sabato 3 marzo 2012

Ancora sul tempo. E su InTime.

Man mano che passa il tempo, mi rendo conto di quanto prezioso possa essere il tempo stesso.
E non "solo"il tempo libero, ma il tempo in assoluto.
Tempo per dormire quello che serve per svegliarsi riposati a sufficienza e senza sentirsi pesanti due tonnellate e con serie difficoltà a ricordarsi chi sei, come sei arrivato lì e – soprattutto – perché devi abbandonare quel fantastico, accogliente, fetale giaciglio.
Tempo da dedicare la mattina al tuo corpo che non sia una doccia di dieci minuti e una rasatura fatta a memoria in meno di quattro.
Tempo di scegliere qualcosa da mettersi addosso di più ragionato che non i panni dismessi la sera prima e piegati sullo schienale della sedia quando va bene.
Tempo per fare una colazione umana, dove per umana intendo da seduti, con qualcosa da leggere e magari un Moleskine da scarabocchiare e prendere qualche appunto. Tempo di scorrere sullo schermo dell'iPad gli aggiornamenti dei blog che seguo di più, e tempo di lasciare una traccia del mio passaggio di lì che non siano due righe pretestuose e non sentite.
Tempo di lavorare a tutti i progetti che mi sottopongono al lavoro con tutta la calma, il ragionamento e l'ispirazione possibile. Settimane, mesi, se necessario, laddove normalmente mi vengono concesse delle ore e con frequenti interrogazioni telefoniche o email per informarsi su come procede il lavoro.
Tempo di prendersi una pausa a mezza giornata come si deve. Andando in spiaggia, a mangiare un cartoccio di frittura di mare passeggiando sul bagnasciuga a guardare l'orizzonte. A scambiarmi sms con la mia amica che sta a settecento chilometri.
Tempo di parlare, di incontrare, di fare attenzione a ciò che merita attenzione.
Di finire un libro in tre pomeriggi e non in sei settimane.
Di ascoltare tutta, ma proprio tutta, quella musica che mi sono scaricato.
Di perdersi dietro un pensiero, un'idea, un'intuizione.
E tempo per parecchio, parecchio altro ancora.

In InTime, nuova fatica del neozelandese Andrew Niccol, tutto ruota intorno il concetto di tempo.
InTime mette in scena una società alternativa in cui tutti gli esseri umani smettono di invecchiare a 25 anni e da quel momento un orologio biologico (costantemente visibile sull'avambraccio in fluorescenti cifre verdi) scandisce un countdown di un anno all'arresto cardiaco... a meno che non si ricarichi lavorando o ricevendone in eredità, in regalo o in prestito.
Il cibo si compra col tempo. L'affitto si paga col tempo. I beni e i servizi si pagano col tempo.
Una telefonata costa un minuto. Un biglietto dell'autobus, dieci minuti. Un pranzo, mezz'ora.
Un'automobile, vent'anni.
Chi resta senza tempo, muore. Stecchito e senza cerimonie.
I ricchi possiedono centinaia o migliaia di anni e se la prendono comoda.
I poveracci devono fare tutto di corsa, come i Nexus-6 di Blade Runner che vivevano solo quattro anni.
Questa la premessa narrativa. E non ha senso chiedersi il come e il perché: è così e basta, è un futuro organizzato così, è una realtà alternativa, fa lo stesso. È un'idea sfiziosa, e mi prende.
E i primi venti minuti di InTime, sono piuttosto buoni.
Poi, cosa succede?

- che il regista, già sceneggiatore di cosette mica male come The Truman Show e regista dell'ottimo Gattaca, dimostra di possedere un certo tocco, azzecca più di una sequenza carina al momento giusto (il dialogo iniziale del protagonista con sua madre che dimostra esattamente la sua stessa età, per esempio, o la disperata corsa per ricaricarla del tempo necessario a sopravvivere).

- che il protagonista, anche se ha la faccia assai poco simpatica di Justin Timberlake, recita il suo compitino senza guizzi particolari o senza fare sfoggio di gran mimica facciale, e arriva al finale senza lasciare mai veramente il segno.

- che lo script, dopo la buona partenza, finisce col perdersi in una deriva alla Bonnie & Clyde, costellata di buchi, ingenuità ed improbabili deus ex machina (tra i tanti, il protagonista che si muove e agisce come e meglio di un Jason Bourne quando, per come ci viene raccontato, è solo un operaio che presumibilmente non ha mai sparato un colpo in tutta la sua vita) che, alla fine, pregiudicano il valore dell'intero film che finisce col diventare poco più che un action fantascientifico perfetto per un passaggio televisivo su Italia Uno in prima fascia. Cosa che non è necessariamente un demerito, ma siamo parecchio lontani dalla delicatezza di Gattaca o dalle intuizioni di The Truman Show.


Cos'altro aggiungere?

- che la messa in scena è discretamente povera. È un film dal budget medio-basso e si vede. Nessuno si è di certo svenato per produrre costumi, mezzi ed oggetti di scena, e gli effetti speciali sono praticamente assenti. Ma mentre in Gattaca non se ne sentiva la mancanza, in InTime la povertà di mezzi si fa più sentire.

- che Olivia Wilde, come la giri o la rigiri, è sempre un gran bel vedere. Anche se il budget è bastato a pagare la sua presenza in scena per soli dieci minuti.

- che Cillian Murphy ormai è condannato a queste parti da stronzo ma gli vogliamo bene anche così, pure se dal suo personaggio ci aspettavamo un guizzo finale che non arriva.

- che la colonna sonora è del tutto dimenticabile.

Quindi, in conclusione, questo InTime è da non vedere?
Dipende.
Rileggetevi il mio cappello introduttivo sul tempo, e decidete se i centodieci minuti richiesti dalla visione possono essere ragionevolmente scalati dalle vostre vite (e no, i sette euro del biglietto non li calcolo perché a tutti gli effetti il cinema resta una delle forme di intrattenimento più a buon mercato disponibili).
Perché, alla fine della fiera e a polverone calato, il merito principale del film è che fa riflettere sul tempo e sul suo vero valore... ed è una riflessione meno banale di quanto possa apparire.

Arrivederci, e grazie del tempo speso a leggere questo post.

8 commenti:

Lorenzo ha detto...

l'ho visto qualche sera fa... mi è piaciuto, soprattutto mi è piaciuta l'idea, ma anche io ho avuto l'impressione che non sia stata sfruttata a pieno o "male", non so perchè ma alla fine mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca come mi successe con Equilibrium... e poi anche io non sopporto tanto Justin Timberlake, chi sa se con un altro attore, il film sarebbe stato diverso!
Di tutto il film mi è piaciuto molto il capo dei guardiani del tempo, sia come attore che come personaggio.

Glauco Silvestri ha detto...

L'idea mi pareva sfiziosa... ma il film non mi ha convinto. Difatti non l'ho ancora visto. E dai commenti che leggo in giro (compreso il tuo), credo che aspetterò la sua comparsa su Italia Uno... anzi, meglio su Iris, che magari ci fanno meno pubblicità... che il tempo costa parecchio!

mawi ha detto...

Amanda Seyfried mi ipnotizza.
Il film è un buon intrattenimento.
La metafora tempo-denaro è molto forte, e fa riflettere.
In fondo il tempo è una quantità finita - come la terra coltivabile - ma in più ha l'aggravante di essere una quantità sconosciuta, perché nessuno di noi sa quanto gliene spetti ancora.

Lady Simmons ha detto...

Il tempo è oggi il bene più prezioso che abbiamo.
Assieme alla vita e alla salute certo.
Non spenderò quindi 2 ore per andare al cinema a vedere IN TIME, perchè ormai i film scricchiolanti li individuo a pelle.
E poi Justin Timberlake è una Britney Spears con l'escrescenza, nulla di più.
Mi rifiuto di fargli arrivare se pur in millesimi il mio denaro.


Il tuo intro sul tempo invece è incredibilmente vero. Si ha sempre l'impressione di dover correre a prendere qualcosa.
La mattina, alla sera, in casa. Sempre poco, pochissimo tempo.
Sai come risolvo? Ogni tanto mando tutto al diavolo e mi prendo un giorno di ferie. Così senza motivo fuori "programmazione aziendale".
Dormo, passeggio, esco a mangiare un dolcino nella panetteria vicino casa, fotografo o sto pigramente a leggere o ad oziare.
Sono i giorni più belli. Abbassare la saracinesca lavorativa e per un giorno pensare solo a se' stessi.
E' meglio di una lezione zen di vita e atteggiamento zen.

Uapa ha detto...

Alle medie il mio professore di educazione tecnica ci chiese di definire il "tempo", senza leggerne il significato sul vocabolario. Ancora non sono riuscita a trovare la giusta definizione. E questo tuo post ha riacceso la voglia di continuare a cercarla.
Comunque passare dal tuo blog non è mai tempo perso, ogni volta chiudo la pagina soddisfatta, perché ho letto qualcosa di nuovo, di interessante, un diverso punto di vista su qualcosa o uno spunto da cui prendere esempio per crescere un altro pochino.
Grazie :-)

Mitvisier ha detto...

Eccellente introduzione. Il ragionamento che fai sul tempo è assolutamente condivisibile in toto, e a rileggere l'elenco anche vagamente inquietante perché si capisce fin troppo bene che è un problema di qualità prima che di quantità,alla fin fine.

L'idea che sta alla base del film è eccellente ma per me Justin Timberlake è un deterrente: perché, perché con tutta la gente tra cui potevano scegliere sono andati a finire su qualcuno di così insipido e poco memorabile??? Mah, mistero...Se poi penso ai film precedenti, che ho molto amato, mi dico che forse opterò per un DVD a noleggio più avanti: stesso tempo ma meno euro, un compromesso tra una curiosità a metà e la ritualità del film prima che arrivi in tv.

LUIGI BICCO ha detto...

Che peccato. Non ne sapevo nulla di questo film. Eppure l'incipit che hai descritto non era nemmeno così male.

Ma davvero qualcuno pensa ancora a Timberlake per caratterizzare un personaggio? Mah.

Valeria Boffi ha detto...

L'ho visto stasera. A livello tecnico e cinematografico sono d'accordo solo in parte con la tua recensione. Ma ci devo riflettere. Mi serve TEMPO...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...