giovedì 19 gennaio 2012

Mettiti comodo.


Negli ultimi mesi, diciamo più o meno dal dicembre 2010, ho passato parecchio tempo negli ospedali.
Com'è che recitava quel vecchio detto? "Colui che gli dei vogliono Distruggere, per prima cosa gli tolgono la sanità mentale".
Se fossi un pelo più fatalista di quanto la vita mi abbia portato ad essere, penserei che, qualsiasi entità maligna stia ordendo un complotto per farmi uscire di testa, abbia scientemente pianificato la mia rovina iniziando a prendersela non con me (sarebbe troppo facile e anche rapido) ma dalle persone che mi stanno più vicine... obbligandomi ad assistere, come un novello Alex di kubrickiana memoria, alle loro rispettive sciagure sanitarie, ritrascinandomi periodicamente in luoghi come quello da cui scrivo adesso, nella fattispecie un piano semi-interrato di un ospedale, seduto su una di quelle seggiole imbottite saldate a gruppi di tre studiate per non essere comode, in un locale privo di riscaldamento accanto un ascensore riservato al personale medico che emette rumori così sgradevoli da fartici abituare subito, giusto a un paio di metri da una porta coi vetri opacizzati e un cartello stampato con una getto d'inchiostro e che recita "blocco operatorio".
Che le sale d'attesa fighe, con i divani, i ficus benjamin e le veneziane alle finestre stanno solo nei serial televisivi, non fatevi fregare.

La realtà è qui, in questi pavimenti a piastrelle grigie, le sedie scomode, i rumori, il viavai di paramedici con le crocs che neanche ti notano più come se fossi anche tu un pezzo dello (scarno) arredamento, nelle facce di chi aspetta, come me, seduto qui e con le mani ficcate nelle tasche per tenerle al caldo (ho già detto che qui fa freddo? mi sa di sì), macinando pensieri, speranze, rimpianti, ricordi e, forse, creando scenari futuribili usando la propria immaginazione, pronti ad interrompere di botto il proprio, personalissimo flusso di coscienza non appena si palesa un essere umano dotato di camice e stetoscopio, che in questo - solo apparentemente surreale - contesto assurge al ruolo mistico di annunciatore di notizie ferali o, a seconda, di indicibile sollievo.

Il piano di cui sopra prevede, naturalmente, che un certo numero di terze persone ti gravitino intorno, più o meno da vicino, osservino le tue reazioni al male altrui, giudichino se sono più o meno appropriate e non mancano di farti osservare dove e come stai sbagliando, nel caso concludano che tu non la stia prendendo abbastanza a cuore.

Come se tutto ciò che io, in silenzio (perché questa è la mia natura) metabolizzo - di questa e delle da poco passate situazioni - non fosse già abbastanza.
Forse viziati dai serial tv di cui sopra, il cui motore sono le emozioni umane manifestate, raccontate e mostrate con tanto di riprese multiangolo, flashback e voci interiori con effetto eco aggiunto in postproduzione, c'è sempre chi trova sospetto e poco condivisibile il mio atteggiamento, di certo poco televisivo (se ci fosse una telecamera puntata su di me, lo spettatore cambierebbe canale dopo neanche un minuto, fidatevi) e - certamente- segno di uno scarso attaccamento alla persona che in questo momento sta soffrendo.

Vorrei fare quello superiore e dire che non giudico queste persone, comprese quelle che non me lo vengono a dire ma mi fissano in un certo, inequivocabile modo... ma la verità è che non sono superiore proprio a nessuno, e quindi ciò che mi viene da dire a costoro ma - soprattutto- a chi sta tirando i fili in questo momento cercando di smantellare la mia vita un pezzetto alla volta, è: ma vattene affanculo.

Che prima di vedermi ridotto a un mentecatto tremante e rannicchiato in un angolo a biascicare: "finitemi in fretta, vi prego!", dovrai aspettare molto, molto a lungo.

20 commenti:

Ettone ha detto...

Un abbraccio... Sai bene che ti capisco a pieno.
FORZA!

Andrea ha detto...

...non ti facevo così punk amico mio!
Tinei duro e non mollare, ma - sopratutto -, cavalca la tigre!
Fuc*'em!

LUIGI BICCO ha detto...

Hai già provato il pacchetto di di biscotti digestivi accanto al distributore del caffè? Di solito è lì che stanno. Ad agosto scorso quei biscotti mi fecero capire che quel posto era di transizione e che presto sarei stato altrove. Non so dirti esattamente perchè.
Forse è che se vuoi trovare in giro biscotti digestivi, non li trovi.

Tieni duro, Luca.
Un abbraccio.

barbara ha detto...

Di personaggi così, pronti sempre a dirti cosa fare e quando farlo e soprattutto COME farlo, è pieno il mondo.
Immagino che non manchino neanche negli ospedali o comunque in situazioni difficili.
Ti capisco, ma... Tieni duro! ;)

Maura ha detto...

Lo scorso autunno ho avuto mio padre in rianimazione ed è stata una di quelle cose che ti segnano, in un modo o nell'altro.
E in quei momenti, anch'io ho ricevuto velati "suggerimenti" sul come avrei dovuto reagire e comportarmi di conseguenza.
Suggerimenti dettati dalla buona fede, certo, ma del tutto fuori luogo e che, se ti prendono nel momento sbagliato, possono farti saltare i nervi.
Fai sempre un bel respiro e conta fino a dieci, pensa che cmq è una cosa che a tanti viene naturale...

Yeeshaval ha detto...

Io, in questi casi, parto sempre di "fatti i cazzetti tuoi", ma proprio col pilota automatico.
Questa gente sarà pure in buona fede (ma mica sempre), ma questo non l'autorizza a scassare chi già ha le sue robe per niente belle per la testa.
E i primi stanno proprio nella tua famiglia.

Damilo ha detto...

Credo che la sofferenza sia una cosa molto personale, la cui condivisione non è per tutti, senza meriti ma soprattutto senza colpe.
Il problema sta che ognuno di noi ha le sue idee, piuttosto precise, su come sia buono e giusto reagire ad essa, e tende a rimettere gli altri, pecorelle sbandate dalle circostanze, sulla "retta via".
Non c'è cattiveria o saccenza in questo atteggiamento, quindi la cosa migliore che puoi fare è fare finta di nulla, e aspettare, perchè non può mica piovere per sempre, come diceva il tale. :-/
Un augurio,
Danilo

Anonimo ha detto...

Caro Luca,

difficile discriminare se quello che ci capita sia "bene" o "male"... non si possono che avere idee soggettive a riguardo.

Peccato che la vita ci porti spesso ad essere distanti da persone che vorremo stazionassero sulla nostra stessa orbita per condividere eventualmente anche un momento duro come sembra essere questo.

Non sono propriamente dietro l'angolo ma sapendo cosa provi ti penso un po' più del solito anche se forse per te non sarà abbastanza.

Vero è che le tue parole, ed anche questo Post, lasciano spesso delle impronte nei miei pensieri, ed avendo scoperto che solo il concetto di "Verità" ha la sua oggettività eterna, immutabile ed assoluta so riconoscere e ti garantisco che il mio sentimento è autentico...

Marco

Alex McNab Girola ha detto...

Non c'è luogo più estraniante e alieno dell'ospedale.
Anch'io ne ho frequentati troppi, ora ne ho l'atavico terrore...

Glauco Silvestri ha detto...

Vorrei citare Alessandro Zanardi, forse un simbolo di quanto stai raccontando ora. A una intervista da David Letterman dichiarò: Io mi spezzo, ma non mi piego.

E' così che ti voglio... Irriducibile!

Un abbraccio

Mitvisier ha detto...

Per esperienza personale, una di quelle senza happy end, penso di comprendere ogni tua singola parola.
In quel viaggio buio c'è stato di tutto, anche molta umanità inaspettata, devo dire. A volte annidata nei luoghi più improbabili.
Qualcosa a cui si rende giustizia solo dopo quando ormai l'esperienza è conclusa, perché in fondo è giusto così, quando c'è ben altro a cui badare. E chi giudica il grado di costernazione degli altri proprio non lo capisco.
Ti abbraccio!

Licia ha detto...

Tieni duro, solo questo, con l'augurio che a breve sia solo un orribile ricordo finito bene. Incrocio anche gli alluci intanto.

dandia ha detto...

Anch’io penso spesso che l’allestimento degli ambienti ospedalieri faccia parte dello stesso progetto sadico che ti impone di frequentarli.
Negli ultimi anni mio malgrado ne ho passati in rassegna diversi e ogni volta è stata una riconferma.
Quando entro in una sala d’attesa non c’è arredamento nuovo o tinteggiatura fresca che regga: l’occhio coglie sempre gli aspetti più degradanti e i dettagli più decadenti. Tutto si riduce a una somma di imperfezioni, ad un’accozzaglia di sbavature, dalle fughe scure dei pavimenti, alle righe lasciate dagli schienali delle poltroncine sul muro, ai ritocchi di colore malamente eseguiti…
E no, in quei casi non è deformazione professionale. E’ che tutto in certe situazioni appare irreparabilmente piastrellato di grigio.
In ogni caso nessuno ha il diritto di giudicare le emozioni degli altri ed il modo in cui vengono manifestate. Le scenografie non sono nostre ma gli attori siamo noi.
Continua così. In bocca al lupo.

Lady Simmons ha detto...

Per la maggiorparte delle persone se non piangi e batti i piedi non soffri.

Ma io sono come te, e sono convinta che ognuno viva il dolore a modo suo, e nessuno può permettersi di contestare.
Come se già non fosse abbastanza l'attesa, la pena, l'allontanamento dalla vita di cinque minuti prima, di ieri.

Non curartene. So cosa provi.
Un abbraccio

Fra ha detto...

Purtroppo ho anche io recentemente frequentato gli ambienti da te descritti e capisco bene cosa provi. Ti auguro che questo momento brutto passi.
Ti abbraccio.

Anonimo ha detto...

Le persone sono diverse e reagiscono in modo diversissimo a queste difficili situazioni.
Io, in una situazione simile, non ho potuto fare a meno di stare fermo in piedi per ore in silenzio in un corridoio rileggendo silenziosamente e meccanicamente gli stessi cartelli davanti a me. Il campione umano intorno a me era deprimente e, soprattutto al contrario di me, patologicamente bisognoso di un pubblico o di un uditorio.

Fatti forza, ti sono vicino

Yahn

Ariano Geta ha detto...

Purtroppo anch'io in questi ultimi mesi ho passato intere giornate al Gemelli per via di un mio parente, quindi ti capisco.
Per quanto riguarda quelli che ti dicono qualcosa, tieni presente che ognuno reagisce al dolore e alla paura a modo suo, e così come te (o anche me) rimani in silenzio, c'é invece chi reagisce con nervosismo e fastidio, e magari lo sfoga su chi gli sta più vicino, tipo quello che rimane in silenzio... Insomma, bisogna capirli, anche se loro non capiscono te.

elgraeco ha detto...

Un abbraccio, Luca. ;)

Enrico ha detto...

Mi sa che non esiste un emoticon per il sostegno morale e rischierei di scrivere banali frasi fatte, quindi getto solo qualche parola per allungare la lista delle persone che ti hanno dedicato almeno un minuto della loro giornata leggendo questo post. Forse basterà a farti sentire un po' meglio... solo un po'...

michela ha detto...

Luke, mi dispiace di sentire che le cose ti stanno andando male. In bocca al lupo!