lunedì 31 ottobre 2011

Cambio di barricata.

Perché uno mica può essere sempre buono.
Un giorno ti svegli (con le occhiaie di quelle che non vanno più via, perché è una vita che ti fai il culo di notte) e ti chiedi: ma chi me lo fa fare.
E allora realizzi che a essere cattivi a tempo pieno può essere meglio.
Che il costume è più comodo.
Che manipolare il metallo e i campi magnetici torna parecchio più comodo che non saper saltare su un tetto senza far scricchiolare (troppo) le articolazioni.
E che, per qualche oscuro motivo, hai persino più fans di prima.
Di quelle che ti sussurrano "posso essere chiunque tu voglia". Mystica, ti prego. Trasformati in Pamela.

Sì, qui ho un po' la faccia da stronzo. Ma vorrei vedere voi, circondati da homo sapiens vocianti e prossimi all'estinzione senza neanche saperlo. E poi, c'era Emma Frost vicino. Pare che più sono stronzi, più le piacciono.

Nel tempo libero, ho fatto un po' a botte. Ma senza sporcarmi le mani.

Homo Sapiens. Siete il passato.

Ah, la gioia per un padre di riunirsi a sua figlia. Anche se completamente schizzata.

Cattivo, sì. Ma non per questo, cafone. Per sollevare ms Marvel non ho usato alcun potere di levitazione magnetica.

Ho rivisto Grazia. Sono contento. La prima compagna di Cosplay non si scorda mai. E l'anno prossimo sarà Storm, quindi le nostre strade si reincroceranno ancora.

Ah, c'era anche una vecchia fiamma. Stavolta, dalla stessa parte della barricata.
Dopo un paio di tentativi andati a vuoto negli scorsi mesi, sono riuscito a rivedere Francesca.
Che alle dieci di mattina aveva già litigato con tre persone diverse.
È bello vedere che i tuoi amici rimangono sempre gli stessi.

E, a proposito di amici, anche quest'anno, la fazione torinese è stata una compagnia preziosa e forieria di impagabile buon umore. Qualcosa che non si compra un tanto al chilo e che sono fortunato a possedere.
Inoltre, guardate Stefano, a sinistra. Non sarebbe un perfetto professor Xavier? Sto cercando di convincerlo.

giovedì 27 ottobre 2011

Lucca 2011.

Da domani sono a Lucca, e non grazie ai banditi di Trenitalia (non mi danno un soldo per fare pubblicità, ma QUESTI che ti portano a Firenze con dieci euro contro i quarantacinque di un Eurostar un po' di visibilità extra se la meritano).
Alcune informazioni utili per gli stalker: alloggio nel bellissimo ostello di San Frediano nel cuore del borgo vecchio, venerdì cazzeggio un po' in giro aspettando gli amici torinesi, faccio qualche foto e mi metto pazientemente in fila per comprare l'abbonamento alla fiera (spero che quest'anno abbiano avuto il buon senso di organizzare un'unica coda per biglietto e braccialetto) e magari inizio anche a girellare negli stand prima del pienone del sabato e della domenica.
Sabato, se volete riconoscermi, non cercatemi come Batman.
Piuttosto, sbirciate sotto un elmetto e un mantello grigio e rosso.
E attenti al metallo che indossate.

Chiamato alle arti.

Questa rutilante illustrazione digitale è il mio misero contributo alla Chiamata Alle Arti numero 43, rivista autoprodotta che raccoglie contributi grafici da tutto il mondo, e che potete scaricarvi gratuitamente da QUI.

L'immagine ve la posto piccola e micragnosa, così se volete vederla più grande dovrete scaricare per forza la CAA, dove c'è persino una mia introduzione.

mercoledì 26 ottobre 2011

[RECE] V Visitors 2009, stagione 1 e 2

In breve (ma davvero in breve): questo V Visitors, remake della poco celebrata serie TV anni ottanta, è brutto.
Parte fiacco, sprecando gran parte delle buone idee e dell'immaginario visivo della serie originaria, si trascina per tutta la prima parte, poi illude con un paio di buone puntate, rialza la testa verso il finale ma non coglie nemmeno una delle opportunità di dare un finale degno alle varie tracce narrative che portano al cliffanger di fine stagione.
Premesso che io ho voluto dare, per simpatia alla prima serie e per voglia di vedere, sul serio, una serie televisiva di fantascienza degna di meritarsi il mio (poco) tempo libero e demandato all'evasione, tutte le chances possibili, ma perde sotto ogni profilo.
A cominciare da quello dove, in teoria, considerati gli oltre vent'anni di gap tecnologico, V avrebbe dovuto ridicolizzare Visitors: gli effetti speciali.

Il design delle navi aliene è vecchio e anonimo (la sola trovata decente è costituita da rendere la parte inferiore delle navicelle un gigantesco schermo televisivo da cui comunica Anna, il boss delle lucertole).
Il design degli shuttle? Penoso. La loro animazione? Posticcia e visibilmente in economia. Le uniformi degli alieni? Sembra che si vestano da Decathlon. Gli interni della nave madre? Considerando il budget ridotto voglio essere generoso, e definirli appena passabili.
Jane Badler, che ai tempi del primo Visitors aveva trentadue anni meravigliosamente ben portati. E le stavano bene persino gli occhialoni da sci della Standa.
Ma veniamo al make-up degli alieni, che avrebbe dovuto costituire uno dei punti di forza dell'intera serie.
Nel vecchio Visitors, quando il protagonista riusciva a strappare la pelle artificiale a uno dei Visitatori, vedevamo apparire una creatura rettiloide dagli occhi di serpente, pelle verde e umida e una lingua biforcuta. Tutta roba fatta in casa, certo, ma che mostrata in un certo modo faceva il suo porco effetto.
Per non dire della scena clou, quella che è rimasta per sempre nell'immaginario dei Visitors: Diana che afferra un porcellino d'india e lo ingoia tutto intero spalancando e deformando le fauci, accompagnata da un commento musicale che ancor oggi mette i brividi addosso.
Cosa è stato usato di questo nel remake?
Nulla.
Qualche fugace apparizione di pelle squamosa sotto una ferita, un occhio da rettile che fa capolino, una coda che è quasi ridicola e una brevissima, velocissima scena in cui Anna, accoppiandosi con un suo simile, mostra fauci zannute.
Forse rendendosi conto di avere osato troppo poco, poi recuperano quella scena, ma se la prendono comoda e la inseriscono nella seconda stagione già avanzata. Fuori tempo massimo.

Se pensate che esageri. Guardate questo video che compara le due versioni della stessa scena, separate da quasi trent'anni. Baccarin vatti a nascondere.

Il che ci porta al discorso della tensione, del coinvolgimento emotivo dello spettatore.
Autori & attori non riescono mai, e dico mai, a montarne in quantità decenti (complice anche l'assenza di un commento sonoro veramente sciatto e privo di un tema portante "importante" come pure aveva la prima serie).
A provocare un moto di ribrezzo.
A inscenare un po' di sana paura televisiva di quella che ti fa guardare le scene attraverso le dita sugli occhi.
Ricordate Independence Day? Avevamo Will Smith che stende un alieno a cazzotti e tutta una galleria di personaggi improbabili come un presidente che si mette a pilotare un caccia e un vecchio ubriacone che impara a guidare un F-16 in mezz'ora.
Independence Day era una stronzata? Sicuro. Ma una stronzata di gran classe.
E dove si vedeva ogni singolo dollaro speso.

Ma, Cristosanto, c'erano anche degli alieni ben fatti e spaventosi, tutta la sequenza del loro arrivo sulla Terra era coreografata come meglio non si poteva all'epoca, ed Hemmerich, che sarà anche un gran cazzone al soldo di Hollywood ma non è uno stupido, riusciva a divertire lo spettatore inframezzando le numerose scene d'azione (con cui si è costruito una fama) con dialoghi brillanti, trovate e citazioni varie (la sequenza nell'Area 51 è una delle più spassose), e il tutto era montato in modo superlativo.
Insomma, di blockbuster da guardare col secchio di popcorn si trattava, ma confezionato alla grande. E, considerata la chiave di lettura di ID, io ero e resto un grande fan di quel film.

Ciò che sto cercando di dire è: se viene meno l'aspetto scenico, non c'è ritmo e la tensione è la stessa che c'è in una puntata di Derrick, a tenere in piedi il serial dovrebbe restare perlomeno una storia di quelle alla "beh, potrebbe succedere".
Qualcosa di – sì, improbabile, del resto anche Star Trek lo è – ma almeno plausibile.
Che invece, è l'ennesimo punto debole di V 2009.

In V 2009 assistiamo ad una pacifica invasione (o mascherata come tale) alla quale, tra miliardi di litigiosi, per natura ostili e smaliziati esseri umani, di quelli che si insospettiscono pure se al supermercato gli offrono un assaggio gratis di paté e dicono "sì, ma non compro niente", solo quattro gatti (quattro di numero) fiutano che c'è qualcosa che non quadra e organizzano un movimento di resistenza clandestina, con base segreta in una cantina.
Dove manco chiudono a chiave la porta.
E uno dei quattro è un agente dell'FBI.
E un altro un prete. Sì, un prete, lo stesso Joel Gretsch di Eureka che uno meno adatto alla parte non si poteva trovare. E poi un terrorista internazionale, che poteva essere l'unico elemento del cast che, se diretto bene, poteva risollevare un po' le sorti di quest'armata Brancaleone ma che è ridotto, come tutti gli altri, a fare il pupazzone con le sue battute in bocca da dire quando gli dicono di dirle.

Joel Gretsch era l'unico disponibile per la parte del prete. È l'unica spiegazione possibile.
Elizabeth Mitchell, che per girare V 2009 da protagonista non ci ha pensato un attimo a sfanculare Lost. Vi siete mai chiesti perché muore precipitosamente alla fine della quinta stagione?

Scott Wolf, che dalla sua ha almeno la somiglianza con Michael J. Fox.

Christopher Shyer è in parte. Freddo come un vero rettile. Mi è piaciuto.

Poi, chi altro ci dovrebbe essere? Vediamo.
Un omaccione di colore (che un nero, in un serial politically correct, ci deve stare per forza) che è in realtà un Visitors che –vedi alla voce: la forza dell'amore – si è affezionato alla razza umana nella quale vive in incognito da anni e alla sua moglie umana, che naturalmente è una rompicoglioni che quando muore non gliene frega niente a nessuno e anzi se lo merita.

Un Adolescente Ribelle (eccolo, poteva mancare?) che – visto che, sulla Terra o nello spazio, un pelo di gnocca tira sempre più di una coppia di Hummer, si fa irretire da una fighetta spaziale e per tutta – tutta – la serie non fa che rivoltarsi contro sua madre incolpandola di ogni cosa possibile, madre (l'agente FBI di cui sopra) che quando anche il più paziente dei genitori gli avrebbe rifilato una cinquina che quando ha smesso di girare i vestiti che porta addosso sono passati di moda non fa che dargli carezzine sulla testa con la faccia da cocker perché i figli so' piezze' core... ovviamente, condannandolo in questo modo a una gran brutta fine (che arriva, purtroppo, molto, molto tardi).

E poi nessuno che si chiede o gli chiede: se non invaderci, cosa siete venuti a fare sulla Terra?
Turismo sessuale?
Filantropia spaziale?
I visitatori promettono e portano vari regali come energia pulita e sostenibile e nuove tecnologie mediche, ma non accennano a chiedere nulla in cambio. Come al supermarket: sì, buono, ma che mi vuoi vendere? Dov'è la fregatura?
E, visto che io non vivo in un serial, me lo sono chiesto: ma che vogliono?I primi Visitors, quelli anni ottanta, volevano una cosa semplice: mangiarci.
La Terra era una riserva inesauribile di cibo vivo, che loro pian piano schiaffavano in frigo e consumavano come un pitone si ingoia i coniglietti.
Banale... ma ci stava.
Questi sono un po' più raffinati: vogliono accoppiarsi, migliorare il loro DNA, evolversi come razza alle nostre spalle.
E ci sta anche qui.
Ma allora, perché menarla per mesi con tutte queste balle new age sulla Pace Universale? Perché creare un movimento, una pseudoreligione, costruire un'approvazione?
Insomma, avete la tecnologia, avete i mezzi, non avete gli scrupoli tipici della specie umana... scendete, organizzate i vostri abduction come in X-Files e fate quello che volete.
Che senso ha cercare di accattivarsi le simpatie umane quando hai una flotta di centinaia di navi d'assalto parcheggiata appena fuori il sistema solare?

E, tanto per chiedersi, così, oziosamente: perché visitatori provenienti da tanto lontano dovrebbero essere identici a noialtri? E il loro capo ha in tutto e per tutto l'aspetto (e i modi di fare) di una commessa di Prada e il suo vice gira per l'astronave in giacca e cravatta? A nessuno scienziato terrestre viene in mente che per nessun motivo al mondo possono esistere percorsi evolutivi identici nell'universo?
Perché in tutta la serie non si vede un militare che è uno (di quelli che vedono complotti e nemici pure dentro casa loro) o un biologo, un etologo, o un medico che prima di far entrare in contatto una specie aliena sulla Terra non suggerisce l'idea di un quarantena o almeno di un esamino del sangue?
In altre parole: ma sò tutti rincoglioniti, in Visitors 2009?

Questa sarebbe dovuta essere una delle scene-madri della seconda stagione: Diana che ritorna in scena, dopo un letargo in un uovo durato trent'anni. E come ne esce? Con un vestito fuori moda. Non nuda. Con delle calze a rete. Calze a rete. Non scalza. Ma. Per. Favore.

martedì 25 ottobre 2011

[Re-WORK] Blu-ray covers (8)

Film mai visto e che mai, probabilmente, vedrò.
Però ne ho preparato una copertina per un forum USA dove è piaciuta un mucchio e allora la rimbalzo anche qui.

lunedì 24 ottobre 2011

E salvaci dall'estinzione, amen.

Ho appena finito di leggere questa lettera aperta ai creativi di tutta Italia, firmata Alfredo Accatino.
Personalmente, sono d'accordo con Alfredo sulla maggioranza dei punti (in particolare, su tutta la parte che riguarda orari folli e straordinari non riconosciuti).
D'altra parte credo che, all'interno della definizione "creativi", ci siano – come in ogni altro settore – elementi più o meno capaci (anche se non mi va di chiamarli creativi di serie A e di serie B come fa lui). E parecchi di noi, anche se duole dirlo, sono designer mediocri, anche se siamo una categoria le cui potenzialità espressive sono state mortificate e omologate come non mai negli ultimi, uh, quindici anni da tutto un mercato sempre più orientato alla massimizzazione dei profitti e all'accelerazione/banalizzazione di qualsiasi processo creativo (basti citare il fenomeno delle fughe all'estero per cercare di vedersi riconosciute professionalità e obiettivi di vita).
E finché il mercato sarà saturo di gente con preparazione basica e disposta a fare qualsiasi cosa per poche centinaia di euro, il valore percepito di quello che facciamo non potrà che scendere ancora, abbassando di conseguenza il livello qualitativo generale (presto, anche i più bravi si stancheranno di produrre roba di qualità per quattro soldi).

E vi sta parlando uno che – almeno – non è più nella nutrita schiera dei freelance che da una parte ingrassano i committenti (che si rivolgono a loro come pizzaioli e li trattano come un fastidio necessario) e dall'altra uno stato sempre più mafioso (nel reclamare sempre e comunque il suo pizzo senza offrire alcuna tutela in cambio), e che, inevitabilmente, hanno e avranno sempre più difficoltà a far quadrare i conti.
Uno che, anche se probabilmente non dovrebbe, si sente come uno dei pochi fortunati rimasti. Ma sente già raspare alla porta del suo studio.

(soprav)Vivere da freelance - parte tre

(segue dai post precedenti)
Nonostante i segnali ricevuti, grossi come l'insegna al neon della Coin sul tetto dell'edificio, accettammo il lavoro e ci mettemmo di buona lena per costruire un preventivo credibile: indicare un unico prezzo finale è poco professionale, fa sembrare la cifra esagerata e il lavoro creativo poca cosa.
Così dividemmo, scomponemmo, scindemmo tutto nei passaggi chiave, usammo termini come "ideazione" e "progettazione" e alla fine arrivammo a un totale di dieci milioni di lire... una cifra che avevamo paura solo a pronunciare, ma solo per l'inesperienza che avevamo.
Alla fine, dopo mille ripensamenti, chiamammo il cliente per comunicargli la nostra cifra.
Ma prima di mostrargli il preventivo, gli dicemmo che volevamo capire se eravamo sulla stessa lunghezza d'onda, perché se lui pensava ad una cifra e noi un'altra allora era inutile mettersi a contrattare, avrebbe trovato di sicuro creativi che si vendevano per la somma che diceva lui.
Mi ero anche preparato la frasetta ad effetto: "In fondo, si può andare a Parigi anche con una Cinquecento, ma se uno vuole la BMW..."
Il paragone elementare serve molto spesso con questo tipo di clienti, e negli anni successivi me lo riciclai più di una volta.
Il tizio, infatti, ci spiazzò rispondendoci "So benissimo quanto sia decisivo il lavoro di un art e di un copy, per questo se mi chiedete dieci vi dò dieci, se mi chiedete venti vi dò venti".
Io e il mio copy ci affrettammo a rispondere con tutta la professionalità di cui eravamo capaci: "Bene, allora ne possiamo discutere perché siamo sulla stessa lunghezza d'onda, al prossimo incontro ti portiamo il preventivo".
Magari anche i Cartier veri si perdono le coroncine di carica, pensai.
Alla fine gli presentammo un preventivo di ventidue milioni, un po' di più dei suoi "venti", tanto per non far vedere che il prezzo lo aveva deciso lui.
Il tizio studiò il preventivo e lo accettò.
"È fatta" dissi al mio collega quando il tizio si allontanò per andare in bagno, "dò fuoco alla Y10 e mi compro la Golf nuova".
"Altro che Golf, io me ne vado alle Maldive con Francesca", aveva ridacchiato lui di rimando.
Altro che vivere del proprio stipendio, la strada era quella.
Però poi scattò un altro campanello d'allarme, che noi due facemmo finta di non sentire: eravamo troppo euforici.
Eravamo nella mia macchina, il cliente seduto accanto a me e dietro il mio collega.
A un certo punto, il tipo mi chiese se avevo il lettore CD nell'auto, perché aveva con sé giusto l'ultimo cd di Sting. Masterizzato. Si girò verso il mio collega e, strizzandogli l'occhio, facendogli "anche se non dovrei dirlo proprio a te".
All'inizio non capimmo, mica eravamo della Finanza. Ma lui si spiegò: "Sai, per via del copyright".
"Sì... beh, ma io sono un copywriter, non c'entro nulla col copyright"... iniziò il mio collega, mentre con un rapido sguardo attraverso lo specchietto retrovisore mi trasmise il primo, vero, gelido dubbio.
Sì, lo so, era abbastanza chiaro il soggetto: ma vorrei vedere voi, con ventidue milioni di buoni motivi a volerlo ammettere.
Non lo ammettemmo e ci mettemmo a lavorare su cinque proposte di campagna, contattammo un'illustratrice che ancora ci ha sul suo libro nero, pensammo, confrontammo, facemmo riunioni e a due giorni dalla consegna del lavoro – e a due giorni dal pagamento – il "Fantoni", indovinate?, si dileguò.
Uscì di scena poco alla volta, un po' piangendo miseria, un po' dicendosi imbarazzato, un po' scaricando la colpa sulla ex moglie – una new entry nei suoi racconti – diventata all'improvviso esosa di alimenti arretrati, un po' pigliandoci per il culo.
E quindi?
Lavoro fatto, ma non consegnato, cliente sparito.
Peccato, anche perché le idee erano buone e avrebbero avuto un buon impatto sul pubblico (un paio me le riciclai anni più tardi, così com'erano senza cambiare nulla tranne il logo).

Per fortuna, non è sempre così.
Quando clienti molto in vista (tipo le banche) vi commissionano lavori anche dai preventivi importanti, siete certamente più tutelati.
Ciò non significa che anche loro non cercheranno di abbassare la vostra parcella: e anche in questi casi professionalità e precisione dovranno essere la merce che venderete, senza eccezioni.
Abozzate un primo preventivo che ricalibrerete solo dopo aver visionato il lavoro, pretendete un rimborso spese nel caso in cui il lavoro non vada in porto, restate a disposizione per lievi modifiche e aggiustamenti se una delle proposte passa.
In ogni caso, non fate mai sconti: la vostra disponibilità potrebbe essere interpretata male. Il cliente potrebbe credere che avete gonfiato il primo prezzo... o che può insistere ogni volta per ottenere cifre più contenute.

domenica 23 ottobre 2011

A me piace!

Che gli scooter elettrici abbiano un reale mercato o siano ancora una trovata "da salone", sarà il mercato (noi) a determinarlo... certo, una politica di incentivi da parte dello stato che azzerasse la tassa di proprietà, ne dimezzasse l'Iva al momento dell'acquisto o ne sovvenzionasse parte del premio assicurativo (sono solo tre idee) sarebbe una gran bella spinta alla conversione all'elettrico, ma quando si tocca il portafogli l'ecologia può andare anche a farsi fottere, quindi non ci sperate.
Di concept, in giro, ce n'è finché ne volete: quello che vi propongo oggi è questo sfiziosissimo Mini E, prodotto dal gruppo BMW, e dichiaratamente ispirato dalla vettura così cool che vedete per le strade già da qualche anno.
Lo scooterino ha un motore elettrico integrato nella ruota posteriore alimentato da una batteria agli ioni di litio, ricaricabile attraverso un cavo di alimentazione riavvolgibile di cinque metri che va collegato ad una normale presa di corrente.
Il manubrio è progettato per connettere il vostro smartphone, che assume le funzioni di chiave, display e strumentazione, impianto audio e navigatore, con la possibilità di collegarlo via bluetooth con un casco dotato di microfono e altoparlante.
La realizzazione mi sembra di qualità e al prototipo non manca nessuna di quelle fighetterie che ne farebbero un successo commerciale, a mio avviso... resta la grossa perplessità del costo a cui verrebbe offerto in virtù del fatto che si tratta di un oggetto "esclusivo" e, probabilmente, della motorizzazione elettrica.
E comunque, visto che da noi – come già detto – non esiste né un piano di incentivazione, né un piano energetico che coinvolge le auto o le moto elettriche, né un piano di sviluppo dell'infrastruttura, temo questo prototipo resterà tale.
Peccato, perché quello Mod-style mi piaceva un mucchio.

venerdì 21 ottobre 2011

(soprav)Vivere da freelance - parte due.

Continua la mia veloce carrellata sul duro mondo del freelance.
Prima di partire col mio triste racconto di vita vissuta, però, eccovi un'infografica di Socialcast che ho adattato e aggiornato nel nostro italico idioma, che, se avrete la pazienza di aspettare il prossimo post, vi fornirà un quadro più preciso sulla situazione di cui sto parlando.
Naturalmente, basta farci click sopra un paio di volte e non avrete bisogno di occhiali per leggerla.
Un'altra volta, fu un mio collega a propormi un lavoro extra, il primo freelance che mi capitava bello grosso e il primo che non dovevo fare da solo... perché era una campagna vera e serviva una coppia creativa al completo.
Io e il mio copy avremmo dovuto incontrare il cliente (uno che aveva conosciuto in palestra) per un aperitivo alle 21.
Il tempo faceva schifo. Diluviava e l'appuntamento era davanti Gusto.
Arrivammo in contemporanea: io parcheggiai la mia Y10 di seconda mano e l'altro una Volvo familiare da cui scese con l'ombrello aperto raggiungendo con veloci falcate l'interno del locale.
Io mi tirai sulla testa la cartella di pelle imitazione Prada per ripararmi alla meglio; il mio copy, invece, si inzuppò.
Dentro Gusto, superammo lo sbarramento dei camerieri che ci chiesero in coro se avevamo prenotato, facemmo le presentazioni e ci accomodammo a un tavolo.
Il tizio, sulla quarantina portati piuttosto bene, iniziò il suo spettacolo: ci tenne fino a mezzanotte e oltre a raccontarci del suo viaggio negli States, degli eventi che organizzava con università e college, della decisione di comperare casa lì, visto che metà della sua attività si svolgeva oltreoceano, e naturalmente scattò l'invito prima ancora di avercela, la casa in America.
Ci raccontò del suo passato da "giocatore scientifico" di casinò.
Si spacciò per sistemista che non aveva mai perso e che, giocando dieci milioni a sera, era sempre tornato a casa con non meno di sedici testoni, "un sessanta per cento di guadagno netto, avete un'idea?", tanto che ancora oggi diversi casinò gli vietavano l'ingresso e altri provavano ad offrirgli centinaia di milioni per avere il sistema in tasca e lui fuori dalle palle.
Ci confessò che, col socio, non avevano mai valutato ne' proposte ne' minacce.
Ci disse che amava quel mondo non tanto per i soldi, ma per le conoscenze e le amicizie che si facevano e che ora erano il nucleo della sua attività: citò con familiarità attori e calciatori, veline, registi e un paio di politici della maggioranza di governo dell'epoca.
Insomma, una specie di Manuel Fantoni, anche se con un pelo in più di classe.
Io ogni tanto guardavo il mio collega, chiedendomi quanto si stesse bevendo di quell'oceano di cazzate.
In cinque minuti, finalmente, il Fantoni ci parlò del nostro incarico e ci chiese il preventivo.
Era mezzanotte e mezza, ci alzammo e il nostro cliente, ora lo vedevo bene sotto un'alogena puntata su di lui, controllò il Cartier che portava al polso e a cui mancava una delle corone di carica. Esattamente come l'imitazione da venticinquemila lire che avevo comprato io a Porta Portese la domenica prima e a cui era caduta dopo mezza giornata.
"Scusi, ci fa il conto?", fece alla cameriera.
"Certo, ecco qua, sono 30.000 lire".
"Bene", sorrise lui, rivolto a noi "giusto diecimila a testa".
Scambiai una lunga occhiata col mio collega.

Da ricordare: quando una situazione puzza così tanto dall'inizio, non illudetevi che col tempo prenderà di violetta.
(continua)

giovedì 20 ottobre 2011

(soprav)Vivere da freelance - parte uno.

Ogni tanto mi chiedono se, in questo mestiere, renda più vendersi come freelance – e non aver del domani certezza – o cercare di accaparrarsi un posto più stabile possibile – e rassegnarsi a uno stipendio mensile magari non esaltante.
Naturalmente, non c'è una risposta sempre valida a questa domanda, ma essendomi fatto una certa esperienza in tutte e due le condizioni, qualche buon suggerimento mi sento di potervelo dare... anche se essendo poco incline a salire in cattedra e pontificare, preferisco spargerli qua e là in una breve serie di post a tema, a iniziare proprio da una delle più comune (e spesso ingrate) delle incarnazioni del graphic designer: il freelance che ha già un lavoro, ma cerca di arrotondare, o, magari, anche solo di vivere piuttosto che sopravvivere.

Quando i vostri amici o la vostra ragazza vi chiedono perché diavolo quando tornate a casa riaccendete il Mac e vi rimettete a lavorare, voi rispondete che è perché siete voi che scegliete il cliente, non avete un account con cui interagire (tra le palle), potete sfogare la vostra creatività repressa e avere quelle soddisfazioni che spesso non ottenete "sull'altro" lavoro.
I lavori freelance sono una boccata d'ossigeno, dite, anche a voi stessi. Un'iniezione d'estro. Sono la ciliegina su una torta che non c'è.
In realtà, il lavoro freelance si fa per i soldi.
Soldi extra non si rifiutano mai, specie se lavorate come co.co.pro e siete sottopagati.
E dato che in genere tutti sono sottopagati, tutti ricorrono a questi lavoretti. Il mio primo lavoro freelance me lo passò un amico di mio padre, lui ne aveva per le mani uno molto più grosso. Per me era comunque una gran figata: a conti fatti, mi ci pagavo l'assicurazione della moto per un anno intero.
All'inizio ero disponibile e pure un po' imbarazzato.
Disponibile perché temevo di perdere la commissione. E imbarazzato perché non sapevo quanto chiedere.
Qualunque cifra mi veniva in mente, un minuto dopo pensavo: "Non sarà troppo?"
Dall'altra parte, invece, avrebbero pagato bene il mio sudore, e per questo non erano loro i primi a farmi un'offerta. Io sparai basso per non uccidere nessuno e alla fine eravamo tutti soddisfatti.
Mi resi conto dopo un attimo che mi avrebbero pagato anche il doppio, però ormai era andata: era il mio primo free lance, lo feci quasi tutto di nascosto sul computer dell'agenzia durante le pause pranzo e tutto sommato non me l'ero cavata male. Un annuncio stampa, un po' di fotoritocco e un headline azzeccato mi avevano fruttato quasi quanto un mese di stipendio.
L'amico di mio padre mi raccomandò il pagamento in contanti alla consegna del lavoro, e questa era la parte più difficile, più del preventivo, più del lavoro stesso.
Le parti si studiano perché ognuno teme che l'altro possa dileguarsi col bottino.
Ci demmo appuntamento in un caffé del centro, un rapido scambio di buste, sorrisi un po' di circostanza e fu fatta. Con la promessa da parte mia di restare a disposizione per eventuali modifiche o aggiustamenti.
In seguito, le cose andarono anche meglio di così, come quella volta che vendetti un logo alla prima proposta, duemila euro per un pomeriggio di lavoro, ma anche decisamente peggio.
Dai casi disastrosi in cui ho lavorato per settimane tutti i weekend senza poi vedere un soldo a quelli semplicemente fastidiosi, dove i clienti mi telefonano sul lavoro chiedendomi modifiche più urgenti di una trasfusione di sangue e io mi metto a lavorare sul Mac dell'agenzia senza poter aspettare di farlo a casa. Usare il computer dell'ufficio per le proprie robe è una cosa che fanno tutti, presto o tardi... e ad alcuni mette più ansia che ad altri.
Poi anche questi guardano la loro busta paga, a fine mese. E dopo, si sentono autorizzati a tutto.
(continua)

mercoledì 19 ottobre 2011

Come nasce un'account.

Agli aperitivi, una volta, io ci andavo pure.
Non troppo volentieri, perché
a) sono troppo snob per mescolarmi con gente identica a me ma che invece di chiedermi, chessò, se anch'io penso che il secondo film di Iron Man è una cagata, vuole sapere a che progetto stai lavorando? come se continuare a parlare di lavoro dopo le 19 fosse una bella cosa, e
b) non ho mai capito con quale ipotetica terza mano dovrei reggere la posata visto che con la destra reggo il piattino di plastica e con la sinistra il bicchiere di vino.
E ci ho provato, eh, a fare l'equilibrista del giovedì sera, ma con scarsi, scarsissimi risultati.

Ma, ai tempi, avevo anche un amico che di aperitivi ne organizzava uno a sera in un noto bar della nota piazza Campo dei Fiori, imbastiva tutta una rete complicatissima di sms a catena con ricevuta di ritorno ed era sinceramente contento se poi uno si divertiva e incontrava, conosceva, stringeva nuove relazioni umane.
Così, un po' per non dirgli sempre no e un po' per cercare di venire a capo del punto b), qualche volta ci andavo anch'io.

A uno di questi aperitivi, una volta incontrai una ragazza, una di quelle persone che non devi fare nessuna fatica per attaccarci bottone perché sono già abbastanza espansive di loro per tutti e due, e così scoprii già nei primi tre minuti di conversazione come si chiamava, di che segno era e che lavoro faceva.
Faceva l'animatrice in un villaggio turistico, e aveva capito in un attimo il lavoro che facevo io.
L'avevo stimata (e magari desiderata) per una decina di secondi, perché era riuscita a farmi provare quell'orgoglio misto a vanità che a volte provo quando il mio interlocutore capisce (abbastanza di rado) che lavoro faccio, e prova ammirazione. Ma già allo scoccare dell'undicesimo secondo la mia ammirazione aveva cominciato a scemare.
La tipa mi aveva raccontato che voleva fare la hostess per Alitalia, sono così carismatiche, eleganti, sempre tra le nuvole, e bla bla bla, e io, pur di mettere un freno a quel fiume di luoghi comuni, le avevo chiesto come faceva a conoscere il mondo degli art, e in risposta ottenni di sapere che un suo amico faceva il copy, e, ma com'è piccolo il mondo, scoprii che con quel copy ci avevo pure lavorato insieme.
Però, e, questo l'animatrice non poteva saperlo – era una cosa recente – il suo amico copy era diventato account.
Alla notizia lei aveva trasalito: è proprio quello che voleva fare nella vita, il suo sogno nascosto: vedeva molti account in palestra, di altri sentiva parlare, anche la ragazza di suo cugino faceva l'account, ed era una tipa figa... quindi anche il lavoro, per qualche misteriosa proprietà transitiva, era figo. Meglio che fare la hostess in Alitalia.
Aveva deciso: da grande avrebbe fatto l'account.
Io avevo annuito solennemente e avevo bevuto un altro po' di vino, la mia attenzione equamente divisa tra bilanciare piatto, posata e bicchiere e le gambe nude della tipa che continuava ad accavallare e scavallare in una sequenza ipnotica.
Poi lei mi aveva fissato e per un attimo ebbi la certezza che mi avrebbe detto: "Ma che mi stai a spizzà le cosce?" e invece mi aveva chiesto: "Ma l'account che fa di preciso?"
L'avevo guardata senza rispondere.
Sapevo già che lo sarebbe diventata presto.

martedì 18 ottobre 2011

Oh Black Betty.

Domenica scorsa me ne sono stato a casa tutto il giorno, un po' a rimuginare sui fatti del sabato e un po' perché a volte, starsene a casa tra le proprie robe è il modo migliore di trascorrere la giornata.
Inoltre c'era il derby e, se vivete a Roma Nord e del calcio ve ne frega meno di zero come al sottoscritto, avventurarsi in auto in una determinata fascia del pomeriggio significa solo farsi venire nuovi pensieri omicidi per la testa, e badate che ho detto nuovi.
Così, tra le altre cose, ho fatto questa, che se vi piace potrete piazzare sui vostri desktop, smartphone e tablet scaricandola da QUI.
Per il resto? È martedì, e il martedì non sono mai di un grande umore.
Ci vorrebbe proprio che Betty uscisse ticchettando dallo schermo e mi portasse a fare un giro.

lunedì 17 ottobre 2011

Roma, 15 ottobre: due parole da chi c'era.

Dei "fatti di Roma" di sabato scorso avrete certamente già letto, visto e sentito, e probabilmente vi sarete fatti già la vostra idea.

Ho pensato, tuttavia, che un breve resoconto di prima mano, da chi si trovava fisicamente lì, non possa che aiutare a dare un quadro più completo di quanto – involontariamente o meno – i media abbiano trasmesso nelle ultime 48 ore... innescando tutta una serie di reazioni che, se generate da informazioni parziali (quando non palesemente distorte) hanno il potere di causare un effetto domino di quelli che sembrano calcolati a tavolino per la loro efficienza e precisione.

Sabato pomeriggio stavo passeggiando in via del Corso che, ad eccezione di qualche autoblindo dei Carabinieri in più parcheggiato in posizioni che sembravano casuali ma che casuali non erano manco per niente, sembrava esattamente come gli altri sabato pomeriggio di shopping.
Perché la gente si abitua a tutto e sempre più in fretta, e se trova un autoblindo tra sè e il negozio che deve raggiungere, non fa altro che girarci attorno e proseguire, degnando appena di un'occhiata gli uomini in uniforme antisommossa che chiacchierano tra loro o parlano al telefonino con la fidanzata.
A una cert'ora, sincronizzandoci con un paio di sms, mi incontro con Maurizio davanti la Feltrinelli di largo Argentina, e proseguo il pomeriggio con lui.
Maurizio proviene dalla manifestazione.
Gli leggo in faccia che ha qualcosa da raccontare, e mi faccio deliziare dalle parole di un testimone oculare.
Quando ha finito di parlare, ci rimugino un po' su, guardo le immagini dell'autoblindo in fiamme che passano a loop sul TG di Sky e gli chiedo se posso pubblicare la sua storia sul blog sotto forma di intervista.
Per i motivi detti in apertura.
Ve la riporto integralmente e senza commenti, quelli potete aggiungerli voi, se vi va.
Grazie a Maurizio per la disponibilità e ai fotografi che hanno pubblicato su Flickr le immagini di questo post.

Ieri mattina ti sei alzato e cosa hai pensato? Nel senso: cosa ti ha spinto ad unirti agli indignados?
Indignados è un'etichetta giornalistica, un brand da sfruttare per semplificare e banalizzare le cose.
Al corteo c'erano No Tav, abitanti de L'Aquila che richiedevano indietro la loro città, precari della scuola, Cobas, Femministe, occupanti del teatro Valle e un'altra decina di altre organizzazioni di base.
Il minimo comune denominatore è la voglia, l'impellenza di dire basta, sapere che il sistema è marcio, che ci ingannano tutti i giorni con la propaganda, che la politica fatta dai partiti non rappresenta più il popolo ma solo alcuni poteri e alcuni potenti.
Sono andato alla manifestazione perché starsene a casa propria a mugugnare di quanto le cose vadano rapidamente in malora non è mai servito a nulla. E che l'acquiescenza in fondo è complicità.

Quindi, in ordine cronologico, cosa hai fatto?
Sono andato a pranzo da mia sorella, ho dato i regali a mio nipote (faceva 8 anni) ho mangiato tre portate di cibi vari. Poi ho salutato, preso la macchina, parcheggiato a Circo Massimo e raggiunto a piedi il corteo a via Labicana.

Quale è stata la tua impressione, una volta arrivato a piazza San Giovanni?
Arrivato a Piazza San Giovanni la situazione era così tranquilla che mi chiedevo se per caso non fosse già finito tutto, non c'era neanche un palco per qualche comizio. Molta gente seguiva l'esibizione di alcuni funamboli che danzavano al ritmo di percussioni varie.

Quando hai iniziato a renderti conto che la giornata stava prendendo un'altra piega?
Ho cercato un posto dove sedermi a leggere nell'attesa di capire come sarebbe proseguita la manifestazione. Guardando la basilica ero sulla sinistra, sul muretto che confina con i sottostanti giardini di via Sannio. In lontananza si sono cominciate a sentire le bombe carta. All'inizio pensavo che fossero fuochi d'artificio.
Dopo pochi minuti e una decina di botti è arrivato un camion della polizia con un idrante sopra che sparava acqua contro i manifestanti, le persone hanno cominciato a scappare, proprio nella direzione in cui stavo io.
Ho smesso di leggere e ho rimesso il libro nello zaino.
Si è cominciato a sentire l'effetto dei gas lacrimogeni.C'è stata un'altra carica della polizia. La gente continava a venire dalla mia parte, un centinaio di ragazzi e ragazze spaventati ma non nel panico. Ho visto un gruppo di tipette appena ventenni radunarsi e dire Ok ragazze, calma, è ora di mettersi gli occhialetti. E tirare fuori dalle borse occhialetti da nuoto, per difendersi dai lacrimogeni.
Mi sono guardato intorno e mi sono accorto che eravamo in un cul de sac, non c'erano vie di fuga da quella parte della piazza. Se ci avessero caricato sarei rimasto lì a prendermi manganellate in faccia.
Una vocina dentro di me mi fa: Maurizio, basta fare il flemmatico, la situazione sta diventando pericolosa per davvero, è ora di fare come il Baglioni.
Verso via dell'Amba Aradam la piazza era bloccata da camionette dei carabinieri strettamente affiancate. Dal lato di via Merulana c'era già molta gente pressata e un camion-palco dei Cobas da cui una donna al microfono chiedeva con insistenza alle forze dell'ordine di indicare o liberare una via per uscire dalla piazza.
Io mi sono infilato a passo lungo e ben disteso nelle stradine che scendono verso via Labicana sperando che i tutori dell'ordine si fossero dimenticati qualche varco libero.
L'essenza della tecnica Baglioni è questa: prendere una rotta tangente, macinare passi a ritmo sostenuto e non stare tanto a guardarsi dietro.
In via Labicana era già successo il casino: cassonetti e auto in fiamme, diversi tipi di fumo nell'aria e cordoni di poliziotti in lontananza.
Ho proseguito sempre su stradine laterali salendo verso Santa Maria Maggiore. Gli occhi ormai non mi bruciavano quasi più.

C'è una o piu immagini che ti sono rimaste particolarmente impresse prima di lasciare il posto?
Io sono di Roma, andare alla manifestazione mi è costato un quarto d'ora di macchina, Ma c'era gente che veniva da Venezia, dalla Val di Susa, da Messina. Persone che hanno passato la notte sui treni, che hanno fatto sacrifici e fatica per arrivare alla manifestazione, per dire quello che pensavano, per rivendicare le loro ragioni. Molti non sono neanche riusciti ad arrivare a piazza San Giovanni. Altri si sono presi mazzate dagli incappucciati o dalla polizia. Da un punto di vista politico sono stati tutti resi incapaci di dare noia. Chi voleva boicottare questa manifestazione c'è riuscito in pieno, sono stati davvero bravi. Un plauso all'efficienza di questi signori, chiunque essi siano.
Un'altra cosa: i reparti antisommossa di polizia, carabinieri e guardia di finanza fanno paura. Ogni squadra è composta da 15-20 agenti, tutti grossi almeno quanto me (188 cm), abituati alla violenza, imbottiti di tutte le protezioni possibili, con caschi, manganelli dall'anima d'acciaio e pistole. Ed erano centinaia, dappertutto, fino a via Nazionale. Praticamente un esercito.

Chi sono questi incappucciati, questi Black bloc? Come fanno a essere così allenati, addestrati e attrezzati per attaccare frontalmente i reparti antisommossa, gli autoblindo e addirittura i camion con gli idranti?
Fanno quello che vogliono, si muovono in squadre, hanno compiti e mansioni ben distribuite, sono professionisti della guerriglia. Dove si allenano, chi li addestra?
Di certo non sono gente normale, manifestanti. Anche perché non hanno nessun manifesto politico, nessuna rivendicazione. Appaiono solo in queste occasioni, fanno casino, mandano all'aria tutto e poi spariscono. Fino alla prossima manifestazione.
L'unico modo per arginare questi incappucciati è dotarsi di servizio d'ordine interno, che isoli e impedisca l'azione di questi gruppi che vengono da fuori. Ma gli unici che possono organizzare un servizio d'ordine sono i partiti e i sindacati. Di conseguenza in Italia nessuna piccola organizzazione, nessun movimento spontaneo di cittadini - magari uniti e organizzati via web - potrà più scendere in piazza.
E questa mi sembra una gran brutta notizia per chi invece vuole una democrazia dal basso, reale, lontana dai partiti. E una gran bella notizia per chi siede in parlamento o al vertice di organizzazioni istituzionalizzate, gente che del cambiamento non sente proprio alcun bisogno.