giovedì 28 ottobre 2010

Segnali.

Se poi avrei dovuto dare ascolto ai vari segnali che – mai come quest'anno – mi sono piovuti addosso e che dicevano tutti la stessa cosa
(non andare a Lucca)
, vi saprò dire poi.
Amiche infortunate, parenti di amici schiattati, Arianna appesa a una telefonata, previsioni meteo scoraggianti, sciopero sia dei mezzi qui a Roma che dei treni in tutta Italia, la macchina di Francesca guasta, defezioni dell'ultimo minuto, la mia collega che proprio domani deve assentarsi dal lavoro, più vari messaggi ed email caduti nel vuoto...
Se fossi uno che bada a queste cose e vede collegamenti nascosti nel quadro generale, probabilmente domani (e tutto il lungo weekend) me ne starei tappato in casa, altro che Batman.
Ma, almeno a questo giro, la mia parte razionalista prende i comandi e mi dice: ma che dici. Prendi quella valigia e muoviti. Non c'è nessun collegamento. Nessun messaggio.
Sarà così.
Poi vi dico.

The Egoism of Genius.

Pochi giorni fa parlavo di Dave McKean, di quanto ammiri il suo lavoro e di come alcune delle mie cose nuove con Photoshop stiano risentendo della sua influenza.
Il mio scopo non è diventarne un clone (cosa che sarebbe impossibile, oltre che artisticamente sterile), ma muovermi in direzioni nuove ed assimilare parti della sua estetica per evolvere il mio stile... che, probabilmente, negli ultimi tempi stava imitando un po' troppo se stesso, chiudendosi da solo in un recinto, cosa che non è (quasi) mai buona e giusta.

Egoism of Genius è una delle prime cose del nuovo corso, al quale seguiranno (se tutto va bene) I'm A Stranger Here Myself e Slave to the Machine.
Qui sotto, un dettaglio dell'immagine (dimensioni originali 2046 x 2756 pixel), e QUI potete scaricare le versioni desktop, iPad e iPhone (link valido per trenta giorni).
Io torno a venerare McKean.

mercoledì 27 ottobre 2010

Tanto per abbassare un po’ il livello di questo blog...

So che non mi crederete, ma l'ho scoperta per caso cercando su Google fotografie di sabbia (sand).
Si chiama Shauna Sand, e ha il solito curriculum: ex Playmate, ex moglie di Lorenzo Lamas, completamente ricostruita che manco la donna bionica, un sex tape che gira da qualche parte.
E, naturalmente, un fantastico gusto nel vestire.
Insomma... poteva non piacermi?

Un momento, Doc... mi stai dicendo che hai costruito una macchina del tempo... con una DeLorean?

Sono passati già venticinque anni da quando Michael J. Fox conquistò il pubblico di un'intera generazione (e anche delle successive, cifre alla mano) salendo su una DeLorean DMC-12 equipaggiata con un improbabile "flusso canalizzatore" che lo poteva far viaggiare a piacimento nel tempo.
Se non sapete di cosa parlo, o finora siete vissuti su Marte o non siete degni di leggere questo blog.
La trilogia di Ritorno al futuro è una delle migliori saghe cinematografiche mai scritte, con uno script a prova di bomba, dialoghi calibrati al millesimo, innumerevoli trovate sceniche e un cast così perfetto da essere irriproducibile.
Insomma, come fa un film a diventare un cult?
Dev'essere come Ritorno al futuro, né più nè meno.
Oggi, e solo per oggi, in Italia Ritorno al futuro esce di nuovo al cinema in un'edizione rimasterizzata. E io ho comprato i biglietti da giorni, perché avevo paura di non trovare posto (e difatti, ce n'era solo in seconda fila).
Lo spot qui sotto è quello commemorativo dell'evento, e a girarlo è stato chiamato ancora lui, l'oggi quasi cinquantenne Michael J. Fox.
E se guardandolo non avete desiderato che la Delorean potesse portarlo di nuovo nel 1985, quando si andava in giro coi piumini senza maniche, il walkman, i capelli cotonati e lui era ancora in salute, vuol dire che la magia del cinema non ha più presa su di voi.
Peccato.

lunedì 25 ottobre 2010

[RECE] Did You See Me Coming (EP digitale)

Sapete cosa c'è di più comodo, veloce e pratico che comprare musica digitale sull'iTunes Store?
Solo una: che Paris Hilton (o un'altra tipa fatua a vostra scelta), faccia clic con una delle sue unghie perfettamente laccate e lo faccia al posto vostro.
Ho atteso un po' Paris – invano – e poi l'ho comprato io... l'EP digitale dei Pet Shop Boys di Did You See Me Coming?, sei tracce per meno di tre euro. Come si fa a non cliccare su "acquista ora"?

I Pet Shop Boys l'anno scorso realizzarono un album che, pur non esaltandomi, non mi era dispiaciuto, e che, ad ascolti successivi ha guadagnato nuovi punti. Come da loro politica, a cadenze programmate i due hanno pubblicato vari estratti dal loro album, includendo remix e pezzi inediti... tutta roba che l'esperienza mi ha insegnato a non sottovalutare e speravo che questo EP potesse essere una bella sorpresa.
Speranza non completamente disillusa.

Sorvolando sull'artwork bruttarello, oltre l'album version della title track l'EP digitale include:
- Did You See Me Coming? (PSB Possibly More Mix)
Realizzata dagli stessi Neil e Chris, ha un arrangiamento vagamente anni novanta e contiene un lungo intermezzo in cui Neil elenca una serie di aggettivi stile inserzione sui giornali di incontri. Una rilettura che dà al pezzo una prospettiva del tutto diversa, lontanissima dalla spensieratezza della versione originale... qui offuscata dal fantasma della solitudine che spinge alla disperata ricerca di qualcuno.

- Did You See Me Coming? (Unicorn Kid Mix)
È un remix che i PSB hanno deciso di affidare a un 17enne inglese che si fa chiamare Unicorn Kid e che – pare – spopoli nei club londinesi. Il tipo ha pensato fosse una buona idea usare i suoni tipici dei videogames a 8 bit anni ottanta... col risultato che i fans lo hanno ribattezzato Mario mix riferendosi ai suoni alla Super Mario Bros della Nintendo, sostenendo che chiunque altro avrebbe potuto fare di meglio. Giochino carino, ma niente di che.

- Brits Medley (inedito)
Megamix di nove minuti e mezzo prodotto da Stuart Price, e mai pubblicato su supporto fisico. Assemblato con molta cura e – in parecchie parti – completamente ricantato e risuonato. Non c'è il meglio del meglio della loro produzione, ma è un piacevole biglietto da visita.

- The former enfant terrible (inedito)
Dura meno di tre minuti, e ho l'impressione che sia una versione condensata di un pezzo molto più esteso.
Il suo clangore, le sue false dissonanze e il cantato/recitato di Neil echeggiano le atmosfere di The sound of the atom splitting (una vecchia b-side di Left to my own devices)... pezzo semi-sperimentale di cui non mi sono mai innamorato. Ma è probabilmente il momento più interessante dell'intero EP.

- The Way It Used to Be (Richard X Mix)
Richard X prova a bissare il successo di critica e pubblico di Fugitive confezionando un buon remix, elegante e rispettoso dell'originale... ma che – sinceramente – mi scivola un po' addosso.

Insomma... questo dico sarebbe valso il prezzo pieno su un supporto fisico? Mah....
Vale i 2 euro e 99 della sua versione digitale su iTunes? Ecco... a questa cifra, il disco è un buon investimento.

Quel che è giusto, è giusto.

È facile andare contro Microsoft.
Producono roba scadente, scopiazzata, piena di bug e – colpa persino peggiore – non si sforzano neppure di dargli un aspetto cool.
Ma questo spot televisivo del loro nuovo smartphone basato su Windows 7 è parecchio ben fatto, e di certo migliore degli stucchevoli spot dell'iPhone 4.

sabato 23 ottobre 2010

Vulnerable (media pack)

Per chi ha apprezzato Vulnerable (ma anche no).
Scaricabile QUI in tre differenti formati (desktop, iPad e iPhone) per 30 giorni da oggi.
Una nuova abitudine che investirà le nuove immagini che pubblicherò sul blog, a cadenza (si spera) mensile. Enjoy it.

giovedì 21 ottobre 2010

Cosa mangia questo leone? Tutto il tuo vecchio modo di fare.

A quanto pare, MacOSX 10.7 non avrà il 3D, e di questo sentitamente ringrazio.
Ma in Apple, qualcuno si è sentito in dovere di farne una specie di strano ibrido tra il sistema operativo che conosciamo tutti e l'iOS montato sugli iPhone e gli iPad.
Fin dall’inizio del keynote l'aria era chiara a tutti, il nuovo iPhoto assomiglia molto all’applicazione Immagini per iPad, e FaceTime è stato traghettato pari pari da iPhone 4 al Mac.
Lion porterà sui Macintosh alcune caratteristiche base di iOS (il multitouch, il launchpad, le applicazioni a schermo pieno, l’autosalvataggio, l’autoresume) e introdurrà la funzione Mission Control.
Ora come ora, se dovessi giudicare solo dalla dimostrazione vista ieri sera, posso dirmi un po' perplesso.

Partiamo proprio dal multitouch.
Altre aziende (come HP) hanno reso touchscreen lo schermo dei loro computer, ma Steve Jobs ha detto quello che molti pensano: un touchscreen verticale sarà figo da vedersi... ma è scomodo. Il touchscreen deve dare la possibilità di appoggiare il polso, quindi deve essere comunque orizzontale. Ed ecco come strumenti come il Magic Mouse e il Magic Trackpad assumono all'improvviso molta più importanza nella strategia filosofico/tecnica Apple di quanto non sembrava al momento della loro presentazione.
Scorrere con un gesto desktop multipli potrà costituire, col tempo, un aumento della produttività e diventare una gesture abituale, o anche no. C'è da riconoscere ad Apple una precisa volontà di non restare ancorati a vecchi schemi, e di pensare continuamente ad un possibile futuro dell'interazione tra uomo e macchina.
Che sarà poi il multitouch o meno, io non sono in grado di dirlo.
Per ora mi mantengo sulla mia posizione: perplesso possibilista.

Un’altra feature presa in prestito da iOS è l’Autosave. Nessuna delle app che girano su iPhone e iPad ha un tasto "salva": fanno backup automatici e funzionano con un database interno che salva tutto automaticamente. Autosave dovrebbe estendere queste funzioni a tutto il sistema... ma prima di dire che è una gran bella cosa, bisogna vedere se l'utente vuole veramente salvare le modifiche o stava solo sperimentando.
In altre parole, un autosave ha senso su un dispositivo che, di fatto, non crea documenti (come l'iPad)... ma su un computer nel senso più comune del termine, l'autosalvataggio potrebbe rivelarsi più dannoso che utile.
Naturalmente, non ho ancora idea di come sarà implementato in Lion.

Launchpad dà accesso immediato alle app, esattamente – né una virgola in più né una in meno – come sull’iPad. Cliccando l’icona Launchpad nel dock le finestre aperte svaniscono, sostituite da una visualizzazione a pieno schermo di tutte le applicazioni presenti sul Macintosh. Come sull'iPad, le pagine di app si scorrono con una gesture, come sull'iPad si possono organizzare a piacimento e raggrupparle in cartelle.
La mia impressione a caldo è che Launchpad non sia che un ingombrante duplicato del dock (e degli stacks annessi), e se Apple ne decreterà in un prossimo futuro la sua estinzione solo per rendere il Mac più simile ad un iPad (o un iPhone), non posso che sentirmi perplesso, parecchio perplesso.

L'autoresume, cioè il presentare applicazioni e documenti nello stesso stato in cui sono stati lasciati, è in realtà una funzionalità già presente in parecchi programmi, e non mi sembra questa grande innovazione: a meno che il sistema non si occupi di farla funzionare meglio ed estensivamente a tutto quello che gira sul Mac, ma non vedo proprio come.

Le applicazioni a schermo pieno. Sull’iPad ogni app è visualizzata a tutto schermo, e si torna al punto di partenza (la schermata home) con un solo tasto. In Mac OS X Lion si potrà vedere un’applicazione a tutto schermo e scorrere sul trackpad per passare a un’altra app (sempre in full-screen), scorrere di nuovo per tornare alla scrivania e accedere alle finestre nel modo tradizionale.
Ok, abbiamo visto la demo. Carino, parecchio iPad-oriented, ma la mia domanda resta: cui prodest? a chi giova un sistema simile? E, badate, me lo sto chiedendo senza polemica: semplicemente, non riesco a cogliere il vantaggio per l'utente (io).
E poi, diciamolo: usare un'applicazione a tutto schermo senza intravedere neanche un pezzetto di scrivania, è da sempre una caratteristica dello sbeffeggiato Windows. Da quando mostrare un'app (e solo quella) a tutto schermo è diventato un cavallo da battaglia di Apple?
A meno che non vogliano rovesciare anche questo storico concetto, il Mac è studiato per far fare all'utente più cose alla volta.
Oggi per me è normale usare Photoshop, Illustrator, XPress, Acrobat, Safari, Skype, Entourage e altre app, insieme: dispongo le finestre sul desktop e passo da un programma all'altro cliccandoci sopra o ricorrendo al dock.
Lion, invece, porta all'estremo il concetto di spaces. Dashboard? Uno spaces.
Le app a tutto schermo? Uno spaces.
Magari anche qui è questione di abitudine... e potrei scoprire che avere il desktop sempre sott'occhio non è che anch'essa un'abitudine e non una necessità.

Mission Control, infine, è una nuova funzione che fornisce in un’unica schermata una visione d’insieme delle varie attività in corso sul Macintosh, tra cui Exposé, Spaces, Dashboard e le applicazioni a tutto schermo. Con una gesture, la scrivania zooma all’indietro e si entra in Mission Control: le finestre aperte si raggruppano per applicazione, le app a tutto schermo compaiono come miniature, quindi la Dashboard e i vari spazi di Spaces, il tutto organizzato in una vista unificata.
Una specie di Exposé con gli steroidi, insomma... anche se non sono sicuro di aver capito bene come funziona il tutto (ad esempio, se apro 5 applicazioni in full screen devo scorrere 5 applicazioni per tornare alla scrivania?).

Concludendo: sono abbastanza razionale ed uso Macintosh da abbastanza tempo da capire da solo che attaccamenti ideologici o emotivi a date tecnologie (e connessi modi di fare) hanno poco senso in un mondo, come quello dell’informatica, dove l’innovazione finisce inevitabilmente per mangiarsi il passato – che fino ad un attimo fa era il nostro presente – con tutti i suoi rassicuranti e collaudati processi quotidiani.
Capisco da solo che rimpiangere il System 9, Tiger o l'iPod con la ghiera cliccabile è anacronistico e ci fa solo apparire come dei vecchi nostalgici.
Un paio di settimane fa vi parlavo del costante processo di semplificazione negli oggetti e nelle interfacce utente, che ci ha portato da digitare stringhe sul terminale ad usare i menù per poi passare alle shortcuts e infine a toccare direttamente le icone sullo schermo.
Questo è il trend a cui abbiamo assistito in questi anni, e dubito che si fermerà proprio adesso.
Se questo è il futuro (ed Apple, gli va dato atto, l'ha ispirato spesso e volentieri), direi che Lion ne è una concreta anticipazione.
Tanto vale prepararsi.

Together.

È il nuovo singolo dei Pet Shop Boys inserito nel loro nuovo greatest hits Ultimate in uscita il prossimo primo novembre (sarà venduto come anche singolo e in digital bundle su iTunes) dal 24 ottobre.
Cioè, domenica prossima.
Che dirvi? Ho ascoltato solo i 30 secondi dell'anteprima (qui sotto), e già mi piace.
Ancora più di Love, etc.
Domenica.
Questa.
Li odio, io, i teaser.

mercoledì 20 ottobre 2010

[The ART OF] Dave McKean

Nato nel 1963 e originario del Berkshire, Dave McKean fa l'illustratore da più di vent'anni.
Probabilmente, lo conoscete di più per le sue storie a fumetti: Arkham Asylum (la graphic novel di maggior successo mai pubblicata), le copertine della colalna Sandman, Black Orchid, la collaborazione con lo scrittore Neil Gailman per Violent Cases, Signal To Noise e Mr Punch, il libro scritto ed illustrato da lui, Cages.
McKean ha anche realizzato un centinaio di copertine di Cd per artisti come Tori Amos, Michael Nyman, The Counting Crows, Dream Theatre, Alice Cooper.

Il suo talento si estende professionalmente ai campi della fotografia, della pittura, della scultura, della musica e dei cd rom multimediali (per i Residents e i Rolling Stones). Tra i suoi clienti ci sono Kodak, Sony, DC Comics, Nike, British Telecom, Smirnoff, e inoltre collabora regolarmente con la rivista New Yorker.
La sua opera è straordinaria tanto per lo stile quanto per i materiali.
Le sue imamgini sono assemblaggi di fotografie, disegni, dipinti e sculture realizzati e montati appositamente per il pezzo definitivo, secondo un procedimento che evidenzia precise influenze (ad esempio quelle di artisti come Joseph Cornell, Kurt Schwitters e il fotografo Joel-Peter Witkin).
I primi collage di McKean erano stati realizzati con fotografie, colori spray e taglierina. Da principio erano solo oggetti fotografici che riusciva a realizzare in doppia esposizione e altri oggetti stesi sul vetro. Poi è arrivato Photoshop, e tutto il suo lavoro ha subito una svolta.
In meglio, mi piace pensare.
Prendete le copertine di Sandman: è un fumetto lontano milioni di miglia dalle solite esibizioni di muscoli sotto costumi aderenti. Sandman ha un taglio letterario, i personaggi fungono da strumenti che evocano il mito, l'onirico, i tropi di storie famose. Il protagonista non è che un'idea che abita un corpo, è un archetipo, così le copertine che ha ideato sono zeppe di simboli, più che interpretare alla lettera i personaggi o riprendere immagini all'interno.
Quasi tutti i suoi lavori seguono lo stesso percorso: comincia con un disegno, elabora le idee per le immagini su un quaderno, scarabocchia. Dopo di che prepara i supporti o dipinge gli oggetti che gli servono per costruire l'immagine: McKean fotografa personalmente fiori, rami, libri, tappeti, tessuti, lastre metalliche e altri oggetti reali, dipinge particolari di composizione astratta e li passa allo scanner.
In qualche caso ha utilizzato vecchi album di famiglia, eccellenti per trovare strani personaggi per lo sfondo o la facciata di un edificio.
McKean cerca di conservare la forza originale dei suoi schizzi, giocando senza limiti con Photoshop: Non ho regole, ma non voglio affidarmi completamente al computer: è facile cadere in qualcosa di nitido e lucido, guardando un'immagine digitale senza sporco, senza effetti reali e senza sorprese. Se vuoi sfruttarlo per un fine, il computer è un mezzo eccellente, ma non puoi colloquiare con lui: è troppo schietto e logico.
Dave McKean lavora sempre sulle imamgini in RGB e le converte in CMYK alla fine. Non fa correzioni sul colore: sa riconoscere quella vibrazione luminosa di una tinta che non si riproduce. Fin quando poteva usare FreeHand, utilizzava quel software come formato di lettura. Illustrator o XPress gli sembrano troppo artefatti e complessi per il suo lavoro.
McKean ha esposto alla Four Colour Gallery a New York, al Museo di Arte Contemporanea di Madrid, al Maritime Museum di Carlisle e nel 2005 a Milano alla Fabbrica del Vapore (Narcolepsy, il manifesto è l'immagine di apertura di questo post), ha vinto una sfilza di premi lunga come una coda all'apertura di un nuovo Apple Store. Ha diretto cortometraggi e video (The week before, Neon, Lowcraft, Izzy, Raindance, Buckethead, BBC Sonnet 138) e gestisce anche l’etichetta discografica Feral Record, in società col sassofonista Ballamy.
Neil Gaiman sostiene che McKean sia uno dei più eccitanti collaboratori con cui abbia mai lavorato perché non sa mai cosa riuscirà produrre: Dave ti da qualcosa che non è come quello che avevi in mente, ma alla stesso modo straordinario. Spesso più straordinario delle cose che hai in mente.
Potrei linkare centinaia di sue immagini presenti in rete: fate una semplice ricerca, e ne troverete finché ne volete. La fantasia di quest'uomo sembra essere inesauribile. È come un vulcano continuamente attivo, che rinnova e sorprende sempre, spingendosi a fondo in ogni campo da lui esplorato.
Un ottimo punto di partenza è il suo sito, ma io vi consiglio anche QUESTO.
Il suo lavoro è talmente potente ed espressivo che alcune delle nuove cose che sto preparando in Photoshop stanno risentendo pesantemente della sua influenza... se tutto va bene, le vedrete presto da queste parti.

martedì 19 ottobre 2010

Lion?


Domani Steve Jobs parlerà di qualcosa, qualcosa che ha a che fare col mondo Mac, dopo essersi sollazzato (ma anche sollazzato noi, ammettiamolo) con iPod, iPhone e iPad.
La copertina dell'evento, Back to the Mac, fa intuire l'ingresso di un nuovo felino nella famiglia Apple, il MacOS 10.7 Lion, dopo Cheetah (10.0), Puma (10.1), Jaguar (10.2), Panther (10.3), Tiger (10.4), Leopard (10.5) e Snow Leopard (10.6).
Inutile dire che sono molto, molto curioso.
Se è in programma un remind dell'interfaccia (più che un restyling, che chi ha voglia di usare qualche plug-in può già procurarsi da solo), potrebbe essere qualcosa mutuato dall'iOS... anche se personalmente credo poco all'implementazione del touch sui computer desktop.
Spero non puntino sul 3D, che complica solo le cose, ma si concentrino su una più elevata semplificazione ed automatizzazione di tutti i processi... magari un Automator facile da usare, un QuickTime che legge ed esporta tutto, una gestione delle font migliorata e una velocizzazione delle dannate anteprime in QuickLook (che potrebbe essere più che un'inutile fighetteria se solo le caricasse in real time).

E se poi si decidessero a dare una svecchiata al case del MacPro, che risale al 2003, non sarebbe male.

PS ma quanti termini da geek ho usato in sole venti righe?

PPS in effetti, guardandolo meglio, l'invito suggerisce qualcosa che haa che fare col 3D.
Qualunque cosa sia, mi auguro sia migliore della soluzione proposta da Bumptop (nel video qui sotto)... e cioè qualcosa che non aggiunge realmente un vantaggio operativo per l'utente.
Sempre secondo il mio modo di interagire col computer, naturalmente.

Il Cavaliere Oscuro.

Pennarello su carta da fotocopie.
Postproduzione su Photoshop.

lunedì 18 ottobre 2010

Tutti i gusti sono gusti.

Sì, forse sarà un po' da depravati, e magari anche un filo maschilista... ma a me quest'idea di mangiare il sushi servito su una ragazza nuda mi piace un sacco.
Qualcuno sa dove lo facciano a Roma?

Fate ciao al nuovo arrivato.

Dopo quasi sei anni di ben più che onorato servizio, il G5 che usavo qui in studio se ne va in pensione... o meglio, continua a lavorare sotto la scrivania di Chiara, finché i suoi due processori Motorola non fonderanno (quindi, prevedo, tra una cinquantina d'anni).
Prende il suo posto un iMac i7 860 quad-core a 2,8GHz, con un disco da 1 terabyte, 8 GB di ram, superdrive doppio strato 8x, scheda grafica ATI Radeon HD5750 con 1 GB e un immenso, luminosissimo display da 27 pollici 2560x1440 pixel, oltre l'HD.
Ma voglio chiarire un punto prima di continuare: io un iMac non ce l'ho mai avuto, nè avrei mai comprato per me una macchina simile, per una serie di ragioni che probabilmente, valgono solo per me. Per esempio, detesto non poter decidere di cambiare solo la macchina e non anche tutto il monitor, non mi piace essere costretto a montare un disco esterno per il backup, mi innervosisce la stronzata della tastiera wireless senza tastierino numerico.
E poi, diciamocelo, solo nella sua più recente incarnazione l'iMac è diventato guardabile (l'iMac G4 è fuori concorso per quanto era straordinariamente originale).
Detto questo, ci sto lavorando da un paio di giorni e questo iMac mi sembra una macchina piuttosto ben costruita, silenziosissima e fin troppo veloce per l'uso che ne faccio io... niente 3D e niente montaggio video non lineare, ma creative suite Adobe, XPress e un paio di altre minchiatelle.
Sapete come la penso: le macchine odierne sono già abbondantemente sovradimensionate per i compiti che devono svolgere, e mi aspetto che questo iMac resti al suo posto sulla mia scrivania almeno per i prossimi quattro anni senza fiatare.
Tenere la luminosità dello schermo al massimo è pura follia: a metà slide, il pannello montato sull'iMac è luminoso come il mio vecchio cinema display 24", e il fatto che sia extra lucido fortunatamente non mi dà fastidio... ma va detto che dietro le mie spalle non ci sono fonti luminose che genererebbero riflessi.
Altre cose carine del nuovo arrivato, sono l'unico cavo d'alimentazione e l'estrema pulizia estetica di ogni componente.
Del magic mouse in dotazione ho già detto un gran bene, la tastiera wireless è carina ma inadatta da un uso professionale, e l'ho dovuta sostituire con un'alluminium keyboard standard Apple.
Gli altoparlanti, invece, non sono sto granché: per sentire musica decentemente, una coppia di casse esterne è d'obbligo.
Insomma, forse non vale i duemila euro del cartellino del prezzo, ma è una macchina piuttosto collaudata e per le mie esigenze lavorative (attuali ma anche future, a occhio e croce) è più che dimensionato, quindi va bene così.

sabato 16 ottobre 2010

E, a proposito di Kick-Ass...

...anni fa, ci fu chi portò già sullo schermo l'idea di gente senza alcun superpotere, ma che si atteggiava a supereoe e se andava in giro a combattere il crimine con costumi raffazzonati e nomi di battaglia improbabili.
È l'ingiustamente poco ricordato Mystery Men, che vedeva un gruppetto di bei nomi tra i quali Ben Stiller e l'allora lanciatissima Claire Forlani diretti da un regista di spot pubblicitari che – a mio giudizio – confezionò un prodotto ben più che decente, forse perché pigiava decisamente sul pedale dell'ironia.
Indimenticabile la scena delle "audizioni per supereroi" col tafferuglio tra le due sedicenti Wonder Woman e una parata di schizzati ognuno col suo bravo costumino cucito in casa.
 Pensate che sia tutta fiction?
Allora forse vi siete dimenticati di questo tizio qua: apparve, volteggiando in un perfetto costume da Spiderman, nel 2007 alle colonne di San Lorenzo nel pieno centro di Milano, ripreso da dozzine di telefonini e schiaffato su YouTube la sera stessa... esattamente come nella graphic novel di Millar/Romita (o come nel film di Vaughn, se preferite).
Fu addirittura intervistato da Studio Aperto, dopodiché sparì nel nulla.
Certo che, se restava zitto, era anche meglio.

giovedì 14 ottobre 2010

Kick-Ass (la graphic novel) vs. Kick-Ass (il film). Secondo voi, chi ha vinto?

Qualche tempo fa dicevo dei film che appartengono alla categoria CPBMPS (abituatevi a vedermi usare questo impronunciabile acronimo, che sta per Che Partono Bene Ma Poi Svaccano) parlando di Splice, e non ho fatto in tempo ad uscire dal cinema scuotendo la testa che arriva questo Kick-Ass, che, quando iniziano a scorrere i titoli di coda, sembra voler uscire dal televisore una scritta tridimensionale che pulsa: "Anch'io sono un film CPBMPS!!!".
Ma andiamo con ordine.
Kick-Ass è una graphic novel, scritta da Mark Millar e disegnata da John Romita Jr (va bene Johnny, ci hai messo anni a convincermi, non sei malaccio, ma non arrivi neanche ad allacciare le stringhe a tuo padre, ricordatelo sempre), e non è la solita rilettura in chiave postmoderna del mito del super-eroe (compito che peraltro Millar ha già assolto da anni, ed egregiamente, dapprima con The Authority, quindi con gli Ultimates).

Kick-Ass è la storia di ciò che accadrebbe se un nerd qualsiasi decidesse di indossare una tuta da sub e un passamontagna per combattere il crimine in una metropoli di oggi, negli anni di YouTube e MySpace.
Dave Lizewski, sedicenne appassionato di fumetti, parte da una considerazione apparentemente banale: perché mai nessuno ha provato a fare il supereroe?
Con tutta la gente che ne parla, con tutti i film che stanno riscuotendo un successo planetario, almeno uno avrebbe potuto provarci: non tutti diventano ockstar, ma questo non impedisce alla gente di continuare a comprarsi delle chitarre. Perché c'è gente che vuole diventare Paris Hilton e nessuno che vuole diventare Spiderman?
E ancora: Perché sgobbare per anni per poi trovare un lavoro di cui lamentarsi tutti i giorni? Non aveva più senso seguire i propri sogni e fare anche un po' di bene allo stesso tempo?

È solo questione di tempo perché Dave compia il passo che porterà il mondo della fiction, i fumetti dei supereroi, nella realtà... una realtà che vivrà a caro prezzo sulla sua pelle, perché in Kick-Ass basta un pugno ben assestato per rompere un osso o una caduta rovinosa per finire all'ospedale per settimane.
E tutto questo, nel fumetto, funziona alla grande.

La storia è godibilissima (la trovate pubblicata dalla Panini in due volumi, probabilmente troppo cari ma piuttosto ben stampati), e merita di essere letta.
Qualcuno a Hollywood ha saggiamente intravisto delle potenzialità per una riduzione cinematografica, ed ecco apparire Kick-Ass nelle sale (non nelle nostre, naturalmente, noi abbiamo Muccino, poi dici che uno salta in groppa al mulo...), a firma del britannico Matthew Vaughn (qui alla sua terza regia dopo i trascurabili The Pusher e Stardust).

Ora, a cose fatte, è facile a dirsi, ma è così: Matthew, tutto quello che dovevi fare era attenerti alla lettera alla graphic novel. E saresti stato acclamato come un dio.
E invece?
Invece no. Dopo un'ottimo primo tempo, dove sei rimasto sui binari del fumetto e tutto fila alla meraviglia (ottimo il casting, va bene la voce fuori campo del protagonista, il costume è identico), hai deciso di prendere delle iniziative. Tutte sbagliate.
Sorvolo sulle piccolezze (che c'era bisogno di conciare Big Daddy come Batman? ma passi) e vado subito alle Cinque Solenni Puttanate che fanno entrare di diritto il tuo Kick-Ass nella categoria CPBMPS.

1) Big Daddy. Per quanto Nicolas Cage (e il suo parrucchino) si sforzino di rendere credibile il personaggio e la sua lucida follia, le origini che gli hai affibbiato sono quelle di un Punitore qualsiasi... proprio dove la rivelazione delle vere motivazioni di Big Daddy era uno degli elementi maggiormente corrosivi della miniserie di Millar & Romita: il Big Daddy originale è un mentecatto che cresce la figlia come una killer ninja giusto perché era il suo sogno da sfigato. E non hai avuto, comunque, lo stomaco di fargli fare la fine che fa sul fumetto.

2) Red Mist. Ok, nel fumetto si poteva anche intuire... ma che bisogno c'era di spiattellare da subito nel film che Red Mist è il figlio del mafioso? Le motivazioni psicologiche del ragazzino, comunque, le hai tutte cannate, senza saltarne una.
Lo fai pentire, provare dei sentimenti, cercare di tenere a freno il padre e i suoi scagnozz, laddove il Red Mist di carta non aveva alcuna intenzione di buttarsi nell'incendio e sghignazzava di gusto mentre a Kick-Ass applicavano gli elettrodi ai testicoli. Per dire.

3) Violenza sì, ma... non esagerate, ragazzi, ok? Proprio perché calato in un contesto verosimile, il Kick-Ass a fumetti non fa sconti ed è carico di una violenza che neanche Tarantino vi ha mai fatto vedere nei suoi deliri più splatter: nel sangue ci puoi inzuppare il pane, letteralmente.
Dave arriva alla fine con il volto completamente tumefatto, dopo aver subito una sessione di corrente elettrica ai testicoli di cui nel film non c'è alcuna traccia. Nel fumetto ho visto (e anche tu, ne sono certo) mannaie che si piantano nei crani e crani fatti esplodere dalle pallottole. Per l'unica scena veramente violenta che hai girato (Hit Girl che affetta gambe a casa dello spacciatore) hai ben pensato di utilizzare come soundtrack The Tra La La Song... quella dei Banana Splits. Ho detto tutto.

4) Il deus ex machina. Uno zaino-razzo e un aggeggio alla WarMachine? Ma come cazzo ti è venuto in mente?

5) Dave e Katie. Ad Hollywood deve girare qualcosa di etichettabile come Happy End Syndrome. E tu ce l'hai. Ma di brutto.
Nel fumetto, il protagonista riesce a legare con Katie, il sex symbol della sua classe, Katie, solo perché questa è convinta che lui sia gay e vittima di abusi.
E nel film, questo ce lo hai messo.
Solo che quando la Katie del film scopre che è tutta una balla se la prende per circa dieci secondi, poi i due si scambiano metri di lingua e il giorno dopo trombano nel parcheggio della fumetteria come se non ci fosse un domani.
Nel fumetto, Dave sogna che le cose vadano così, ma Katie a) gli dà del pervertito imbroglione, b) chiama il suo ragazzo nero per farlo pestare a sangue, c) gli invia sul telefonino una foto di se stessa mentre pratica una fellatio al summenzionato giovane di colore.

Per raccontarla in termini calcistici... il fumetto batte il film perlomeno cinque a zero, dopo un pareggio alla fine del primo tempo.
Certo, qualche risata, paradossalmente soprattutto a chi il fumetto non l'ha letto, la pellicola di Vaughn riesce pure a strapparla. Ma è un po' come dire che uno si guarda il Grande Fratello e poi è contento perché per qualche secondo ha intravisto una tetta di Francesca Fioretti che usciva dalla doccia.

Previsioni? Se non troverà un distributore italiano, troppo occupato ad accaparrarsi più copie possibili del nuovo Harry Potter, forse vedremo comparire Kick.-Ass sugli scaffali dell'home video, doppiato malamente e con un bel sottotitolo-spiegone del tipo: Il super-eroe che i culi voleva spaccarli agli altri. Voleva!