venerdì 31 dicembre 2010

4!... 3!... 2!... 1!... 0!


...pronto ciao sì tra poco è capodanno che fai a capodanno perché tra poco è capodanno lo sai mangi a casa e poi vai a una festa o vai a una festa in cui si mangia però poi non mangi niente via a sciare paradisi tropicali a casa di amici in campagna vuoi dire stare a casa stai a casa a guardare la tv vai a dormire a mezzanotte e dieci e vai a messa il mattino dopo e poi ti guardi il concerto in tv ti metti le mutande rosse fai un viaggio con soli amici in macchina verso nord verso sud stai da tua nonna e tuo nonno prendi un po' di Cialis vai alla festa e scegli un vestito da tremila euro ti ubriachi chi non scopa a capodanno non scopa tutto l'anno adesso vado che ho la cravatta rossa da annodare ciao".

giovedì 30 dicembre 2010

[RECE] Tron Legacy

Cercherò di dirlo più che per parole, per immagini – che si sa, spesso sono più efficaci.
Questo Tron Legacy, dallo stretto (e limitato, diciamolo) punto di vista del cinefilo non è mica un granché. Il soggetto è un pretesto, la sceneggiatura non funzionerebbe neanche per un film per bambini, i dialoghi fanno schifo, e per di più, il 3D che vi viene propinato è appena percettibile.
Ma, io, nel mondo di Tron Legacy, voglio andarci a vivere. Da subito.
Perché?

Perché sarei vestito in maniera fighissima:
Perché a vestirmi la mattina (anzi, la sera, visto che nel mondo di Tron Legacy è sempre sera e questo è un bene, perché le rughe non si vedono e le luci artificiali spianano tutti i difetti) ci penserebbero tre bellissime vestali vestite di neon:

Perché abiterei in questa casa, che sembra l'ultima dimora di Bowman in 2001, ma più sfarzosa:


Perché su uno dei miei divani ci sarebbe, lascivamente seduta, lei:

E, su un altro, più compostamente ma più ammiccante, lei:

Perché, dopo qualche tentennamento, essendo (banalmente) attratto dalle bionde, alla fine uscirei con lei:

Perché, naturalmente, lei sarebbe rimasta colpita dalla mia moto:

Anche se, per uscire in due, sarebbe più comoda la sua auto:
Perché tutta la mia giornata sarebbe accompagnata da una soundtrack elettro-sinfonica composta in real time dai Daft Punk:


Perché il mio Mac sarebbe un'unica, liscia superficie di vetro nero da accarezzare:

Perché questi sarebbero i mezzi pubblici e non sarebbero mai affollati e mai in ritardo:

Perché questi sarebbero i miei amici, e sarebbe molto stiloso andarsene in giro così nella notte digitale:
Insomma: Tron Legacy è il mio ambiente naturale, ed è chiaro che io sono finito in questa triste dimensione dove non c'è niente di tutto questo per errore, e che passerò il resto della mia esistenza a cercare di tornare dall'altra parte.
Certo, di là è noiosetto assai, almeno finché le sceneggiature saranno firmate da Adam Horowitz, Richard Jefferies, Edward Kitsis e Steven Spielberg (sì, c'è anche lui, ma si è fatto scrivere piccolo piccolo)... magari, ogni tanto, ripasserò a trovarvi.

mercoledì 29 dicembre 2010

Classifica 2010


Inception, di Christopher Nolan.

Non ho ancora visto Tron Legacy, che pur essendo – assai presumibilmente – niente di più che un videoclip dei Daft Punk di due ore e sette minuti ma che – altrettanto presumibilmente – mi manderà in orbita (come tentò e non riuscì Il Tagliaerbe nel 1992), il titolo se lo porta a casa Christopher Nolan col suo tecno-thriller onirico... complice anche il ritardo con cui il sequel di Tron viene distribuito in Italia, ma quella di Inception è comunque una vittoria meritata.
Menzione d'onore: Roman Polanski e il suo elegantissimo Uomo nell'ombra.


Pandemonium, Pet Shop Boys

In tutta onestà – e un pizzico di delusione – posso dire che non ci sono state grosse novità che mi hanno fatto gridare al miracolo in questo 2010. Quindi il premio se lo becca un disco live dei Pet Shop Boys che ha dato nuova vita a canzoni che credevo (erroneamente) mi avessero già dato tutto in fatto di emozioni, e me ne ha fatte rivalutare altre (da Yes) che avevo (probabilmente) sottovalutato.
Singoli: spulciando la classifica dei miei ascolti di iTunes, posso comunque compilarvi una Top Ten dei singoli che più mi hanno allietato quest'anno: pezzi vecchi e nuovi, ripescaggi, scoperte e riscoperte, tutti forieri di emozioni forti per il sottoscritto.
1. Band On the Run (Paul McCartney & Wings). Riscoperto quest'anno. Meglio tardi che mai.
2. Lode All'Inviolato (Franco Battiato). Solo Battiato riesce a cantare di Dio senza sembrare minimamente bigotto o clericale.
3. Primavera (Ludovico Einaudi). Un pezzo che può evocare qualsiasi cosa. Almeno in me.
4. Pop the Glock - Mirwais Pop Remix (Uffie). Pop elettronico reso ancora più sintetico da Mirwais. In attesa che faccia uscire un altro disco, quello stronzo.
5. Baudelaire (Baustelle). Un arrangiamento che spacca. La cosa migliore che gli abbia mai sentito fare.
6. Together (Pet Shop Boys). Il singolo dell'anno. In pratica, un valzer in chiave pop.
7. Rock'n'Roll Robot (Daddy Pleasure). Il vecchio hit di Camerini in un'inedita versione indie.
8. La Gloria (Gotan Project). Tango ed elettronica. Chi l'ha detto che sono inconciliabili? Sublime.
9. Tout Me Revient (Marina). Poppettino francese. Un video delizioso.
10. Sa'eed (Infected Mushroom). Elettrodance di quella tosta. Non per tutti.


Haiducii, di Tommaso Labranca


Labranca torna e non delude. L'unico guaio è che finisce troppo presto.
Delusione più cocente: il nuovo Gianluca Morozzi, che col suo zoppicante Cicatrici ha affossato quasi definitivamente le mie speranze di leggere ancora qualcosa di agevole e intelligente.


A.I.D.A. Avenue

A.I.D.A. Avenue mi ha preso un bel po' di tempo e ho continuamente voglia di rimetterci le mani sopra. Mi piacerebbe vederla muoversi impercettibilmente mentre la guardo, un po' come fanno le fotografie nei film di Harry Potter.
Quasi contemporaneamente alla "svolta McKean" che ho voluto dare alle mie cose negli ultimi mesi, ho realizzato Bondage Syndrom, che mi ha divertito parecchio ed è anche piuttosto riuscita, a mio avviso, se non altro perché ho nascosto bene la sua complessità in decine di livelli stratificati e nidificati in un insieme coerente e ironico. La vedrete (presto, credo), nel 2011.


Blu-ray (Sony, 2002)

Stavo per effettuare il download della nuova release di Skype, quando Matteo mi ha fatto passare la voglia, cestinandola dopo dieci minuti d'uso (o tentativo d'uso) e ripristinando in extremis da un vecchio installer la versione precedente.
La dimostrazione di quanto sia difficile migliorare quello che già funziona bene, è concentrata nella sua breve esperienza d'uso.
O, se preferite, nel fatto che la mia copia della Adobe Creative Suite 5 (QUI quando la recensii) è ancora sigillata nel cellophane della sua confezione tanto la CS4 funziona senza sbavature e rallentamenti (ma la CS2 era un'altra cosa, lasciatemelo dire).
Quello che è veramente promettente, o che almeno, interessa moltissimo il sottoscritto, è la possibilità di usare la nuova versione di InDesign per progettare riviste interattive per l'iPad. Ma di questo mi sentirete parlare più diffusamente l'anno prossimo.
Quindi, cosa promuovere? Resta solo il blu-ray, standard che ho definitivamente abbracciato con l'acquisto di un televisore full hd, e che, pur non essendo la rivoluzione che vogliono farci credere, rappresenta di certo un passo avanti nella miglior fruizione possibile del cinema in casa. Il 3D, per come la vedo io, ha più a che fare coi luna park che con la settima arte (salvo rari casi quali Tron Legacy, probabilmente), per non dire della sua trasposizione forzata in ambito domestico, dove rischia, a mio giudizio, di fare un flop clamoroso.
iPad 3G

Come avrete probabilmente intuito dalla quantità di post che vi ho dedicato (tra riflessioni, prove su strada, considerazioni socio-filosofiche e anche altro), i soldi meglio spesi di questo 2010 sono stati quelli finiti ad Apple per l'acquisto di un iPad 3G da 16 gigabyte.
Parlo solo per quello che mi riguarda: l'iPad è un oggetto nato semplicemente perfetto, e la nuova release che è in arrivo, dotata di videocamera e magari qualche altro orpello, aggiungerà ben poco a questo gioiello di versatilità e semplicità d'uso, che mi ha tenuto compagnia, divertito, fatto navigare, scrivere e ricevere email, indicato strade e luoghi, permesso di mostrare le mie foto e i miei lavori nel miglior modo possibile e – perché no – attirare l'attenzione di qualsiasi non-iPadotato (fenomeno in crescente calo, visto lo sbalorditivo tasso di diffusione della tavoletta made in Apple, che ha stracciato qualsiasi iPod o iPhone mai messo in commercio).
E le possibili applicazioni (e implicazioni) sono solo agli inizi.
Chiunque si diverte ancora a denigrarlo (sempre meno, pure loro) è perché non l'ha ancora capito.
Menzione d'onore: era solo una questione di tempo, e un televisore ad alta definizione sarebbe entrato in casa mia, ora che i prezzi per portarsi a casa un pannello LCD full hd si sono praticamente dimezzati rispetto anche solo un anno fa.
L'LG da quarantadue pollici ha un design minimale, un menù grafico che funziona, l'ormai irrinunciabile presa USB e si vede davvero, davvero bene. E mi è costato meno dell'iPad.

Dark Reign (Marvel)

Dopo aver richiuso la bocca dagli sbadigli per Secret Invasion e seppellito definitivamente l'universo Ultimate, autoestintosi dopo aver passato la mano ad autori evidentemente meno talentuosi di Millar e Hitch, La Casa delle Idee è riuscita di nuovo nella magia di tenermi col fiato sospeso fino alla prossima uscita in edicola con la saga di Dark Reign, che si sta concludendo in queste settimane (e alla stragrande) con Assedio.
L’idea di Bendis di far diventare Norman Osborn uno degli uomini più potenti del mondo si è rivelata accattivante e foriera di spunti narrativi, e ha dato modo agli autori di denunciare anche alcuni aspetti negativi della vecchia presidenza Bush, come la sua politica aggressiva e guerrafondaia.
Una fondata supposizione e un filo di pessimismo mi fanno credere che il nuovo ciclo narrativo Marvel, la cosiddetta Heroic Age, non riuscirà ad essere all'altezza di quanto ho letto finora. Ma, ovviamente, non chiedo di meglio che essere smentito dai fatti.

Menzione d'onore: The Surrogates, di Robert Venditti e Brett Weldele.
Lo ammetto, ho sentito parlare prima del film (che è una adattamento del fumetto, e non viceversa). I disegni non sono il mio solito genere ma funzionano alla grande e la storia è più articolata e profonda di quella del film con Bruce Willis (poco più che un discreto filmetto d'azione con alcune buone sequenze che non bastano a giustificarne l'acquisto). Un romanzo grafico che avrebbe meritato miglior risalto e considerazione.


Romanzo Criminale (seconda serie)

Ancora per la serie: solo gli stolti non cambiano idea, rispetto quanto scrissi nel 2008 sulla prima serie, la seconda (e conclusiva) stagione di Romanzo Criminale mi ha davvero preso.
Ottime sceneggiature, interpreti bravissimi e ricostruzioni dei vari periodi storici (abbigliamento, mezzi, oggetti di scena) che più accurate non si poteva.
Da farmi venir voglia di recuperare la prima.
Delusione più cocente: Lost, final season.
Letteramente implosa su se stessa e sotto una quantità di misteri a cui i vari cambi in corsa di sceneggiatura (e direzione da prendere vera e propria) hanno impedito di far convergere in una risoluzione soddisfacente e che non facesse sentire presi per il naso milioni di fans in tutto il mondo.
La sorgente incantata... ma cazzo, fatemi il piacere.


Non riesco a concludere in maniera soddisfacente un'annata se non riesco ad annoverare in essa almeno uno o più rapporti umani degni di questo nome o che – perlomeno – mi abbiano colpito in positivo (e per colpire in positivo un misantropo, cinico, snob come me, ce ne vuole). Fortunatamente, il 2010 non è stato parco sotto questo profilo.
Potrei fare vari nomi, tutti meritevoli. Potrei parlare di Fabio, per esempio, che coltiva una vena creativa (e solo apparentemente perversa) in un animo di una gentilezza e delicatezza da romanzo d'appendice. Oppure di Monik, che ha smesso di essere un avatar e un nickname ed è diventata una ragazza ironica, intrigante e dotata in parecchi sensi. O Antonella, che incarna da sola tutta l'ospitalità, la disponibilità e il calore della sua terra. E, una volta di più, Matteo, più vicino di tanti altri al sottoscritto nonostante viva a duemila chilometri da casa mia. E, ancora, Claudia, Simona, Lorenzo, Maurizio, Francesco, Andrea, Erik, Licia e altri, per fortuna tanti altri.
Di persone come loro non ce n'è mai abbastanza, non solo per me ma per chiunque.
Danno un senso alla mia vita e alle cose che faccio e ho sempre voglia di rivederle.

lunedì 27 dicembre 2010

Recensioni in breve.

The Social Network, di David Fincher

Mi dicono che questo film non è piaciuto solo a chi non si è (ancora) autoschedato su Facebook.
C'entrerà qualcosa il fatto che non ho la tesserina del club più numeroso del mondo? Forse sì e forse no, ad ogni modo ero andato a vedere la storia dell'idiot savant Zuckerberg senza preconcetto alcuno, incoraggiato dal fatto che fosse firmato David Fincher (di cui The Game e Fight Club spiccano come piccole perle che mi hanno fatto dimenticare cose più deboli come Panic Room e Benjamin Button) e dalla sequela di recensioni positive che andava collezionando man mano che passavano i giorni di permanenza in sala.
Ne sono uscito freddo come il ghiaccio e perfino sottilmente infastidito dall'autocompiacimento algido che trasuda da ogni inquadratura, da ogni dialogo, da ogni strizzata d'occhio allo spettatore perfettamente studiata.
Se uno degli intenti di Fincher era farmi empatizzare col protagonista, nel mio caso ha mancato il bersaglio di un chilometro.
Il dialogo iniziale con la fidanzata (ex fidanzata prima ancora che lui abbia il tempo di finire la sua birra) mi ha fatto venire voglia di alzarmi in piedi nel cinema, battere le mani e gridarle "bravaaaa!".
Credo di aver detto tutto.

Harry Potter e i doni della morte, di David Yates

Lo dico subito: non sono mai stato un fan della saga di Harry Potter, ma neanche un detrattore. Semplicemente, non mi ritengo in target, e la frettolosa visione domestica del primo episodio (yawn...) e di un altro episodio centrale al cinema (non ricordo neanche quale) mi ha convinto che non era roba per il mio palato... naturalmente, senza nulla togliere alle pur buone prove di Columbus, Cuaron e Newell, non proprio gli ultimi arrivati, né all'opera della Rowling, che non giudico non avendone letto neanche una pagina.
Eppure, mi è montata quasi da subito la curiosità di assistere alla conclusione della saga polverizza incassi, nonostante, per un non-adepto, sia difficile da seguire mancando tutta una serie di riferimenti, personaggi, oggetti, luoghi e storia pregressa.
Ma di questo non mi preoccupavo.
Volevo solo essere rapito anch'io dalla magia, e, se fosse successo, non mi sarei fatto un problema a recuperare gli altri film e a macinarmeli in una maratona, facendomi aiutare da Simona a decifrare i passaggi meno chiari.
Insomma, cosa è accaduto?
Che me ne sono rimasto buono buono sulla poltrona, senza capire sostanzialmente nulla della storia ma accendendo piacevolmente al massimo la mia sospensione dell'incredulità, godendomi la regia (decorosa), la fotografia e il montaggio forse di maniera ma adeguati al contesto, le trovate visive e, più di ogni altra cosa, i cinque minuti splendidamente animati che raccontano la genesi dei tre doni della morte.
In poche parole, non mi è affatto dispiaciuto, ma neanche ha acceso la sacra scintilla.


Buried - sepolto di Rodrigo Cortés

Uscita al cinema coincisa con un periodo di superlavoro, ho potuto recuperare solo in home video quest'opera prima dello spagnolo Cortés.
Novantacinque minuti tutti girati in una rozza bara di legno interrata chissà dove in Iraq, con un contractor, Paul Conroy, già socialmente morto nel momento in cui vi viene sepolto con uno zippo e un Blackberry quasi completamente carico.
Proprio le disperate telefonate che il protagonista (e unico attore) verso il mondo dei vivi suonano grottesche e beffarde quanto più inserite in un contesto del genere... quando invece rientrano nella normalità degli sporadici rapporti umani che quotidianamente si sopportano senza rendersene conto.
Ma non è tutto. Il livello meta-testuale di Buried lo eleva sopra le tante trovate stagionali alla Paranormal Activity tutta promozione e niente arrosto: impossibile non scorgere la follia della cassa da morto sociale che ci siamo costruiti, fatta di arroganza e risponditori automatici, disinteresse e segreterie indifferenti, incapacità di ascoltare e burocrazia ottusa, una civiltà standardizzata su un registro di idiozia conclamata e al contempo serenamente subita.
Interessante esperimento che Cortés gestisce con una facilità e una naturalezza disarmante, senza appesantire mai la pellicola, riuscendo a raccontare tutto in maniera semplice ma non facile, comunicando benissimo frustrazione e rabbia, panico e rassegnazione, speranza e disperazione.
Il film ha avuto critiche impietose e alcune francamente fuori luogo, ma io vi dico che regge bene anche sul televisore di casa vostra, quindi il costo di un noleggio lo vale tutto.

venerdì 24 dicembre 2010

Avete pensato a tutti?

Vi è rimasto poco tempo.
Se volete far sapere a qualcuno che gli volete bene, e siete troppo taccagni o troppo al verde per comperargli un seppur piccolo pensiero, almeno scrivetegli un biglietto.
Potete anche scaricarvi questo mio disegno, stamparvelo e scrivere qualche parola gentile dove ho lasciato abbondanti spazi vuoti.
Le parole gentili non costano niente, ma spesso sono più preziose di tanta altra roba.
Trovatele. E trovate chi ne ha bisogno.
Se poi siete dei Grinch come Larsen o Licia, chiudetevi in casa, abbassate le tapparelle, staccate telefono e il cavo dell'antenna e uscite fuori solo il 7 gennaio.
Le uniche lucine colorate rimaste accese saranno quelle sul balcone di qualcuno troppo pigro per averle smontate o che magari ha esagerato con le libagioni e ci è rimasto secco, e voi potrete tirare un sospiro e uscirvene con una delle vostre frasi preferite: epurestonataleselosemolevatidallepalle.
Io (che, ormai dovreste saperlo, nel Natale ci sguazzo) vi voglio comunque bene, Amati Lettori, anche se siete dei cinici che a nove anni avete scoperto che Babbo Natale non esiste, e ne siete ancora sconvolti.
Che possiate passare questi giorni dedicandoli un po' di più a voi stessi... e con un occhio anche al vostro prossimo, che a volte è più prossimo di quanto voi non crediate e magari gli basterebbe un piccolo cenno da parte vostra.
Non so voi, ma le volte (troppo poche) in cui ho aiutato qualcuno che ne aveva davvero bisogno facendo qualcosa che a me costava davvero qualcosa, ecco, quelle e solo quelle sono state le volte che in cui posso dire di aver vissuto davvero.
Basta, che divento smielato e pure un po' patetico.
Vi saluto.
Buon Natale. Ma sul serio.

giovedì 23 dicembre 2010

Batterie non incluse.

Mancano meno di 48 ore al Natale e io ho ancora gente a cui non ho comprato niente.
E così mi ritrovo anch'io come tanti, come voi, in uno di quegli incredibili megastore di elettronica che dominano le periferie dell'impero.
Spazi enormi e agorafobici stipati di merce e microchip: frullatori, televisori 3D, smartphone che fanno le foto e fotocamere che telefonano e ogni genere di conforto tecnologico pagabile a rate.
Prendo coraggio e mi avvicino a un commesso – o forse era un subwoofer su un piedistallo ad altezza uomo, non ricordo – e gli espongo la ragione della mia gita laggiù: "buonasera, volevo un regalo tecnologico, qualcosa di originale".
"È nel posto giusto", mi fa il subwoofer. E mi indica una fila di scatole lucenti sullo scaffale. Un cazzo di bambolotto da venti centimetri che aveva la mia faccia. E i miei vestiti. "È la strenna di questo Natale. Si chiama CyberLuke".
"Bel nome", rispondo io, meccanicamente, senza staccare gli occhi dalla faccia di plastica che è come guardarsi in uno specchio di quelli che rimpiccioliscono.
Vengo a conoscenza del prodigio tecnologico del ventunesimo secolo: CyberLuke è completamente snodabile, si innervosisce quando gli squilla l'iPhone (in dotazione), e passa tutto il tempo a smanettare con l'iPad (fornito pure quello). Il commesso mi racconta che ha un piccolo modulo di intelligenza artificiale e ci puoi parlare di tutto, di design, di tecnologia, di arte e anche di filosofia, ma lì diventa un po' pedante, mi avvisa. "Glielo possiamo vendere in bundle con Barbie Bondage", aggiunge il commesso, e tira giù dallo scaffale una Barbie biondissima che somiglia un po' a Paris Hilton con una pallina rossa in bocca e i polsi legati con le caviglie.
Ecco, nel momento in cui il commesso mi diceva quanto la vendita abbinata fosse assolutamente conveniente e che dovevo assolutamente comprarli tutti e due, mi è suonata la sveglia dell'iPhone.
Ho posato i piedi per terra e ho concluso che, per voialtri amici ancora senza regalo, oggi andrò in libreria.
Almeno, non dovrete cambiargli mai le pile.

mercoledì 22 dicembre 2010

Dive, dee, e persone gentili.

Ieri ero fermo a uno dei semafori che Dio ha messo sulla mia strada per farmi riflettere sulla caducità delle umane cose, e naturalmente per permettermi di consultare l'iPad per qualcosa di assolutamente inutile, tipo vedere se qualcuno ha commentato il mio ennesimo, inutile post.
A un certo punto, sopra l'autoradio che sparava canzoncine natalizie che sempre metto in questo periodo per autoconvincermi di vivere in un film di Frank Capra, sento, attraverso il finestrino rigorosamente chiuso per via del freddo dicembrino qualcuno strillare: "Scusaaaaa!"
Alzo gli occhi dal mio pezzo di vetro magico e incrocio lo sguardo con l'automobilista alla mia destra.
È una ragazza, mora, sui venticinque anni, e si sporge dal finestrino di una Matiz argento. Ed è bella come una diva. Una diva vera.
Ora, se fossi stato uno figo, un figo vero, avrei avuto un'Audi TT o un'altra macchina che – non come l'Aygo – ha i comandi dell'alzacristalli sdoppiati sulla portiera del pilota. E non avrei dovuto sbracciarmi, ulteriormente ingoffato dalla cintura di sicurezza, fino alla portiera opposta per abbassare il vetro.
E sentire di cosa si scusasse con me quella diva metropolitana.
"Sì". Le avrei detto "sì" anche se mi avesse chiesto: "Ti piacciono, i nazisti dell'Illinois?"
"Scusa, da che parte per piazzale Clodio?"
"Devi… devi arrivare al semaforo, e prendere la rampa che sale sulla destra".
"Il semaforo? Vuoi dire il prossimo?"
Ha dei denti fantastici. Bianchi che sembrano finti. Perfetti. Il semaforo. Quale semaforo?
"Uh, no… quello dopo… anzi… quello dopo ancora… cioè…"
"In realtà, devo andare a via Teulada…"
Ecco. È chiaro. È una diva della televisione. Come ho potuto non pensarci?
"Seguimi, ci vado anch'io". È vero, ci passo tutte le mattine. Ma avrei mentito spudoratamente. Sicuro come che la batteria del mio iPhone non arriva a sera.
Lei mi fa un sorriso da diecimila watt. "Che bello, una persona gentile".
E in un attimo faccio un sacco di pensieri meschini, del tipo: non ci credo che una così non incontra altro che "persone gentili". No. Non ci credo proprio. Non è possibile. Ma riparto. E la Matiz argento dietro.
Guido per corso Francia, via del Foro Italico, costeggio lo Stadio Olimpico. Mi assicuro, guardando nello specchietto più frequentemente del necessario, che la Diva mi segua. Quanti di voi hanno una Diva che vi segue?
Arrivo a via Teulada, io devo andare a destra. Mi fermo, e mi sporgo dal finestrino. La Matiz si affianca, e abbassa quello del passeggero. Da dove si affaccia una seconda ragazza.
Ancora più bella della prima.
Mora come il peccato, levigata come con il gaussian blur di Photoshop.
È una candid camera. Sono in una candid camera. Non c'è alcun dubbio.
Una Diva che porta a spasso una Dea. Ma per favore.
"Sei… siete arrivate", le faccio, cercando in quel viso un'imperfezione qualsiasi, un neo, un'asimmetria, un niente.
E quella che fa?
Mi guarda, increspa le labbra in un sorriso che avrebbe posto fine seduta stante all'inverno appena iniziato e mi fa l'occhiolino.
L'occhiolino. Una Dea mi ha appena fatto l'occhiolino.
Ripartiamo in direzioni opposte, e io non investo una signora col suo barboncino per dieci centimetri.
Chiudo gli occhi. Me le sono inventate, mi dico. E quindi le posso far sparire non appena lo voglia.
Vero?

martedì 21 dicembre 2010

[RECE] Quark XPress 8

Siate onesti. Quante volte vi è capitato di vedere una copia originale di Quark XPress?
Sarò onesto anch'io con voi: a me, tre.
Che, nell'arco di una carriera nel mondo della grafica, non è poi molto.
Dopo anni di pirateria consapevole, ho convinto la mia agenzia ad acquistare non una bensì –udite udite – due copie del software di impaginazione più conosciuto al mondo, e ritrovarmi tra le mani la confezione nuova fiammante, col cellophane da scartare e all'interno un vero codice d'attivazione unico e solo per me mi ha procurato un piccolo brivido d'emozione... e un pizzico di nostalgia, visto che è dal 1994 che uso questo macchinoso, ostico, instabile, costoso programma per fare... uh... diciamo, qualsiasi cosa?
Dato che la sua popolarità, negli ultimi anni, ha subìto un pericoloso declino dovuto principalmente alla comparsa del primo, vero concorrente degno di questo nome (InDesign, per chi fosse vissuto su Marte fino a oggi), e non essendo il sottoscritto tra le (peraltro nutrite) schiere di fan del pacchetto Adobe ma al contrario prova una strana, perversa forma di affezione verso Quark XPress, gli dedicherò questa (tardiva, visto che apparso sul mercato già da un bel pezzo) recensione.

La confezione.
La confezione è molto più snella di una volta, ed estremamente leggera... questo perché, ormai da tempo, non include alcun manuale di supporto cartaceo. Sul DVD è presente un PDF di 443 pagine. All'occorrenza, dovrete consultare quello.

Cosa mi serve?
Magari ricordate come la penso sulla politica delle software house: spesso (non sempre), le nuove versioni dei programmi sembrano appositamente messe in commercio per farvi pensare che il vostro computer sia una vecchia carretta, e che, se solo lo sostituiste col nuovo modello, quel programma girerebbe che è una meraviglia. Esattamente come ora gira quella vecchia versione, che a ben guardare, tanto vecchia non è.
Come potrete quindi facilmente immaginare, QuarkXPress 8 non fa eccezione. I requisiti hardware minimi sono un Mac G4 (raccomandato un G5 o un Mac con processore Intel) con MacOSX Tiger (o superiore), o un PC con Windows XP.

L'installer si è semplificato, segue le guidelines previste da Apple e si presenta così:
Dopo aver cliccato su "continua", l'installer chiede che tipo di installazione si desidera.
Si può scegliere la versione di prova, completa di ogni funzione, ma valida solo trenta giorni, oppure l'installazione standard, che richiede la digitazione del lungo codice alfanumerico presente nella confezione del software:
Ora, la Quark ha una lunga tradizione nell'escogitare sistemi per proteggersi contro la pirateria. I grafici di vecchia data forse ricorderanno la chiavetta hardware ADB da frapporre tra la tastiera e il Mac per far funzionare il programma, o il floppy disk da inserire durante l'installazione da CD e che non poteva essere copiato perché fornito dalla Quark con dei settori appositamente danneggiati.
Oggi, avere una copia del DVD d'installazione un codice valido non è sufficiente: al primo lancio del programma, questo si collegherà a un database remoto Quark, che provvederà, se tutto è in ordine, ad attivare definitivamente XPress.
Ma, dicendocela proprio tutta... finora, a breve distanza dal rilascio ufficiale, non c'è stata una sola versione di Quark XPress che non sia stata craccata, per quanti sforzi possa aver profuso (e investito) in tecnologie anticopia la casa madre.
Giusto per dirvi che acquistare una copia (o meglio, la licenza d'uso) di XPress 8 non è l'unico modo per metterci le mani sopra.

Ma, in sostanza, cos'ha di nuovo la nuova release di XPress?
Che ne dite di una nuova interfaccia utente?
Manomettere un'interfaccia che è praticamente un'istituzione, anche se tutt'intorno gli altri software si fanno il lifting, è una mossa azzardata. Parte del fascino che XPress tuttora esercita tra gli utenti di vecchia data è dovuto al suo ambiente di lavoro funzionale e razionale, orientato semplicemente alla produttività, senza perdersi in fronzoli, fighetterie 3D o pulsanti traslucidi.
Xpress è da sempre asciutto, pratico, veloce, anche nell'interfaccia utente, resa col tempo rapidissima da usare grazie alle numerose shortcuts inserite nel programma. Eppure, con XPress 8, Quark propone una profonda revisione estetica.

La nuova interfaccia dovrebbe semplificare le operazioni di impaginazione, ma in realtà è una falsa semplificazione, in quanto gli strumenti che ci servono non sono stati eliminati ma solo resi "a comparsa". In virtù di cosa, non l'ho proprio capito: un pulsantino in più sulla già risicata palette strumenti occupava troppo spazio?
Perché, ad esempio, lo strumento di rotazione è stato eliminato ed integrato in un cursore sensibile? Chi gliel'ha chiesto?

I tools per concatenare il testo sono stati inseriti con lo strumento “Contenuto testo”, e ora ci sono due strumenti separati per la modifica dei contenuti testo e immagine... ma almeno selezionando una finestra immagine o una finestra testo la scelta dello strumento specifico è automatica.
Le palette e le finestre fluttuanti sono diventate grigie. Perché? A parte che fanno parecchio Windows style, sono meno leggibili di quelle vecchie di colore bianco ghiaccio.
Un'altra cosa che mi ha fatto salire istinti omicidi è aver nascosto i pulsantini per scegliere l'attributo del carattere: per qualche oscuro motivo, i designer dell'interfaccia di XPress 8 hanno lasciato solo visibile le opzioni per il corsivo e per il grassetto. Le altre (maiuscolo, maiuscoletto, apice, pedice e compagnia) sono disponibili solo accedendo al menù a tendina fx: ce ne voleva per complicare una cosa semplice, ma questi idioti ci sono riusciti.


Nuove abitudini.

Tutto il nuovo XPress è disseminato di piccoli cambiamenti, spostamenti e (apparenti) sparizioni.
Gli stili d'angolo, ad esempio, sono finiti in un menù a tendina nella finestra di dialogo Modifica, nel caso steste diventando isterici nel cercarli.
Oppure: lo strumento di rotazione è sparito dalla palette, ma se si avvicina il cursore sulla parte destra di un box, il puntatore cambia e può essere usato per ruotare l'elemento.
Ancora, nella nuova, strimimzita palette non troverete più gli strumenti box testo e box immagine, ma solo box generico. Voi disegnate il box, e se vi si importa del testo, si trasformerà in un box di testo, se vi si importa un'immagine, assumerà gli attributi di un box di immagine.
Sembrano modifiche banali, in realtà vanno a modificare significativamente abitudini lavorative radicate da anni in migliaia di utenti... e solo il tempo potrà dire se questa scelta è azzeccata o meno.
Una novità interessante – ma che richiede assuefazione – è la possibilità di visualizzare l'intero file inserito attraverso la sua finestra immagine, con agli angoli le maniglie per intervenire col cursore. Serve davvero? Mah.
Una novità simpatica è che nella palette delle dimensioni (quella orizzontale nella parte bassa), nell’angolo in basso a destra ora possiamo leggere la risoluzione di output dell’immagine selezionata... il che fornisce un feedback immediato sulla qualità di stampa che otterremo. Non una rivoluzione, ma una feature gradita.

Diamoci una svegliata.
Dove XPress 8 ha fatto grossi passi avanti, adeguandosi ad InDesign che – va riconosciuto – si è conquistato i favori di migliaia di XPress users con tutta una serie di facilities che Xpress avrebbe potuto (e dovuto) implementare già anni fa, è nella possibilità di importare direttamente i file nativi di Photoshop e di Illustrator... il che potrebbe sembrare un'ottima cosa, se non fosse che la possibilità offerta da InDesign di "accendere" o "spegnere" selettivamente i livelli dell'immagine importata fa sembrare una feature basic quella di XPress 8. E qui, c'è poco da dire: InDesign straccia Quark XPress.
(Ah: tra i nuovi formati importabili, adesso ci sono anche i file nativi di Illustrator e i PDF, ma anche qui senza alcuna possibilità di modificarli.)

Per contro, ora è possibile trascinare con la tecnica del “drag and drop” direttamente i file da inserire nel nostro layout: automaticamente, se è un’immagine viene inserita in una finestra immagine, se è un file di testo in una finestra testo. Apparentemente, una banalità, ma che diventa una salvezza quando nello stesso impaginato vanno importate decine di immagini.
Ecco, questo sì che fa risparmiare un sacco di tempo.
Tra le altre cose: se ora si importa (o si trascina) un'immagine molto grande, XPress crea un box immagine in scala ridotta che non oltrepassa i limiti della pagina, in modo da poterlo facilmente ridimensionare senza dover scorrere il documento cercando di trovare le maniglie.
Altri cambiamenti riguardano il comportamento dei box: ora è possibile ridimensionarli dal centro facendo clic e trascinando una maniglia tenendo premuto Option / Alt (Opzione / Mela su Mac). Inoltre, esattamente come nei programmi Adobe, ora è possibile duplicare un elemento cliccandoci sopra e tenendo premuto Option/Alt. Ad ogni modo, il comando Duplica Speciale è rimasto là al suo posto, quindi è possibile ancora duplicare gli oggetti alla vecchia maniera.


I vecchi strumenti linea sono stati unificati in un tool che disegna linee ortogonali. I vecchi strumenti Tracciato sono diventati parte di un nuovo set di Strumenti Bézier (dove troverete anche lo strumento forbici). Per disegnare un percorso di testo, tracciate una linea e quindi fate doppio clic su di essa utilizzando lo strumento Contenuto Testo.

Prendi una scorciatoia.
Quark ha standardizzato le sue scorciatoie da tastiera, in particolare i tasti alfabetici per la commutazione degli strumenti (che, non credo davvero sia un caso, imitano quelli usati nella Creative Suite di Adobe). Quindi basta premere V per ottenere lo strumento Selezione, R per il contenuto dell'immagine, T per lo strumento Testo e così via. Si possono scorrere le scelte dello strumento che condividono la stessa scelta rapida (come lo strumento Penna) continuando a premere il tasto di scelta rapida (premendo una prima volta P si ottenere la Penna, la seconda volta si accede allo strumento Aggiungi Punto, quindi Rimuovi Punto, eccetera). Devo ancora sperimentarle tutte, ma mi sembra che tutte le altre vecchie shortcuts funzionino ancora… anche se Quark si è divertita sadicamente a cambiarle nel corso degli anni, costringendo generazioni di designer a reimpararle da capo.

Benvenuti.
Un'altra cosa comoda che Quark ha pensato introdurre è una specie di palette di fogli stile però dedicati agli oggetti. È possibile impostare un foglio stile che definisce lo spessore del tratto, i colori, il Circonda eccetera, e applicare lo stile a singoli elementi o a gruppi con un solo clic.
La finestra di dialogo Trova / Cambia ha subito una bella iniezione di steroidi, e adesso può cercare e sostituire proprietà degli oggetti del vostro documento in base a centinaia di criteri diversi. Ad esempio, è possibile trovare tutti i box immagine con un filo di due punti e mezzo di colore rosso al 40% e quindi modificarli tutti assieme indicando nuovi attributi. E vi assicuro che, se state lavorando su un documento di parecchie pagine con decine se non centinaia di elementi, il risparmio di tempo può essere impressionante (e, sì, lo so: gli utenti di InDesign possono farlo già da un bel pezzo).

Aggiornamento veloce dei Fogli Stile: per modificare la formattazione su un foglio di stile, ora è possibile semplicemente selezionare il testo nel nuovo formato e fare clic su Aggiorna nel foglio di stile palette. Le modifiche verranno applicate al foglio di stile selezionato.


Miniature delle pagine. Una palette pop-up nella parte inferiore dello schermo mostra una miniatura delle pagine del vostro progetto. Potete scorrere le miniature usando i tasti freccia, e ingrandirle e ridurre. Funziona persino meglio di quella di InDesign.



Ciò che vedi è ciò che ottieni. Finalmente. Forse.
Ok, Quark ci aveva già provato a implementare un Menù Font WYSIWYG, ma era di una lentezza esasperante. Sulla versione 8 sembra funzionare discretamente: la prima volta che si apre il menu caratteri c'è è un ritardo di un paio di secondi, dopodiché il menu WYSIWYG scorre con fluidità ed è certamente di grande aiuto. Certo, non funziona ancora perfettamente (alcune delle mie font non vengono visualizzate correttamente e il ritardo iniziale è irritante), ma rispetto la versione 7 è un altro mondo. È possibile disattivare la visualizzazione WYSIWYG nelle preferenze.

Salvare o esportare... questo è il problema.
Manco a dirlo, le vecchie versioni di XPress non potranno aprire i documenti creati con la 8.
Se si vuole mantenere la retrocompatibilità, bisogna esportare i file nel vecchio formato... e, una volta di più, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché non era sufficiente includere un'opzione nel comando "Salva", come fa da anni Illustrator, ad esempio.
Sotto la voce "cose buone e giuste", abbiamo ancora: un modulo per creare animazioni in Flash senza lasciare l'applicazione, nuovi bottoni per arrivare direttamente alle pagine mastro, possibilità di salvare in nuovi formati, nuovi menù contestuali e una migliore sincronizzazione tra diversi documenti appartenenti allo stesso progetto: vuol dire che, attuando una modifica, questa viene applicata automaticamente a tutti i vari layout associati, indipendentemente dal fatto che siano in HMTL, Flash o .QXP.
Che poi non abbia mai visto o sentito qualcuno che utilizza la funzione di layout multipli all'interno dello stesso progetto, è un'altra faccenda... ma potrebbe dirla lunga su come le software house puntino – a volte – su taluni aspetti che poi vengono sistematicamente ignorati dagli utenti (l'uso, o meglio il non-uso di Bridge all'interno di Photoshop ne è un altro esempio).

Considerazioni sul prezzo
Quark XPress 8 costa 1.350 euro, quasi tre milioni di vecchie lire. Un prezzo, se inquadrato nell'ottica della produttività editoriale professionale, del tutto adeguato, molto di più che negli anni novanta e anche duemila, dove per portarsi a casa il pacchetto d'impaginazione più diffuso al mondo bisognava spendere due o tre volte tanto.
Potete acquistare il suo diretto concorrente, InDesign, a praticamente lo stesso prezzo... poi, certo, per poche centinaia di euro in più, potete avere anche Illustrator e Photoshop, ma questo fa parte della politica commerciale di Adobe.

Conclusioni
Non tutti si sentono necessariamente attratti dalle soluzioni tecnologiche più sofisticate (o che comunque vengono propagandate come tali).
Usiamo ciò che funziona, quello che ci mette a nostro agio, e – non ultimo – che ci fa risparmiare. Centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo usano QuarkXPress e sono certo che ancora oggi, dopo la grande perdita di quota di mercato dovuta all'ingresso di InDesign, Quark detiene ancora il monopolio in parecchi settori. E questo lo dico sia sulla base della mia esperienza professionale che su quella di amici, colleghi e fornitori. E se siete di un altro avviso, è perché Adobe fa molta più pubblicità ai suoi prodotti (tra l'altro, ottima pubblicità a ottimi prodotti, beninteso).
Se siete utenti di QuarkXPress 7, potreste essere interessati ad effettuare l'aggiornamento alla versione 8. Le nuove funzionalità e i miglioramenti sono numerosi e giustificano l'incremento della versione (cosa che non accadeva, ad esempio, dalla 4 alla 5… e anche la 7, diciamolo, è una 6.5 stabilizzata e corretta). Potreste apprezzare il tool box semplificato (che io, invece, detesto), i fogli stile per gli oggetti, l'importazione tramite drag and drop e altre features di cui io non ho neanche parlato perché non le ho ancora provate.
Oppure potreste continuare a vivere felici con la versione 7, che funziona davvero bene, è veloce, stabile (e quando crasha salva tutto il salvabile) oltre, naturalmente, ad essere l'ultima versione in assoluto a mantenere il feeling che trasmetteva la storica 3.3, sul quale il sottoscritto si è fatto le ossa.

Quello che vi consiglio è di scaricare la versione di prova dal sito Quark, e testarla liberamente per un mese. Deciderete da soli se vi cambia la vita o se vi sembra solo un wannabe InDesign.
Quel che è certo, è che con XPress 8 Quark ha dimostrato che, nonostante l'arroganza delle sue scelte (o non-scelte) commerciali, nonostante la pigrizia progettuale, nonostante l'avidità (e mettiamoci dentro anche la crisi dell'editoria cartacea), è ancora in grado di tirare fuori i suoi conigli dal cappello... fosse pure perché spronata anche dalla concorrenza agguerrita che le sta facendo Adobe.