giovedì 28 luglio 2011

Agenda: cose da vedere.

La storia che il mondo è sempre più globalizzato e che quello che succede (Paese a caso) negli Stati Uniti il giorno stesso o al massimo quello dopo accade – o perlomeno si conosce e arriva – anche qui, è (ancora)... una storia.
Ma io sono fiducioso, e voglio credere che un giorno il gap si azzererà per davvero, e potremo godere delle opere letterarie, televisive, musicali e cinematografiche in contemporanea con gli altri confratelli del nostro pianetino blu, non importa dove il Fato vi abbia fatto nascere.
Nel frattempo, nessuno si stupisca, per favore, di bizzarri fenomeni quali la pirateria, esecrabile reato perseguito come una forma di terrorismo .
Io? Io resisto ancora e aspetto paziente che nelle nostrane sale, a Muccino e Neri Parenti piacendo (che vanno a cena coi maggiori distributori italiani), arrivi ciò che ad altri è già stato servito, e magari inizia a comparire in home video.
In ordine sparso, eccovi la mia agenda d'autunno.


Cowboy & Aliens
Uscita nel mondo civilizzato: 29 luglio
Uscita in Italia: 14 ottobre

Questa inedita commistione di generi (western e fantascienza, e che nessuno osi citare quella zozzeria di Wild Wild West di cui per fortuna tutti si sono dimenticati) può sembrare, in effetti, la Cazzata del Secolo.
Ma (vado ad elencare) è sceneggiata da Alex Kurtzman, Roberto Orci e Damon Lindelof, rispettivamente autori di Fringe e di Lost. La regia è di Jon Favreau, che ha firmato i due Iron Man, e nel cast c'è un bel po' di gente che mi piace, come Daniel Craig, Olivia Wilde, Harrison Ford e Sam Rockwell. Produttore esecutivo? Indovinate.
La storia? Direi che il titolo dice tutto. Al di là delle premesse e dai nomi in gioco (anche se la Wilde nel trailer è splendida e diversissima da come l'abbiamo vista in Tron Legacy), il progetto mi ispira parecchio. E ottobre è lontano.



L'alba del pianeta delle scimmie.
Uscita nel mondo civilizzato: 11 agosto
Uscita in Italia: 23 settembre

Non ho mai amato particolarmente la saga del Pianeta delle Scimmie. È vero che è parecchio che non le dò una bella rispolverata, ma al di là della bella idea di partenza ho sempre trovato lo svolgimento dei (troppi) film ad essa dedicati prevedibile e un po' ripetitivo. Perfino Burton, quando vi rimise sopra le mani nel 2001, non riuscì che a tirane fuori uno scialbo remake che è tuttora uno dei passi più deboli della sua carriera.
Questo L'alba del pianeta delle scimmie non è un remake, ma un reboot/prequel, che riporta la storia ai giorni nostri e agli esperimenti dello scienziato Will Rodman (James Franco) in cerca di una cura per l’alzheimer e che invece causa un'evoluzione accelerata dei primati, scatenando una guerra tra il genere umano e le scimmie... quest’ultime guidate da uno scimpanzé evoluto di nome Caesar.
Che posso dire? Il trailer sembra buono, ma ho perso il conto dei trailer ingannevoli che pompavano due ore di nulla.
Incrocio le dita.



Real Steel
Uscita nel mondo civilizzato: 7 ottobre
Uscita in Italia: 25 novembre

Acciaio (Steel) è un racconto del 1956 di Richard Matheson, che io lessi secoli fa su una antologia della gloriosa Editrice Nord. Era uno dei racconti più belli, e non lo dimenticai mai completamente.
Raccontava di Kelly, un ex-campione di pugilato, che, dopo che il veto ai combattimenti tra esseri umani è sull'orlo della povertà.: gli incontri si tengono ormai solo tra pugili-robot umanoidi. Kelly riesce per miracolo ad organizzare un match tra Battling Maxo – il suo vecchio androide da combattimento – contro uno di nuova generazione, ma durante un test Maxo si danneggia irreparabilmente. Disperato, Kelly decide di disputare lui stesso l'incontro, confidando che nessuno si accorgerà della sostituzione col robot, dato che il pubblico è abituato ad androidi che simulano comportamenti umani (come perdere sangue finto).
Non voglio neanche sapere quali modifiche sono state apportate allo splendido racconto per portarlo sullo schermo... tanto, ci vado lo stesso.
Kelly è Hugh "Wolverine" Jackman. Naturalmente, Hollywood ha trovato anche una parte per un ragazzino (Dakota Goyo) e la bellona da schiaffare in cartellone (Evangeline "Lost" Lilly).
La regia è di Shawn Levy (Una notte al museo 1 e 2, Notte folle a Manhattan e Una scatenata Dozzina).



Super 8
Uscita nel mondo civilizzato: 10 giugno
Uscita in Italia: 30 settembre

L'hanno già visto tutti, tutti. Tranne noi, ché non siamo degni e ci arriverà oltre tre mesi dopo il resto del mondo. Che poi, vedremo se non ci eravamo persi 'sto granché, perché le prime recensioni lo definiscono un malriuscito amalgama tra l'immaginario favolistico spielbergiano e un J.J. Abrams sottotono e privo di guizzi... Abrams di cui mi sto ancora chiedendo se è un genio o solo un abile mestierante tutto fumo e poco arrosto.
In America sta andando bene, ma non benissimo. Se qualcuno che se lo è scaricato non me lo fa vedere prima di fine settembre, i miei dieci euro glieli dò... anche se il trailer inizia già a raccontare una storia meno intrigante del primo teaser trailer dello scorso febbraio.


Apollo 18
Uscita nel mondo civilizzato: 2 settembre
Uscita in Italia: sconosciuta

La storia ci racconta che l'ultima missione umana sulla Luna è stata quella di Apollo 17, lanciato nel dicembre 1972.
O no? Quello che il regista Gonzales Lopez-Gallego racconta in questo film dall'uscita tormentata da continui rimandi, è la storia dagli astronauti dell'Apollo 18, una missione segreta di cui la NASA ha sempre negato l'autenticità.
Perché non siamo più tornati sulla Luna? Per problemi di budget o per quello che è stato trovato sulla superficie lunare?
Fanta-horror-cospirativo, probabile cazzata ma che fai? Non ci vai?
Ci vai, ci vai.

mercoledì 27 luglio 2011

Mi chiedo solo una cosa...

...ed è: ma come speravano di passarla liscia, in un mondo globalizzato dove grazie alla Rete queste puttanate vengono – invariabilmente – a galla in breve tempo?

QUI tutta la storia.


EDIT. Grazie a Guglielmo che mi ha segnalato il link, ecco gli altri quattro finalisti.
Che dire, ha vinto il migliore. Peccato che fosse copiato.

martedì 26 luglio 2011

Così, giusto per non farci mancare nulla.

Ne parlavo giusto qualche giorno fa.
E allora, dopo la mia (per ora, poco entusiasmante) esperienza su Facebook, eccovi pure il mio Tumblr personale.
Per ora, oltre che a disegnargli un'interfaccia carina e caricarvi un paio di mie immagini, non ho fatto.
Probabilmente avrà un impiego più da "posto dove schiaffo tutte le immagini e i link che mi colpiscono" che non altro, e non andrà a sostituire il blog.
Se vedo che si aggiorna facilmente e velocemente anche dall'iPad, potrebbe diventare il mio blocco appunti mentre sto in giro. Figo.

PS c'è da dire che arrivo buon ultimo, dopo l'esordio di ieri di Alex e quello di Hell di stamane.
Curioso che abbiamo preso tutti e tre la stessa decisione in una manciata di ore, non vi pare?

Ma se lui è tuo padre...

I personaggi di Star Wars, o almeno alcuni di essi (primo tra tutti Darth Vader) sono entrati da un bel pezzo nell'immaginario e nella cultura contemporanea.
Niente di più facile che debordassero (a torto o a ragione, saranno i posteri a deciderlo) nella pop art, contrazione di popular art e a sua volta figlia di altre correnti quali il dadaismo e il Neue Sachlichkeit di cui non sto qui a menarvela anche perché da quando li studiai alla scuola d'arte d'acqua sotto i ponti ne è passata pure troppa.
Tanto per non sbagliare una cazzatella voglio aggiungerla pure io alla pletora di roba Star Wars-inspired... e partendo da un'illustrazione del designer brasiliano Mathiole ho fatto questa Leila imparentata con Roy Lichtenstein.
Se vi gusta, scaricatela QUI bella grossa.

lunedì 25 luglio 2011

[RECE] Capitan America - il primo Vendicatore.

Prima di cominciare: il personaggio di Capitan America non è mai stato uno dei miei preferiti.
E, di conseguenza, uno di quelli di cui conosco meno il background, le saghe, nemici e demoni interiori, evoluzione ed involuzione.
Ho una conoscenza appena più approfondita della sua incarnazione Ultimate, dove Millar lo tratteggiava come uno dei personaggi più odiosi di quell'universo Marvel, ma magari – mi smentisca chi ne sa più di me – più interessante del personaggio senza macchia e paura tutto stelle e strisce che i lettori di tutto il mondo avevano conosciuto in oltre quarant'anni di storie a fumetti.Poi, certo… la grammatica del linguaggio di un supereroe è per forza di cose elementare, ciò che ci si aspetta da lui è che castighi i cattivi e che dica cose significative solo nelle vignette tra un combattimento e l'altro, dove, tra l'altro, il lettore sa in anticipo che non potrà essere ucciso (e nemmeno questo è vero, visto che lo stesso Cap, in una storia recente, è stato fatto secco ma poi resuscitato) e, anche se in passato abbiamo avuto parecchie cose più ambiziose in termini narrativi, chi cerca qualcosa di più evoluto probabilmente deve cambiare media.
Ma io amo lo stesso i fumetti, e finché saranno ben scritti (e disegnati ancora meglio, come nel caso nelle due prime serie di Ultimates) continuerò a leggerne e a vedere i film ispirati ed essi.

E adesso parliamo di Capitan America - il primo Vendicatore.
È estate, fa caldo, nessuno ha voglia di leggere lunghe recensioni, e questa già ha un cappello che chi è arrivato fin qui merita di sapere subito quello che gli interessa.
È un bel film?
Non male, non male davvero.
Una buona trasposizione del fumetto, che sfrutta bene il budget non stratosferico assegnatogli, non particolarmente spettacolare sotto la voce "scene d'azione", con almeno un paio di buone prove d'attore.
Niente di più, niente di meno.

Cose buone del film:
• Chris Evans, dopotutto, non è male nel ruolo di Cap, e la trasformazione del suo fisico, che poteva tradursi in un effettaccio ridicolo da serie televisiva è risolta davvero molto bene.• Lo script è gradevole e non noioso, specie nel primo tempo dove si prende tutto il tempo per arrivare alla genesi vera e propria di Cap, perdendo colpi nella parte centrale ma restando tutto sommato di discreto livello.

• un approccio alla storia a fumetti rispettoso e abbastanza privo di ipocrisie hollywoodiane (Cap usato come strumento di propaganda prima ancora che come arma tattica è una buona trovata).

• solo un paio di buone battute, ma dette al momento giusto.

• anche se ha solo una breve scena, Natalie Dormer è deliziosa.

• le ambientazioni esterne anni quaranta sono convincenti.• lo scudo di Cap, sia quando è vero che quando è in computergrafica, è reso molto bene, anche se poco o zero spazio ha trovato la sua aura simbolica che nel fumetto invece ha maggior rilievo.

• il costume di Cap, fatta eccezione per l'elmetto, unico dettaglio non completamente risolto a mio giudizio, è un ottimo compromesso tra iconografia fumettistica e realismo storico (dubito fortemente che nel 1941 si potessero assemblare tessuti e materiali in quel modo… ma, in fin dei conti, vediamo anche il padre di Tony Stark pubblicizzare un'auto a sospensione gravitazionale).

• Stanley Tucci che fa il Dr. Abraham Erskine e Tommy Lee Jones nel ruolo del Colonello Chester Phillips.

• Scenografi e costumisti hanno fatto un gran bel lavoro. Il design dei mezzi, degli impianti, delle armi e delle uniformi è eccellente e ben si integra col periodo storico, pur prendendosi le dovute licenze.• lo spunto romantico della pellicola è ben gestito, poco invadente e Hayley Atwell è molto bella.

Cose meno buone del film:
• il film perde mordente proprio quando Cap entra nei giochi e comincia a menare le mani. I combattimenti a mani nude e con lo scudo sono mal coreografati e non ce n'è uno, neanche quello finale col Teschio Rosso, che valga la pena di essere ricordato.

• ci sono un paio di vistosi buchi di montaggio, uno dove non vediamo ne' la planata di Cap verso la base dell'Hydra ne' il suo atterraggio, e il secondo (questo, imperdonabile) quando precipita nell'oceano artico congelandosi nel famoso blocco di ghiaccio dove sarà rinvenuto solo settant'anni più tardi.

• il Teschio Rosso non ha spessore, ne' credibilità e nemmeno appare troppo cattivo o temibile.• I soldati dell'Hydra hanno la stessa personalità degli stromtrooper di Star Wars: sono tutti uguali, resi indistinguibili dalle maschere, e hanno la stessa pessima mira. Vengono percepiti più come i pupazzetti di un videogioco anni ottanta da abbattere che come un vero pericolo.

• nonostante si parli spesso della Guerra e della minaccia di Hitler, non si vede nemmeno un soldato nazista. O io me li sono persi? Mah.

• la sequenza finale, dove Cap si risveglia ai giorni nostri e si blocca a Times Square, è suggestiva ma è troppo lunga.

• Per tutto il film, Capitan America viene chiamato Captein America. Assolutamente ridicolo.

In conclusione questo è un film di supereroi onesto (ed il primo, se escludiamo il Rocketeerdello stesso, guarda un po', Joe Johnston – a non essere ambientato ai giorni nostri), ben curato considerate le limitazioni di budget, anche se non certo privo di pecche, ma che passeranno inosservate ai meno appassionati.
Adesso non resta che aspettare il film sugli Avengers e vedere come il personaggio di Cap si integrerà col resto della squadra… a questo punto, inizio ad essere abbastanza curioso.

Just for designers. Ma anche no.

Ormai, tra i grafici ma anche non, sparare sul Comic Sans è come farlo sulla Croce Rossa.
Facile, ma poco divertente.
Eppure, il link che mi segnala Sauro un sorriso me l'ha strappato.
Io mi sono preso la libertà di adattare qualcuna delle schermate più gustose.


sabato 23 luglio 2011

The Dark Knight Rises. Quasi.

Quello ufficiale mostra poco o niente, e per di più si ricicla (peccato, per me, mortale) sequenze degli altri due Batman di Nolan.
E quel che è peggio, non mostra neanche un'unghia di Catwoman (che poi, a ripensarci, per la tizia che hanno scelto forse non è neanche tutta 'sta gran perdita).
Quindi, sapete che c'è?
Che questo fake trailer, per essere fatto con After Effects in un pomeriggio libero, non è neanche malaccio.

venerdì 22 luglio 2011

Ancora. Di meno.

Magari avete sentito parlare anche voi di Tumblr.
E avrete annuito con l'aria pensosa di chi non sa cosa diavolo è ma non vuole farlo vedere.
Insomma, prima che facciate brutte figure in società, proprio ora che sapete cos'è Internet, Skype, Facebook, Twitter, e conoscete, grossomodo, la differenza tra un sito e un blog, eccovi qualche breve e concisa nozione che vi renderà molto più 2.0 di quanto non lo eravate stamattina quando vi siete guardati nello specchio del bagno.
Tumblr è una piattaforma semplificata di blogging, dove poter scrivere post brevi in maniera veloce. È predisposto per impaginare automaticamente post contenenti link, citazioni, video, disegni e fotografie.
Non possiede alcuna tecnologia presente sui normali blog: non è possibile commentare, né interagire con altri utenti. Nessuna possibilità, per ora, di creare network. In Tumblr è tutto semplificato al massimo.
QUI trovate una descrizione più dettagliata... e qui sotto, i Tumblr di un paio di mie amiche/amici, entrambe con la passione della fotografia ma senza la voglia di ammorbare i propri fans con post chilometrici.

È il Tumblr di Maria (ve la ricordate?), che, finché aveva una Nikon funzionante, postava qui alcuni dei suoi scatti più creativi, più altri esperimenti visivi, photoshoppate veloci e qualsiasi altra immagine trovasse in rete significativa e pregnante al suo stato d'animo del momento.
Scorrere il suo Tumblr è come dare un'occhiata a un blocco degli schizzi... cosa che probabilmente è il vero spirito di questa piattaforma.


È il Tumblr di Simone, che ha scelto un tema essenziale per presentare quanto di interessante rastrella quotidianamente dal web: immagini, video, e, occasionalmente, suoi schizzi e considerazioni testuali. Più di tanti altri, quello di Simone privilegia l'immediatezza e la semplicità alle funzionalità accessorie (che comunque, a quanto pare, Tumblr fornirà nei prossimi mesi, permettendo almeno di creare reti di tumblelog amici).

Monik non usa Tumblr ma qualcosa di parecchio simile: è Webstagram, in sostanza un visualizzatore delle foto e delle attività del più noto servizio di foto sharing scattate con un iPhone... e, a sentire chi lo usa, è la migliore interfaccia web dedicata ad Instagram che sfrutta le sue API.
Per accedere basta accreditarsi gratuitamente via Instagram e procedere.
Rispetto Tumblr, Instagram implementa una funzione di ricerca per username o tag, e ogni foto può essere commentata (usando anche simboli ed emoticon) e contrassegnata con un like.
Monik usa da poco un iPhone 4 come supporto alla sua reflex digitale, e, grazie anche all'impiego di qualche filtro studiato appositamente, raccoglie qui parecchie istantanee interessanti.

Perché sto parlando di queste piattaforme?
Perché, oltre ad essere da sempre attratto dalla semplicità di utilizzo di oggetti ed interfacce, comincio ad essere stanco della rete "sociale" così come l'ho vissuta fino ad oggi, e cioè attraverso il blog, la mia breve esperienza su Facebook e la gestione (o meglio, non-gestione) del mio sito web.
Continuare a prendere appunti "visuali" nella tranquillità di un piccolo spazio online, da condividere o meno con altri internauti, potrebbe essere una soluzione interessante.
Facciamo che per ora, ci penso un po' su.

giovedì 21 luglio 2011

Cose che non capisco (2).

Affari da leoni?!

Ma che cazzo significa?

Furbo come una volpe, fastidioso come una zanzara, semmai coraggioso come un leone... ma da quando i leoni sono noti affaristi?

Anticipazioni clandestine.


Ieri stavo riascoltando questo disco.
È incredibile come questa roba sia uscita nel 1982, quando i primi posti in hit parade in Italia erano occupati all'epoca da Richard Sanderson, Miguel Bosé, Gazebo e gli Imagination.
Clandestine Anticipations dei Krisma, specie a un nuovo ascolto, non è un disco perfetto: contiene lungaggini, ripetizioni, interventi vocali che lo datano irrimediabilmente... ma anche immaginazione, modernità, geometrie che funzionano ancora quasi perfettamente e parecchi momenti di alta tensione, sia emotiva che astratta.
È un disco che trent'anni se li porta bene, ma davvero bene.
In tempi di magra come questi (ma lo avete sentito quanto è inutile l'ultimo album dei Chemical Brothers?) recuperare un disco come questo è consigliatissimo.

PS Solo per gli upper 40: ma chi è che non si voleva fare Cristina Moser?

mercoledì 20 luglio 2011

[Re-WORK] Blu-ray covers (6) -Total Recall

Di come i film pubblicati in blu-ray (nuovi ma anche titoli di catalogo con parecchi anni sulle spalle) abbiano spesso dei prezzi vergognosi, mi è già capitato di scrivere.
Fortunatamente, ogni tanto, girando per negozi capita che salti fuori qualche titolo offerto a prezzi ragionevoli, grazie a logiche di mercato oscure al sottoscritto, e uno di questi, acquistabile oggi a circa dodici euro, è Total Recall.
E riacquistare un film in alta definizione è sempre una bella occasione per rinfrescarne il ricordo, e magari scoprire che a distanza di anni fa un effetto diverso.
E io, erano almeno dieci anni che non rivedevo Total Recall.
Che ho riscoperto sfilacciato, parecchio caciarone, con effetti, make-up, scenografie e arredi non sempre di primissimo ordine... ma che prendeva le mosse da un racconto di Phil K. Dick (che, per chi fosse vissuto sulla Luna fino a oggi, è l'autore di Blade Runner, Ubik, Minority Report, A scanner darkly, insomma QUI c'è la sua pagina wikipedia, leggete e toglietevi il cappello), racconto che – una volta di più – proponeva il tema dell'identità perduta e manipolata.

E proprio in virtù della sua nobile origine, il film riesce a conservare una buona parte della potenza immaginifica che all'epoca tanto mi aveva affascinato.
Da noi uscito nel 1990 con l'intrigante titolo – una volta tanto – di Atto di forza, era a firma di Paul Verhoeven, un regista intelligente diventato famoso per un film mediocre come Basic Instinct, che trovava il suo picco in un accavallamento di gambe senza mutandine.... un cineasta estremamente valido ma, va detto, votato più per i film d’azione (Robocop, lo ripeterò fino allo sfinimento, è un gioiello ingiustamente sottovalutato) che non per l’introspezione psicologica.
Quindi, se in Blade Runner la scoperta da parte dei replicanti di una vita “ricordata ma non vissuta” veniva raccontata da Ridley Scott con un intimismo struggente, in Total Recall il registro adottato è quello dell'action movie. Che non è necessariamente un demerito... ma forse un limite.

Flirtare con una tuta spaziale addosso non è mai consigliabile. Se non ci credete, vi basterà guardare i primi cinque minuti del film.


A una macchina così, che permetteva di costruirsi ricordi a piacimento fin nei minimi dettagli, mi ci sarei collegato pure io. Vi lascio immaginare che sordido uso della mia fantasia ne avrei fatto.

Dimensione carattere
Unica accortezza, se decidete di servirvi della Rekall, inc.: assicuratevi di non esserci già stati. Riscrivere i vostri ricordi troppe volte porta ad effetti come quelli qua sopra.


Arnold con la pistola-giocattolo puntata sulla sua bellissima moglie cinematografica. Verhoeven poteva mettergli in mano anche una melanzana, nessuno l'avrebbe guardata.


Gli spunti interessanti di Total Recall, numerosi e suggestivi come in qualsiasi racconto di Dick, sono soffocati tra gli inseguimenti rocamboleschi, le sparatorie, gli effetti speciali (oggi datati, ma che all'epoca fruttarono l'Oscar), il faccione di Arnold e una Sharon Stone al culmine della sua bellezza (sudata e in tutina da fitness è una delle immagini più erotiche del cinema anni novanta).

Cliccate su questa foto per vederla in tutta la sua magnificenza dei suoi 1920 pixel di larghezza. Concentratevi, prendetevi tutto il tempo che volete. E ora ditemi se al confronto Belen Thomas non vi sembra una collegiale sciapetta.



Uno dei vezzi di Paul Verhoeven era confezionare dei finti spot pubblicitari da inserire nei suoi film. Questo è quello che dovrebbe convincere chi non può permettersi una vera vacanza a comprarne solo i ricordi. Oggi sarebbe da rivedere qua e là, ma il jingle della Rekall è ancora perfetto.

Insomma, io i soldi per questa riedizione in blu-ray di Total Recall, o Atto di forza che vogliate, li ho spesi volentieri (QUI trovate un'esaustiva recensione tecnica).
E, ah, un'ultima cosa.
Quella che vedete sotto è la locandina italiana del 1990, e a destra la copertina ristilizzata per l'edizione 2010 nel nuovo supporto ad alta definizione.

Che non è poi malaccio... ma, con un minimo di lavoro in più, magari può venire anche meglio.
Questa qui sotto è la mia versione personale. Certo, c'è sempre il faccione monolitico di Arnold a farla da padrone (si poteva altrimenti?), ma innestato in un panorama marziano, condito da stelle e pianeti, e servito con una nuova font che per un po' di tempo ho provato ad utilizzare praticamente dovunque, tanto è asciutta, minimale e tagliente.

martedì 19 luglio 2011

Elektra: Assassin


Recensire una graphic novel che ha fatto la sua prima comparsa in Italia nel 1990 può sembrare decisamente fuori tempo massimo.
Ma se siete su questo blog, evidentemente, non è perché è il più aggiornato sulla piazza in merito di fumetti, giusto?
Ma la vera ragione per cui questo post è tutt'altro che fuori tempo, è che opere come Elektra: Assassin non invecchiano mai. È un'opera talmente valida, sotto ogni punto di vista possibile da essere quello che alcuni definiscono un classico istantaneo.
E la pubblicazione della ristampa integrale (stavolta nel formato originale e con una nuova traduzione) da parte di panini Comics, mi regala l’occasione di poter parlare di uno dei più grandi talenti mai partoriti dal fumetto americano: Bill Sienkiewicz.

La prendo parecchio alla larga.

Erano i primi anni ‘90, il Batman di Burton al cinema aveva fatto sfracelli e aveva rilanciato il personaggio a fumetti con un effetto catapulta mai visto. Erano gli anni della Batmania, e molta gente che sapeva dell'esistenza del personaggio creato da Bob Kane negli anni quaranta ma non aveva mai comprato un suo albo, iniziava a entrare nelle fumetterie e a recuperare alcune tra le sue avventure "storiche".
Tra questi, c'ero anch'io.
All'epoca, era la Milano Libri a detenere i diritti di Batman per l'Italia, e sempre della Milano Libri era la rivista a fumetti Corto Maltese, una sorta di contenitore di storie di artisti di tutto il mondo che, in quel periodo, Batman o meno, stava vivendo una grande stagione sotto il profilo del fumetto.

Con un tempismo senza eugali, Corto Maltese ebbe la trovata di allegare, in due numeri consecutivi della rivista, due albi brossurati di Batman inediti in Italia che riscrivevano le sue origini, firmate da due talenti eccezionali come Frank Miller e Davide Mazzucchelli: si trattava di Year One, che – come immaginerete facilmente – andarono letteralmente a ruba.
Al sottoscritto, felice di essersi assicurato i suoi volumetti di Year One e sempre più immerso nel personaggio di Batman (cosa che lo portò, parecchi anni dopo, a indossarne persino il costume, ma questa è un'altra storia), restava in mano la rivista, che, di grande formato e stampata più che discretamente, gli permise di conoscere autori come Simon Bisley, Alan Moore, David Lloyd e Dave McKean, con opere come Watchmen, V for Vendetta e Black Orchid... tutti piccoli capolavori, destinati a un successo planetario solo molti anni più tardi grazie alle loro trasposizioni cinematografiche (ma, eccettuato il Batman di Burton, di film tratti dai fumetti all'inizio degli anni novanta neanche si parlava).


Tra le tante cose notevoli proposte da Corto Maltese, mi aveva colpito in particolare una storia pubblicata (sarebbe meglio dire spezzettata) in otto parti, disegnata in maniera stupefacente da tale Bill Sienkiewicz e scritta dall'autore la cui voce, in quegli anni, era praticamente la stessa di Dio, in ambito fumettaro: il mai troppo citato Frank Miller.
Ovviamente, si trattava di Elektra: Assassin.

Su Frank Miller, osannato per aver (re)introdotto atmosfere cupe ed adulte nel mondo dei supereroi nel suo Ritorno del Cavaliere Oscuro e futuro autore di Sin City, 300, Ronin e Give my Liberty non mi dilungherò troppo. Sienkiewicz, dalla sua, aveva già allineati sulla sua mensola un discreto numero di premi (tra cui il Kirby Award come miglior artista ottenuto nel 1983)... e avrebbe dovuto fare ulteriore spazio per lo Yellow Kid Award –la più alta onoreficienza europea in questo campo– ottenuto proprio grazie a Elektra: Assassin.

All’epoca, non ero ancora abbastanza esperto per capire quanto e come la tecnica di Sienkiewicz fosse straordinaria. L’unica cosa che mi era chiara è che questo tizio dal cognome difficile (americano di origini polacche) aveva abbastanza mestiere da permettersi di realizzare ora anatomie realistiche, ora grottesche e caricaturali senza spezzare mai la continuità grafica, che le sue tavole erano più simili a dei quadri e che la storia di Miller... beh, era semplicemente folle.

A voler semplificare, un thriller fantapolitico, praticamente privo di personaggi positivi, dove realtà, allucinazione e flashback si mescolano senza sosta, deformate e confuse ad arte da un continuo incrociarsi di flussi di coscienza... fino ad arrivare a una conclusione inquietante, molto critica - ma questo lo realizzai anni dopo - nei confronti dei governi repubblicani allora in carica.
Elektra: Assassin apparteneva a una scuola di disegno (ma anche narrativa) radicalmente diversa da quella dei supereroi di cui mi ero pasciuto fino a quel momento, e scoprii che mi prendeva. E alla grandissima.


Tempo un anno, e la Milano Libri raccolse la sua graphic novel in un bel volume tradotto da Stefano Negrini e dall'allora non indifferente prezzo di copertina di 36.000 lire... poi, Elektra Assassin sparisce dagli scaffali e dai cataloghi per qualcosa come vent'anni, prima di ottenere una meritata nuova edizione giusto in queste settimane (ma la nuova traduzione è parecchio più politically correct, e numerose espressioni un po' "ruvide", diciamo, sono state epurate).
Se vi trovate in libreria o in fumetteria, prendetelo in mano e sfogliatelo.
Dopo poche pagine dovreste cominciare a capire perché sto qua ad ammorbarvi.

Elektra: Assassin è assolutamente originale ancora oggi, e all'epoca in cui uscì poteva tranquillamente essere definito eversivo.
Starvi a descrivere la caratterizzazione dei personaggi, direttamente discendenti del lavoro di Tex Avery e Walt Disney, le sue tavole e gli sfondi figlie dell’espressionismo, dell’art decò, del collage e dell’astrattismo, infarcite di irriverenti citazioni di Klimt, Schiele, Warhol, e Hopper è limitativo.

Potete studiarvi quelle riprodotte in questo post, o prendere l’edizione 2011 della Panini Comics come l’occasione perfetta per conoscere il genio di Sienkiewicz, abbinato per la prima ed ultima volta a quello di un altro number One (e non importa quante puttanate abbia sfornato in seguito, prime tra tutte il seguito de Il Ritorno del Cavaliere Oscuro) come Frank Miller.

Elektra: Assassin è un acquisto obbligato per chiunque pensi di saperne di fumetto, per chiunque ami le storie ben raccontate e disegnate ancora meglio e... per chiunque, punto.