icons del suo blog, ma è lento come un bradipo zoppo.
Qui ne ho raccolte alcune tra le migliori realizzate su web.
Sono tutte freeware, ma inviare un'email al suo autore per ringraziarlo o anche solo per dirgli che ha fatto un buon lavoro è sempre una buona idea.
Alexander Loginov. Trovate QUI la sua pagina DeviantArt e il link dove scaricarle.

Heyliott è specializzato in icone di serie TV: 24, Desperate Housewives, Dexter, Grey's Anatomy, Heroes, Dottor House e qualsiasi altra possa venirvi in mente. QUI la sua pagina DeviantArt da dove potete scaricare gli interi set.

HimandMe è evidentemente un appassionato di Star Wars, ma le sue dettagliatissime icone sono pensate per molti altri elementi del sistema operativo. QUI la sua pagina DeviantArt.

A proposito di Star Wars. Clicheguevara, sulla sua pagina di DeviantArt, propone lo scaricamento del set completo di tutti i pianeti comparsi nella saga di Lucas. C'è anche la Morte Nera.

Madewira realizza splendide icone vettoriali. QUI trovate le altre.

Thvg è l'acronimo di Thrasos Varnava Graphics. Sulla loro pagina trovate dozzine di dettagliatissime icone, piuttosto Mac-oriented, ma tutte di altissima qualità.

Xazac ha sulla sua pagina DeviantArt alcune tra le migliori icone per Macintosh che abbia mai visto.

Queste di Kon sono parecchio colorate, e qualcuno le potrà trovare pacchiane.
Ma sono tutte molto curate, e alcune davvero belle. Download da QUI.

L'estetica 2.0 vetrosa e zeppa di riflessi all'ennesima potenza. Michael Alltschekow, in arte Subuddha, si è sobbarcato un gran lavoro e ha reso disponibile per il download QUESTO set di 346 icone, che copriranno qualsiasi vostra esigenza.

Usa la forza. E le Adidas.

Riconosco che il legame tra Star Wars e Adidas è praticamente inesistente, anche se Lucas non si è fatto sfuggire l'occasione di fare altri quattrini licenziando QUESTA collezione di scarpe ispirata alla saga fantascientifica più famosa di tutti i tempi (direi che si possono portare al massimo fino al compimento del diciottesimo anno d'età, ma questa è solo la mia opinione).
Però c'è poco da fare: il loro spot è davvero ben fatto e, che siate fan di Star Wars o meno, vale la pena di dargli un'occhiata.
Tra la gente inserita dentro la storica sequenza nel malfamato bar di Tatooine, troverete David Beckham, i Daft Punk, Franz Beckenbauer, Noel Gallagher e Neil Armstrong... divertitevi a riconoscere gli altri.
Adidas è autorizzata, a differenza di Nike, ad utilizzare nei suoi comunicati pubblicitari anche i termini 'FIFA' e 'World Cup', cosa che deve averne fatto levitare ulteriormente i costi.
Che altro dirvi?
Guardatevelo.
Facessi io, roba così.

mercoledì 22 settembre 2010

Inception... o quello che ne ho capito.

Vorrei che il mio inglese fosse migliore.
Non ho troppe occasioni di esercitarlo, e chi vi dice che guardare sei stagioni di Lost in lingua originale coi sottotitoli aiuta, sta solo cercando di dare un senso a troppo tempo trascorso a lambiccarsi il cervello cercando parentele nascoste tra il fumo nero e il bambino di Claire.
Insomma, solo un mese fa ero lì che passeggiavo per Londra costruendomi i miei itinerari ora per ora, e a poca distanza dal mio albergo c'era un Imax... che, per chi lo ignorasse, è un particolare tipo di cinema, con uno schermo di 22 metri di lunghezza per 16 di altezza (quasi tre volte uno schermo standard cinematografico), ed è il più avanzato sistema di proiezione di pellicola ad alta risoluzione.
Negli USA l'Imax sta gradualmente sostituendo i multisala classici, ed è, assieme al 3D – che personalmente continua a sembrarmi una feature più da luna park che da cinema – la più grande scommessa del futuro delle sale cinematografiche.
Per girare un film nel formato Imax servono cineprese speciali e negativi di grande formato. QUI trovate parecchie altre informazioni se voleste approfondire gli aspetti tecnici... altrimenti, vi basti sapere che vedere un film in una sala Imax fa sembrare la più moderna delle sale del Warner Village una saletta parrocchiale con l'audio mono.
Se ve lo state chiedendo, i film girati finora in questo formato sono ancora pochissimi: Il Cavaliere Oscuro, Transformers 2, Star Trek XI, This Is It, Avatar, Tron Legacy, Shrek 4, Toy Story 3, Eclipse, Prince of Persia, Iron Man 2, Harry Potter e i Doni della Morte.
E buon ultimo, l'ultima fatica di Christopher Nolan, Inception (di cui parlai brevemente QUI).
Non ha i sottotitoli, ma posso farcela, mi dico, entrando nella gigantesca sala ad anfiteatro.
Si spengono le luci, parte il trailer dell'Imax e poi il film vero e proprio.
Dopo due ore e mezza ne esco fuori. Ma non completamente.
Devo assolutamente rivederlo doppiato (da noi esce questo venerdì) perché, anche se si tratta sostanzialmente di un thriller fantascientifico, i dialoghi sono numerosi, sfaccettati e complicati... e, anche a causa del forte accento giapponese di uno dei protagonisti, ho perso il senso di intere conversazioni che rendono cruciale la comprensione della storia.
Inception è completamente basato sul sogno e su come è strutturata l’architettura del nostro subconscio.
Nella prima mezz’ora del film non capisco quasi nulla. Dopo cinquanta minuti, collego qualcosa tra i personaggi, luoghi e parole chiave. Non ci provo neanche a spiegarvi la trama.
Nolan porta lo spettatore letteralmente da un subconscio ad un altro, dove non valgono le regole, luoghi, nomi e definizioni del precedente, e costringendo lo spettatore ad uno sforzo mnemonico del tutto inusuale durante la visione di un film.
La regia mescola i toni filosofici con quelli del thriller, l'onirico e il reale, e la cosa che più gli si avvicina finora è The Matrix (il primo e solo quello), anche nella fotografia che riesce a starle dietro alternandosi tra ricercatezze tecnologiche a sequenze di pura delizia visiva.
Le singole scene, prese da sole, sono quasi tutte memorabili (le mie preferire sono quelle con Di Caprio e Ellen Page che camminano per le strade di Parigi che si arrotolano letteralmente sopra di loro) anche se forse, la somma delle parti, fornisce un risultato meno eclatante di quanto si è portati a concludere una volta usciti dalla sala.
Quello che però conta davvero è che anche se non tutto è perfetto, il film è visionario oltre ogni dire, straniante ed estraniante.
Questo è grande cinema, senza discussioni.
Ah, sì... il cast è fantastico e la colonna sonora (Hans Zimmer) pure.
Un film da vedere per innamorarsi di alcune sequenze e per riflettere su quello che dovrebbe ancora significare la parola cinema.
Altro che Avatar e 3D.

ps il poster in apertura non è di quelli ufficiali, ma una mia rielaborazione di quello disegnato dal designer Ibraheem Youssef... e l'ho scelto perché racconta, meglio di tante parole, il senso del film.

martedì 21 settembre 2010

[ADDETTI AI LAVORI] Monik Dinardo

Proseguiamo con la carrellata di veloci interviste ai professionisti nel bistrattato settore della creatività. Oggi è di scena Monik, che ho scelta per ricordare che c'è tutto un aspetto "dietro le quinte" che è fondamentale a tenere in piedi il baraccone: quello che fa lei fa meno scena che creare una campagna pubblicitaria, ma richiede altrettanto mestiere.

Cosa c'è scritto sul tuo biglietto da visita? O, se preferisci, cosa rispondi quando ti chiedono "che lavoro fai"?
Quando mi pongono questa domanda, rispondo molto sinteticamente: sono un tecnico delle industrie grafiche, e mi occupo di prestampa in una tipografia.
In altri casi, a seconda del mio interlocutore, rispondo che lavoro con il Mac e pigio i tasti, per creare dei documenti con dentro testi e immagini da stampare in tante copie uguali fra di loro su delle stampanti gigantesche e costosissime. ;)
E nonostante questa spiegazione molto semplice che ho adottato, mia madre dopo sette anni che faccio questo mestiere, non ha ancora capito come mi procuro da vivere.
E mi guarda con un filo di sospetto ogni mattina che esco di casa per andare al lavoro.

Per i non-addetti: in che consiste il tuo lavoro? E cosa accadrebbe se non ci fossi tu?Il mio lavoro consiste nel saper interpretare tutte le informazioni che accompagnano l'elaborato grafico che arriva dal cliente, effettuare un controllo qualità e fare le modifiche necessarie a rendere il tutto ottimale per la stampa offset.
Le spiegazioni non sono il mio forte... quindi faccio degli esempi: supponiamo tu voglia stampare un libro, e che lo vuoi su carta patinata lucida da 180 grammi in brossura fresata: io apro il file, e noto che ci sono 81 pagine. Ti telefono e ti dico: "Devi togliere una pagina, o aggiungerne tre... le segnature possono essere dei quartini, ottavi, sedicesimi". La segnatura non è nient'altro il foglio di macchina contenente tutte le nostre pagine disposte in una determinata sequenza in modo che una volta piegato e tagliato ci restituisca la sequenza corretta di pagine.E non è tutto!… contemporaneamente devi fare altre mille cose, come procurarti un campione per verificare la dimensione del dorso di copertina a seconda della grammatura utilizzata, controllare le immagini, convertirle nello spazio colore per quel determinato tipo di carta e quella macchina da stampa, inserire tutte le lavorazioni particolari, come verniciature, serigrafie, stampe a caldo o l'inserimento di colori speciali in sostituzione della quadricromia (per esempio bicromie, o pantoni metallici) e tutto ciò che è relativo alla cosidetta "nobilitazione" degli stampati.
Una volta che tutto è sistemato si passano i file al reparto fotoincisa che prepara l'imposition delle pagine per la creazione delle segnature. Una roba sexy, eh?
Nel tuo lavoro è richiesta della creatività o hai la sensazione di fare la parte di un robot ben programmato?
Fare il robot è la parte obbligatoria del mio lavoro... sia nel caso che i file li forniscano i clienti, sia che ci si debba gestire i file internamente. Qualche volta capita che ci vengano dati solo testi e immagini, e le proposte grafiche devo tirarle fuori io. E in questo caso è ancora peggio... perché mi incazzo con me stessa. Litigo intimamente con la parte che vuole dare sfogo alla creatività, per tirar fuori qualcosa che sia anche tecnicamente fattibile.
Magari tiro fuori una bella idea creativa, poi i miei colleghi mi fanno notare che non ho adottato le finezze tecniche necessarie per la stampa.. o che potrebbero fare risparmiare soldi.

Quello che fai viene apprezzato (o, almeno, percepito) al di fuori del tuo ambiente di lavoro? O tua madre ti guarda con l'aria "sarebbe ora che ti trovassi un lavoro vero"?
Per quanto riguarda mia madre come ho già detto sopra... non ha ancora capito che faccio. Fuori dal mio ambiente vedo che viene apprezzato (o almeno... fa comodo ad alcuni avere un amico che fa il grafico): lo deduco dalla quantità di favori che mi vengono richiesti esternamente... e che mi rifiuto puntualmente di fare perché ho un altra passione che mi tiene impegnata oltre alla grafica e non avrei tempo materiale per farlo.

Per fare quello che fai ci vuole una vocazione? O ci sei arrivata per strane vie traverse?Terminate le scuole dell'obbligo non avevo le idee ben chiare sul mio futuro.
Ero indecisa, andare a lavorare in un negozio di fiori con mia cugina? fare il meccanico?
Avevo anche un'altra chance: iscrivermi alla stessa scuola che aveva fatto mia sorella. Non sapevo bene cosa insegnassero, ma c'era disegno, e a me piaceva disegnare. E poi c'erano c'erano questi bei computer bianchi, gli iMac... e io non avevo mai posseduto un computer in vita mia.
Sono contenta di quella scelta... a quest'ora mi sarei ritrovata a vendere mazzolini di fiori al mercato.

Ti è mai successo di percepire differenze di trattamento (nel bene e nel male) per il fatto di essere una donna a fare questo lavoro?
No, assolutamente.... forse, quando ero più giovane e non avevo esperienza, non venivo presa molto in considerazione; facevo il mio lavoro ma non ci mettevo molto del mio, ma tutto dipendeva dall'insicurezza legata all'inesperienza. Non aveva niente a che vedere col mio sesso. ;)


Uno sguardo al privato. Ti capita di frequentare più persone affini alla tua sfera professionale piuttosto che commessi, impiegati, elettricisti, parrucchieri, commercialisti? E finite per parlare sempre di quanto sia brutto il Comic Sans?
Io non esco mai, sono sempre attaccata al computer, sto bene solo quando sono con il mio Mac... le persone vere le vedo solo quando a vado a fare la spesa. (posso mettere le faccine? o si capisce che questa era una specie di battuta uscita male?) :D
A parte gli scherzi.... io quando esco dal lavoro raramente parlo di lavoro. Devo staccare completamente. Mi capita spesso di uscire con persone che lavorano nel mio campo, ma indubbiamente si parla di altro... e se si parla di lavoro lo si fa per raccontarsi cose assurde che ci capitano (e non mancano mai, ti assicuro).

Supponiamo che ci sia ancora qualcuno che, dopo averti letto fin qui, voglia ancora fare il tuo lavoro. Cos'hai da dirgli?
Caro aspirante martire: abbi pazienza, tanta pazienza.
Le tempistiche sono invariabilmente strette, il lavoro che stai facendo era per Natale 2009 e te lo hanno mandato oggi, e quando sei lì che pensi di aver finito... c'è un cambio di programma. Una modifica della grammatura della carta, o peggio, da un punto metallico diventa una brossura cucita e devi rivedere tutto.
E ricorda:
Se un cliente ti mette il bianco in sovrastampa... sei fottuto.
Se un cliente ti manda il file in power point ... sei fottuto.
Se un cliente ti dice che preferiva la sua versione con il comic sans... sei fottuto.
Se un cliente è tuo amico... sei fottuto. ;)