mercoledì 31 ottobre 2012

Lucca, carpe diem.

Rispettando il cabalistico alternarsi annuale bel tempo/tempo di merda/bel tempo, quest'anno a Lucca Comics saremo tutti fortunati se avremo due giorni senza pioggia su quattro di manifestazione.
Uno di questi dovrebbe essere domani, quindi io parto domani: carpe diem.
Mi ero fatto un po' di programmi che poi destino e umane cose si sono divertiti a scombinare, ma non fa niente.
Cercherò di vedere tutti quanti, amici cosplayer e non, ci sincronizziamo col cellulare*, preferibilmente messaggi, perché in quel casino e l'elmetto da giudice in testa, figuriamoci se lo sento.
Domenica, poi, mi sa che non ce n'è per nessuno viste le terrificanti previsioni meteo, quindi ci si vede da domani a sabato, e per tutti gli altri lunedì qui sul blog, se non sono annegato.
È tutto?
Sì, direi che è tutto.
Buon Halloween, io stasera mi butto a letto che sono distrutto.

*se non avete il mio cellulare magari un buon motivo c'è, comunque basta che mi mandate un messaggio su Facebook e tutto si rimedia.

martedì 30 ottobre 2012

Ecco, questo mi piace.

Uno dei motivi per il quale non ho mai desiderato e/o comprato un iPhone 4, era la sua estetica.
Pur riconoscendone la pulizia del design, non ho mai digerito il suo aspetto da mattoncino di vetro, che hai voglia a raccontarmi che è un vetro bello resistente, ma sempre vetro è, e almeno due dei miei colleghi iPhone4muniti (e cioè quasi la totalità) sfoggiano una bella ragnatela di crepe sul display in seguito una caduta particolarmente sfortunata.

Però oggi ho visto questo i+Case, un case ricavato da un unico blocco di alluminio anodizzato e dettagli incisi al laser, e all'improvviso l'iPhone 4 mi è apparso molto più attraente.

L'i+Case si applica all'iPhone con quattro viti in acciaio inox (cacciavite in dotazione), ha pulsanti d'alluminio e fascia in maniera molto sexy lo smartphone più venduto di tutti i tempi.
Bello. Bello.
Se avessi un iPhone 4, ne comprerei subito uno.
Meno male che non ce l'ho.

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lunedì 29 ottobre 2012

Cinque cose che piacciono a tutti o quasi tutti e a me invece manco per niente.

Premessa: ognuno di noi ha i suoi gusti e le sue preferenze.
Che non è necessariamente tenuto a motivare o a spiegare, spesso perché non ci riuscirebbe neppure.
Provate voi a spiegare perché preferite il giallo al verde, o le arance alle banane.
De gustibus non disputandum est, ci rammentano i latini.
E per ogni preferenza corrisponde un'idiosincrasia... per le quali vale sostanzialmente il discorsetto appena fatto.
Stavo giusto notando, tempo fa, che alcuni dei miei gusti/idiosincrasie mi pongono spesso ai margini della famigrata “maggioranza”.
Proverò a citarne qualcuna, in ordine rigorosamente sparso.


Il calcio
È lo sport più popolare del pianeta. ventidue tizi strapagati all’inverosimile che corrono come dannati su un gigantesco campo d’erba per un'ora e mezza di fila e un breve intervallo, con in più tutta una serie di regole e regolette a complicare la cosa, e tutt’intorno milioni di altri tizi che li guardano scomodamente seduti su un sedile di plastica dura o più comodamente da casa sul proprio televisore.
Ecco, vi giuro che non capisco proprio cosa la “maggioranza” della gente ci trovi.
Posso capire il tifo, le emozioni ad esso legate, il senso di appartenenza, ma mi sfugge il perché: perché investirci tanto tempo, energie, denaro. Immagino che andare allo stadio con gli amici, vestiti coi colori della squadra possa rievocare alcuni riti tribali, e tifare e gioire o incazzarsi dagli spalti sia estremamente liberatorio. Sarà che sono troppo pigro o troppo misantropo, ma non so davvero chi me lo dovrebbe far fare ad affrontare una domenica di tifo calcistico attiva, a iniziare dal rassegnarsi a parcheggiare la propria auto a due chilometri dallo stadio fino ad incolonnarsi a passo d’uomo al rientro.
Trovo vergognosi, come già accennato, le paghe dei giocatori, fuori di ogni realtà.
Trovo deprimente che gli stessi giocatori vengano eletti a divi con immancabile contorno di fidanzate-veline e Ferrari e Lamborghini parcheggiate nel box.
Trovo imperdonabile che all’interno degli stadi vengano accettate come cose normali l’insulto sbraitato e scritto a caratteri cubitali, e che vengano considerate inevitabili risse, scontri, lanci di fumogeni, coltellate, motorini buttati giù dagli spalti. Se le stesse cose accadessero in strada si griderebbe alla guerra civile.
Allo stadio invece tutto ciò è socialmente accettabile, perché si è pagato il biglietto e c’è uno spettacolo in atto che mette in moto un’altra valanga di quattrini tra gli sponsor (che foderano ogni centimetro quadrato disponibile tra il bordo campo e le maglie dei giocatori) e la vendita dei diritti per le riprese televisive.
Ascoltate le cronache: periodicamente si rispolverano termini come “giro di vite” e “tolleranza zero”. Anche queste, fole per placare l’opinione pubblica saltuariamente colpita da episodi particolarmente efferati, quando addirittura non ci scappa il morto.


I vegetali
Ormai mi sono assuefatto alle facce stupite e vagamente diffidenti quando rivelo l'orrenda verità.
I vegetali non mi piacciono... e quindi non ne mangio. Dovrebbe essere semplice.
Niente melanzane, carote, fagiolini, peperoni, zucchine, barbabietole, spinaci, bieta, cavolfiori, asparagi, carciofi, ma neanche olive, capperi e sottaceti vari.
Non c’è un perché.
Non sono allergico, nessuno mi ha traumatizzato facendomi ingollare spropositate quantità di vegetali da piccolo: non mi piacciono e basta.
Con qualche piccola eccezione: mi piace un contorno di piselli, adoro i tramezzini tonno e carciofini, apprezzo una bella caprese.
Campo benissimo anche senza, vado al gabinetto e tutto il resto.
Eppure la gente continua a stupirsi, a dirmi “non sai che ti perdi” e dozzine di altre frasi che ho sentito dozzine di volte. È più disposta a comprendere un vegetariano, senza pensare che un vegetariano si nega molte più cose di me... e che se lo fa per motivi etici tanto di cappello, ma forse, tanto per coerenza, dovrebbe prima sbarazzarsi della sua cinta di vitello, delle sue scarpe di vacchetta e della sua borsa di cavallina.


La birra
La birra ha beei nomi (Stella Artois, Guinness, Heineken, Tuborg). Belle etichette, bell’aspetto, bella cornice (i pub, il legno, la spina, la compagnia): ma il sapore, proprio no. Non mi piace. Amaro con retrogusto amaro. Mi dispiace, vorrei sinceramente che mi piacesse la birra. Chi si scola con espressione estasiata una lattina ghiacciata sembra davvero mettersi in pace con Dio e col mondo.
E invece niente.
Non riesco che ad ingollarne pochi sorsi, prima che mi si chiuda l’esofago.
Sono invece un fan delle bibite gassate, Coca cola, Fanta e Lemonsoda, o, andando sull’alcolico, del Bacardi breeze, del Bellini o del Lemonhead, tutta roba da fighette commenterebbe qualche furbone con la panza da birra.
Può anche darsi. Il mio cocktail preferito: tre parti di Seven Up, due di succo di mela.



Il mare
Questo è in parte spiegabile: non so nuotare, quindi per me andare al mare significa solo alzarsi presto, preparare i bagagli, mettersi in marcia assieme a migliaia di persone che hanno avuto la stessa idea, restarmene incolonnato chiuso in un’auto che si surriscalda come un forno, cercare un parcheggio o pagarne salato uno, trovarmi un posto in spiaggia, cospargermi di crema e prepararmi a schiattare di caldo e di noia per le prossime quattro ore, sopportando radio dei vicini, pianti di ragazzini, sabbia che si infila in ogni dove.
Poi, bell’affare fare il bagno, condividendo la stessa acqua sporca di migliaia di altri esseri accaldati che vanno a pisciare in mare.
Quindi: fila per ficcarsi due minuti sono una doccia fredda, riguadagnare l’auto che nel frattempo si è trasformata in un forno crematorio, e rassegnarmi (again) a tornare verso casa incolonnato a passo d’uomo, in media un’ora e mezza per percorrere venti chilometri.
A casa, una nuova doccia, esame inorridito davanti lo specchio dei danni causati dall’eccessiva esposizione al sole (ma si sa, pur di sfoggiare un’abbronzatura da copertina ci si espone stoici a rischio di eritemi, ustioni e melanomi della pelle), caduta libera sul divano esausto.
Davvero, riesco ad immaginare decine di modi migliori di passare la domenica.


i film della Pixar
È successo un giorno imprecisato di tanti anni fa. Quando ci fu la transizione dai lungometraggi animati Disney tipo Il Re Leone o Il Gobbo di Notre Dame (Esmeralda era sexy come una donna vera) a quelli digitali come Toy Story, Cars, Ratatouille eccetera.
Qualcosa scattò in me. 
Non mi ci divertivo più. Fissavo lo schermo e pensavo: vé, che texture. Vé, che movimenti fluidi. Vè, sembra proprio acqua/plastica/legno/pelliccia. E poi, poco dopo: ma devo vedermi due ore di questa roba?
Guardando un film Pixar, la magia di una volta non mi si accende. Non riesco ad empatizzare con qualche milione di poligoni animati da un software, laddove gli altri vedono astronauti e cowboy coraggiosi, topi chef, famigliole di supereroi, robottini spazzini.
Mi ci sono sforzato, ma non ci riesco.
Pixel.
Poligoni.
Batterie di mainframe che ronzano da qualche parte ad Emeryville, California.
Invidio voialtri che vi appassionate, vi commuovete, fate il tifo, sghignazzate. Sul serio. 
Ho la sensazione di restare fuori da un fantastico mondo di sollazzo digitale, ma non posso farci niente.

sabato 27 ottobre 2012

[THE ART OF] Fabio Florio

Se seguite questo blog da un po', dovreste sapere che non abuso di questa rubrica.
Che di artisti e fotografi bravi in effetti in giro ce n'è, solo che non possono spendere tutta la loro giornata per farsi promozione e far sapere al mondo che esistono, anche se è proprio quello che gli servirebbe.
È quindi con particolare piacere (e il pizzico di orgoglio di chi si illude di essere tra i primi ad aver notato il suo talento) che oggi vi segnalo il lavoro di Fabio Florio, di cui trovate le gallery complete QUI e di cui ho selezionato la manciata di scatti che vi propongo.
Di mio, aggiungo soltanto ancora che lo trovo straordinariamente capace, professionale e non limitato ad un singolo filone... e pure che è abbastanza modesto da non riconoscerlo.
E adesso, tutte le mie prossime fotografie ufficiali, compresa quella da mettere sul passaporto e sulla lapide, le voglio fatte da lui.

venerdì 26 ottobre 2012

Potrebbe andare peggio.

Pronto? Salve! Vorrei un'informazione sul servizio che avete attivato mio malgrado sul telefonino. Cos'è? Ah... posso sapere chi mi ha chiamato quando avevo il telefono spento. Ma scusi, se l'ho spento avrò avuto i miei buoni motivi. No, comunque... sì, è interessante... quanto costa? Ah, però! Praticamente, io spengo il telefono e non usando il telefono pago per sapere con chi avrei parlato se non lo avessi spento. Geniale. Però pensavo... lo avete il servizio Chi sei? Le spiego, secondo me sarebbe molto utile avere dei messaggini promemoria, diciamo tre volte al giorno. Al mattino, un messaggino dovrebbe ricordarmi lo scopo dela mia giornata e - al tempo stesso – le linee guida della mia esistenza. È chiaro? Non è chiaro? Poi dopo pranzo, diciamo verso le due e mezza, in corrispondenza del primo calo d'attenzione della giornata, un altro messaggio: di conforto, di incoraggiamento: forza, Luca, dai... eh? Cosa? No. La sera tardi, poi, verso l'una di notte – magari l'orario può essere personalizzato – un altro messaggio: di bilancio, di consolazione anche, di speranza insomma. Un po' come una preghierina della sera, un lenitivo: non è andata male, poteva andare peggio, domani andrà meglio, dormi bene. Sa, perché c'è un sacco di gente sola... sola... pronto? Pronto? È ancora lì? Pronto?

giovedì 25 ottobre 2012

iMac, settima generazione.

L'altro ieri, assieme all'iPad Mini, abbiamo avuto anche una nuova generazione di iMac, la settima.
Per sentirne parlare bene, vi basta andare sul sito Apple e leggerne le meraviglie decantate da Apple.
Qui, invece, leggerete quello che Apple (o qualsiasi altro oste che decanta la bontà del suo vino) non dice a chiare lettere.
Se il nuovo iMac vi ha folgorato fin dalla prima immagine e avete già deciso in cuor vostro di comprarne uno, potete anche non continuare a leggere.
Altrimenti, soffermatevi sui seguenti fatti.

Il nuovo iMac occupa il 40% di volume in meno, ha uno schermo che riflette il 75% di luce in meno, vanta prestazioni grafiche superiori del 60% e, volendo, può essere dotato di Fusion Drive con SSD da 128 GB affiancato da 1 -oppure 3- TB di HDD tradizionale (più avanti torneremo su questo Fusion Drive, la sola nota, a mio avviso, davvero interessante).
Viene venduto con una dotazione minima di 8GB di RAM DDR3 a 1600 MHz, espandibili fino a 16GB nel modello da 21,5″ e 32GB in quello da 27″.

La settima generazione di iMac ha un case di alluminio che – sui bordi –  misura appena 5 mm di spessore, riduzione ottenuta (anche) laminando il vetro di copertura col pannello LCD, proprio come è stato fatto, e per lo stesso motivo, sull'iPhone 5. E proprio come per l'iPhone 5, se vi si rompe il vetro dovrete buttare anche il pannello LCD.
Decidete voi se è il prezzo giusto per guadagnare qualche millimetro di spessore... al quale dovete aggiungere anche l'abolizione del drive DVD (potete ancora averne uno, ma esterno, pagandolo ottanta euro e occupando spazio sulla scrivania e una presa USB).


Ma anche se abilmente camuffato dal marketing Apple, il vero nonsense è che nonostante tutta questa cura dimagrante, il nuovo iMac occupa lo stesso spazio del suo predecessore.
In altre parole, il nuovo form factor non risponde a nessuna esigenza pratica se non a quella del design (che è straordinario, eh, sono il primo ad ammetterlo), a rendere più complicato il do-it-by-yourself (addirittura l'upgrade della RAM è impossibile nel 21,5″) e a rimuovere il masterizzatore che, in parecchi ambiti professionali, tra cui il mio, è ancora una necessità, anche se non quotidiana.
Ma non è ancora tutto. Proprio in virtù dello spessore ridotto del case, il disco rigido di base nell’iMac da 21,5″ è sì da 1TB, ma ha una velocità di rotazione di appena 5400 giri/min, come sui vecchi portatili. Motivo per cui, se decidete di prenderne uno, ordinate come opzione quanto meno il Fusion Drive.

Cos'è il Fusion Drive?
Essenzialmente, un sistema d'archiviazione dei vostri dati che combina un disco rigido tradizionale con un'unità di memoria flash e che gestisce automaticamente e in modo “intelligente” le informazioni.
Nella memoria flash (ultraveloce) archivia le applicazioni, i documenti, le foto e tutto quello che viene usato più spesso; tutto il resto viene spostato nel disco rigido. In questo modo è possibile avviare il computer e lanciare in pochi secondi le applicazioni che usate di più e persino caricare più rapidamente tutti quei i file che usate con maggior frequenza: il sistema “impara” a conoscere le abitudini dell’utente.

Fusion Drive, disponibile come opzione sui nuovi iMac e sui Mac Mini quad-core appena presentati, deriva da tecnologie Intel (nel 2011 presentò lo Z68, un chipset pensato per l'integrazione di unità allo stato solido abbinate ad hard disk tradizionali, e venne snobbato dalla maggioranza dei produttori di PC) ma anche di Anobit, azienda israeliana specializzata in memorie NAND che Apple acquistò. Porta i vantaggi di un’unità SSD senza veder crescere i costi in maniera esorbitante ed è probabilmente la cosa migliore dei nuovi iMac.


Giusto per essere un pelo più tecnici, la soluzione proposta da Intel ai suoi clienti enterprise è caching con clonazione dei dati (i file vivono sull’hard disk e sono solo temporaneamente copiati sulla cache SSD a seconda dell’uso), mentre con Fusion Drive sono effettivamente copiati da un livello all’altro, piuttosto che essere solo copiati per fare da cache.
Il che non porta a prestazioni come si disponesse di un disco da 1TB a stato solido, sia chiaro, ma il MacOS ottimizzerà dei processi rendendo il tutto più efficiente... quanto più efficiente è ancora da vedersi.

mercoledì 24 ottobre 2012

Ancore di salvezza.


Ieri è stato presentato il nuovo iPad Mini, il cui plus, a sentire il marketing Apple, è la possibilità di poterlo tenere comodamente nel palmo di una mano, poiché oltre ad essere più compatto è anche più leggero (3 etti) e sottile (7.2 mm) dell’iPad.
Il nuovo iPad mini ha un display con diagonale di 7.9 pollici con risoluzione 1024x768 pixel a 163 ppi, un chip dual-core A5 e un’autonomia di 10 ore di funzionamento.
Supporta la tecnologia Wi-Fi 802.11n dual-band per velocità fino a 150 Mbps (prestazioni Wi-Fi quindi raddoppiate rispetto ai precedenti modelli di iPad) ed è disponibile nei modelli Wi-Fi + Cellular con supporto per gli standard dei network wireless di ultima generazione, inclusi LTE e DC-HSDPA. 
Gli iPad Mini con wi-fi saranno disponibili in nero e ardesia o bianco e argento il prossimo 2 novembre a 329, 429 e 529 euro rispettivamente per i tagli da 16, 32 e 64GB. I modelli che supportano la rete cellulare (e cioè quelli che hanno più senso nel nostro Paese dove le reti hi-fi gratuite sono praticamente inesistenti) saranno disponibili un paio di settimane dopo i modelli Wi-Fi e costeranno 459, 559 e 659 euro.
ll che ne fa, in assoluto, un oggetto vergognosamente caro.
In un'ottica aziendale, tuttavia, iPad Mini ha il prezzo esatto per evitare la cosiddetta "cannibalizzazione" degli altri due device IOS-based, e cioè l'iPad "normale" e il nuovo iPod Touch.
Esattamente come per il recente iPhone 5 e gli altri iDevice, ognuno si guarderà nel portafoglio e deciderà cosa fare dei suoi soldi.
Quanto all'ergonomia del dispositivo, non ho ancora preso in mano il piccolo iPad… ma a naso, credo che un formato 4:3 da 8 pollici sia di certo meno comodo di un 7 pollici in 16:9.
Anche l’iPad Mini può usare Siri, avendo la stessa architettura hardware di iPhone 4S e di iPad 2… però su iPad 2 Siri non è previsto, e questa è una delle ennesime scelte commerciali – e non tecniche – che tanto fanno incazzare chi spende centinaia di euro in questi device. 
Per quello che mi riguarda, io non rientro nel target di iPad Mini: adoro il mio iPad proprio perché il display dell'iPhone mi andava decisamente stretto, e poter navigare in mobilità usando le dita su uno schermo da nove pollici è un'esperienza che trovo gratificante e del tutto soddisfacente.
Fare quello che faccio adesso su uno schermo più piccolo per guadagnare in peso e portabilità è un compromesso che mi interessa poco, ma di certo ci saranno parecchi utenti per i quali quei centimetri in meno ne faranno l'oggetto perfetto per le loro esigenze.


Contestualmente, Apple ha presentato la quarta generazione di iPad.
iPad 4 (denominato ufficialmente iPad Retina) è dotato di chip A6X con prestazioni (anche grafiche) raddoppiate rispetto ad iPad 3.
Ha sempre 10 ore di autonomia, una migliorata compatibilità con LTE e WiFi 802.11a/b/g/n dual-band, una nuova fotocamera HD che cattura video a 720p, e naturalmente il nuovo connettore Lightning appena introdotto con l'iPhone5 e il nuovo iPod touch.
È la prima volta  che Apple aggiorna un suo dispositivo dopo soli sette mesi dalla precedente versione, e posso immaginare quanto farà piacere a chi ha acquistato un iPad 3, che presumibilmente si affannerà a mettere su eBay il suo iPad che puzza ancora di imballaggio per acquistare il nuovo.
Gli altri, si faranno una ragione che quella velocità in più non gli serve, e vivranno benissimo col "vecchio".

La mia opinione? 
Che sei mesi sono troppo pochi per separare una generazione dall'altra.
Ma, allo stesso tempo, comprendo perfettamente le ragioni di di Apple: dopo l'iPhone 5 e il passaggio al nuovo connettore Lighting, hanno deciso semplicemente di allineare tutta l'offerta dei dispositivi basati su iOS alla nuova interfaccia, contando anche sulla propensione della clientela – nel momento storico più favorevole che l'azienda abbia mai vissuto nella sua storia – a cambiare nuovamente il suo iPhone, iPod o iPad che sia (per non parlare che la mossa taglierà le gambe a qualsiasi concorrente per il trimestrale natalizio, da sempre il più proficuo dell'anno).
Una volta di più, è questione di scelta da parte nostra su come comportarci.
Ricordate la corsa ai megahertz nei primi anni duemila?
La velocità dei processori cresceva di mese in mese, e sembrava essere diventata l'unico parametro per scegliere il proprio computer. Adesso siamo passati al numero di core, e ad iPad o iPhone "più" qualcosa (più leggeri, più sottili, più veloci) ogni tot mesi.
Poi, certo… finché il meccanismo funziona, è il sogno di qualsiasi società che produca elettronica di consumo, quindi tanto di cappello alle scelte di Apple.
Ma rispetto al decennio trascorso, la frattura in termini di filosofia aziendale è evidente. Chi come me ne apprezzava le scelte strategiche e magari poco popolari a dispetto del denaro facile, non può essere felice di ciò che è diventata oggi Apple.
Io provo a trovarci qualcosa di bello in tutto questo, qualsiasi cosa, come farebbe un personaggio di Houellebecq, pronto a tutto pur di non rinunciare a quella programmatica sensazione artificiale di benessere indotto in cui Apple è diventata maestra, e alla fine ho ripensato a quei due ragazzi che ho visto l'ultima volta che sono stato al centro commerciale.
Camminavano assieme tenendo davanti i loro occhi i loro tablet, e sembravano, davvero, sembravano felici e ho capito: ovunque tu sia, con chiunque tu sia, l'ancora di salvezza esiste ed è alla portata di tutti: basta avere sempre l'ultima versione disponibile di qualsiasi cosa e tutti ti guarderanno come se fossi una persona migliore, immagineranno che avrai qualche importante motivo per voler tenere acceso tra te e la realtà quel lucido dispositivo elettronico.
E per osmosi anche tu inizierai a sentirti come gli altri ti vedono.
Che bello. Sto bene. Mi sento proprio bene.

martedì 23 ottobre 2012

Si stava meglio quando si stava peggio.

E con questo ho battuto tutti i record.
Un'ora e dieci per progettare un logo e presentare un abbozzo di immagine coordinata.
Ah, i bei tempi in cui salvavi tutto sul SyQuest da 44MB e chiamavi un pony express per farlo avere al cliente.

Senza guinzaglio.

Non so a voi, ma a me vedere muoversi questa specie di bestia robotica acefala fa una certa impressione.
E mi ha ricordato tantissimo il segugio robot di Fahrenheit 451.

lunedì 22 ottobre 2012

PlayMusic, anno uno, numero cinque

È in edicola PlayMusic numero cinque.
In questo numero si parla, tra gli altri, di Michael Jackson, dei Kiss, Cranberries, Joss Stone, Tom Morello, Alice Cooper, Venditti, Carboni, i Pet Shop Boys.
C'è un lungo speciale sulle presidenziali USA e la rubrica delle recensioni è stata "dopata" fino ad accoglierne un centinaio.
Date una mano all'editoria cartacea e compratevelo.
Tra l'altro, arrotolato è ottimo per ammazzare le mosche (provate a farlo con un iPad).
 

domenica 21 ottobre 2012

Cosplay in progress, 11

I dettagli sono importanti.
Specie quando tanto dettagli non sono.

venerdì 19 ottobre 2012

Il Ribelle.

Domani sera su Rai Storia.
Non ho idea di come sia il film, ma la locandina è mia. Buon weekend.

Non posso averla.

Ma neanche voi, perché è un pezzo unico.
Questa X-1 è stata realizzata da McLaren Special Operations per conto di un collezionista il cui nome non citerò per non farlo stramazzare al suolo seduta stante stroncato dall'invidia di molti di noialtri.
Non parlerò quindi lui, ma di questo concept, derivato dalla MP4-12C di serie.
Anzi, neanche sprecherò parole, perché la X1 è talmente bella da poter essere fruita anche solo con gli occhi.
Avete ancora due minuti da perdere?
Stando a quanto dichiara lo stilista  coreano Hong Yeo che l'ha disegnata, la linea della X1 si ispira alla:

Sì, una melanzana.

Ma se Hong Yeo è riuscito a includere una melanzana tra le sue fonti ispiratrici, diciamolo, non può non metterci anche questa: