mercoledì 31 agosto 2011

Cosa fai? Scrivo. Sì, ma per vivere, cosa fai?

Un interessante articolo (datato 2007, ma assolutamente attuale) su quanto col mestiere di scrittore non si riescono a pagare i conti di casa – figuriamoci cambiare tenore di vita o anche solo la macchina) lo trovate QUI.
Lo segnalo perché su questo blog bazzicano svariati scrittori o aspiranti tali (e anche qui bisognerebbe stabilire se per fregiarsi di tale titolo bisogna avere almeno una pubblicazione cartacea all'attivo – possibilmente non autoprodotta – o basta avere un paio di racconti nel cassetto che abbiamo letto solo noi e la nostra fidanzata/o e dopo lunghe suppliche)... e anche se quasi certamente sanno già di cosa si parla, dare una rinfrescata alla (triste) realtà non è mai una brutta idea.
Tutti gli altri, invece, impareranno qualcosa in più su questo ingrato, meraviglioso mestiere.

[RECE] L’elenco telefonico di Atlantide


L'elenco telefonico di Atlantide, Tullio Avoledo (2003)
Einaudi, 498 pagine
11,50 euro

Breve riassunto delle puntate precedenti.
L'elenco telefonico di Atlantide, il primo romanzo di Avoledo, venne pubblicato nel 2003 e gli fruttò il premio Forte Village Montblanc Scrittore emergente dell’anno, sfondando il muro delle trentamila copie vendute (il che, se considerate che per un autore italiano vendere diecimila copie di un proprio libro entro un paio d’anni dall’uscita è già un ottimo risultato, ne fa un autentico caso letterario).
Me lo sono ritrovato in pole position nelle cose arretrate da leggere, e, vagamente intimorito dalle cinquecento pagine di stazza, ho iniziato a leggerlo.
Complice l'inizio delle ferie, sono riuscito a finirlo in meno di una settimana.
E allora? Se lo meritò quel premio, nel 2003?
Tutto sommato, probabilmente sì.
L'elenco telefonico di Atlantide, sebbene sia per molti versi involuto, è divertente, non impegnativo, coinvolgente, e, soprattutto, è un romanzo che strizza continuamente l'occhio al lettore ripescando dal suo immaginario e dalla sua memoria elementi della letteratura di genere, cinema, musica e fumetto, facendogli pensare di star seguendo ad occhi aperti un blockbuster hollywoodiano tra Il Codice da Vinci e Indiana Jones e l'Ultima Crociata ma ambientato dalle parti di casa nostra, nell'immaginario comune friulano di Pistaprima… il tutto con un discreto stile e un palese talento nello stendere i dialoghi, che filano via lisci sempre in perfetto equilibrio tra neorealismo e quella ricercatezza invece puramente letteraria che il più delle volte suona artificiosa ma che in bocca ai personaggi de L'Elenco funziona alla grande.

In sostanza, aldilà della bontà o meno della scrittura e delle meccaniche del racconto, Avoledo è riuscito a concentrare nel suo romanzo d'esordio tutte quelle qualità che dovrebbe avere un best-seller.
Non mi soffermerò più di tanto sui dettagli dell'intreccio dove l'autore, tanto per non sbagliare, butta al fuoco tutta la carne che trova nel congelatore del nostro immaginario collettivo: antichi dei egizi, ebrei, nazisti, l'arca dell'Alleanza, l'elisir di lunga vita, lobbies occulte, esoterismo, atlanti magici e universi paralleli alla Fringe.

Vi basti sapere che Avoledo possiede mestiere a sufficienza per gestire tutti questi ingredienti senza strafare ma soprattutto giocandosela tutta sempre sul filo di una sottile ironia che impedisce di prendere tutto troppo sul serio (ottenendo – in definitiva – l'effetto opposto, il che è probabilmente il demerito principale di tanta letteratura fantastica che affolla gli scaffali ma dai quali non riesce ad elevarsi proprio a causa di un impianto magari più coerente e strutturato de L'Elenco, ma palesemente fasullo).
Il che, detto così, può sembrare il trucchetto più semplice del mondo, ma in realtà non lo è.
Proprio per niente.

Insomma, come avrete capito, ve lo consiglio. Caldamente.

Ps nel momento in cui scrivo queste righe, ho già iniziato e concluso un altro romanzo di Avoledo, Lo Stato dell'Unione, che, volendolo usare anche solo come come prova del nove, non fa che confermare quanto ho sopra detto, ma ve ne parlerò in un altro post.

Pps Diceva bene anche Alex in QUESTO post.

Ppps In alto la copertina originale del romanzo (sì, quella che fa schifo). E accanto (quella più grande) la mia rivisitazione. Ché a uscirsene con una copertina
(di merda)
scadente non ci guadagna nessuno.

martedì 30 agosto 2011

Prima dell’alba.

Come nascono delle foto di Roma diverse dalle solite?
Certe volte, basta andare a letto un pelo più presto per poi svegliarsi ad un'ora vergognosamente antelucana.
Ma ci vogliono pure un'amica scema almeno quanto te, una Canon, un Blackberry, uno scooter per entrare nelle zone a traffico limitato, e una colazione alle sette in piazza Cola Di Rienzo.
Ma andiamo con ordine.

Sono sicuro che quelli che seguono questo blog da parecchio, si ricorderanno che, pur vivendoci da parecchi anni, non riesco ad essere innamorato di questa città. Le ragioni sono varie, colorite e circostanziate e aumentano col passare del tempo invece di diminuire... ma sarei veramente in malafede se negassi che Roma sa essere fotogenica come pochi altri posti al mondo, se si ha la pazienza e l'occhio di catturarla nella giusta luce.
E proprio alla primissima luce del mattino, quella che, all'esaurirsi della notte scivola come una carezza su tetti e chiese e strade e sampietrini e lampioni che ammiccano spegnendosi pensavo quando ho proposto a Maria di farci una veloce session fotografica romana poco prima dell'alba.

Mi aspettavo che avrebbe rifiutato o, perlomeno, trattato sull'orario, invece ha accolto subito ed incondizionatamente la mia proposta.
Che poi è il modo migliore per partire in iniziative estemporanee come questa e sulle quali poco mi va di riflettere e discutere. Le dico che passo a citofonarle alle cinque e mezza, e lei non batte ciglio.

Il che significa che punto la sveglia circa un'ora prima per svegliarmi, lavarmi, vestirmi e raggiungere a dorso di scooter casa sua a poca distanza dalla prima tappa che mi sono prefisso, via della Conciliazione e piazza San Pietro.

Accendo il motore, e parto nella notte che ancora se la comanda, iPod spento per ascoltare cosa si sente in strada a quell'ora: fragore metallico di cassonetti issati da martinetti idraulici, un autobus notturno che rientra al deposito, gabbiani che si litigano quanto i camion dell'AMA hanno lasciato sull'asfalto, furgoni dei panettieri e dei cornettari che parcheggiano cigolando sul marciapiede e le facce assonnate degli occupanti illuminate dal bagliore di un accendino.

Quando arrivo sotto casa di Maria, spengo il motore e senza neanche togliere il casco mi avvicino ai citofoni. Mi viene da alzare lo sguardo verso la facciata e lo incrocio con quello di un tizio in maglietta e pantaloncini che se ne sta affacciato ed insonne a guardare chi cazzo è quel pazzo o quel criminale o tutte e due le cose che, alle prime luci dell'alba, se ne va a scampanellare giusto al suo condominio di brava gente. Privo della sicurezza che il condomino non abbia un secchio di piscio a portata di mano, mi appiattisco contro la mascherina del citofono e suono a Maria.

Torno ad aspettarla prudentemente in zona scooter, notando che il tizio non mi perde d'occhio. Mi sento il suo sguardo inquisitore puntato tra le scapole pure quando Maria scende e si arrampica sul sellino posteriore.
"Hai fatto colazione?", mi fa. Sembra che per lei siano le nove di mattina.
"Macché. Facciamo ora?"
"No, alla fine. Sarà una specie di ricompensa per esserci alzati così presto".
"E allora facciamola adesso. Alzarci, ci siamo alzati".
"No, che sennò si fa giorno. Partiamo".
"Una volta, si diceva: muoviamoci, che sennò facciamo notte".

Arriviamo dove dobbiamo arrivare. Parcheggio, scendiamo e percorriamo a piedi via della Conciliazione completamente deserta. Il semaforo appeso sopra di noi snocciola ottusamente i suoi tre colori per nessuno e io comincio ad armeggiare con la Canon, che inizia subito a piantare grane perché c'è poca luce e io devo usare tempi d'esposizione biblici e sforzarmi di restare perfettamente immobile mentre scatto.
Maria mi precede di un trenta passi, armata solo di un Blackberry. La sua Nikon Dqualcosa è guasta, ma non si è fatta certo smontare per questo. Solleva il telefonino verso colonne, cupole e strade e preme il tasto. Click, click, click.
È mille volte più disinvolta di me.
Magari dovrei tirare fuori l'iPhone e cercare di combattere ad armi pari, ma scelgo di contrastare la sua maggiore esperienza dietro l'obiettivo puntando su un'attrezzatura più performante.

Arriviamo in piazza San Pietro, inaccessibile e blindata fino alle sette. Ci siamo solo noi e due poliziotti su una specie di automobilina da campo di golf. Ci sporgiamo dalle transenne e scattiamo, probabilmente con parecchie telecamere di sicurezza della gendarmeria Vaticana e dei Carabinieri puntate proprio su di noi, giusto il diversivo che ci voleva prima del cambio di turno.
Il cielo si fa lentamente blu e una suora esce da qualche parte. Cammina veloce e guarda in terra, percorrendo la strada a memoria.

Prima di perdere la preziosa luce metallica dell'alba, ce ne torniamo in fretta allo scooter e dopo pochi minuti parcheggiamo giusto in piazza Navona.
Se Roma fosse sempre così visibile e così meravigliosamente poco popolata, potrei iniziare a desiderare di viverci.
La piazza, vuota, sembra immensa. E il bello è che lo è davvero... ma presa con la sua abituale bolgia di turisti ed ambulanti e indigeni di ogni età e ceto sociale, non fa quest'effetto.Tutti dovrebbero vederla com'è adesso almeno una volta.
Le statue del Bernini e del Borromini hanno una levigatezza irreale e fissano nemici invisibili dalle orbite vuote. Ombrelloni chiusi come soldati in parata addormentati sono allineati davanti i caffé ancora chiusi. I tavolini sono girati con le gambe verso il cielo in una supplica di ferro. Due carabinieri attraversano la piazza tenendo il passo e ignorando completamente me e Maria che ruotiamo su noi stessi come due deficienti e facciamo click coi nostri aggeggi a batteria. Guardo l'orologio: sono passate da poco le sei e mezza. La luce è ancora bellissima e la temperatura è perfettamente sopportabile. Recupero Maria che sta esaminando i suoi scatti sul display del Blackberry e decidiamo per un'ultima tappa.

Ce ne andiamo al Pantheon, meno di tre minuti di scooter.
Sulla piazza, solo tassisti seduti sui muretti senza troppa voglia o speranza di caricare qualcuno. Noi non siamo di certo dei clienti potenziali, quindi non ci degnano di un nuovo sguardo. Cioè, magari il culo di Maria uno sguardo extra lo cattura anche. Dicono che i tassisti dividano equamente il tempo che passano aspettando al posteggio tra discussioni sulla magica Roma e sul culo delle passanti, ma credo siano solo dicerie.

Facciamo qualche altra foto, muovendoci indisturbati sulla piazza vecchia di millenni come viaggiatori del tempo, finché il cielo comincia ad assomigliare a quello che siamo abituati a vedere: una bella sfumatura di azzurro venata di ossido di carbonio e piombo tetraetile. Motorini sfrecciano nelle vie vicine e i primi turisti in pantaloncini corti e
Lonely Planet stretta tra i denti iniziano a scivolare fuori dai vicoli.
Da questo momento in poi, lasciamo il campo ai frequentatori abituali, e facciamo ritorno verso Prati. Corso Vittorio Emanuele, il lungotevere, ponte Cavour e infine piazza Cola di Rienzo, un bar, colazione.
Mi ritrovo premuto contro un bancone di vetro e ottone lucidato in mezzo a un mucchio di smidollati che si sono alzati solo alle sei e mezza e senza un nobile scopo per la giornata.
Il cappuccino è caldo e trovo anche i cornetti alla marmellata.
Per la prima volta da quando mi sono alzato, sento un gran bisogno di sedermi e chiudere gli occhi cinque minuti.

La morale della favola è che scattare foto a una capitale semiaddormentata prima dell'alba è una cosa che lega, tipo condividere la stessa trincea... ma stanca.
E che per trovare i cornetti alla marmellata devo alzarmi perlomeno alle sei di mattina.

lunedì 29 agosto 2011

Non solo Sacher.

Austria 2011.
Cieli tersi, vallate alla Heidi, campanili gotici, gulash, Sacher torte e tutto quello che potete raccattare dal vostro immaginario: c'era tutto.
Potrei postarvi le foto di tutta questa cartolinosa roba appena elencata, ma sai che palle.
Magari, visto che qualcuno mi ricorda che faccio ancora il designer, qualcosa più typo-oriented.
Poi, se proprio ci tenete, ci ho anche le vallate e le caprette che fanno ciao.

Reload.

Il tempo di reinstallare tutto.
E torno.
Mi sono accorto che un sacco di roba, nel mio hard disk mentale, non serve più, anzi, fa casino e basta.
E quindi: sposta nel cestino. Vuota il cestino. Sei sicuro di voler cancellare gli elementi contenuti nel cestino? Non puoi annullare questa azione.
No che non sono sicuro.
Ma un po' di azzardo, nella vita, ci vuole, giusto?

mercoledì 17 agosto 2011

Invidia.

Dell'iPhone 4 non me ne frega niente.
Niente.
Ma queste cover adesive stile 1982 mi fanno mangiare le mani perché non ne posseggo uno sul quale appiccicarcele.
E visto che sono un rosicone, a voialtri riccastri là fuori non vi dico neanche dove trovarle .

sabato 13 agosto 2011

Godetevela.

L'estate, certamente.
Ché viene una volta l'anno, gli affanni non svaniscono ma, tra grigliate in giardino e gavettoni sulla spiaggia, si diluiscono in questo tempo senza tempo ricevuto in omaggio dal vostro Datore di Lavoro Preferito.
Godetevi la pioggia che diventa temporale e il panico semplice vertigine da volo low-cost per le Maldive.
Godetevi ciò che appaga il vostro senso estetico, pur se ridotto inevitabilmente a riflesso ormonale.
Godetevi le canzoni, che approfittando di questo nostro sbandamento passeggero diventano più sceme, ma adesive come nient'altro, necessarie come l'aria condizionata in camera e l'ombrellone in spiaggia.
Godetevi i bestseller, attenti a non affaticare troppo quello che di voi è rimasto dopo sette ore di selvaggia esposizione al sole.
Godetevi le repliche tv di qualunque cosa, e i cinema che se – non sono chiusi – vi propinano i fondi di magazzino della scorsa stagione americana.
Oppure, se vi rifiutate di lasciarvi ottundere i sensi in questa caverna dello spirito col bollino rosso e protezione 50 obbligatoria, se aborrite l'inibizione del vostro senso critico faticosamente costruito nel tempo, se l'intelligenza è la sola cosa che vi resta una volta pagati i conti, restate a vigilare.
Sulla vostra mente.
Io sono con voi.
In giro sballottato per l'Austria, ma con voi.
A presto.

venerdì 5 agosto 2011

E con questo, vi saluto.

È stato (finora) un anno pesante.
Queste vacanze ci stanno tutte.
Ringrazio chi ha avuto voglia e pazienza e tempo di organizzare tutta la vacanza anche per me.
Io, a questo giro, non avevo davvero la fantasia.
Ho risposto solo "ok" a tutte le email e alla fine ho chiesto: sì, ma quanto ti devo? E ho sganciato la mia parte.
Vorrei anche qualcuno che mi facesse la valigia, ma mi sa che dovrò pensarci da solo.

I post programmati hanno un po' troppo il sapore di surgelati riscaldati al microonde, quindi li eviterò e metto ufficialmente il blog in pausa da oggi.
Approfittate di questi giorni, se non proprio di vacanza, di tregua. Prendetevi tempo e spazio per voi. Siate un pelo egoisti. Una volta l'anno, si può e si deve.
Finite di leggere i libri che avete impilato sul comodino, e mettete in valigia quelli comprati durante l'anno e che non avete ancora aperto.
Caricate sull'iPod tutta la musica che avete illegalmente scaricato in questi mesi e non vi siete degnati di ascoltare. Se avete un iPad o un portatile, fate lo stesso con i film.
Ricordate che non serve avere budget stratosferici e partire per località esotiche per sentirvi in vacanza.
Può bastare molto, molto meno (e ve lo dice uno che si è fatto svariate estati a Roma e ha comunque trovato di che ricaricarsi, in ogni senso possibile).

Allora, io vado.
Ich fahre nach Österreich für eine Weile.
Un abbraccio.

PS Non potevo andarmene senza un regalo.
Questo qui sotto è il solo, vero, unico inno dell'estate 2011. E lo dovete a LORO.

giovedì 4 agosto 2011

La stagione del dj.

Vi ho già parlato di Andrea, il mio amico dj, e, lui, ogni tanto, mi parla anche dei suoi colleghi, di quelli che si fanno le stagioni.
Le loro storie si assomigliano un po' tutte: d'inverno bazzichi i negozi di dischi, ordini su Internet il remix edizione limitata del dj islandese che ha lavorato con quel musicista contemporaneo e ha pure aperto il concerto dei Green Day... Insomma, ti ammazzi di seghe.
Poi arriva la fatidica data: primo agosto. Cazzo, devi fare la borsa per partire! Guardi i tuoi dischi, techno-house di Detroit, minimal dance asiatica, electro longue finlandese... e hai all'improvviso una terribile visione: trenta coatti ubriachi con la maglia di Totti che ti urlano in coro: A stronzooooo, facce ballà!
È dura la vita del dj estivo. E allora che fai?
vai dal marocchino e ti compri una decina di compilation tipo Los Quarenta o Hit Mania Dance.
Lasci a casa tutti gli altri dischi e in valigia metti solo salsa latina e Lady Ga Ga. Ma ti senti ancora puro, perché un po' li hai fregati. Comunque Andrea è diverso, lui è uno tosto.
A lui non gliene frega niente di mettere la musica per gli altri. Lui la musica la sceglie per se stesso. O, al massimo, per sé e per Michela, la sua ragazza.

mercoledì 3 agosto 2011

Due is megl che quatr.


Dopo quasi due anni costretto in una scatola a quattro ruote, oggi finalmente rimetto il fondoschiena su un aggeggio a due ruote.
Finalmente potrò rimettermi a fare le impennate davanti l'uscite dei licei, a sgasare vicino agli anziani, a ingarellarmi con gli altri coatti come me, e appiccicare un vecchio adesivo Apple di quelli arcobaleno sul davanti.
Ma soprattutto, potrò andarci al lavoro in una frazione del tempo che fino ad oggi impiegavo a bordo della Aygo.
Dopo aver preso in considerazione di prendere un altro Honda Pantheon come quello che avevo ma usato, e aver preso atto che un esemplare in buone condizioni non l'avrei trovato a meno di mille euro, ho preso il nuovo Honda PCX 125, che è poi quello che vedete nella foto in apertura.
Perché il PCX?
Non starò troppo a menarla: costava poco.
Honda ha avuto l'idea, neanche troppo geniale ma quasi obbligata, se vuole sopravvivere in un mercato sempre più frenato dalla recessione o dalla paura di essa, di realizzare uno scooter low-cost ma di qualità identica a quella di tutti gli altri suoi prodotti.


È un fatto che Paesi come Cina, Taiwan, Thailandia e India stanno cercando (e trovando) nuovi spazi di mercato in Europa nel mondo dei motori e soprattutto nei veicoli a due ruote a basso costo. Hanno successo perché sono funzionanti e funzionali... ma spesso realizzati con scarsa attenzione, e utilizzando materiali non di primissima scelta.
Inoltre, non ci si può aspettare troppa innovazione tecnologica da uno scooter low-cost prodotto da una compagnia che non ha nemmeno un suo avanzato settore ricerca.
Insomma, la solita coperta corta: paghi meno ma la qualità è inferiore, oppure spendi quattromila euro e sali su uno scooter di design, ben costruito, moderno e affidabile.

Honda, come spesso ha fatto nella sua storia, è riuscita a far quadrare il cerchio con il PCX: offerto a mille euro in meno del suo scooter di punta in questa categoria, l'SH, il PCX può godere dei frutti della ricerca della più grande casa motociclistica al mondo, è realizzato finemente, consuma praticamente zero e – cosa che non guasta mai – ha davvero un bell'aspetto.

Tra le soluzioni adottate, se vi interessate un minimo di questa roba, troviamo la frenata integrale, il sistema anti affondamento della forcella, una pinza anteriore a tre pistoncini, un grosso vano sottosella, cavalletto centrale e laterale, e un sistema Stop & Go che spegne automaticamente il motore dopo tre secondi di fermo per riavviarlo istantaneamente appena si ruota la manopola del gas (e su questo aggeggio avevo i miei bei preconcetti, dissolti in mezz'ora di circolazione, è veramente l'Uovo di Colombo).

Devo ancora provarlo sulla lunga distanza, ma per ora mi sembra maneggevole come una bicicletta, ancora più del Pantheon, è abbastanza alto da terra da fare belle curve in piega senza toccare mai, i pneumatici hanno una sezione ridotta ma stanno bene incollati al suolo, i comandi sono tutti ben posizionati, e, col vento a favore, capita di superare i cento chilometri orari.
In media, percorro venticinque chilometri di Flaminia e un discreto tratto di Roma Nord (in orario di punta) in trenta minuti, a fronte dell'ora e dieci che ci vuole in macchina.
Non ho l'autoradio, ma ho l'iPod a tutta manetta nelle orecchie sotto il casco.
Sì, lo so, non dite nulla.

E comunque, ho imparato già negli anni passati, in scooter si conosce un sacco di gente, soprattutto ai semafori.
Qualcuno che ti chiede informazioni sulla strada, qualcuno che vuole sapere se hanno finito i lavori in corso di là, qualcuno che ti dice: sai quando arrivi, co' sto coso, e sgomma via prima che possa mandarlo affanculo, oppure si dialoga insieme sull'addormentato nella macchina davanti che ci blocca.
Una ragazza su uno scooterone come il mio mi ha chiesto se anche a me era venuto il callo sulla mano destra. Se era un tentativo di abbordaggio, è cascata malissimo perché io queste cose non le capisco mai.
I problemi, ad ogni modo, non li ho quasi mai coi miei simili, ma con gli automobilisti.
E ho imparato a riconoscere da chi devo stare alla larga se voglio sopravvivere: chi guida
- le Smart
- le Mini
- le Classe A.

Chi guida le Smart ha il cellulare all'orecchio di default. Sempre. Anche se non parla con nessuno, ha visto che fanno tutti così e magari crede che sia una cosa molto cool.
Comunque sia, se ne fregano di te. Le Smart sono piccole, ma sono e saranno sempre più grosse di te sul tuo scooter dall'equilibrio precario.
Chi le guida ha spesso la falsa percezione che sta guidando un carrello per la spesa per le corsie di un centro commerciale, quindi la loro disinvoltura può esservi fatale.
Una rossa con gli adesivi di Hello Kitty mi stava per travolgere sbucando da una traversa. Quel giorno ho realizzato che i freni del Pantheon funzionano bene.

Chi guida le Mini, è uno/a che prima aveva una Smart e adesso ha fatto nuove rate.
Quasi sempre, è un coglione che se ne frega di te, ma è più pericoloso perché la macchina è più grossa e più potente. È uno che si alza sempre tardi e quindi, per recuperare il ritardo, va più veloce di quello che dovrebbe e che potrebbe e le due strisce autoadesive sul cofano gli fanno credere che la macchina ha un'indole sportiva e che sarebbe da idioti non sfruttarla.
Sono quelle che il graffio sulla fiancata con la chiave si vede meglio che non sulle altre.

Chi guida le Classe A, è quasi sempre una donna.
Una donna che quasi mai lavora, quindi l'uso che ne fa è portare il figlio viziatissimo a scuola, contribuendo alla congestione del traffico dalle otto alle nove (in questo sono più all'antica di un mormone. Hai un figlio in età scolare? Ce lo mandi con un cazzo di scuolabus. E basta, zitti, c'ho ragione io).
Le donne che guidano una Classe A, se ne fregano di te.
La loro macchina è più alta della media, quindi si sentono legittimate a guardarti dall'alto in basso anche metaforicamente. Inoltre, quasi sempre non l'hanno pagata di tasca propria, perciò non ci badano troppo se dovessero investirti e rovinare la carrozzeria.

Ecco, io un'infarinata ve l'ho data: adesso sta a voi. Statene lontani e la sera tornerete a casa tutti interi.
E fate gli auguri a me e al nuovo arrivato.