giovedì 29 novembre 2012

Se c'è uno che può bullarsi, è lui.


Ok, è vero, uscire con un disco nuovo una volta ogni dieci anni forse è prendersela fin troppo comoda… ma un conto è fare musica elettronica.
Un altro conto è farla e chiamarsi come uno degli ex-membri della più importante formazione di musica elettronica di sempre.

Giusto stamattina, Maurizio mi informa della prossima – anche se non imminente, visto che se ne parla a febbraio – uscita di Off The Record, il nuovo album di Karl Bartos, ex-Kraftwerk dal 1975 al 1990… del quale il singolo, Atomium, circola un breve estratto che dovrebbe rispecchiare il mood del suo nuovo lavoro.


Per quel poco che si sente, sembra esserci stampato a chiare lettere il suo marchio di fabbrica: sintetico come un golfino dell'Oviesse, raffinato e intelligente, ispirato e ritmato.

Se siete già fan di vecchia data dei Kraftwerk e compagnia, sarete già in fibrillazione come me.
Se vi siete affacciati or ora sull'elettronica e pensate che i Depeche Mode o i Chemical Brothers ne siano i massimi esponenti, questa è la vostra occasione per  entrare nell'età adulta.
E se volete sentire qualcosa di Karl Bartos, cliccate QUI o QUI.

Karl Bartos nel 1978… 


…e oggi, per la serie: Kraftwerk sucks

mercoledì 28 novembre 2012

Sono nella media…

…un mesetto fa o più, avevo recensito QUI tre serie tv lanciate di fresco dalla ABC, senza restare convinto (non userò neppure più il termine entusiasta) da nessuna delle tre... e giusto oggi leggo che due di queste, Last Resort e 666 Park Avenue, chiuderanno i battenti al tredicesimo episodio della prima stagione, con i due script in più che il network aveva aggiunto agli 11 previsti.
Il mondo dei serial TV è senza pietà e uno dei più meritocratici al mondo: se non funzioni, chiudi e te ne torni a casa con la coda tra le gambe, e senza neanche che ti lascino finire di dire quello che stavi per dire.

Cosa ha affondato Last Resort e 666 Park Avenue?
Naturalmente, le medie d’ascolto. L’ultimo episodio di 666 Park Avenue è sceso a 4 milioni di spettatori (pochissimi per mantenere in piedi un serial moderno che può arrivare a costare anche milioni di dollari a puntata) mentre Last Resort, dopo essersi mantenuto sul filo della sopravvivenza con 7,3 milioni di spettatori è precipitato a meno di sei milioni nell’ultima puntata.

Quindi, ora cosa succederà?
Che le due serie subiranno l'onta di essere trasmesse in una fascia oraria di seconda scelta, ma la buona notizia, almeno per chi continuava giudicarle guardabili, è che verranno comunque prodotti tutti gli episodi, fino a un vero e proprio finale di serie (cioè senza cliffhanger).

Insomma, una volta tanto i miei gusti si sono rivelati perfettamente nella media, almeno quella degli spettatori americani.

E, fosse per me, avrei calato la scure anche su quella porcata di Revolution.

martedì 27 novembre 2012

Microsoft, dovrai fare meglio di così.


Come saprete, posseggo un iPad (il secondo), e mi ci trovo piuttosto bene.
Come per parecchie altre cose, il segreto per restarne soddisfatti è non aspettarsi che faccia ciò per cui non è stato pensato: ad esempio, creare contenuti.
Esistono naturalmente applicazioni per creare disegni, grafici, ritoccare fotografie eccetera... ma sappiamo tutti benissimo che la vera vocazione dell'iPad è un'altra.
Se volete il mio parere, se volete creare (e modificare e condividere) testi, musica, immagini, filmati o qualsiasi altra cosa, compratevi un computer desktop, e, se avete la necessità della portabilità, un portatile.
L'iPad (o meglio, gli sviluppatori che hanno scritto migliaia e migliaia di app per questa piattaforma) offre tutta una serie di compromessi in merito: alcuni appena passabili, alcuni piuttosto buoni... ma sempre di compromessi si tratta.
Non credo alla campana di crede che i tablet sostuiranno i PC tradizionali, e non credeteci neanche voi.
Aspettatevi dal vostro tablet prestazioni da tablet, e vivrete felici.

Fatto questo cappello, sarebbe da ingenui asserire che l'iPad non è migliorabile.
E per migliorare, ci sono due strade: o aspettare che i suoi creatori ne presentino versioni più avanzate, o che la concorrenza, copiando, migliori l'originale.

Apple è arrivata alla sua quarta generazione di iPad, e oltre a renderlo più veloce e a dargli uno schermo migliore, l'ha lasciato esattamente com'era all'inizio.
E ci può stare, formula vincente non si cambia, dicono.
Dopo due anni e mezzo d'uso, del resto, cosa potrei chiedere in più al mio iPad? Vediamo.

• una maggiore flessibilità nel gestire i contenuti: eliminare una canzone, un filmato o un'immagine, per dirne una, senza dover passare per iTunes.
• vedi sopra: poter importare contenuti multimediali direttamente con e nell'iPad. Con fili o senza. Di nuovo, iTunes è l'equivalente del doganiere di Non ci resta che piangere: chi siete? cosa portate? sì, ma quanti siete? un fiorino! Un'idea banale? Un ingresso USB o un lettore di card. Sì, Apple, fulminami pure.
• una maggiore "digeribilità" di formati del dispositivo, in particolare di quelli video: la maggioranza della roba che gira in rete è .avi, che l'iPad non legge. Insomma, se mi scarico l'ultimo episodio di Fringe in ufficio, voglio poterlo mettere sull'iPad e guardarmelo in treno mentre torno a casa. E, già che ci siamo, la possibilità di fruire dei sottotitoli (se è possibile farlo già da ora, e qualcuno sa come fare, me lo dice? grazie).
• la possibilità di espandere la risicata dotazione di memoria standard (la butto lì: uno slot per una scheda esterna?).
Altre richieste minori: una batteria più performante, una fotocamera migliore, uno stabilizzatore decente, una scocca bella come l'attuale ma resistente ai graffi e agli urti, e (sto sognando, giusto?) un'assistenza che non ti trattasse come se non avessi speso settecento euro per la sua roba.

Nel frattempo che Apple esaudisca i miei desideri, c'è sempre, dicevo, la concorrenza.
E quando Microsoft, lo scorso giugno, annunciò il suo Surface, ebbi la sensazione che, per la prima volta, stesse arrivando qualcosa che potesse in qualche modo scalfire l'egemonia dell'iPad.
Scocca in lega di magnesio, display in HD a 1080p da 10,6 pollici, una cover magnetica (inclusa) che integra una tastiera e un supporto per tenere sollevato il tablet, fino a 128 GB di storage, porte USB, microSDXC e Mini DisplayPort, un processore che straccia quello di qualsiasi tablet in commercio (un Intel iCore 5 Ivy Bridge, lo stesso montato sui MacBook Pro) e che consente al Surface di offrire da subito un ampio e collaudato parco software, a cominciare da Office e Photoshop.
Insomma, in teoria il meglio dei due mondi: la semplicità d'uso di un tablet e la potenza di  un ultrabook, il tutto gestito da un'interfaccia (quella a piastrelle di Windows 8) elegante e minimale.
In teoria.
In pratica?
In pratica, le cose stanno più o meno COSÌ.
E, sul serio, sono stupefatto che un colosso come Microsoft, dopo ben due anni dall'uscita di iPad e con alle spalle risorse praticamente illimitate in termini di ricerca e sviluppo, non sia riuscita a fare meglio di questo aggeggio semiazzoppato, lento e poco supportato.

Perché, e sarà la millesima volta che lo ripeto da questo e altri pulpiti, io ci metto zero a dare i miei soldi a chi migliora la mia cosiddetta "esperienza utente" anche se non ha una mela serigrafata dietro... ma Microsoft, facciamo che ci riprovi, ok?

PS Questo qui sotto, invece, mi ha fatto troppo ridere.

lunedì 26 novembre 2012

i 5 iMac che non abbiamo avuto lo scorso mese.

Lo scorso mese, Apple ha svelato la nuova generazione degli iMac, la linea di computer desktop di maggior successo della sua storia, e, tolta la trovata del Fusion Drive (ne parlo nello stesso post appena linkato), non è che lo stesso iMac del 2004, solo più snello, più veloce, senza più il drive ottico ma più costoso.
Attenzione, non sto parlando male dell'iMac, che comunque rappresenta un eccellente compromesso tra design, prestazioni e prezzo... ha delle notevoli limitazioni legate al suo stesso design, ma la mia sensazione è che il concetto stesso alla base dell'iMac sia arrivato a maturazione.
In altre parole, questa formula costruttiva (un computer fuso con lo schermo senza soluzione di continuità) ha mostrato tutto quanto si poteva dire.
E dopo?
Compito dei designer è immaginare il futuro.
E da sempre, i prodotti Apple stimolano la fantasia dei progettisti di tutto il mondo, portandoli a creare spontaneamente nuovi concept marchiati con la mela.
In questo di certo incompleto post, ho raccolto cinque idee di altrettanti designer che hanno immaginato l'erede dell'iMac... giudicate voi se, in mezzo a tanto esercizio di stile fine a se stesso, c'è anche qualche idea veramente valida per la prossima generazione dell'all-in-one più venduto del millennio.
Come sempre, cliccando sulle immagini, queste si ingrandiscono come per magia. Puff.

Concept di Jonathan House.
Come altri, Jonathan si è solo divertito col 3D, senza badare troppo alla fattibilità dell'oggetto.
Stipare tutta l'elettronica e l'alimentazione nella base già dev'essere in una specie di incubo per qualsiasi ingegnere… ma è lo schermo "nudo" a perprimermi.
Ancora di più: lo schermo "nudo" solo per tre quarti.
Insomma… o mi ci metti una "vera" cornice, o la togli del tutto.
Per il resto, le linee sono pulite, anche se va detto che, ora che il drive ottico è stato definitivamente affossato da Apple, non è poi così difficile disegnarne.

Concept di Adam Benton.
È da una decina d'anni che cinema e televisione ci suggeriscono che i computer del futuro avranno display sospesi a mezz'aria e saranno trasparenti.
Mi sfugge, devo dire, l'utilità della trasparenza… anzi, riesco a vederne solo i difetti, ma sarà un mio limite.
Ad ogni modo, in questo concept l'iMac ha uno schermo completamente trasparente quando è spento, mentre si comporterebbe come un display tradizionale quando è acceso, quindi l'usabilità dovrebbe essere garantita.
Anche qui, mi pare un pelo ottimistica l'idea di far entrare tutto quello che serve in una striscia d'alluminio, ma magari, tra qualche anno, chissà.

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iMac iView, concept di Nuno Texeira.
Secondo il suo creatore, l’iMac iView ha una forma arrotondata per assecondare la curvatura naturale dell’occhio… e offre all’utente un enorme touch screen, connettività 3G, uno schermo posteriore e due iSight integrate. 
Come altri concept,  l’iMac iView si spinge oltre le possibilità del reale ed ha soltanto la funzione di suggerire delle nuove soluzioni di design. La curvatura dello schermo mi sembra un'ottima idea, a condizione che si riesca ad eliminare il problema dei riflessi. Il monitor Nec CRV43  è finora il modello in commercio più aderente a quest'idea.

Viceversa, un sistema operativo basato unicamente sul touch screen per essere riuscito deve poter eludere, in qualche modo, l'affaticamento delle braccia… a meno di non ricorrere a un sistema di puntamento sullo schermo che non richieda un contatto fisico di alcun tipo.
Lo schermo posteriore, inoltre, mi sembra la feature più inutile del mondo, eccettuato un paio di usi didattici che possono venirmi in mente.

iMac Touch, concept di Joakim Ulseth e di Aj Mihalic.
Esistono già in commercio, e non dall'altro ieri, PC dotati di touchscreen, alcuni per niente brutti  e neanche cari (tipo, il TouchSmart 610 e 9300 di HP).
Anche Apple ha depositato brevetti di supporti in grado di inclinare lo schermo per consentire l’utilizzo in posizione quasi orizzontale del touchscreen … e c'era chi, alla vigilia del rinnovamento della gamma iMac,  si aspettava che, forte della sua esperienza con dispositivi mobili multitouch, presentasse una sorta di iMac Touch.
Cosa che non è accaduta (nei laboratori Apple devono risuonare ancora le parole di  Steve Jobs pronunciate nel corso dell’evento Back to the Mac del 2010 quando, presentando le nuove gesture multitouch di MacOSX Lion, affermò che Apple non ritiene ergonomico l’utilizzo in posizione verticale del touchscreen  e proprio per questo motivo tutte le gesture di OS X si eseguono solo tramite il Magic Mouse o la Magic Trackpad).
Eppure, Joakim Ulseth ha voluto provare ugualmente, immaginando una specie di iPad gigante montato su un supporto basculante, e il designer Aj Mihalic è arrivato a una conclusione sostanzialmente identica.
Giudicate voi se vi sembra una buona idea o solo un grosso wannabe iPad.
Subito sotto, un altro concept di iMac touch, stavolta firmato da Arthur Reis.

iMac OLED. Se conoscete l'autore del concept, segnalatemelo.
La tecnologia OLED permette di realizzare display ad emissione di luce propria (a differenza dei pannelli LCD che sono retroilluminati), il che permette di realizzare schermi sottili come un foglio, curvi, pieghevoli, arrotolabili, e che richiedono poca energia per funzionare.
Questo concept prevede un Mac con un display ad estensione variabile: in sostanza, si può estendere o restringere a seconda delle necessità del momento, e immagino implementi un qualche tipo di processore grafico che riallochi dinamicamente i pixel sullo schermo in funzione della sua estensione.
Un progetto piuttosto pulito, ma non vedo dove è stata sistemata l'elettronica. Magari, ottimizzando e garantendo un flusso di dati stabile senza fili, si potrebbe immaginare di ficcare tutto nella tastiera.

venerdì 23 novembre 2012

Un Polpo alla gola.


In genere, unirmi al coro (qualsiasi coro) è qualcosa che non appartiene alle mie corde (sempre parecchio snob, lo riconosco), e ancor meno salire sul carro dei vincitori di turno... ma, sul serio, il solo, grosso difetto che mi sento di ascrivere all'opera ultima di ZeroCalcare – osannato da legioni di fan e celebrato dalle prime posizioni di vendita su Amazon – è che le sue 190 pagine finiscono troppo, troppo in fretta.



In Un polpo alla gola  troverete amicizia, fedeltà, complicità, cattiveria (anche se figlia dell’ingenuità), disillusione e voglia di non crescere (di cui ZeroCalcare è un cantore contemporaneo, anzi, probabilmente il cantore)... oltre che il senso di colpa, che è poi il tema dominante di tutta l’opera, che, per inciso, mi ha rievocato, e fortissime, suggestioni da Stephen King e il suo Stand by Me.



In poche parole, Un polpo alla gola è una sorta di miracolo editoriale che le suona (e di santa ragione) a qualsiasi graphic novel recente (dove con recente intendo degli ultimi tre o quattro anni) che sia italiana o meno, e che dimostra che le cose belle si possono e si devono fare.


Compatelo e leggetelo.
È il miglior consiglio che oggi riceverete, fidatevi.


giovedì 22 novembre 2012

Una case history.

Quotidianamente, sulla mia scrivania arrivano richieste come: progettare l'immagine per la Convention Vendite Corporate [nome gigantesca società produttrice d'energia], un evento che, messo giù con queste sole parole, ha ben poco da trasmettere.
Generalmente, tale richieste sono accompagnate da alcune scarne informazioni, quali la data e la location, quest'ultima spesso determinante per capire in che direzione muoversi.

In questo caso, la location era Ibiza.
E se pensate a Ibiza, cosa vi viene in mente?
Sballo. Musica. Pillole. Promiscuità sessuale. Ancora musica. DeadMou5e.
Il Pacha, lo Space, l'Amnesia.
La metildiossimetamfetamina.
Svegliarsi alle undici e mezza su una sdraio a Cala Tarida con addosso una tipa ancora più fatta di te vestita solo col pezzo di sopra del bikini e degli stivaletti di vernice e tu che pensi: "Oh cazzo, speriamo che sia maggiorenne".

Cancellato il dovuto da quest'elenco scarabocchiato su un foglio A4 piegato in due sul lato lungo, cosa restava?
La musica.
E un po' di sballo, anche se non ufficialmente.
E poi, c'è sempre da considerare l'area merceologica del committente.
Vende energia?
Un riferimento all'energia ci deve stare.
Musica più energia. Due elementi neanche troppo difficilmente miscelabili, a dire il vero.

Abbiamo trovato un claim.
Il claim è quella frase ad effetto che definisce l'evento: una specie di titolo, se volete.
Il claim dev'essere breve, evocativo, completo e compiuto.
Dev'essere facile da pronunciare, piacevole da sentire e memorizzabile con facilità.
E spesso è in inglese, perché… perché suona meglio, ecco perché.
E, no, le regole non le ho fatte io.
Il claim che abbiamo scelto è Energy is in the air.
E la prima cosa che mi è venuta in mente è l'air guitar.
E il primo layout che ho creato è stato questo qui:
Il modello non aveva nessuna chitarra. Quella che vedete l'ho disegnata io usando lo strumento matita di Photoshop col colore bianco di primo piano e assegnando uno stile di livello per simulare una chitarra fatta di sola energia elettrica.
L'immagine viene composta col claim (scritto con la font istituzionale del cliente, e non la prima che mi viene in mente possa starci bene), il tipo di evento, data e location (seguendo una precisa gerarchia nell'assegnazione dei corpi) e, naturalmente, il logo a firma, che, come da guidelines (le guidelines sono un insieme di norme che disciplinano l'uso di ogni elemento di comunicazione di una determinata società), è posizionato nell'angolo inferiore destro.

Il layout viene sottoposto al cliente, che dopo qualche ora di riflessione, decide di bocciarlo.
Il tizio non convince, e nonostante il mood festaiolo dell'evento, vogliono qualcosa di più "moderato". Parole loro.
La musica, però, va bene. Quella vogliono tenerla.
E io la tengo, così come tengo l'idea della energy guitar.
Realizzando un secondo layout platealmente ispirato alle vecchie pubblicità dell'iPod. Non stiamo realizzando advertising vero e proprio, quindi non ci sono problemi legati a plagi o ad Apple che si fa girare le scatole e allerta i suoi già indaffaratissimi avvocati a caccia di device con angoli arrotondati (se non sapete di cosa parlo, leggete QUI).
Per il colore di fondo, utilizzo uno dei due colori sociali del cliente. 
Uso una nuova fotografia di una modella, che tratto fino a renderla una shilouette usando comandi come Soglia e rifinendo i risultati con una maschera di livello. Ridisegno l'energy guitar con la stessa tecnica, e utilizzo anche fotografie di veri fulmini montandoli in modalità "scolora".
Questo layout viene bocciato ancor più velocemente del primo.
"Sembra che la tipa sia stata fulminata", è il commento lapidario.
Inoltre, l'elemento umano è tradizionalmente poco ben visto nella comunicazione di [nome gigantesca società produttrice d'energia]. 
Sottraendo l'elemento umano dall'illustrazione, mi resterebbe una chitarra d'energia che balena nel buio a mezz'aria… e rischia di apparire un'immagine troppo spettrale, tutto considerato.

Bisogna capire quando ci si infila in un vicolo cieco, e prendere il coraggio di fare marcia indietro per imboccare una strada completamente diversa.
Non vale solo per la grafica, ma in questo caso ho ricominciato da zero, tenendo come paletto solo la musica.
Non ho più molto tempo (neanche all'inizio, ad essere sinceri), quindi non posso perdermi dietro sperimentazioni e concetti troppo fumosi.
Di comune accordo col copywriter, modifichiamo leggermente il claim, che  diventa Energy On Air. In onda.
È una soluzione meno creativa, più "seduta" e che propone un'immagine 3D di un paio di cuffie da dee jay. 
Lavorando un po' con Photoshop, creo un'illusione di movimento e di luce, e un collegamento per nulla sottinteso con un logo aziendale luminoso.
È didascalica da far ridere, ma convince tutti.
Con minime modifiche, è quella che entra in produzione.

Questo esempio esplora come, in taluni ambiti, non necessariamente un'immagine di impatto sia la più adatta ad un certo tipo di comunicazione.
Più spesso di quanto pensiate, la prima preoccupazione di chi sovrintende alla comunicazione è non "spaventare", non sovvertire, non rivoluzionare.
Per tutta una serie di ragioni che ora sarebbe prolisso – e anche un pelo deprimente – elencare.

mercoledì 21 novembre 2012

C'erano una volta. E ci sono ancora.

C'era(no) una volta le VHS, ma questo dovreste ricordavelo da soli.
Brutte, rumorose, ingombranti, inaffidabili e di bassa qualità.
E, sì, ci siamo andati avanti quasi trent'anni.
Io ne avevo un numero esagerato. Ordinatamente ficcate negli scaffali con le etichette fatte da me con la stampatina laser e i titoli in Neu Six black corpo 26 e sottotitolo con regista e anno in Eurostile Demi corpo 11. Fisime da grafico, se volete.
E ricordo perfettamente come la prima ragazza che mi chiese di andare a vivere da lei cambiò velocemente idea quando le risposi: "Ok, ma dove le mettiamo le videocassette?"
"E vabbé, quante ne potrai avere?"
"Uhm, non so… un quattrocento. Forse quattrocentocinquanta".
(lunga pausa)
"Eh, adesso ci penso… ti faccio sapere".
So che ora si è sposata con uno che fa il mio mestiere, e negli ultimi dieci anni l'ho vista tipo tre volte.

Scampata convivenza a parte, inevitabilmente poi arrivò il declino. Arrivò il dvd, internet, You Tube, lo streaming, muli e torrenti e le VHS finirono, come tanta altra roba prima di loro, nel cassonetto.
Come tanti altri, iniziai a riempire i bustoni neri di VHS e a ricomprare i film in dvd. 
Prima gli imprenscindibili. Le pietre miliari. Gli immortali. Kubrick, Truffaut, Burton, Scott.
Poi, quelli semplicemente fighi. Cameron, Nolan, Verhoeven.
Poi, man mano, tutti gli altri, per arrivare alle cagate imperdonabili, tipo Barb Wire che comprai su una bancarella a sei euro solo per guardarmi Pamelona in copertina.
Ma non tutto era stato digitalizzato, no.
C'erano delle grosse lacune, roba inspiegabilmente ignorata dai distributori italiani e altra, ok, più spiegabilmente, che non è mai stata ripubblicata in dvd o in blu-ray, almeno nel nostro Paese.
Qualche nome?

Orwell 1984, Michael Radford. ne parlo QUI.
O Moebius, di Gustavo Mosquera del 1996. Un film indipendente argentino su un paradosso matematico e un convoglio della metropolitana che svanisce letteralmente in un'altra dimensione.
Flash Gordon, di Mike Hodges, 1980. Una megaproduzione italiana che si è guadgnata una nomination ai Razzie Awards come peggior attore protagonista e con una colonna sonora dei Queen indimenticabile.
Thomas in Love, di Pierre-Paul Renders del 2000. Il protagonista non si vede mai, ma in compenso c'è lo striptease digitale più eccitante della storia del cinema.
Altra roba che manco nomino per evitare i vostri sfottò (ma se cercate nelle pieghe di questo blog, li troverete).

E poi, Ultracorpi: l'invasione continua. È il terzo adattamento cinematografico del romanzo di Jack Finney L'invasione degli ultracorpi (The Body Snatchers, 1955), a firma del poco prolifico ma talentuoso Abel Ferrara.
Forse l'unico Ferrara "di genere", l'unico basato su una struttura lineare e riconoscibile anche da chi non conosce il suo stile: niente proclami, moralismi, dicotomia tra colpa e redenzione. Semplicemente un grande film di sottintesi e di contraddizioni ambivalenti, con una bellissima Meg Tilly e Forrest Whitaker alla sua miglior performance dopo Ghost Dog.
E uno dei cinque film il cui finale mi mette addosso ancora brividi veri.
E l'altro giorno, forse perché ne avevo parlato in QUESTO post, mi è tornata addosso la voglia di rivederlo.
Ma… niente dvd. Niente blu-ray. Niente streaming. Niente di niente. 
Ho spulciato eBay, e ho trovato questa: una vecchia VHS ex noleggio, a pochi euro.
Che dopo qualche giorno è arrivata sulla mia scrivania, e, devo dirvelo, ha fatto un certo effetto.
Non me le ricordavo neanche così grandi.
Brutte.
Di un'altra epoca.
Di una plastica nera da quattro soldi, con gli adesivi col codice della videoteca scritto col pennarello.
Un reperto.
Dovevo proprio fotografarvela.

martedì 20 novembre 2012

Ars Es Celare Artem.

Sono partito da una (mia) fotografia di una statua di non ricordo quale palazzo dell'EUR.
Photoshop, 2126x3239 pixel.
Se vi piace, potete scaricare da QUI il solito media pack (un desktop e due formati per iPhone e iPad, entrambi retina). Il link scade tra quindici giorni.

sabato 17 novembre 2012

[Top Five] Tutti i brividi del cinema.

L'altro giorno vi ho raccontato di una scena di 2001: Odissea nello Spazio che ancor oggi, a rivederla, mi mette addosso i brividi.
I brividi, secondo Wikipedia, sono sono rapide contrazioni asincrone provocate da impulsi cerebrali involontari riflessi.
Oltre che per scaldare il sangue in condizioni di estrema necessità, insorgono a fronte di determinati stati emotivi.
Paura, gioia, estasi. 
Una visione che attraversa ogni nostro filtro razionale o irrazionale e fila dritta a a toccare qualcosa di remoto dentro di noi.
È un momento speciale, e quella scena, in quel film, me l'ha procurato.
Ma sarei ingiusto a dire che, tra le migliaia di film coi quali sono cresciuto, è l'unica ad avermi fatto un effetto simile.
Questa Top Five è nata esattamente così.
Cinque momenti indimenticabili di altrettanti film che hanno toccato quella corda nascosta dentro di me.
Che magari a voi non direbbero nulla. 
Ma il mondo è meraviglioso proprio perché è vario, e per questo conoscere anche qualcuno dei vostri momenti da brivido arricchirebbe ulteriormente questo post.

Brivido numero 1
L"invasione degli ultracorpi è una di quelle quattro o cinque storie seminali di tutta la fantascienza alle quali qualunque autore che si cimenti nel genere alla fine, deve qualcosa.
Se non sapete di cosa parlo, un po' vi compatisco, e un po' vi invidio perché potete vederla oggi per la prima volta e restarne cambiati per il resto della vostra vita, godendo dell'originale di Don Siegel del 1956 e dei remake (rispettivamente del 1978, 1993 e 2007), uno dei quali sorprendentemente buono, uno piuttosto buono e un terzo passabile.
Il momento da brividi che inserisco in questa Top Five ê tratto dal secondo remake, Ultracorpi: l'invasione continua, a firma del non ultimo arrivato e controverso Abel Ferrara.
È l'ultimissima sequenza del film. I due sopravvissuti atterrano in una base militare con un elicottero col quale hanno appena compiuto una liberatoria distruzione di baccelloni giganti e atarassici invasori.
La cinepresa si sposta su un uomo. È un addetto alla pista, giubbotto, cuffia e occhialoni regolamentari,che manovra a mano i suoi segnalatori per agevolare la manovra d'atterraggio.
Lo vediamo fermarsi e stagliarsi indifferente contro un cielo indifferente striato di nuvole indifferenti.
E proprio allora sentiamo ripetere fuori campo, rallentata e definitiva, una delle frasi ascoltate nel film.
Dove vuoi andare? Dove vuoi nasconderti? In nessun posto. Di quelli come te, non ne è rimasto nessuno.
Titoli di coda.
In quel non-mostrare, in quel non-raccontare, in quell'ultimo fotogramma c'è concentrato tutto l'orrore, lo svanire di ogni speranza, l'estinguersi dell'umanità così come è esistita finora.
Terrificante.

Brivido numero 2
Guerre Stellari. Episodio IV, il primo mai apparso al cinema, il capostipite.
Per inciso, io sono tra coloro che giudicano superflua o comunque malriuscita la seconda Trilogia, non giudicano immortale la prima ma comunque un autentico spasso e un abilissimo orchestrare di personaggi uno più azzeccato dell'altro (che poi è la formula vincente di ogni storia, vedi Lost, giusto per fare un esempio recente).
Uno di questi personaggi è Obi-Wan Kenobi, uno dei pochissimi cavalieri Jedi sopravvissuti al progrom dell'Impero.
Obi-Wan è uno degli ultimi custodi della Forza.
Porta negli occhi l'orrore e la distruzione perpetrati dall'imperatore e dal suo dobermann al guinzaglio, Darth Vader. Abbastanza fiero da non farsi mai intimidire da un nemico soverchiante, abbastanza nobile da non cedere alle tentazioni del Lato Oscuro, abbastanza saggio da ritirarsi e scomparire per anni prima di prendere Luke sotto la sua ala e addestrarlo ai principi della Forza.
Obi-Wan affronta il suo discepolo caduto nel penultimo atto del film, nel primo duello con spada laser che sia mai mostrato sullo schermo, e apparentemente... Perde.
In realtà, quando viene colpito dall'ultimo fendente di Vader, semplicemente abbandona questo ingrato livello e si ricongiunge alla Forza.
I brividi arrivano uno o due attimi prima.
Obi-Wan sta combattendo contro Vader, infervorato come un furetto. Obi-Wan, invece, sembra giocare di rimessa.
A un certo punto, Luke e gli altri stanno per salire sul Millennium Falcon e abbandonare la Morte Nera. Obi-Wan scorge Luke e capisce che Il Momento è arrivato.
Sorride.
Un sorriso appena percettibile, l'ultimo e il più importante.
Chiude gli occhi e abbassa scientemente la guardia.
Vader, che della Forza ha sempre capito tutto a rovescio, non se lo fa ripetere e lo abbatte, ritrovandosi con una tunica vuota.
Nel sorriso dimesso di Alec Guinness, c'è il sacrificio ultimo, c'è il trionfo del bene sul male, c'è tutta la fiera superiorità di una stirpe quasi estinta di cavalieri che vivono per mantenere l'universo un posto più giusto dove vivere.
Il tutto mentre Vader gioca a chi ha la spada più lunga.

Brivido numero 3
The Black Hole. Un vecchio film Disney che, se non fosse per il personaggio del robottino saccente V.I.N.CENT, non sembrerebbe neanche un film Disney, ma una rivisitazione in chiave oscura e Space-opera di Ventimila Leghe sotto i Mari.
Scenografie, sceneggiatura e cast sono ad ottimi livelli, e il finale del film è quanto di meno disneyano possa mai essersi visto in una produzione del Sorcio.
In realtà, quello che rende tutto più inquietante, non è il buco nero del titolo che rotea sullo sfondo per tutto il film, senza apparire mai veramente minaccioso, no.
È Maximilian.
Maximilian è il robot del dottor Reinhardt, enigmatico, non ha una sola battuta in tutto il film (in realtà, non ha neanche una bocca)… e apparentemente è ai suoi comandi.
Maximilian è il Male Assoluto fatto macchina.
Più o meno a mezz'ora dall'inizio del film, Maximilian volta la sua testa su uno snodo privo di attrito, emettendo un suono sommesso del servomotore, e resta a fissarmi col suo unico occhio rosso rubino.
È come sentire posarsi su di sé lo sguardo di Satana in persona.
E, ve lo giuro, oggi, come trent'anni fa, mi si gela il sangue.
Disney. Roba che non ci si crede.

Brivido numero 4

Metropolis. 1926. Ho già parlato di questo gioiello del cinema espressionista, la cui visione è un atto dovuto verso l'umanità.
Una visione lucida e anticipatoria, una favola industriale con un apparente lieto fine, una fonte di ispirazione per il cinema di fantascienza tutto.
E poi, naturalmente, c'è il robot più bello mai disegnato.
Un robot donna, freddo come il ghiaccio, una blasfema imitazione della vita umana, un cavallo di troia mandato a ingannare e sobillare il popolino.
Una volta che il suo creatore Rotwang le ha dato le fattezze della profeta Maria, Joh Fredersen le si avvicina e la istruisce.
La Maria robotica fissa a sua volta il signore di Metropolis. Sorride a labbra chiuse, compostamente. E fa un'occhiolino.
Meccanico.
Blasfemo.
Un insulto alla vita umana tutta.
La macchina antropomorfa merita di finire sul rogo del finale, ma prima farà tutto il danno possibile. 
Sinistra e lontanissima dall'umano come niente altro mai apparso sulla Terra.

Brivido numero 5
2001: Odissea nello spazio occupa di nuovo un posto in questa classifica.
Ma stavolta ho scelto un momento diverso.
Bowman è arrivato solo a metà del suo Viaggio.
Il viaggio dimensionale l'ha preparato a tutto, ma non alla banalità più assoluta.
La sua capsula si è appena fermata sul pavimento di una stanza stile impero, senza finestre, perfettamente arredata. 
Si sigilla nella sua tuta spaziale ed esce. 
Cammina nell'appartamento vuoto, cercando di dare un senso all'impossibile.
Poi, il colpo di genio di Kubrick, che sceglie di spostare in avanti nel tempo l'azione attraverso una staffetta di cambi di punti di vista di Bowman… che inizia a vedere se stesso consumato da un anomalo scorrere tempo manipolato dal monolito.
Con uno sbigottimento talmente immenso da non immaginare neppure che possa esistere una spiegazione razionale.
Bowman è chiuso in uno scafandro rosso fuoco, un giocattolo lucido in una stanza asettica e bianca.
Non crede più ai suoi occhi, ma guarda attraverso la porta socchiusa.
E vede.

venerdì 16 novembre 2012

Guarda e impara (26).

Qualcosa che mi è piaciuta nel panorama pubblicitario negli ultimi tempi. Cliccate per ingrandire (su alcune).
Cliente: Sears optical.
Agenzia: Lg2, Quebec, Canada.
Un altro esempio geniale in cui il prodotto reclamizzato non viene mostrato, ma piuttosto ne vengono mostrati i beneifici con un'iperbole. 

Cliente: Beauty bazar Harvey Nichols.
Agenzia: Adam & Eve DDB, Inghilterra.
"Amati". Una modella ben truccata e acconciata, uno specchio e suggestioni saffiche. E il gioco è fatto. 

Cliente: Associazione vittime degli incidenti stradali.
Agenzia: Publicis Bucarest (Romania).
Il claim: "Ok, non è vero. Normalmente, le vittime sono degli innocenti". Le campagne sociali sono tra le mie preferite. E spesso puntano su immagini a forte impatto emotivo o anche solo divertenti, come in questo caso, per focalizzare l'attenzione su un problema grave. È un approccio che funziona molto più dei facili moralismi o dei pietismi da prima serata. 

Cliente: Curaprox.
Agenzia: Imelda Ogilvy, Ljubljana (Slovenia).
Questa dovete guardarla ingrandita, per capirla. Squisitamente "grafica". 

Cliente: Renault.
Agenzia: Publicis Conseil (Francia)..
1700 chilometri d'autonomia con un pieno. È quanto promette Reanult per la sua nuova Megane, che compie con questa multisoggetto un piccolo capolavoro di sintesi grafica… il tutto, senza mostare l'auto. 

Cliente: Land Rover.
Agenzia: Publicis Conseil, Parigi (Francia).
A volte, per ottenere un effetto dirompente, basta spostare uno dei termini dell'equazione. Cinque minuti di Photoshop e guardate qua. 



Cliente: Sithl.
Agenzia: Greekvertising Athene (Grecia).
Come pubblicizzare una sega circolare particolarmente silenziosa (solo 88 decibel)? Così. Se non la capite, cliccate e ingrandite. 



Cliente: Mercedes.
Agenzia: Shanghai Berlino (Germania).
Una volta di più, oltreconfine i pubblicitari non hanno troppi problemi a pubblicizzare qualcosa (la Mercedes classe B, in questo caso) senza necessariamente schiaffarne una fotografia scontornata e piazzata su un fondo bianco. Il plus del monovolume di Stoccarda, utilizzato da moltissimi tassisti in Germania, è lo spazio interno che offre ai suoi occupanti. L'uso di illustrazioni a metà tra il surreale e l'iperrealistico era la scelta migliore possibile per questa multisoggetto. 

Cliente: Carta assorbente Snob.
Agenzia: Talent, São Paulo (Brasile).
Chiudo con questa. Un'immagine sola, semplice, surreale e divertente. Ricordate che amplificare fino all'assurdo i pregi di un prodotto, non è mentire: è pubblicità. Alla prossima.