lunedì 24 ottobre 2011

E salvaci dall'estinzione, amen.

Ho appena finito di leggere questa lettera aperta ai creativi di tutta Italia, firmata Alfredo Accatino.
Personalmente, sono d'accordo con Alfredo sulla maggioranza dei punti (in particolare, su tutta la parte che riguarda orari folli e straordinari non riconosciuti).
D'altra parte credo che, all'interno della definizione "creativi", ci siano – come in ogni altro settore – elementi più o meno capaci (anche se non mi va di chiamarli creativi di serie A e di serie B come fa lui). E parecchi di noi, anche se duole dirlo, sono designer mediocri, anche se siamo una categoria le cui potenzialità espressive sono state mortificate e omologate come non mai negli ultimi, uh, quindici anni da tutto un mercato sempre più orientato alla massimizzazione dei profitti e all'accelerazione/banalizzazione di qualsiasi processo creativo (basti citare il fenomeno delle fughe all'estero per cercare di vedersi riconosciute professionalità e obiettivi di vita).
E finché il mercato sarà saturo di gente con preparazione basica e disposta a fare qualsiasi cosa per poche centinaia di euro, il valore percepito di quello che facciamo non potrà che scendere ancora, abbassando di conseguenza il livello qualitativo generale (presto, anche i più bravi si stancheranno di produrre roba di qualità per quattro soldi).

E vi sta parlando uno che – almeno – non è più nella nutrita schiera dei freelance che da una parte ingrassano i committenti (che si rivolgono a loro come pizzaioli e li trattano come un fastidio necessario) e dall'altra uno stato sempre più mafioso (nel reclamare sempre e comunque il suo pizzo senza offrire alcuna tutela in cambio), e che, inevitabilmente, hanno e avranno sempre più difficoltà a far quadrare i conti.
Uno che, anche se probabilmente non dovrebbe, si sente come uno dei pochi fortunati rimasti. Ma sente già raspare alla porta del suo studio.

9 commenti:

Mitvisier ha detto...

Tempo di amare riflessioni, a quanto pare: anche nell'edilizia le cose non vanno bene (intendo nella parte legata alla progettazione). Se sei un disegnatore non esisti, semplicemente.
Non per lo Stato di sicuro, che ammette solo di inquadrarti genericamente in qualche meandro del sottobosco impiegatizio, prendere o lasciare.

Del resto, se appartieni alla fantasmagorica triade ing-arch-geom, vieni fagocitato dagli Ordini professionali che ti spennano da quando ci metti piede come aspirante professionista per conseguire il timbro.
Si paga praticamente per tutto: per dare l'esame, per fare il corsino col docente che naturalmente faciliterà il conseguimento dell'agognato timbro, e via in un'escalation di favori di scambio che non esito a definire mafiosa.

Del mercimonio dei tirocinanti ho già parlato e non vorrei ripetermi, per il resto vale quanto esposto in questo post per i creativi perché temo che in Italia, le professioni più concettuali (tecniche o creative che siano) siano talmente poco valutate da essere incredibilmente accessorie nell'immaginario dei vari "Fantoni".
I quali, ovviamente, non si sognerebbero neppure di "fantoneggiare" al cospetto di un medico o di un avvocato. E neppure del salumiere all'angolo, se è per questo.

Naturalmente, ovviamente e chiaramente (come diceva la donna del video sullo sfruttamento degli attori) da noi è normale non valutare questi tipi di lavoro come un veri lavori con una propria dignità.

Anonimo ha detto...

Ma sì, ovviamente Accatino ha ragione (perlopiù) e se dice queste cose lui, col suo curriculum, vuol dire che ormai è troppo tardi. Il nostro lavoro ha le tare che ha perchè TUTTI credono di saperlo fare ma NESSUNO lo considera un lavoro vero.
Non credo che mai si riuscirà a concretizzare quello che lui auspica. Gli architetti in parte ci sono riusciti (nella maniera descritta efficacemente da Mitvisier qui sopra), ma per diventare architetto ci vuole una laurea e una iscrizione all'albo.
Per diventare "creativo" cosa ci vuole? Niente. Lo può fare chiunque, letteralmente.

Nonu Aspis

BlackBox ha detto...

Sì, è più dura che dieci o quindici anni fa, ma EFFETTIVAMENTE le aziende hanno meno soldi da investire in generale... e in particolare ancora meno da destinare alla comunicazione.

Gli eventi principeschi sono scomparsi alla stregua dei dinosauri, la carta da lettera è sostituita dal pdf, le brochure sono state traghettate sul web e quel poco che si muove sotto la voce “comunicazione” deve costare poco e – naturalmente! – essere di grande effetto.

Dobbiamo ficcarci nella testa un concetto fondamentale: IL SUPERFLUO – o quello che il cliente giudica tale – VIENE ELIMINATO. Anche se poi fanno oh! quando capita loro di imbattersi in qualche progetto creativo, magari simile a quello che hanno tagliato qualche giorno prima, perché inutile e superfluo - e qualcuno ha pure il coraggio di incazzarsi!

Vale ha detto...

Quanto ha ragione Mitvisier.
E anche Nonu Aspis.
E pure Accatino, e pure tu, Cyber. Abbiamo ragione tutti.
E allora?
Che si fa?
Io, nel mio piccolo, ho adottato poche, semplici regole di sopravvivenza professionale:

a) cerco di essere più consapevole della fiducia che il cliente mi accorda e non devo tradirla – ci sono meno soldi (è un dato di fatto), per questo cerco di essere quanto mai oculato sul come li faccio spendere e sull’opportunità che mi viene affidata (sì, perché ormai ogni lavoro che mi viene commissionato lo vedo così, un'opportunità)

b) Non cedo mai alla politica dello sconto pur di lavorare... per poi trovarmi io stesso vittima della crisi, svendersi non è (quasi) mai la politica migliore.

c) Evito di proporre soluzioni eccessivamente articolate e costose (verranno tempi migliori per quello), penso un po’ di più e cerco strade creative meno battute – sono straconvinto che la buona creatività sia un ottimo antidoto per opporsi alla crisi

d) ultimo ma non ultimo: ogni volta che posso, cerco di sensibilizzare il cliente sull’importanza del ruolo che gioca la comunicazione nella sua attività. Se gli anni di crisi glielo hanno fatto dimenticare, io glielo ricordo: chi non comunica scompare.

Mitvisier ha detto...

@ Nonu Aspis
In effetti credo che gli architetti ci siano in parte riusciti (e ingegneri e geometri) più per corporativismo che per altro. Il discorso della laurea e dell'iscrizione all'Albo sicuramente contribuisce, sì, però non fornirà mai il discrimine tra un buon architetto e un architetto mediocre. E ti assicuro che di quest'ultima categoria c'è una certa sovrabbondanza. E, sai una cosa? A volte sono quelli che lavorano e guadagnano di più perché essendo carenti professionalmente compensano con strategie di autopromozione, relazioni, intrecci politici, contatti, e alla fine la sfangano perché per certe cose essere bravi non conta un accidente.
Purtroppo ho assistito anche a non troppo rari fenomeni di prostituzione: la tirocinante che si mette insieme al titolare di uno studio avviato e subito miete incarichi anche se si ricorda a malapena come si calcola l'area del cerchio (giuro, è vero). Tu sei lì che lavori davvero e ti chiedi come accidenti abbia fatto quella lì a prendere una laurea. Poi ci rifletti un attimo e capisci, anche perché lo sapevi che, ad esempio, ad Architettura a Firenze ci sono gli esami di gruppo? O che puoi sottoporre a revisioni infinite da parte del docente i disegni che prepari a casa con comodo finchè alla fine sei in grado di presentare materiali dei quali egli sarà evidentemente soddisfatto (dandoti un buon voto)?
Un'altra cosa esilarante è l'esercitazione per costruire dei plastici: se sei un poveraccio fai da te e amen. Se sei figlio d'arte, magari papino ti paga un professionista e fai un figurone col professore.
Insomma, le capacità sono un optional. Questo è un sistema poco virtuoso che permette di sfuggire a verifiche e controlli. Se vuoi imarare naturalmente impari, ma se sei duro di comprendonio fa lo stesso...
Poi ci si chiede perché ci sono interi quartieri che fanno schifo...Ciao.

Mitvisier ha detto...

P.S.
Chiedo scusa a Cyber e agli altri utenti per le lunghissime sbrodolate. Cercherò di usare un po' più di sintesi...ma l'argomento mi tocca particolarmente perché certe cose le vedo accadere ogni giorno fin dai primi anni '90...

OniceDesign ha detto...

Dopo quasi 7 anni da freelance, le parole di Accattino mi toccano da vicino (mi si passi la rima non voluta). L'assenza di garanzie, in un certo senso, fa parte del pacchetto: sapevo a cosa sarei andato incontro quando ho aperto Partita IVA; sapevo che i clienti possono non pagare, che ferie e malattie sono inesistenti, che la pensione sarà una ridicolaggine, che non esistono sindacati.
Ma non credevo di avere a che fare con due giganti rogne che mi assillano quotidianamente, e sulle quali fatico a chiudere gli occhi. Primo, l'arrogante ignoranza del cliente medio, convinto che un qualunque quindicenne che spippola in Photoshop sappia fare comunicazione, e che confonde grafico con designer, progettista con esecutore, professionista con dilettante.
E la colpa, si badi bene, è anche dei nostri "colleghi", che fanno gare al ribasso, guerre tra poveri e lavori di merda svendendo un mestiere che dovrebbe essere appannaggio di professionisti veri, come i dentisti, gli architetti o qualunque altro consulente.
Secondo: la solitudine del creativo. Nessun albo, nessuna categoria, nessuna associazione davvero presente e attiva. C'è Unicom, c'è ADCI, ma diciamoci la verità: chi si sente rappresentato dai vecchi incravattati che si scambiano premi e bicchieri di Martini all'aperitivo? Chi li ha mai sentiti imporsi, proporsi, garantire, incazzarsi?

Daniele ha detto...

Non possiamo dimenticarci che spesso le casse delle aziende sono vuote.
E questo vuol dire che noialtri creativi dobbiamo essere ancora più bravi, più creativi, più professionali.
Dobbiamo insistere affinchè il cliente capisca che in tempi di crisi, è OPPORTUNO AFFIDARE LA PROPRIA COMUNICAZIONE A PROFESSIONISTI e non cedere alle sirene del primo prezzo ad ogni costo.
Illustriamo i rischi che si corrono affidandosi ad improvvisati designer.
Non basta avere un mac per essere graphic designer o una fotocamerina digitale per essere fotografi.
Fate in modo che i vostri clienti lo capiscano… il valore del vostro portfolio lavori sarà il vostro miglior biglietto da visita.
Mostratevi professionali e usate il buon senso, credetemi non è cosa da poco.

Anonimo ha detto...

Daniele said:
“Non basta avere un mac per essere graphic designer o una fotocamerina digitale per essere fotografi"

Tu ti rendi conto, vero, che TUTTA la comunicazione su TUTTI i mezzi dice l'esatto contrario? Prendi qualsiasi volantino o pagina pubblicitaria di fotocamere e computer e ci leggi proprio che basta averli per essere fotografi e grafici. Credi davvero che il cliente medio riesca a capire la differenza tra te e suo cuggino che ha la fotocaamera e il PC (tu li hai, no?), specie se tu ti presenti, dopo, con una fattura?
Quanti anni hai, Daniele? Solo l'età e l'entusiasmo giovanile possono spiegare la tua convinzione.


@Mitvisier
Guarda: sostituisci, nel tuo lungo post, la parola architetto con grafico e avrai uno spaccato dell'agenzia italiana media. L'unica differenza è l'università, ma tanta differenza non fa, a quanto pare.

Nonu