giovedì 27 settembre 2012

[Recensione] Un buon posto per morire


Un buon posto per morire
Tullio Avoledo/Davide Boosta Dileo (2011)
Einaudi, 642 pagine
20 euro


Di Avoledo, se avete letto le mie recensioni (QUI ma anche QUI e QUI) dovreste sapere che sono un grande fan.
È quindi col doppio della delusione che ho bollato, senza possibilità alcuna d'errore, questo Un buon posto per morire come la peggiore cosa finora uscita a sua firma.
Essersi accompagnato a Davide Dileo come co-autore è stata una mossa che ha pagato come mescolare l'acqua di rubinetto con un vino invecchiato pazientemente per decenni. Una mistura appena bevibile, che solo a tratti rievoca il sapore personalissimo e sofisticato dell'Avoledo della Ragazza di Vajont o dello Stato dell'Unione, piccoli gioielli che lascerò sedimentare ancora qualche anno prima di rileggerli.

Il sodalizio con Dileo è la prima spiegazione che mi viene alla mente per spiegare questo feuilleton di seicento e passa pagine dove vengono buttati nel calderone tutti, o quasi, i temi classici del complottismo e della creduloneria: da Nostradamus agli alieni passando per l'ennesima reincarnazione del Terzo Reich, zombie cannibali e il mito del Golem, tenuti assieme – si fa per dire – in un collante a base di videogame a realtà immersiva, esplosioni, uccisioni, una quantità di proiettili esplosi che manco in un film di Stallone degli anni ottanta e alcuni tra i personaggi peggio scritti della sua carriera.

Manca un filo, un quadro d'unione, una struttura, una logica e, tipo, una ventina di pagine finali che avrebbero dovuto raccogliere le fila di una serie di capitoli sempre più traballanti e slegati.
Sospendere il principio di realtà in questo amalgama di temi – già in partenza viziati di loro da scarsa credibilità – è praticamente impossibile: in nessun momento del romanzo si riesce a prendere seppur minimamente sul serio la vicenda, e lo stile elegante e potente di Avoledo, reso zoppo e a malapena riconoscibile qua e là (ad esempio in una delle poche parti realmente evocative, dove Nostradamus predice l'Olocausto) non basta a risollevare le sorti di un libro brutto, inutilmente lungo e palesemente sotto, parecchio sotto la media rispetto alla sua cifra consueta.

In poche parole... risparmiatevelo e piuttosto cercate un altro dei suoi titoli, uno qualsiasi. 
Voglio abbastanza bene ad Avoledo da pensare che questo sia stato solo un errore di percorso, e con un po' di tempo riuscirò a dimenticare di averlo mai letto.

6 commenti:

sommobuta ha detto...

Concordo col giudizio. Qualche idea "avolediana" c'era sicuramente, ma il duetto con il tipaccio ha mandato in vacca il tutto. Hanno messo assieme tanta di quella roba, che nemmeno una puntata di Voyager e Mistero assieme...
Peccato.

TIM ha detto...

anch'io sono un fan di Avoledo, ma non ho letto quest'ultimo libro, quindi mi fido delle tue impressioni. Probabilmente sono direttive che arrivano "dall'alto" dalla casa editrice che impone temi e storie per alzare un po' di copie in più. E sicuramente accostare il nome di Avoledo a quello di Boosta fa bene a quest'ultimo e serve per accaparrarsi la fetta di lettori giovani che seguono il tizio canterino.

Glauco Silvestri ha detto...

A volte sono gli editori a "chiedere" la partecipazione di un mostro sacro in una scrittura a quattro mani con un altro autore che vorrebbero lanciare con la massima audience possibile... a volte...
Potrebbe anche succedere che i due sono compagni di merende sin dalle elementari e una sera, davanti a un limoncello, si son detti "perché non scriviamo qualcosa assieme?"

A ogni modo, le uniche letture a quattro mani che ho apprezzato fino a oggi sono Notturno (Asimov-Silverberg), e la saga di Rama (AC Clarke e Gentry Lee). Per il resto, fuffa.

dactylium ha detto...

Grazie per la recensione, Luca!
A questo punto mediterò al limite l'acquisto di una versione tascabile.

Avoledo ha comunque la tendenza a mettere molta carne al fuoco e non sempre poi è in grado di gestire i contenuti con coerenza e armonia.
Mi riferisco ad esempio all'"Elenco", in cui la quantità di temi affrontati trova una logica quasi onirica (se posso utilizzare questo ossimoro) solo in virtù di un escamotage finale (romanzo che peraltro a me è piaciuto molto).
Al contrario, la lucidità e la minor sovrabbondanza di argomenti presenti nello "Stato" l'hanno reso, a mio modesto giudizio, un'opera più apprezzabile e omogenea.

Ciao.
dacty

P.A. ha detto...

Purtroppo devo darti ragione.
Questo "esperimento" di scrittura condivisa mi è parso un altro ennesimo film di James Bond, con tutti i suoi bravi inseguimenti, i castelli dell'arcicattivo, ecc... Mi aspettavo della fantascienza scritta al solito modo di Avoledo, e invece mi sono ritrovato una specie di thriller un po' alla Clancy, con i serial killer al soldo del Vaticano, i nazisti nascosti al polo sud, senza nessun disegno che possa rendere plausibile il tutto. Se non altro, l'avevo preso in biblioteca ...

BlackBox ha detto...

Beh, io l'ho letto lo scorso anno, e di Avoledo avevo letto solo "La ragazza di Vajont".
Devo ammettere che quando ho letto sulla copertina il suo nome affiancato a quello di un altro autore (che non conoscevo) sono rimasta perplessa.
La lettura del romanzo mi ha confermato che è il più brutto scritto da Tullio Avoledo ed il più lontano dai suoi soliti canoni.
Nella "Ragazza di Vajont" Avoledo descriveva magistralmente un'Italia dalle atmosfere angosciose, pessimistiche, degradate, in un quadro in apparenza appartenente al futuro (ma i cui segnali sentiamo molto vicini se non già attuali).
In questo, che cmq non ho trovato proprio da buttare via, ho trovato, come dici tu, più "annacquata" la scrittura, la caratterizzazione dei personaggi molto meno potente, e la trama, soprattutto, troppo fiacca, assurda e "figlia" delle cose peggiori di Dan Brown.
Per contro, posso dirti che a mia sorella, invece, è piaciuto parecchio ^^