giovedì 28 giugno 2012

I cybercafé che non abbiamo mai avuto.


Immagino che sia capitato anche a voi di mettere piede in un Apple Store.
La loro formula, open, esperienziale e molto appealing, è già oggetto di studio e – manco a dirlo – di imitazione, considerato che gli Apple Store rendono più di qualunque altro punto vendita dei maggiori retailer americani.
Più di Tiffany, per dire (seconda in classifica), e molto più di Game Stop.

Oggi l'idea che Apple possa non avere propri negozi al dettaglio è difficile anche solo da immaginare, ma prima degli anni duemila la situazione era semplicemente disastrosa.
I prodotti Apple (quasi esclusivamente Macintosh, visto che iPod, iPhone e iPad erano di là da venire) venivano attraverso negozi specializzati, grandi catene di elettronica e rivenditori indipendenti.
Questi negozi erano più simili a grandi magazzini che ad altro, offrivano una scelta ampia a prezzi bassi e fornivano poca assistenza ai clienti... lasciando a questi l'onere di prendere decisioni di acquisto complesse, basandosi su poco più di un prezzo stampato su un cartellino e su un criptico elenco di specifiche hardware.
Dal canto loro, negozianti e commessi avevano poca competenza sul mondo Apple e ancor meno interesse ad occupare gli scaffali con prodotti più costosi e sui quali avevano minor margine di guadagno.

La necessità di Apple di evidenziare la differenza tra i suoi Mac da un generico PC poteva diventare una delle discriminanti per salvare un'azienda che, nel 1997, stava letteralmente per colare a picco... e una volta di più, fu Steve Jobs a individuare un bisogno e a soddisfarlo in maniera vincente.
Jobs immaginava di creare una catena di "boutique" al dettaglio, dove poter mostrare al meglio ai possibili clienti Mac i vantaggi di possedere un computer di qualità superiore dei soliti assemblati che dominavano il mercato in quegli anni.

Nel 1996, Apple annunciò un progetto per raggiungere i consumatori attrarverso il lancio di una catena di cybercafé che, oltre a vendere i prodotti dell'azienda, avrebbe offerto postazioni per navigare sul web gratuitamente, giocare su videogiochi su Mac, acquistare caffé, bevande e snack.
Apple strinse una partnership con Landmark Entertainment, che aveva già al suo attivo la costruzione parchi tematici e altre attrazioni, tra cui la Star Trek Experience di Las Vegas e il Jurassic Park degli Universal Studios.
I primi cybercafé avrebbero dovuto aprire al pubblico entro la fine del 1997, a partire da un negozio di 15.000 metri quadrati a Los Angeles, seguito da quelli di Londra, Parigi, New York, Tokyo e Sydney. Apple registrò il dominio AppleCafe.com e promosse i cybercafé come coming soon sul suo ufficiale.


Quello che accadde realmente, fu che Jobs si trovò a dover risolvere problemi parecchio più grandi. Era in discussione lo sviluppo della prossima release del sistema operativo (System 7 era al capolinea, e centinaia di migliaia di dollari venivano bruciati nel progetto Copland che non vide mai la luce) e l'egemonia di Microsoft era più forte che mai.
Jobs si concentrò su una nuova linea semplificata di Macintosh che utilizzavano processori G3, lanciò l'iMac e, alla fine del 1997, un negozio online utilizzando il server WebObjects, una tecnologia che Apple aveva acquisito da NeXT meno di un anno prima.
WebObjects permise ai clienti di creare configurazioni personalizzate sui PowerMac on-line, e funzionò talmente bene che i piani per i cybercafé vennero accantonati.

Bisognò aspettare quattro anni per vedere aprire il primo Apple Store "fisico" della storia. il 19 maggio del 2001 furono aperti l'Apple Store nel centro commerciale Tysons, in Virginia, e l'Apple Store di Glendale, in California, che racimolarono nel giorno dell'inaugurazione un migliaio di visite tra tutti e due. Oggi, in un normale giorno lavorativo, entrano nell'Apple Store di New York più di diecimila persone.

Cosa ci resta del progetto anni novanta dei cybercafé?
Solo questi due disegni (cliccare per ingrandire).
Incredibilmente datati ma con un grande fascino retrò.
E che a me hanno ricordato, non a caso, la visione del 2015 di Zemeckis in Ritorno al Futuro.
Insomma, ci manca solo Michael J. Fox con le Nike autoallaccianti e questi sketch avrebbero potuto essere presenti nell'artbook del film.
Buffo come le cose poi vadano in tutt'altre direzioni, eh?

3 commenti:

Glauco Silvestri ha detto...

A bologna ci sono(c'erano) tre negozi storici Apple. Il primo, dove comprai l'iMac G3 e il G5, era un vero e proprio centro assistenza. C'era una porticina, al di là di questa un banco in stile "accettazione", e una ragazza (Giulia) a cui dicevi: vorrei comprare un Mac... e allora lei alzava il telefono, aspettavi 10 minuti, e arrivava un tecnico dal magazzino con lo scatolone!
Poi c'era Abda... oggi ha chiuso perché a meno di 200 metri hanno aperto un Apple Store Ufficiale.
Abda era tutta stilosa, molto simile a una lounge d'hotel cinque stelle.
E infine c'è DataTrade, che ha un aspetto in stile biblioteca inglese... molto molto accogliente (è molto che non ci vado, magari hanno cambiato arredi).
E dimenticavo i due Mondadori Informatica, che somigliano alla foto che hai pubblicato su questo post! ^_^

Ovviamente, gli ultimi Mac li ho presi alla Mondadori perché, quando esce un nuovo modello, loro vendono quelli che hanno a magazzino con sconti molto interessanti! :D

Maura ha detto...

Hai ragione, quei disegni sembrano essere invecchiati parecchio in fretta... ma comunque in un Apple Store io non ci metto piede, troppo casino e troppi ragazzini... sembra un luna park.

barbara ha detto...

Deliziosamente retrò.