venerdì 29 giugno 2012

Prima e dopo.

Prendete una centrale elettrica, una fotocamera digitale, una copia di Photoshop e una mezz'oretta libera.
Attaccate la spina e giocate un po'.

PS solo io trovo irrestibilmente fotogeniche le centrali elettriche?

giovedì 28 giugno 2012

I cybercafé che non abbiamo mai avuto.


Immagino che sia capitato anche a voi di mettere piede in un Apple Store.
La loro formula, open, esperienziale e molto appealing, è già oggetto di studio e – manco a dirlo – di imitazione, considerato che gli Apple Store rendono più di qualunque altro punto vendita dei maggiori retailer americani.
Più di Tiffany, per dire (seconda in classifica), e molto più di Game Stop.

Oggi l'idea che Apple possa non avere propri negozi al dettaglio è difficile anche solo da immaginare, ma prima degli anni duemila la situazione era semplicemente disastrosa.
I prodotti Apple (quasi esclusivamente Macintosh, visto che iPod, iPhone e iPad erano di là da venire) venivano attraverso negozi specializzati, grandi catene di elettronica e rivenditori indipendenti.
Questi negozi erano più simili a grandi magazzini che ad altro, offrivano una scelta ampia a prezzi bassi e fornivano poca assistenza ai clienti... lasciando a questi l'onere di prendere decisioni di acquisto complesse, basandosi su poco più di un prezzo stampato su un cartellino e su un criptico elenco di specifiche hardware.
Dal canto loro, negozianti e commessi avevano poca competenza sul mondo Apple e ancor meno interesse ad occupare gli scaffali con prodotti più costosi e sui quali avevano minor margine di guadagno.

La necessità di Apple di evidenziare la differenza tra i suoi Mac da un generico PC poteva diventare una delle discriminanti per salvare un'azienda che, nel 1997, stava letteralmente per colare a picco... e una volta di più, fu Steve Jobs a individuare un bisogno e a soddisfarlo in maniera vincente.
Jobs immaginava di creare una catena di "boutique" al dettaglio, dove poter mostrare al meglio ai possibili clienti Mac i vantaggi di possedere un computer di qualità superiore dei soliti assemblati che dominavano il mercato in quegli anni.

Nel 1996, Apple annunciò un progetto per raggiungere i consumatori attrarverso il lancio di una catena di cybercafé che, oltre a vendere i prodotti dell'azienda, avrebbe offerto postazioni per navigare sul web gratuitamente, giocare su videogiochi su Mac, acquistare caffé, bevande e snack.
Apple strinse una partnership con Landmark Entertainment, che aveva già al suo attivo la costruzione parchi tematici e altre attrazioni, tra cui la Star Trek Experience di Las Vegas e il Jurassic Park degli Universal Studios.
I primi cybercafé avrebbero dovuto aprire al pubblico entro la fine del 1997, a partire da un negozio di 15.000 metri quadrati a Los Angeles, seguito da quelli di Londra, Parigi, New York, Tokyo e Sydney. Apple registrò il dominio AppleCafe.com e promosse i cybercafé come coming soon sul suo ufficiale.


Quello che accadde realmente, fu che Jobs si trovò a dover risolvere problemi parecchio più grandi. Era in discussione lo sviluppo della prossima release del sistema operativo (System 7 era al capolinea, e centinaia di migliaia di dollari venivano bruciati nel progetto Copland che non vide mai la luce) e l'egemonia di Microsoft era più forte che mai.
Jobs si concentrò su una nuova linea semplificata di Macintosh che utilizzavano processori G3, lanciò l'iMac e, alla fine del 1997, un negozio online utilizzando il server WebObjects, una tecnologia che Apple aveva acquisito da NeXT meno di un anno prima.
WebObjects permise ai clienti di creare configurazioni personalizzate sui PowerMac on-line, e funzionò talmente bene che i piani per i cybercafé vennero accantonati.

Bisognò aspettare quattro anni per vedere aprire il primo Apple Store "fisico" della storia. il 19 maggio del 2001 furono aperti l'Apple Store nel centro commerciale Tysons, in Virginia, e l'Apple Store di Glendale, in California, che racimolarono nel giorno dell'inaugurazione un migliaio di visite tra tutti e due. Oggi, in un normale giorno lavorativo, entrano nell'Apple Store di New York più di diecimila persone.

Cosa ci resta del progetto anni novanta dei cybercafé?
Solo questi due disegni (cliccare per ingrandire).
Incredibilmente datati ma con un grande fascino retrò.
E che a me hanno ricordato, non a caso, la visione del 2015 di Zemeckis in Ritorno al Futuro.
Insomma, ci manca solo Michael J. Fox con le Nike autoallaccianti e questi sketch avrebbero potuto essere presenti nell'artbook del film.
Buffo come le cose poi vadano in altre direzioni, eh?

mercoledì 27 giugno 2012

Non vedo perché no.

Sì: il meccanismo narrativo alla base di questo film in uscita con Frank Langella, Susan Sarandon e Liv Tyler è di un trito che più trito non si può.
Copio e incollo la sinossi ufficiale di Robot and Frank, perché mi vergogno a dirla a parole mie:

Frank (interpretato dal sempre magnifico Frank Langella) è anziano e vive da solo in una casa piena di disordine e di ricordi. Un giorno suo figlio (James Marsden) insiste per l’acquisto di un custode robotico e l’uomo si oppone. Col tempo però i due iniziano un rapporto che sfocerà in un’insolita amicizia.

Come vedete, nulla di nuovo sotto il sole.
Ma basta che a me ci mettono un robot nella storia, e vado a vedere qualsiasi cosa.
Mi sono visto persino Real Steel, non vedo perché non dovrei vedermi anche questo.
Vi farò sapere.

Pulp Fiction.

Timothy Anderson è un designer americano che vive e lavora a Salt Lake City.
Per avere un'idea della sua bravura, vi basterà fare un po' di scroll sul suo blog, e come noterete è particolarmente ferrato nel design di mezzi, costumi e scenografie per il cinema e i videogiochi.
Ma quello che vi propongo oggi sono tre sue rivisitazioni di manifesti cinematografici che sono altrettanti miti moderni, riletti in chiave "pulp" anni cinquanta.
Bravino il tipo, nevvero?

martedì 26 giugno 2012

Homunculus.

Dopo quindici numeri e quasi sette anni dal primo numero pubblicato in Italia da Planet Manga, si è concluso Homunculus, il manga di Hideo Yamamoto.
Se seguite questo blog, saprete che, fatte pochissime (e nobilissime) eccezioni non sono un grande appassionato di manga, e questo dovrebbe darvi la misura di quanto Homunculus sia un prodotto parecchio particolare.
Non starò neppure a cercare di raccontarvene la trama, vi basti sapere che è un meraviglioso (e monocromatico) affresco sulle percezioni umane, sull'importanza che dà la nostra società all'apparire piuttosto che all'essere, sull'ingiustizia di nascere brutti, sulle conseguenze della chirurgia estetica sulla psiche, sugli stati di realtà alterata e molto, molto altro.

I difetti che mi sento di imputargli sono un'eccessiva lungaggine in parecchi passaggi, alcuni numeri nel mezzo dell'opera assolutamente inutili alla comprensione della storia e ben più di una ripetizione sparsa tra le centinaia di pagine – sempre mirabilmente disegnate, va detto.
Questo non vuol dire che non sia un fumetto da recuperare e da fare proprio...
consigliato.

"Gli esseri umani si deprimono, si irritano e soffrono per pochi centimetri di irregolarità sui loro volti e sui loro corpi. Per imperfezioni di pochi millimetri sulla pelle. Vanno nel panico se perdono un solo dente anteriore. Sono attratti dagli occhi appena più grandi e respinti da una bocca o da un naso pochi millimetri fuori misura. Donne più sottili di qualche centimetro vengono osservate, e uomini più bassi di cinque centimetri della media potrebbe non trovare mai una compagna. Senza corpo, gli uomini non soffrirebbero".

lunedì 25 giugno 2012

Io e i bambini.

Se mi conoscete un minimo, dovreste già saperlo. I bambini mi infastidiscono o, nella migliore delle ipotesi, mi lasciano indifferente.
Se proprio sono obbligato a rivolgergli la parola, non vado oltre "uh, bene, e dimmi, cosa farai da grande?"
Una volta un bambino mi diede una lezione e mi rispose: "E tu cosa farai da piccolo?" Allora mi accorsi che anche i bambini ogni tanto si rompono le balle, e quando si rompono le balle possono diventare pericolosi, per esempio a chi gli chiede "vuoi più bene al papà o alla mamma?" potrebbero rispondere: e tu vuoi più bene alla tua ragazza o a quella bionda con cui parlavi fitto fitto ieri sera?

I miei rapporti con i bambini sono quindi ridotti all'essenziale.
Quando ne nascono ai miei amici o amiche, dopo rimandi e scuse idiote da parte mia, inevitabilmente arriva il momento in cui devo entrarci necessariamente in contatto.
Ma non sono capace a fare il cagnone sul tappeto e neppure di mettermi a fare versi ridicoli mentre gli agito davanti gli occhi un sonaglietto di plastica fabbricato in Cina.
E nonostante sia dotato di un briciolo di fantasia, non sono nemmeno in grado di raccontargli storie decenti. Una volta ci provai col figlio di un mio amico, lui mi stette ad ascoltare e poi mi chiese: e allora? Allora un cazzo, è finita qui, gli dissi.

Guardo le mie amiche che si fanno i complimenti per i rispettivi figli, pigliandoseli in braccio, sbaciucchiandoli, intrattenendoli con discorsi bamboleggianti come voi guardereste David Copperfield volare sul suo pubblico: ma come cacchio ci riescono? Io, se mi piazzano (di solito, a forza) un bimbo in braccio lo reggo come se fosse una pila di preziose ceramiche cinesi. Una volta, per darmi un contegno, chiesi: "ti piace andare scuola?". La madre se lo tirò via per un braccino, lontano da me: "Ha solo quattro anni".

E poi, c'è anche da fare i conti con l'atteggiamento odierno verso l'infanzia.
Tra rapimenti e sevizie, non si è più disposti a credere che un bambino attiri un uomo per motivi confessabili (o addirittura meritori) e quindi è prudente rinunciare all'avventura più magica.
Qualche tempo fa stavo aspettando il mio turno in un ufficio postale, di quelli dove prendi il numeretto come dal salumiere e aspetti il tuo turno.
Avevo davanti a me più di venti persone, quindi la mia attenzione era rivolta altrove.
Per passare il tempo, mi ero messo a guardare fuori dalle vetrate se per caso passava qualche ragazza in tacchi alti e potessi commentarla dentro di me, che ad alta voce mi vergognerei delle mie stesse parole.
L'ufficio postale era di quelli moderni, con la fotocellula che fa scattare l'apertura delle porte non appena ti ci avvicini.
Dentro l'ufficio ultramoderno, in attesa come me, c'era una mamma con tre ragazzini. Uno di questi, il più piccolo, stava piangendo reclamando qualcosa, un altro stava là aggrappato al passeggino per vedere che sviluppi avrebbe avuto la cosa e il terzo, approfittando della concentrazione della mamma sui primi due, si stava facendo due passi per i fatti suoi.
Non so giudicare l'età dei bambini, ma sembrava avesse imparato a stare sulle sue gambe da poche settimane, e immagino trovasse affascinante la possibilità di raggiungere da solo tutto quello che vedeva e che trovava interessante.
E, evidentemente, aveva visto qualcosa degno del suo interesse al di là della vetrata dell'ufficio postale, perché ha iniziato a trotterellare verso la porta, che – incapace di distinguere tra un adulto consapevole e un bambino – si era spalancata ottusamente, aprendosi sulla strada dove sfrecciavano automobili, scooter e altri mezzi di svariato tonnellaggio pronti a fare marmellata sanguinolenta dell'infante deambulante.

Allora, in rapidissima sequenza, ho fatto le seguenti cose:
1) ho pensato: bambino cretino, ti restano pochi istanti di vita.
2) mi sono voltato verso la madre: non s'era accorta di un bel nulla, impegnata com'era con gli altri due eredi.
3) mi sono mosso per recuperare al volo il bambino suicida.
4) mi sono bloccato un istante dopo aver sollevato un piede.

Cosa avrebbero visto tutti i presenti?
Che un adulto dall'aria poco raccomandabile, giubbotto di pelle e barba di due giorni e casco in mano, si era mosso ad afferrare un bambino per le ascelle per portarselo in chissà quale posto dove i ragazzini vengono rivenduti un tanto al chilo (migliore delle ipotesi) o (peggiore delle ipotesi) che me lo portassi nel vicolo buio più vicino per approfittare sessualmente delle sopraffine arti amatorie tipiche dei duenni.
Forse non matematicamente... ma probabilmente sarebbe accaduto questo. E comunque vallo a spiegare alla madre, nel caso.
O alla folla che magari decide che è una bella giornata per linciare un pedofilo.
O ai poliziotti che arrivano a sirene spiegate che prima ti portano in questura e poi ti fanno le domande (e soprattutto senza farmi fare il mio conto corrente che poi era il motivo per cui mi trovavo alla Posta).
E così, pensando tutte queste cose insieme, mi sono congelato sul posto.
Stavo già per lanciare un più tardivo allarme vocale, quando la madre, grazie al cielo, si è accorta della fuga del terzogenito, e si è fiondata a recuperalo con uno scatto da centometrista quando questo aveva già raggiunto il ciglio del marciapiede senza venire intercettato da nessuno.
E ricordo che dentro di me si formò la seguente, oscura perla di saggezza: "un mondo in cui non puoi aiutare un bambino perché penseranno che te lo vuoi inchiappettare, è un mondo profondamente sbagliato".

Rinunciare alle azioni pulite perché qualche criminale o deviato le ha sporcate è profondamente sbagliato.
Quindi scusami, bambino trotterellante, se quella volta non ti ho afferrato al volo mentre camminavi verso il pericolo. È un mondo davvero sbagliato.

sabato 23 giugno 2012

Il nuovo Dredd sta arrivando. E spacca. Forse.

Come scrivevo poche settimane fa, nutrivo poche speranze sulla riuscita del nuovo film dedicato al Giudice Dredd.
Regia, casting, costumi e mezzi, sulla carta, non mi sembravano promettenti per niente... ma è anche vero che non si era ancora visto in giro uno straccio di teaser trailer per vedere se – se non altro – un bravo direttore della fotografia era riuscito a dare a tutto l'insieme un aspetto coerente e credibile.
Proprio ieri, però, è stato diffuso questo trailer in HD... e diciamo che potrei anche far finta che sotto quell'elmetto non ci sia il faccione pacioso di Karl Urban, e godermi il resto, che potrebbe anche non essere malaccio.

E, comunque, quell'elmetto è sempre troppo grande.

venerdì 22 giugno 2012

Cinque motivi per cui la bella stagione si merita questa qualifica.

1) L'insalata di riso.
Evitate banalità come "sì, ma la puoi anche mangiare anche in qualsiasi altra stagione".
Ma non mi dite.
Se è per questo, potete anche addobbare l'abete ad agosto. Non ha lo stesso sapore.
O meglio, lo stesso gusto (in momenti come questo adoro le sfumature concesse dalla lingua italiana).
Perché preparare l'insalata di riso è evocativo della bella stagione almeno quanto mangiarsela.
L'insalata di riso va preparata rigorosamente di giorno.
In una giornata dove il sole entra a fiotti nella vostra cucina, avete la radio accesa sulla vostra stazione preferita, avete tutti gli ingredienti allineati sul tavolo e un bella scodella di vetro o di alluminio.
Poi, un coltello e un cucchiaio di legno. Non vi serve altro.
Tagliate a dadini l'emmenthal. L'emmenthal è il più adatto perché ha una pasta né troppo dura né troppo soffice, e il suo sapore riesce ad emergere anche accanto quello degli altri ingredienti.
Tagliate a pezzetti dei wurstel. Mettete a cuocere il riso in acqua salata. Scolatelo ed annaffiatelo con acqua fredda per almeno cinque minuti. Versatelo nella scodella con il formaggio e i wurstel, e aggiungete del condimento sott'olio di quelli al supermercato vi tirano appresso in questa stagione. Mettetecelo tutto e non fate i pezzenti. Aggiungete del tonno sott'olio (scolato) facendolo in pezzetti con la forchetta. Mescolate e mescolate e mescolate.
Se è il caso, aggiungete un filo d'olio.
Le proporzioni degli ingredienti variano a seconda dei gusti personali. A me piace tirare su in una singola forchettata almeno tre dadini di emmenthal, ad esempio.
Ma il vero segreto dell'insalata di riso è non mangiarla subito. No.
L'insalata di riso va fatta riposare.
Anche se siete tentati di assaggiarla subito, coprite la scodella con un piatto (il cellophane è meglio di no, crea condensa) e mettetela in frigo. Tutti gli ingredienti devono amalgamarsi bene assieme col riso, e per fare questo serve tempo.
Prima di servire, mettete in tavola una ciotola o un tubetto di maionese.
La maionese è per molti (eccomi!) un ingrediente essenziale, ma altri preferiscono una versione più "light".
Prendete la forchetta. Portatela alla bocca.
E adesso è veramente estate.

2) Le donne sono a gambe nude.
Non hanno più scuse per non depilarsi quella pelliccetta da cocker cresciuta indisturbata per tutta l'inverno su cosce e polpacci, occultata da pantaloni imbottiti e collant da centoventi e passa denari.
Epilatori a luce pulsata, epilady, il rasoio Bic da cinquanta centesimi usa e getta.
Avete gli strumenti. Non abbiate paura di usarli.
Qualche sacrificio vale bene poter camminare senza niente addosso dalle cosce in giù.
La pelle delle gambe riflette la luce in modi che molte donne non riescono neanche a immaginare.
La potenza insita in un accavallamento di gambe nude va oltre la vostra comprensione femminile.
Se siete preoccupate per i vostri difetti, sappiate che un velo d'abbronzatura ne nasconde la maggior parte al nostro sguardo limitato e superficiale.
E lo smalto, non fate le tamarre ad oltranza. Trasparente. Lucido.
Non mi pare di chiedere molto. Grazie, siete fantastiche. Tutte.

3) Posso andare in moto senza guanti.
E senza giubbotto imbottito.
E senza sciarpa.
E senza passamontagna di microfibra che mi fa sembrare, col casco nero con la visiera nera abbassata, un black block fatto e finito che i poliziotti mi guardano sempre malissimo.
E poi, senza guanti controllo meglio l'iPod che non c'è niente di peggio che farsi un bel rettilineo a novanta all'ora con la canzone sbagliata e non riuscire a skipparla perché quel telecomando è fatto per le dita dei Puffi.
Se poi si potesse evitare anche il casco, sarei per sempre pacificato.
Ma facciamo che quello è un male necessario.

4) Ci sono le arene estive.
/div> Come per l'insalata di riso, guardare un film all'aperto ha un sapore completamente diverso.
Spesso le sedie sono più scomode, sono di plastica, a volte spaiate e non vi ci potete sdraiare come fate quando siete al solito multisala manco foste a casa vostra, barboni.
Ma c'è tutto quel cielo, in compenso.
Blu. O nero, con le stelle e le luci bianche e rosse e verdi degli aeroplani che vi volano sopra pieni di gente che in quel momento sta guardando giù e cerca di capire che film state guardando (o magari non gliene frega niente, è lo stesso).
C'è quel venticello fresco che rende inutile qualsiasi costo impianto di aria condizionata e riciclata e puzzolente di freon.
E voi avete una felpa da chiudervi addosso se la temperatura scende troppo, e sentite di non aver bisogno di nient'altro al mondo... e se il film l'avete scelto voi, è proprio così.

5) Si può dormire con la finestra aperta.
Ecco un'altra di quelle cose alle quali non si dà sufficiente importanza, o addirittura la si dà per scontata.
Grosso errore.
A meno che non viviate in un posto molto rumoroso, dove i doppi vetri sono la sola cosa che vi protegge da un livello sonoro incompatibile col vostro riposo, buttarsi sulle lenzuola accarezzati tutta la notte dalla brezza che entra dalla finestra è un lusso che non costa niente ma che va colto al volo, quando la temperatura esterna raggiunge quel fantastico equilibrio tra afa pesante come metallo e umidità da far nascere i funghi nelle vostre Converse abbandonate sul pavimento.
Comincia a maggio e a giugno raggiunge il massimo della goduria.
A luglio ed agosto le zanzare e altre bestie volanti potrebbero avervi già succhiato pazienza e sangue da farvi pensare alla finestra aperta come un sacrificio necessario per respirare e niente altro, ma in quella manciata di settimane si vive in uno stato di grazia.

giovedì 21 giugno 2012

10 Pinup in cerca d'autore.

Sto cercando chi ha disegnato (magistralmente) queste pinup.
Qualcuno ha un indizio?
E, prima che me lo chiediate: dove le ho trovate non c'era nessun accenno all'autore.
Peccato, perché è bravo tanto.





EDIT. Grazie a Luigi al quale, dovevo immaginarlo, avrei dovuto chiederlo fin dal principio, ho scoperto che il tipo in questione è Bill Presing, un illustratore americano di quelli talmente baciati dal talento che ti viene voglia di aspettarlo sotto casa e menarlo, per poi sottometterti ai suoi voleri.
Quegli schizzi erano preparatori a un'opera chiamata Intercontinental Cuties, un mazzo da poker con 54 deliziose pinupinne, ognuna connotata con una nazione della Terra.
Le ho trovate QUI per la miseria di 25 dollari, mentre il suo blog e la sua pagina DeviantArt li trovate rispettivamente QUI e QUI.

mercoledì 20 giugno 2012

Continuum, Touch, Black Mirror.

Tranquilli, non ci sono spoiler.

E visto che il tempo è sempre poco e la vostra attenzione è sempre a corrente alternata (come la mia), raccolgo in un unico post le mie impressioni su tre serie televisive che mi è capitato di vedere nelle ultime settimane.
Oggi parlerò di Continuum, Touch e Black Mirror.

Continuum me lo segnala Alex, che non ne parla affatto male, e in genere Alex lo sto abbastanza a sentire – quando non parla di morti viventi che quelli ti devono piacere dalla nascita, perché se a sedici anni gli zombie non ti hanno ancora detto niente, non c'è più nulla da fare.
Potete leggere nel dettaglio cosa ne pensa lui QUI.
Il plot in quattro parole: anno 2077, una società corporativa ha preso il posto dei vecchi, fallimentari governi democratici, salvando l'economia.
Il prezzo è una drastica riduzione delle libertà individuali, anche se di questo scenario distopico ci viene mostrato poco e niente ma ci viene piuttosto raccontato nei primi cinque minuti iniziali.
Ogni società che implica una repressione, la storia ci insegna, vedrà sorgere movimenti rivoluzionari.
E così, otto dissidenti con la propensione al terrorismo, scampano alla loro (pubblica) esecuzione capitale trasportandosi nella Vancouver del 2012, cioè, oggi.
Quello che vogliono è modificare la storia: non giocare alle scommesse sportive diventando milionari come il Biff di Ritorno al Futuro, ma per evitare che la società corporativa possa mai prendere il sopravvento in futuro, che poi sarebbe il loro presente.
Li insegue, più per un incidente che per sua volontà, una poliziotta più che mai determinata a fermare i cronofuggiaschi e poi ritornare ad abbracciare il figlioletto e il maritino.Giudizio: l'idea "torno indietro nel tempo per modificare la storia" è vecchia quanto e più del Terminator di Cameron.
Ma abbiamo visto come, se usata con intelligenza e ironia, possa portare a dei piccoli capolavori.
Non è il caso di Continuum.
Continuum è un (mediocre) thriller poliziesco con una verniciatura sottilissima di fantascienza.
Scopre tutte le sue carte già nel pilot (dove per carte intendo gli archi narrativi ed emozionali sui quali dovrebbe svilupparsi tutta la serie), ed è tutta roba di serie B.
La poliziotta bella e integerrima, il figlioletto piezz'è core, il poliziotto bello e bravo attratto da lei, i terroristi cattivi che fanno invariabilmente cose da cattivi, l'hacker sedicenne che diventerà un ricco scienziato nel futuro.
I personaggi sono stereotipati e stucchevoli, la protagonista riesce ad infilare in due episodi un'espressione e mezza (ad essere indulgenti), le situazioni sono viste e straviste, il sottotesto fantascientifico è appena percettibile.
Si poteva capovolgere, una volta tanto, il punto di vista e mostrare la faccenda dal punto di vista dei terroristi, che – a ben vedere – è gente che combatte (e abbandona il suo tempo senza possibilità di ritorno) per un ideale di libertà, seppur portato avanti coi mezzi sbagliati.
Invece si è scelto il solito raccontino "poliziotta-brava contro terroristi-cattivi", il tutto, peraltro, mostratoci con una pulizia formale da tv dei ragazzi.

Bocciato, a meno che, come Alex, non riusciate a farvi bastare il faccino di Rachel Nichols, che, se vi ricorda qualcuna, forse è perché l'avete vista in Alias e Criminal Minds.
Resto dell'idea che il mio forno a microonde ha più espressioni di questa tipa... ma ad ogni modo, eccovene una gallery tratta da Continuum:
Rachel Nichols indecisa.


Rachel Nichols guardinga.


Rachel Nichols ncazzata.


Rachel Nichols perplessa.

Veniamo a Touch, a firma di Tim Kring, creatore di Heroes (serie che, per inciso, dopo una prima, straordinaria stagione ne ha inanellate altre tre che rivaleggiavano in bruttezza).

Ve la faccio ancora più breve, che con Continuum mi sono dilungato pure troppo.
I protagonisti sono Kiefer Sutherland, uno dei vedovi dell'11 settembre, e il suo figlio undicenne Jake.
Jake è affetto da autismo. Non spiccica una sola parola , non vuole essere toccato e sviluppa un'apparentemente inspiegabile ossessione per i numeri. Ne disegna, allinea oggetti secondo schemi comprensibili solo a lui, riempie fogli interi di sequenze indecifrabili.
Insomma, uno di cui mi disinteresserei dopo trenta secondi scarsi.
E sul quale invece Kring monta e costruisce l'intero impianto di Touch, menandocela sugli schemi numerici che regolerebbero i rapporti tra ogni singolo essere umano sul pianeta e che tessono – letteralmente – il corso degli eventi, perché possa completarsi un qualche disegno invisibile a noi comuni mortali.

Giudizio: dramma buonista e semplicistico, in cui una scienza – di per sé affascinante – come la numerologia viene presentata come una sorta di provvidenza che agisce attraverso i numeri per far quadrare gli eventi e condurre – attraverso un'impressionante serie di forzature narrative – a un lieto fine per tutti i personaggi coinvolti.
La confezione, anche se formalmente ineccepibile, è zuccherosa, ruffiana e piena di luoghi comuni, per tacere di un paio di storyline parallele così inverosimili da essere semplicemente ridicole.
Aggiungeteci che manca completamente una storia "orizzontale", che lo svolgimento dei singoli episodi è prevedibile, che i dialoghi sono di un insopportabile buonismo e che dopo tre puntate lo spettatore sa ormai benissimo dove gli autori andranno a parare e con quale spirito… e capirete perché "3" è il numero magico col quale il sottoscritto ha concluso la sua esperienza con questa serie.

Chiudo con l'unica, vera, bella sorpresa.
Black Mirror è una miniserie inglese a firma di Charlie Brooker (Dead Set, How TV Ruined Your Life), che più mini non si può.
Tre soli episodi, che da soli valgono più di stagioni intere di Flashforward, The River, Falling Skies o l'appena citato Touch.
Gli episodi hanno cast e storie indipendenti, e sono autoconclusivi.
E, tanto per non girarci troppo attorno: è la migliore serie televisiva realizzata dopo Lost.
Poi, certo… ci saranno in circolazione anche serie scritte meglio, più realistiche, più divertenti, più raffinate... ma sinceramente, per quanto possiate aver amato una manica di tizi sopravvissuti a un olocausto zombie, agenti FBI o di altre paraorganizzazioni poliziesche del sovrannaturale, gente con poteri mentali, medici zoppi e chirurghi estetici, dottori che viaggiano in cabine del telefono nel tempo e nello spazio, vedere questo Black Mirror è un'esperienza inattesa, piacevole e anche – positivamente – disturbante.

Vorrei dirvi di più sui singoli episodi, ma sono tutti talmente belli che non voglio sciuparvene neanche un minuto con delle sinossi che, comunque trovate a valanga in Rete, visto che se n'è parlato tantissimo.
Girate con budget basso, con quasi zero effetti visivi, scritte da manuale, Black Mirror spacca il muso a chiunque possa venirvi in mente sui palinsesti tv in questo momento.
E non ringrazierò mai abbastanza Sommobuta per avermela segnalata.

Cercatela "in giro", e se proprio non la trovate mandatemi un'email, che ci penso io a farvela vedere.

martedì 19 giugno 2012

We are energy.

Visual per l'incentive top selling Enel che si è tenuto a San Pietroburgo giusto in questi giorni.
Il visual è stato accettato dopo qualche tentativo infruttuoso dove cercavo di conciliare insieme il concetto di energia elettrica con la Santa Madre Russia.

È davvero incredibile dopo che hai tirato fuori l'idea "giusta" quanto ti sembrino "sbagliate" quelle scartate.