venerdì 27 dicembre 2013

Racconto di Natale.


Questo racconto si basa su fatti assolutamente veri, ma accaduti troppo tempo fa perché possano essere perseguibili, da una parte o dall'altra.
Non ho romanzato nulla, salvo l'atmosfera prenatalizia… e se, tra chi legge, qualcuno avrà un grosso deja vu, sì: si tratta proprio di quella volta che.

"Siamo vicini?"
"È tra cento metri. Circa. Dopo il semaforo gira a destra e poi subito scendi la rampa".
Guardo Alessandro seduto accanto a me e poi dritto attraverso il parabrezza appannato. Lo sbrinatore non funziona bene, ma in questa macchina, c'è da dire, c'è poco che funzioni davvero bene.
Di buono c'è che dietro c'è un sacco di spazio. C'è entrato tutto il motorino di Alessandro senza dover lasciare il portellone aperto.
Il motorino che ci portiamo dietro è di Alessandro solo da qualche giorno.
L'ha comprato di seconda mano, ma quando l'ho visto avrei potuto dire che era di terza, di quarta o anche appartenuto a Giuseppe Garibaldi in persona. 
Uno di quei Boxer o Sì o neanche mi ricordavo cosa, che si avviano pedalando e che sono poco più di una bicicletta carenata con un motore da un cavallo e mezzo imbullonato sotto.
Nessuno li produce più. Adesso il minimo che puoi portarti a casa è uno scooter giapponese in fibra di carbonio e uno slot per l'iPhone e un motore ecologico che invece che monossido di carbonio scorreggia una nuvoletta verde, ma per favore.
Il budget di Alessandro era limitato (ok, un modo elegante per dire: non aveva un soldo) e quindi anche le sue opzioni erano limitate.
Quando è saltato fuori l'annuncio di questo rottame per trecentomila lire, ha telefonato, si è informato, è partito. Con i soldi nel portafoglio in tagli assortiti, una mazzetta spiegazzata e multicolore che stava per trasformarsi – nei suoi auspici – nel mezzo che l'avrebbe liberato dal pantano dei mezzi pubblici di Roma, che se non vivete qui non tenterò neanche di spiegarvi cosa significa.
Pantano. Ecco, dovrà bastarvi questa parola.
"Trecentomila lire? Scusa, ma cosa ti danno per trecentomila lire?", gli avevo chiesto.
"Beh, cammina… è quello che mi serve. E poi di più non posso permettermi. Andrà bene".
Non sono suo padre, né suo fratello maggiore. Sono solo suo amico, e se lui decide che gli va bene, figuriamoci se non va bene anche per me.
L'ho risentito ieri sera. 
Per telefono. Voce mogia.
"Mi servirebbe un piacere…"
"Non me lo dire. Il motorino".
"Devo riportarglielo".
"Gesù. Che è successo?"
Non partiva più. Neanche a spingerlo. Se l'aveste visto, avreste provato ad attaccargli un defribillatore, più che farlo vedere da un meccanico.
Alessandro l'avrebbe fatto camminare con la sola forza di volontà, se fosse stato fisicamente possibile.
Ma viviamo in un mondo crudele dove basta una naturale morte meccanica ad affossare le nostre aspettative, e così poco fa abbiamo caricato di peso il cadavere di ferro nella mia macchina, e siamo partiti per una Missione Senza Speranza: farsi restituire il maltolto.
Perché Alessandro è diverso da me, lui un minimo di fiducia nel genere umano ce l'ha ancora, io invece penso che il tuo prossimo, appena può, ti ammolla lo stereo col mattone dentro e, non contento, corre al bar a vantarsene con gli amici.
"Qual è il tuo piano?", gli ho chiesto, guidando nel freddo dell'antivigilia, senza riuscire a farmi scaldare dal bagliore intermittente delle millemila luci blu e bianche appese lungo la strada.
"Beh, gli parlerò".
"Gli parlerai".
"Il motorino era già morto. L'ho fatto vedere ieri. L'impianto elettrico si reggeva con un pezzo di nastro isolante. E il cilindro è bucato. Non so neppure come si sia avviato quando me l'ha fatto vedere la prima volta".
"Insomma, uno stereo col mattone".
"Cosa?"
"Sì, beh, la sola, la fregatura, l'imbroglio. Non credo che non lo sapesse".
"Non lo so. Ora, però, devo cercare di riavere i miei soldi. O almeno, una parte. Non ne ho né per comprarne un altro, né per aggiustare questo".
"Hm-hm. Beh, speriamo che il tizio sia ragionevole". Ma dentro di me, pensavo: sì, e speriamo anche che domani mi scopra vincitore della lotteria.
Il tizio non era né ragionevole, né irragionevole.
Era un muro.
Lavorava come custode in uno di quei garage a pagamento appena sotto il livello del suolo.
Da solo, sorvegliava qualcosa come un centinaio di auto parcheggiate strette una di fianco l'altra come facevano con gli schiavi nelle navi negriere per farcene entrare di più.
Il suo "ufficio" era un gabbiotto arredato con una sedia girevole, un tavolo, una televisione portatile, un calendario di quelli che non avreste visto nell'ufficio del vostro parroco, e tutta la sporcizia che riuscite ora ad immaginare e che evidentemente non infastidiva abbastanza il tizio da prendersi la briga di spazzarla via.
Era già un quarto d'ora che Alessandro gli stava parlando, ma dai primi trenta secondi avevo intuito che stavamo sprecando il nostro tempo.
Il tizio ascoltava con la calma serafica di chi non gliene frega un emerito cazzo del suo prossimo, alla faccia dell'antivigilia di Natale che eppure il suo calendario da garagista doveva avergli ricordato.
Alessandro parlava, spiegava, avanzava educatamente una richiesta di rimborso.
Il tizio stava a braccia conserte e lo fissava senza vederlo.
Io aspettavo in macchina, col morto di ferro nel baule che nessuno voleva.
A guardare la scena attraverso il parabrezza più appannato che mai.
Non riuscivo neanche ad essere incazzato, tanto era il mio dispiacere per Alessandro. Avrebbe avuto più speranze se fosse entrato in banca a chiedere un mutuo al cento per cento per acquistare un attico in centro e l'avesse chiesto parlando con i rutti.
Gesù, che schifo di Natale che s'avvicina, pensavo.
Oziosamente, nella mia testa prendevano forma immagini di rivalsa sul garagista truffaldino: io che scendevo dalla mia macchina e lo afferravo per le orecchie e gli tiravo la testa fortissimamente contro il mio ginocchio. Io che gli ficcavo in bocca la canna di una pistola che non avevo e che gli mormoravo qualche frase ad effetto copiata da qualche film. Cose così, lo sapete.
I miei pensieri punitivi naturalmente si scontravano contro i cento chili di soli muscoli e placida strafottenza di cui sembrava essere composto il tizio, e me li tenevo per me.
Io pensavo, Alessandro parlava e quello faceva il muro. Ogni tanto scrollava la testa come a sottolineare il messaggio che tutto il suo corpo tozzo trasmetteva: non c'è trippa pe' gatti.
Così apro lo sportello e metto i piedi sul pavimento di cemento chiazzato d'olio.
Considero la possibilità di andare a dare man forte a Alessandro, ma vuotare una barca che affonda con due secchi bucati invece di uno solo non mi sembra una grande idea, e mi limito a fare due passi là intorno nel garage male illuminato.
Le automobili sono parcheggiate con le chiavi inserite nel quadro... nel caso debbano essere spostate alla svelta, immagino. Molte hanno anche i finestrini abbassati.
Guardo Alessandro impegnato nella Discussione Più Inutile Del Mondo.
Guardo le auto.
Guardo il tizio inamovibile come una colonna di cemento del suo garage fissare Alessandro o un punto qualsiasi dietro di lui.
Guardo di nuovo le auto.
Allungo il braccio dentro l'abitacolo di una grossa Alfa. 
Tocco le chiavi d'accensione, e le tiro fuori dal blocchetto.
Vengono fuori con un fruscìo metallico delicato e si posano nel palmo della mia mano.
Le fisso per un attimo o due, perfettamente al centro della mia mano.
Chiudo la mano a pugno e la chiave non si vede più.
Faccio qualche passo e sono accanto un coupé dalle pretese sportive. Tiro fuori la chiave inserita nel suo blocchetto, che viene via dolcemente assieme altre due chiavi che aprono chissà cosa.
E poi lo faccio ancora. E ancora.
Passeggio tra le auto non noncuranza, senza essere degnato d'uno sguardo. Io sono solo il coglione che accompagna un altro coglione.
In meno di cinque minuti, ho tra le mani e nelle tasche qualcosa come una dozzina di chiavi d'accensione assortite: utilitarie, berline, coupé, suv. Molte di queste chiavi sono attaccate a piccoli mazzi con altre chiavi, e il mio bottino comincia presto a pesare.
Ed è tardi. Tra poco, chiuderanno anche le rosticcerie e trovare un pollo allo spiedo a Roma dopo le nove di sera può essere una ricerca frustrante.
Mi accovaccio giusto davanti un piccolo tombino. Guardo attraverso la grata di ghisa e vedo acqua nera e limacciosa che scorre via pigra.
Alzo di nuovo gli occhi. Ultima possibilità, amico.
Alessandro è là che parla, troppo distante perché possa percepire le singole parole, ma il Muro Umano sembra essersi addormentato in piedi.
Abbasso lo sguardo e plof, calo delicatamente il primo mazzo di chiavi nel tombino. Il secondo lo devo girare un po' per farlo passare tra le fessure, ma sprofonda anche lui che è un piacere, diretto verso chissà quale remoto recesso fognario. 
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
In meno di un minuto, ho di nuovo le tasche e le mani vuote.
Mi alzo senza fretta e torno alla mia macchina.
Quasi contemporaneamente, vedo Alessandro incamminarsi verso di me.
Sale in auto, e non dice niente. Chiude lo sportello.
Neanche io dico niente, avvio il motore e ingrano la marcia indietro.
Il tizio non ci caga minimamente mentre faccio manovra nel garage sordido e risaliamo la rampa, riportandoci indietro il motorino morto nel baule.
Guardo nello specchietto retrovisore, aspettandomi forse di vederlo saltare fuori correndoci dietro urlante.
Ma non succede.
Si sarà già seduto di nuovo nel gabbiotto, godendosi l'antivigilia di Natale senza nessuno che gli rompe le palle e le trecentomila lire di Alessandro nella tasca dei calzoni lerci. Fino alla mattina dopo, che, si sa, vanno tutti in giro per regali e la macchina serve, eccome.
Siamo già sulla tangenziale quando chiedo a Alessandro "Ce l'ha il tuo telefono, quello stronzo?"
"No… l'ho chiamato io al garage al numero sull'annuncio, perché?"
"Non sa neanche chi sei o dove abiti, giusto?"
"Non credo proprio. Il passaggio di proprietà ce l'ho ancora io col libretto".
Sorrido.
"Bene".
"Bene cosa? Mi ha fregato".
"Non ci pensare. Ti offro la cena".
Accendo l'autoradio. 
C'è Frank Sinatra che canta Silent Night.
E sorrido ancora.

9 commenti:

Larsen ha detto...

non male... decisamente piu' da magneto che non da dredd o batman eh... :D

pero', da grandi poteri derivano grandi responsabilita': e i poveri cristi padroni delle auto che magari chissa' dove hanno messo le chiavi di scorta? :D

ok, il bastardo si prendera' una valanga di m...a, ma visto come ha reagito alla faccenda del motorino difficilmente paghera' i danni ai clienti, nonostante sia un garage sorvegliato e loro siano responsabili dei mezzi in custodia ;-)

Lady Simmons ha detto...

Quando ci vuole ci vuole...ottimo racconto natalizio!

Ariano Geta ha detto...

Il più bel racconto natalizio che abbia letto.
P.S.: io non l'avrei fatto al posto tuo... avrei solo rigato le macchine una per una ;-)

Simone ha detto...

Oddio! Più che altro questa storia ti spiega come va il mondo: uno frega il prossimo, e le persone che dipendono da lui finiscono nei casini! :)

Bellissimo racconto, comunque.

Simone

Anonimo ha detto...

Ben fatto (se il gorilla ne ha subito le conseguenze).
Una o due avresti potuto tenerle, da spedirgli per posta come auguri per gli anni seguenti.

N.A.

paroleperaria ha detto...

l'hai fatto davvero?!
ben gli sta a quello stronzo del garagista, ma poveracce le persone (mi riferisco a quelli che, come me, non hanno idea di dove sia la chiave di riserva!)...
Un abbraccio

Anonimo ha detto...

Bel racconto.
Era per caso un assaggio di quello che sarà il tuo nuovo lavoro?

M

Dama Arwen ha detto...

MUAHAHAHAHAHAHAH
TI AMO CYBER AHAHAHAHAHAH ^_^

E quoto pure NA

Uapa ha detto...

Fantastico! XD
Io loavrei ricattato =^.^=