venerdì 31 agosto 2012

My Radioactive Children

Cosetta di fine estate. Senza motivi.
Se volete, potete metterla nello stesso filone di QUESTA e QUESTA.

giovedì 30 agosto 2012

[The art of] Bill Ward


Bill Ward (1918-1998) iniziò a disegnare le sue pin-up durante la Seconda Guerra Mondiale, per distrarre i suoi compagni d’arme, e ottenne da subito un certo successo col personaggio di Torchy.
Chi era Torchy?
Torchy era lei:

Praticamente, l'antenata di Jessica Rabbit, solo meno lasciva.
Come disegnava lui le donnine, formosissime e col vitino di vespa, nessuno mai.
Aveva un tratto inconfondibile e il dono di tratteggiare personaggi femminili estremamente provocanti (e, ok, più avanti un pelo lascive...) senza ombra di volgarità.
Il gusto di Ward per ragazze prosperose vacillanti sui tacchi altissimi, calze nere e abiti aderenti come guanti da chirurgo incarnava alla perfezione le fantasie sessuali dell’America del dopoguerra... e il boom delle riviste maschili degli anni ’50 non fece che consacrarlo come uno degli artisti più popolari del Paese.
Col passare del tempo, Ward non cambiò di molto il suo stile, se non per i tacchi sempre più alti, le forme sempre più procaci e gli abiti di satin sempre più lucidi.

Ward disegnò nella sua carriera migliaia di splendide, esagerate, sensualissime pinup, e come tale non poteva non occupare un posto piuttosto alto nella mia considerazione.
Da noi, di Ward gira poca roba (pubblicata soprattutto dalla Taschen)... e io, che sarò molte cose ma non sono un egoista, ora che ho trovato un suo volume monografico ne condivido più che volentieri qualche estratto con voi.




mercoledì 29 agosto 2012

Yamaha Majesty 400... un primo parere a caldo.


Esattamente un anno fa comperavo un nuovo scooter, un Honda PCX 125.
Ben costruito e gradevole da vedere, aveva i suoi punti di forza nell'agilità e nella manovrabilità assolute, a livello di quelle di una bicicletta. Peso e dimensioni contenute, sella bassa e un parabrezza praticamente inesistente ne facevano un mezzo perfetto per l'uso cittadino.
Il problema era che tre quarti dell'uso che ne faccio è extraurbano.
Dei trenta chilometri che mi separano dal lavoro, almeno venti sono di statale, percorsi alla massima velocità concessa dal piccolo propulsore da un ottavo di litro, il che significa cento chilometri orari... lanciato e col vento a favore.
E a dirla tutte, quelle gomme strette non mi hanno mai ispirato molta sicurezza, nelle curve prese con un po' di accelerazione.
Così, dopo aver riflettuto attentamente, ho dato via il piccolo Honda per questo Yamaha Majesty 400, tre volte più potente e quasi cento chili più pesante.

A sentire la stampa specializzata, è uno degli scooter meglio costruiti in circolazione, con un motore monociclindrico da 395 cc raffreddato a liquido, iniezione e distribuzione bialbero a quattro valvole, un telaio molto moderno (una struttura in alluminio pressofuso in luogo del canonico intreccio di tubi) e freni con triplo disco.Si guida meglio di tanti scooter più piccoli perchè ha una posizione di guida più corretta, con le gambe meno rannicchiate. Un mucchio di spazio a disposizione e una protezione dall'aria che col PCX potevo solo sognarmi.
Non sto a farvi recensioni tecniche... non ne sono in grado e credo vi fregherebbe molto poco.
Quello che posso dirvi è che, rispetto il "vecchio" PCX ha un'abitabilità maggiorata, un immenso spazio sotto la sella e tanta, tanta potenza in più sotto il sedere.
Lo scooterone Yamaha arriva ai 130 Km/h in un attimo, e aprendo ancora il gas si riescono a raggiungere velocità ben superiori ma, io ve le sconsiglio. Oltre i 140 diventa impegnativo mantenere la direzionalità, e alla punta massima (165 indicati) tutta la vostra attenzione è concentrata sul restare in traiettoria.
La velocità di crociera è attorno ai 120 all’ora, col mezzo stabile che viaggia con un filo di gas e tutta la potenza che serve per un sorpasso a portata di manopola.
Dove si comporta sorprendentemente bene, è nel traffico. Il Majesty è lungo due metri e 23 e largo 78 cm, eppure i suoi duecentoventi e passa chili non si avvertono manco alle velocità più basse. Merito del baricentro basso, leggo, e dello sterzo esagerato.
Il tunnel è più basso di quello del PCX, quindi più sfruttabile, ci sono parecchi vani portaoggetti protetti da serratura e ho apprezzato da subito il freno a mano, pratico da usare e impossibile da azionare accidentalmente.
Tutto perfetto, allora?
Quasi.
Lo spunto da fermo, considerato che si tratta di un 400, è inadeguato. Non è un animale da semaforo, ma è volutamente depotenziato ai bassi regimi... fin troppo, devo dire, che avrei preferito un comportamento un pelo più scattante, considerati i 34 cavalli che Yamaha dichiara.
Leggo inoltre, tra i difetti riscontrati dalla maggior parte dei collaudatori, che manca la regolazione del precarico nella sospensione posteriore... che, quando capirò cos'è, me ne preoccuperò.
Ah, sì... ero col serbatoio praticamente a secco, e mi sono fermato a fare il pieno: il Majesty si è scolato la bellezza di ventidue euro.
Temo che i bei tempi dei tre giorni e mezzo coi dieci euro di benzina del PCX siano finiti.

martedì 28 agosto 2012

Umani. Troppo umani.

Per aprire in maniera faceta il mio post di oggi stavo cercando giusto questa, una foto di Batman in motoretta... e l'ho trovata.

Ma insieme, c'erano anche questi altri scatti di Gregg Segal che mi hanno fatto sorridere, così quello di cui volevo parlarvi oggi slitterà a domani.

lunedì 27 agosto 2012

"Un po' d'aria infuocata che io preparerò ci solleverà agili da terra". Goethe, Faust, 1908


Vola via anche Neil Armstrong, che ho avuto la fortuna di vedere sul minuscolo schermo in bianco e nero del televisore di casa – probabilmente ancora incapace di distinguere tra cronaca dal vivo e fantasia – scendere incerto come una persona molto anziana reggendosi a una scaletta d'alluminio per posare i suoi stivali corazzati su un altro mondo.

A tutt'oggi resto stupefatto di quanto dovessero essere coraggiosi e cazzuti quegli uomini a volare così lontano da casa con una tecnologia che oggi è superata da una qualsiasi utilitaria giapponese.

E mi chiedo se oggi abbiamo ancora eroi così a cui ispirarci, o anche solo qualcuno che ci ricordi che i nostri sogni valgono più dei nostri discorsi.

mercoledì 22 agosto 2012

[Recensione] The Dark Knight Rises (no spoiler).


Allora.
Dicevo.
A caldo, appena uscito dalla sala, ma anche oggi a 24 ore dalla sua visione, trovo che The Dark Knight Rises sia il migliore capitolo della saga batmaniana. Almeno quella arrivata a noi attraverso la visione di Christopher Nolan, profondamente diversa (per estetica, filosofia e scopi) da quella messa in piedi da Tim Burton nel 1989 e 1992 e da Schumacher negli anni successivi, prima che il personaggio venisse "ibernato" e resuscitato da uno dei registi più talentuosi sulla piazza… che è più vicino a un tecnico – intelligente e lucido e con una sua visionarietà, ma pur sempre un tecnico – che ad un artista – fallibile, barocco e discontinuo, ma pur sempre un artista – come è Burton.

E la visione di Nolan, pragmatica e ammantata di "realismo" (laddove il realismo è relativo, considerato di cosa si sta parlando, cioè di un vigilante abbigliato in modo improbabile e che combatte gente con un sacco di iuta sulla faccia o truccata perennemente da clown) costituisce assieme il suo punto di forza e la sua debolezza.

Mi spiego un po' meglio.

Vedere un Batman che mutua equipaggiamento e armi da progetti pensati per le forze armate è del tutto credibile. Ma indossare un mantello lungo due metri e una maschera che limita drasticamente la visione periferica, tanto per citare i primi due dettagli che mi vengono in mente (e il costume che ho indossato ne era una replica piuttosto fedele), in quest'ottica è un'idiozia.

Viceversa, un Batman che si muove in una Gotham City favolistica e gotica come quella tratteggiata da Burton e dal suo compianto scenografo Anton Furst, dove gente vestita come negli anni cinquanta non usa i telefoni cellulari però ha piccoli registratori digitali (e cento altri piccoli dettagli contraddittori, squisitamente coreografati), e sta quasi per eleggere come sindaco un uomo deforme che ha vissuto nelle fogne allevato dai pinguini, comunica immediatamente allo spettatore che non c'è alcuna pretesa da parte del regista di risultare plausibile o anche solo vagamente credibile… quanto di farci viaggiare in una dimensione parallela, simile alla nostra ma significativamente diversa.

Tim Burton e Schumacher ci raccontano platealmente delle storie per ragazzi. Delle favole. Gotiche e permeate di humour nero in un caso, rutilanti e fluorescenti in un altro.






Se si accetta questo assunto, i primi quattro film di Batman sono perfettamente riusciti.
La strada presa da Nolan è diversa. Non sono certo il primo a dire che i suoi film su Batman sono film di gangster con un tizio in costume da pipistrello, ambientati in una città che chiamano Gotham City ma è palesemente Chicago o Pittsburg (in Batman Begins e The Dark Knight) e New York (The Dark Knight Rises).


La Gotham City di Tim Burton...

...e quella di Chrisopher Nolan.



La Batmobile di Tim Burton...




…e quella di Christopher Nolan.



Un approccio supportato da una grande tecnica (e non sempre da script all'altezza), ottime interpretazioni, adeguato ai tempi e che ha incontrato il successo di pubblico e critica.
Ma che ha, come rovescio della medaglia, la sparizione o quanto meno l'assottigliarsi di alcune delle caratteristiche peculiari del Batman fumettistico. Il suo talento investigativo, per esempio, l'introspezione e il dramma interiore che lo fanno oscillare tra delirio e lucidità, l'iconografia da figura leggendaria che terrorizza i criminali, e naturalmente Gotham City stessa, che nei fumetti è un vero e proprio personaggio, e non solo uno sfondo fatto di mattoni e vetro.
A qualcosa bisogna rinunciare, a seconda della strada che si sceglie di prendere.
Il difetto più grande di questo The Dark Knight Rises (e, volendo, anche dei suoi due precedessori) è proprio il voler spacciare per reale quello che altri ci hanno sempre proposto come una favola.

E, visto che ho cominciato dai difetti, aggiungo: a un certo punto, ho smesso di annotarmi mentalmente i buchi di sceneggiatura.
Alcuni sono piccoli e appena fastidiosi, altri così grandi che ci cascherebbe dentro un Hummer con tutte e quattro le ruote motrici.
Visto che non ho intenzione di spoilerare niente, lascerò a voi il divertimento di trovare i vostri.

Inoltre: tra tutti i film di Batman, questo è probabilmente quello con meno scene d'azione. Ne troverete, ma poche e centellinate lungo le due ore e trenta di proiezione. Viceversa, di dialoghi ce n'è finché ne volete. Il film si apre con un monologo e si chiude con un monologo. E in mezzo, tutti hanno da dire la loro. Buoni e cattivi, e anche chi sta a metà di questa definizione. Racconti, confessioni, confidenze, sproloqui, un paio di spiegoni, filosofia spicciola, lezioni di morale. Per questo è piaciuto, come i precedenti, anche a chi, di film sui supereroi, non ne voleva sapere.

Però, sappiatelo: dialoghi battono azione circa trenta a uno. Anche se dal trailer (uno dei più belli ed evocativi che abbia visto) potrebbe non sembrare, ma credo sappiate anche voi quanto e come può essere ingannevole un trailer.

Detto questo… allora, il film non è buono?
No. Non lo è.
È ottimo.
È assolutamente da vedere.
Tutti i difetti ascrittigli qui sopra da me (o da altri) riescono a passare miracolosamente in secondo piano.
Nolan mette insieme una macchina gigantesca e farraginosa, illogica e contorta, assurda e tentacolare.
Ma che funziona alla grande.
Alcune sequenze sono dei veri e propri capolavori, indipendenti ed autonomi.
Le interpretazioni sono tutte di altissimo livello (sì, persino la Hataway), e una volta di più Bale fa la figura della comparsa.
La fotografia di Wally Pfister esalta come meglio non si potrebbe la magnificenza scenografica messa in campo da Nathan Crowley.
La colonna sonora di Hans Zimmer accompagna in maniera catartica le scelte registiche.
C'è un dispiego di mezzi eccezionale (molte delle scene che oggi abitualmente sono girate in digitale, qui sono realizzate dal vivo).
Una roba che, in confronto, The Dark Knight era un telefilmone con uno vestito da pagliaccio.
Almeno, questo è l'effetto che mi ha fatto.
Quando ci andate voi (perché ci andrete), fatemi sapere che effetto ha fatto a voi.

Nota per i fumettari. In The Dark Knight Rises ci sono un paio di riferimenti importanti alla saga di Nightfall, ma questo l'avrete già sospettato. Ma è da QUESTA graphic novel che regista e sceneggiatori hanno pescato a piene mani... almeno, per tutta la parte centrale del film.
Se non la conoscete (scritta da Jim Starlin e disegnata da Berni Wrightson), recuperatela perché è straordinaria.

The Dark Knight Rises

Ci sto ancora rimuginando su.
Per ora, la mia prima impressione, e che non credo cambierà domani, è che The Dark Knight Rises sia il migliore della trilogia di Nolan e uno dei film più belli in assoluto dell'anno.

Anche se.

Domani vi spiego gli "anche se". E pure tutto il resto.

martedì 21 agosto 2012

Un giorno, qualcuno riderà di tutto questo.

Se un ipotetico viaggiatore del tempo facesse un salto ai nostri giorni provenendo, non voglio strafare, dal 1992, qual è la prima, grossa differenza di cui si renderebbe conto rispetto la sua epoca?

Ecco, quale.
La copertina disegnata da Mark Ulriksen per il numero di luglio del New Yorker è uno degli ultimi sguardi autoironici sull'umanità.
Forse, un giorno useremo tutti questa roba QUI e rideremo di quest'immagine che oggi fa solo sorridere.
E, più avanti ancora, rideremo con tenero compatimento di queste generazioni coattamente connesse 24 ore al giorno.
Forse.

lunedì 20 agosto 2012

Samsung WB690, prime impressioni.



Alla fine, ho abbandonato la Canon EOS.
Frustrato da una volta di troppo in cui schiaccio il pulsante di scatto e la Canon se ne frega e dalla mia manifesta incapacità di memorizzare le molteplici funzioni offerte da una reflex digitale moderna, ho rimesso tutto nella borsa e sono uscito a cercare una nuova fotocamera che potesse fare al caso mio.

I requisiti erano:
• una buona risoluzione, o che comunque mi permettesse di scattare immagini di almeno 2560x1920 pixel;
• uno zoom ottico potente che mi permettesse di catturare dettagli o soggetti lontani senza dovermi necessariamente avvicinare fisicamente al soggetto;
• dimensioni esterne più da compatta che da bridge, in modo da poterla infilare in tasca e portarla in giro senza dover prevedere borse e dimenticarsene quando non la si usa;
• un software veloce e comprensibile, e che includesse un certo numero di preset per le situazioni più comuni;
• la possibilità, nel caso mi girasse bene, di intervenire manualmente su tutti i parametri;
• spendere meno di 150 euro.
Risparmiando anche qualcosa su questa cifra, ho preso questa Samsung WB690.
Vi dico subito che non le ho ancora tirato il collo con un uso massiccio, e quindi queste, più che una recensione, sono veloci impressioni d'uso.
Compatta, è davvero compatta. È larga poco più di dieci centimetri e spessa meno di due centimetri e mezzo. Entra nella tasca posteriore dei jeans ma ha un peso rassicurante. Il corpo macchina è di plastica resistente e alluminio, non ha un'estetica esaltante ma si impugna piuttosto bene, è essenziale e funzionale: è tutto a portata di dito, e i pulsantini hanno un buon feedback tattile.

Il sensore è un CCD di 7,76 mm, classico 1/2 33″ montato nella maggior parte delle compatte, supportato da una risoluzione da 12 megapixel, molti di più di quanti me ne servano in effetti. Naturalmente, non mi aspetto chissà quali risultati qualora decidessi di alzare la sensibilità iso (che nella WB690 può arrivare anche a 3200), non essendo il sensore adatto ad assimilare molta luce.

Lo zoom ottico 18x e l’obiettivo grandangolare da 24 mm catturano immagini con un’inquadratura davvero ampia... e ritraggono soggetti e dettagli anche lontanissimi.
Il software prevede un sistema di riconoscimento automatico dei volti che, senza essere invadente, mi toglie parecchia fatica, e un doppio stabilizzatore (ottico e digitale) mi ha salvato parecchie foto che altrimenti sarebbero risultate mosse.


Una delle cose che mi mancava sulla EOS, era la possibilità di usare il display come mirino elettronico. Sarà anche più professionale appiccicare l'occhio direttamente nel mirino, ma mi piacerebbe poter scegliere, all'occorrenza. Per dire, le Canon che sono venute dopo la mia implementavano questa possibilità. Il display della WB690 è bello grosso, luminoso e molto definito. A richiesta, compaiono un sacco di indicazioni utili, e la sua sola mancanza è di non essere orientabile... ma non chiediamo troppo da un oggettino da centocinquanta euro.


In compenso, altra cosa che la EOS non faceva, la WB690 registra filmati in HD (720p) a 30 fotogrammi al secondo e basta un cavo HDMI per collegarla al televisore o al computer per rivedere in alta definizione foto e video.

Qui sotto, vedete qualche scatto realizzato con la nuova piccola Samsung (ridotti di due terzi rispetto gli originali, ma se ci cliccate sopra comunque si ingrandiscono).


Il sensore, se la luce è buona, cattura tutti i dettagli che mi servono. Ma proprio tutti.

Dimensioni originali, 1944x2592 pixel. Diaframma 4,6, esposizione 1/60.



Anche nelle riprese molto ravvicinate, non ho avuto problemi di messa a fuoco.

Dimensioni originali, 2592x1944 pixel. Diaframma 4,4, esposizione 1/60.


Foto notturna con flash. E mano molto poco ferma. Ma lo stabilizzatore fa il suo sporco lavoro.

Dimensioni originali, 2592x1944 pixel. Diaframma 3,2, esposizione 1/30.


Immagine scattata il primo pomeriggio, cielo coperto. Nessuna postproduzione, vi giuro. I colori sono caldi e il dettaglio non manca.

Dimensioni originali, 2592x1944 pixel. Diaframma 4,6, esposizione 1/45.


Qui ho usato il preset "panorami notturni". Probabilmente il bilanciamento del bianco è sballato, e nessuno aveva chiesto quei riflessi a stella. Ma, vi dirò, non mi dispiace. Un altro discreto lavoro dello stabilizzatore.

Dimensioni originali, 1944x2592 pixel. Diaframma 3,2, esposizione 1/30.


A cosa serve uno zoom potente? Tipo, fare foto come questa senza inibire i soggetti. E questo è soltanto un 10x.

Dimensioni originali, 2592x1944 pixel. Diaframma 7,3, esposizione 1/350.


Non vi basta ancora? Con lo zoom 18x, nessuno si accorgerà che state cercando di capire di che marca fossero i bikini delle tre tipe.

Dimensioni originali, 1944x2592 pixel. Diaframma 7,3, esposizione 1/350.


Se siete persone più serie di me, lo zoom ottico vi sarà utile anche per catturare irraggiungibili dettagli architettonici. Questo leone rampante era su un frontone lontano almeno trenta o quaranta metri da me.

Dimensioni originali, 1944x2592 pixel. Diaframma 4,4, esposizione 1/60.


L'obiettivo vagamente grandangolare della WB690, pur non sostituendo un vero grandangolo, è piuttosto adatto per riprendere le architetture. Sempre se non vi preoccupi la distorsione agli angoli dell'immagine.

Dimensioni originali, 1944x2592 pixel. Diaframma 5,8, esposizione 1/250.


Non sottovalutate la comodità di avere uno zoom potente. Ho ottenuto i miei ritratti migliori fotografando i soggetti a loro insaputa, e la distanza aiuta. Questo primo piano è stato scattato da circa quattro metri di distanza.

Dimensioni originali, 1944x2592 pixel. Diaframma 4,4, esposizione 1/60.



Questo soggetto era anche più lontano, circa sei o sette metri. Dove sto ancora lavorando è sulla riduzione della profondità di campo dell'immagine. Con la Canon ci ho semplicemente rinunciato.

Dimensioni originali, 1944x2592 pixel. Diaframma 4,4, esposizione 1/60.





Anche gli autoscatti più beceri, quelli fatti con la fotocamera tenuta davanti a voi col braccio teso, hanno una loro dignità. Ma magari, qui sono stato fortunato.
Dimensioni originali 2592x1944 pixel. Diaframma 3,4 esposizione 1/30.