venerdì 30 settembre 2011

La dura giornata del grafico.

Questa infografica l'ho trovata QUI, e mi ha fatto troppo ridere.
Probabilmente perché mi ci sono (amaramente) riconosciuto, e chissà, magari anche parecchi di voi.
L'ho tradotta alla buona, ho dato una sistemata qua e là e ho aggiunto qualche mio tocco personale. Cliccateci sopra per vederla più grande, e un'altra volta per vederla ancora più grande.
E ridete amaramente anche voi.

giovedì 29 settembre 2011

[RECE] L'Alba del Pianeta delle Scimmie

Io ho, praticamente dall'età di sedici anni, un problema col cinema d'animazione e, più di recente, d'animazione digitale.
E il problema è: non riesco ad empatizzare, neanche in piccola misura, con personaggi palesemente artificiali, almeno finché la distinzione resta chiaramente percepibile ai miei sensi.
È uno dei (tanti) motivi che non mi ha fatto piacere Avatar e i suoi alieni blu computer-generated… e, più in generale, qualsiasi altra creatura artificiale che mi viene proposta al cinema con una pretesa di verosimiglianza (affrontai più approfonditamente l'argomento in un vecchio post sulla uncanny valley QUI).
Insomma, laddove gli altri vedono leoni parlanti, orchi in armatura, alieni sorridenti dagli occhioni di giada io vedo milioni di poligoni pilotati da un animatore in t-shirt nerd dietro il suo Macintosh pieno di briciole di Twix.
La mia sospensione dell'incredulità non si accende neanche per un attimo e mi sembra tutto coinvolgente come lo spot di una casa farmaceutica.
E chi vi ha detto che nel recentissimo Alba del Pianeta Delle Scimmie gli effetti speciali della Weta con il loro motion capture avanzato sono lo stato dell'arte, evidentemente non ha mai visto una scimmia vera.
Per tutta la durata del film, non c'è una sola scena in cui è possibile scambiare Cesar, lo scimpanzé superintelligente protagonista della vicenda, per una scimmia vera.
E questo mi ha tolto gran parte del divertimento, perché tutta la prima parte è giocata sui sentimenti, e per il mio modo di vedere, guardare James Franco (oltretutto in una delle sue prove meno ispirate) che parla al vuoto dove poi in postproduzione avrebbero aggiunto uno scimpanzé digitale non è esattamente il mio concetto di intrattenimento.
Mille volte meglio i proto-uomini del prologo di 2001: Odissea nello spazio, allora.
Ma proprio senza discussioni.

Detto questo (uff!), il reboot dello storico franchise, già uscito malconcio dal goffo tentativo di Tim Burton di una decina d'anni fa, non è ne' un prodotto da buttare via ma neanche un'opera memorabile.
Lo svolgimento è parecchio convenzionale, lo script non esente da incongruenze e le situazioni sono quelle viste e riviste altre volte con tutti gli stereotipi del caso (l'imprenditore senza scrupoli, lo scienziato "buono", l'assistente imbranato, la fidanzata fighetta e non funzionale alla storia, il personaggio negativo e un po' meschino) ma fortunatamente, man mano che gli eventi precipitano, si guadagna un po' in ritmo e tensione e la parte finale riesce a salvare una pellicola diretta in maniera anonima (ma senza infamia)… per chiudersi con un controfinale anche questo già visto mille altre volte e forse proprio per questo non troppo evocativo.
Poi, in mezzo, c'è più di una cosa da salvare, intendiamoci: ma – e questo sì che anomalo a dirsi da parte mia – aggiungere qualche scena appena più cruenta qua e là avrebbe giovato all'economia globale del film.

Chiudo con la solita mini-rassegna di poster alternativi.

È uscito Empowered 4.

Il che, probabilmente, se non siete amanti delle supereroine stagiste, imbranate ma superbamente disegnate, non vi sconvolgerà più di tanto.
Ma io continuo a riproporvela, finché non la comprerete pure voi e ve ne innamorerete.

In questo numero: Empowered è finalista alla cerimonia dove viene assegnato l'agognato Super Mantellino d’Oro al Miglior Superumano Non Ancora Abbastanza Famoso.
Il che sembra finalmente la sua grande occasione di riscatto, se non fosse che è un diabolico piano dei Super(non-troppo)amici per farsi beffe dell’impacciata e burrosa bionda.

Ma quando la tragedia incombe, quando il cataclisma sta per colpire, quando una vendetta a lungo covata sta per cancellare gli eroi mascherati dalla faccia del pianeta... chi si ergerà con le sue morbide forme costrette in un’inaffidabile ipermembrana a salvare la baracca?

mercoledì 28 settembre 2011

Se siete di Milano o di quelle parti...

...giusto oggi apre un nuovo Punto Enel in via Broletto.
Potrete scroccare un aperitivo e magari imparare a cucinare qualcosa di meglio dei Quattro Salti in Padella grazie alla presenza di uno chef come Davide Oldani.
Il tutto, incorniciato dalla grafica realizzata dal vostro art blogger preferito, spalmata su vetrine, automobili, flyer, carrelli, grembiuli e altro materiale promozionale stampato in luccicanti colori Pantone.
E, no, io non ci sarò.
Ho troppo da fare a scongelare la mia pizza industriale.

martedì 27 settembre 2011

Nuvole nere.

Come forse avrete sentito, ci ha lasciati anche Sergio Bonelli, proprietario dell'omonima casa editrice di fumetti che annovera, tra gli altri, Dylan Dog, Martin Mystere e Nathan Never (e, naturalmente, altri mostri sacri come Tex e Zagor, di cui però non ho mai letto neanche un mumero, quindi li metto dopo).

Bonelli ha imposto, volente o nolente, una sorta di modello editoriale a cui hanno cercato di rifarsi in tanti, che non rispecchia necessariamente i gusti del sottoscritto... ma alcune delle più belle storie italiane a fumetti che abbia letto appartenevano a una delle testate che ho citato in apertura.

Nell'ormai remoto 1994, realizzai qualcosa come una cinquantina di tavole di prova per l'allora appena uscito Nathan Never... roba di cui, oggi, non sono particolarmente contento, ma che, per la triste occasione, tiro fuori dai cassetti e passo rapidamente allo scanner.
E, prima che me lo diciate, sì: il debito con Claudio Castellini è fin troppo evidente, ma come l'aveva disegnato lui, più nessuno mai.

Sotto il telo.

Beh, qualcosa sta per succedere.
Se Vodafone Australia pubblica questo teaser sul suo sito parlando de Il più grande rilascio smartphone dell’anno (più o meno), o l'iPhone 5 sta per arrivare a giorni o sotto quel telo c'è qualcosa a cui nessuno ha ancora pensato.
E, ad ogni modo, i teaser mi intrigano un sacco.

lunedì 26 settembre 2011

Fermo così.

Ho scoperto questo Tumblr sul blog di Momo, e l'idea di ritrarre amici e amiche alla maniera di George Dawe mi è parsa la migliore in una domenica passata a sperare di recuperare dati da un hard disk crashato.
Non siete tra quelli qua sotto?
Chiedete, e (forse) vi sarà dato.



domenica 25 settembre 2011

[Recensione] Super 8

Molto, molto meno bello di quanto sperassi.
E, soprattutto, di quanto poteva essere.
Per i primi venti minuti, Abrams cavalca un cavallo di razza.
Poi succede qualcosa di brutto e si ritrova con il culo per terra.

L'ex enfant prodige della televisione americana segue la traccia già battuta da Spielberg in E.T. e in Incontri ravvicinati del Terzo Tipo e dirige meravigliosamente bene un gruppetto di bambini, immergendoli in un'atmosfera primi anni ottanta del tutto coerente e credibile, infilando una scena d'apertura che è un capolavoro di sintesi narrativa e procede con ritmo fino allo spettacolare incidente ferroviario che costituisce il punto di svolta del film.
Da quel momento, si scivola nell'assurdo, nell'incoerenza, nel già visto e – peggio ancora – nella noia.
Franando miseramente in un finale che nulla ha della poesia di E.T.o della magia di Incontri Ravvicinati ma cerca di esserne una sbiadita imitazione, dopo aver avuto momenti da TV dei Ragazzi, incongruenze, riempitivi e goffaggini impossibili da non notare.
Persino la pellicola che dà il titolo al film non ha che un ruolo del tutto marginale e ancor meno funzionale alla storia... ma questo è il meno, sul serio.

Peccato.

PS Sì, il manifesto sembra "il seguito" di quello di Incontri ravvicinati. Almeno, a me me l'ha ricordato subito.
PPS Elle Fanning vi conquisterà. Non solo perché a soli tredici anni è bella come una diva, ma anche e soprattutto perché è straordinariamente brava.

venerdì 23 settembre 2011

Io e Kate.

È di appena una settimana fa la notizia che il prossimo 21 novembre Kate Bush pubblicherà il suo nuovo album di inediti, 50 Words For Snow.
Ma, non avendone sentito neanche una nota, non è di questo che voglio o posso parlare.

Kate Bush, per molti anni, è stata uno degli artisti più influenti nel mondo del pop femminile, riuscendo a imporsi su critica e pubblico grazie un carisma, un fascino e un’autorità che tra le sue "rivali" dell'epoca non aveva eguali.
Ed è stata la mia dea personale fin da quando, per caso alla radio, sentii qualche mia corda segreta vibrare al suono di Hammer Horror.
Quante altre volte vi siete emozionati sentendo qualcuno che canta?
Senza riuscire a distinguere cos'è che vi fa vibrare, se la voce, la musica, un suono, un'atmosfera, una frequenza che è la chiave per aprire proprio quella porta?
Ecco. A me successe così.
Diedi fondo ai quattro soldi che avevo in tasca e comperai i suoi due album finora usciti, The Kick Inside e Lionheart.
Entrambi consumati sul giradischi di casa… fino all'arrivo di Never For Ever, che, giusto per darvi la misura di quanto mi piacque, l'ho inserito nella Top 10 dei dischi a cui mai potrei rinunciare.
Le volte che la vedevo cantare e muoversi nelle numerose apparizioni televisive che promuovevano i suoi dischi, Kate grondava vita, fascino, carisma, sesso, mistero, sogno, sesso, divertimento, disperazione, follia, misticismo, romanticismo, e ancora sesso. Ogni volta.
Il resto della sua discografia, però, dopo un altro album un pelo più difficile ma sempre straordinario, andò in calo inesorabile.

Hounds Of Love fu l'ultimo disco di Kate che amai incondizionatamente.
Dopo i non entusiasmanti Sensual World e The Red Shoes, pubblicati rispettivamente nel 1989 e nel 1993, mi resi conto che la magia che avevo sentito quel sabato pomeriggio del 1978 si era dissolta come nebbia e mi sentii come defraudato.
Forse anche lei convinta di aver concluso un ciclo, Kate chiuse bottega e si ritirò dalle scene… per dodici, lunghi anni.

Dodici anni in cui, oltre a dare alla luce un figlio, ha scritto le sedici tracce di Aerial, l'album di inediti con cui si ripropose sul mercato.
Che – ma prendetelo come l'impressione di un suo antico fan che ora guardava a lei come una ex fidanzata che lo aveva fatto felice tanto tempo fa ma poi altre avevano preso il suo posto nel cuore – mi è parso, fin dal primo ascolto, privo di idee e di un rinnovamento di qualsiasi tipo, concettualmente bollito, artisticamente scontato e privo anche solo di un singolo dotato della forza necessaria di farsi strada sia pure nelle fasce basse di classifica.
Vecchio e con appena l'ombra del potente appeal di un tempo, sia in maniera metaforica che fisica.

Archiviai Aerial come il mancato colpo di coda di una grande artista che aveva ormai esaurito il suo filone e fornai a riascoltare sul player cd i piccoli gioielli nascosti in The Dreaming, Never For Ever o The Kick Inside.

Poi, lo scorso maggio e senza clamori, compare nei negozi Director’s Cut, album in cui Kate rivisita una selezione di brani tratti dai suoi ultimi due album prima della lunga pausa pre-Aerial: The Sensual World e The Red Shoes.E già si parte malissimo.
Sul serio, ditemi voi qual è il motivo, se non pagare dei conti arretrati, che spinge un'artista a immettere sul mercato un disco di rivisitazioni, peraltro del suo repertorio più trascurabile, piuttosto che cercare di reinventarsi… cosa che, visti o meglio ascoltati i suoi trascorsi, ritengo tuttora assolutamente possibile oltre che auspicabile.
Tanto più che per confezionare Director’s Cut Kate ci ha messo tre anni e mezzo, e senza nessuno che le corresse appresso visto che ormai pubblica solo per la sua etichetta personale.

Dodici tracce completamente reincise, togliendo, sottraendo, sfrondando e levigando fino ad ottenere degli strani ibridi che dovrebbero suonare più attuali, ma che io ho trovato suonassero ancora peggio dei loro genitori naturali: sparito ogni strumento di sintesi, Kate ha puntato tutto su una chitarra spudoratamente rollingstoniana, un’armonica blues e una performance vocale quasi parodistica… come ha scritto Helen Brown sul Telegraph, Director’s Cut sembra registrato nel retro di un pub irlandese.
Vabbè, magari così il disco invece a parecchi altri è piaciuto proprio per questo.
E magari è pure colpa mia che, di riverberi, drumachine e suoni campionati non ne ho mai abbastanza... specie se nobilitati da una voce unica come quella di Kate.

Director's Cut l'ho ascoltato a fatica, ma fino in fondo.
Non riuscendo, magari a torto, non dico di no, a leggervi più che delle copie bollite fino a perdere ogni sapore di originali già insipidi.
Persino la briosa Rubberband girl e la struggente Moments Of Pleasure suonano adesso come demo sciatti e arrangiati alla meno peggio: e chi conosce (ed ama) l'originale, si rifiuterà (come me) di ascoltare una seconda volta questo inutile scempio.

(Questo però devo dirlo... tra tanto unplugged selvaggio che pare vada così di moda, in Director's Cut c'è anche una perla inaspettata: una nuova versione di Deeper understanding, arricchita da ipnotici smanettamenti di autotune e da un nuovo vocoder che ne fanno l'unico pezzo salvabile dell'intero album proprio in virtù di un utilizzo intelligente e non pretestuoso dell'elettronica.)

Questo è tutto quanto ho da dire su Director's Cut?
No, non tutto.
Kate, sinceramente, detto da antico fan che ancora ti venera... prova a rimettere una tua foto in copertina.
Se quella di Aerial era tutt'altro che memorabile, questa porcheria dalla facile simbologia cinematografica è da primo anno della scuola di grafica. Sul serio, da oggi in avanti te le faccio io gratis, ecco, guarda, te l'ho messo per iscritto. Questa qui sotto, ad esempio. È tutta tua.
In cambio, tienimi un pomeriggio seduto su uno sgabellino accanto il tuo pianoforte, giuro che me ne sto zitto e buono e ti adoro mentre suoni.

E 50 Words For Snow, appena esce te lo compro, stai tranquilla.
Neanche la copertina che hai scelto mi piace, ma non voglio fare troppo il difficile. Magari la prossima.
Tu pensa alla musica.
Dammi quella... e saremo ancora amanti. Promesso.

SplitScreen - a love story

Girato completamente con un Nokia N8.
È così figo che ha vinto l'ultima edizione del Nokia Shorts competition 2011 all'Edinburgh International Film Festival.
Non servono grandi mezzi.
L'idea.
Serve solo quella.

giovedì 22 settembre 2011

C'è sempre chi sta peggio.

Oggi vi stupirò.
Non starò lì a menarla con ma quanto sono meglio le pubblicità estere piuttosto che quelle italiane, e via invidiando, no.
Come diceva quel tizio, c'è sempre chi sta peggio.
Noi abbiamo un livello medio di pubblicità mediocre, con alcuni scivoloni nel cattivo gusto (che poco hanno a che vedere con chi, col sesso in pubblicità, ci sa giocare e alla grande)... ma a questi manca proprio un codice di autoregolamentazione, oltre che il pudore (ma pazienza, per quello) e uno straccio di creatività degna di questo nome (crimine, invece, imperdonabile in questo mestiere).
Iniziamo dal caso più soft: guardate i pacchetti fotografati in apertura.
Vi dò un indizio: non contengono caramelle.
E neanche preservativi, no.
Queste graziose, quasi leziose confezioni sono un esempio dell'ultima tendenza russa di marketing aggressivo orientato alle giovani fumatrici.
Immagino i toni del rational che ha accompagnato i layout dell'agenzia pubblicitaria al cliente: "Basta una boccata tirata dalle profumate, graziose sigarette Sweet Dreams (Gesù, salvaci) e le ragazzine, presumibilmente in età scolare, verranno trasportate a Miami, New York, Roma e Parigi, dove le aspettano cabriolet rosse, spiagge dorate e altri luoghi comuni vettoriali".
Peccato per quella scritta "Il fumo uccide" che rovina quel bel layout colorato, vero?
Un caso isolato?
Nemmeno per sogno.

"Non sarebbe proprio necessario, ma si vuole veramente... allora è ok", dice, tradotto molto alla buona, la Lolita bionda (notare l'espediente dell'acconciatura a codini, molto usata nel porno per abbassare idealmente di dieci anni l'età delle attrici) che lecca un cono gelato, delle stesse tonalità di rosa del pacchetto di sigarette Kiss.
Di gran classe, uh?
Non ho finito.
"Mi piace tutto, delizioso e rotondo" fa la miss lentiggini qua sotto.
Ché dai doppi sensi da scuola dell'obbligo, evidentemente, in Russia non si sono ancora affrancati.

mercoledì 21 settembre 2011

Come imparare ad amare il cosplay, 5

Perché, si può non amarlo?PS il prossimo weekend ci si vede al Romics, ok?