martedì 30 aprile 2013

Hipstamatic by Cyberluke, 3

Da quando ho dato via la reflex ho diradato di parecchio la mia attività fotografica, lasciando fare (e, spesso, invidiando) chi ha più talento e tecnica di me (ciao, Fabio! ciao, Monica!).
Per non perdere comunque quel minimo di mano, continuo a fare qualche scatto con la Samsung e trattarlo alla maniera (modaiola, sono il primo a riconoscerlo) di Hipstamatic, di quelli che comunemente si postano su Facebook o Instagram. Non trovandomi su quelle piattaforme, ogni tanto pubblico qui quelli che non mi sembrano tanto male.


Molletta.


Santino autoadesivo.

Una muffa aliena.
Metallo e ruggine, che viene sempre bene.

Metallo e gomma.
Tufo e muffa.


Vernice e ruggine.
Tombino.
L'anni dei giochi.

domenica 28 aprile 2013

Empowered by Cyberluke.

Tributo alla supereroina stagista più sexy del mondo.
Photoshop su un disegno di Adam Warren.

venerdì 26 aprile 2013

Empowered, volume 5.


Ad oltre un anno e mezzo dal numero quattro, arriva nelle edicole, in libreria e in fumetteria il quinto volume di Empowered di Adam Warren.
Visto che è passato così tanto tempo, qualche tavola della supereroina stagista più sfigata ed irresistibile del mondo ci sta tutta.


Per chi si fosse perso le mie precedenti, entusiastiche recensioni, Empowerd è un fumetto divertente, pieno di idee, sexy, con una storia intrigante e, sopratutto, disegnato da dio.

L'uso di un un taglio delle vignette che varia per ogni pagina rende ogni tavola molto ricca e maschera in maniera egregia quelli che sono i limiti di Warren, e cioè un ritmo non velocissimo e qualche ripetizione nello sviluppo della storia.
Nello stesso tempo, Empowered unisce la leggerezza, l'entusiasmo e il dinamismo di un manga (e di quelli migliori), con la bravura, l'esperienza e la visione assolutamente ironica per il bondage di un professionista quale Adam è (QUI le sue gallery su Deviant Art).
Una volta di più: fortissimamente consigliato.

giovedì 25 aprile 2013

[Recensione] Iron Man 3

Il nuovo episodio di Iron Man è il film dove Stark-Downey junior (un binomio sempre più indissolubile) passa meno tempo in assoluto nei panni di Iron Man.


È un film che prende nettamente le distanze dai toni dei due precedessori, e anche dai compagni di continuity Marvel (Thor, Capitan America e The Avengers).
È una scelta precisa e, per molti versi, coraggiosa ad opera di Shane Black, che, supportato da una produzione e da un'intelligente manovra di promozione (sappiatelo: teaser, trailer e poster vi vendono un certo tipo di prodotto ma ne avrete un altro), costruisce attorno il personaggio del Vendicatore di ferro una classica action-comedy alla maniera che meglio gli riesce (suoi sono i primi Arma Letale, di cui vediamo replicate alcune delle dinamiche tra Downey e Don Cheadle nella seconda parte della pellicola, ma anche L'ultimo Boy Scout e il Kiss Kiss Bang Bang del 2005), spogliandolo di qualsiasi connotazione epica o anche solo fumettistica.
Il che, probabilmente, spiazzerà parecchi di voi, ma potrebbe esaltarne altrettanti.

Dicevo di Downey/Stark che passa poco tempo dentro la sua armatura. O magari, dovrei dire le sue armature, visto che ne ha un assortimento intero, proprio come Carrie Bradshaw tiene le sue Manolo Blahnik ordinatamente stipate nell'armadio.
Perché l'armatura qui è solo un'altro pezzo, una grossa pistola, all'occorrenza volante (ma piena di bug e inaffidabile, mai come in quest'episodio), un alter ego e anche un rifugio... ma non è certo al centro della storia.

Ma, attenzione: siamo lontanissimi anche da Chrisopher Nolan e dalla sua lettura cupa e introspettiva dell'eroe.
I demoni interiori di Stark sono sì portati sulla scena, ma niente alcolismo (l'Iron Man dei fumetti), niente tumori al cervello (l'Iron Man Ultimate) o dipendenza da composti sintetici (Iron Man 2).
"Solo" attacchi di panico, nati dopo la traumatizzante esperienza newyorchese e dall'invasione aliena fronteggiata in The Avengers... dei quali comunque, Shane non ce ne fornisce mai una lettura troppo seriosa. Ricordate? siamo più in zona anni novanta, Nolan e il suo Batman sono di là da venire e i toni generali sono molto più leggeri.
A Downey viene dato tutto lo spazio che serve per gigioneggiare e piazzare le sue battute ogni volta che se ne apre uno spiraglio. Per conto mio, preferivo i dialoghi serrati e corrosivi del primo film, ma una volta accettato che il registro è diverso, ci si può comunque godere lo spettacolo.
Con tutti i pregi ma anche i difetti della costruzione, che, va detto, non può vantare né una sceneggiatura inattaccabile (direi che non è questa la sede per esaminarne tutte le incongruenze e le assurdità, e per questo magari mi riservo un prossimo post), né una fotografia particolarmente ricercata o degli stacchi di montaggio più che elementari (e, in alcuni casi, decisamente rozzi).

Questo non vuol dire che ci si annoi. La sola trovata del Mandarino, ad esempio, è semplicemente geniale e per nulla scontata nella sua velata accusa a un sistema politico che, laddove non esiste una minaccia reale per il Paese, la inventa (e non intendo spoilerare oltre).
Per gli otto euro del biglietto avrete, inoltre: combattimenti in armatura e a mani nude, aeroplani presidenziali attaccati in volo, salvataggi multipli a diecimila piedi di quota, due comparsate che riconoscerete alla prima occhiata (il Miguel Ferrer di Robocop e William Sadler di Die Hard 2), più un'altra mezza dozzina di sequenze ad alto tasso di spettacolarità. Come da contratto.

E poi, l'ingrediente Extremis, la graphic novel che, qualche anno fa, riavviò e svecchiò la saga intera dell'Iron Man fumettistico e che, se fosse stata presa in mano da un regista diverso, ne avrebbe fatto una storia completamente differente, dai toni oscuri, cyberpunk e densa di implicazioni di carattere bioetico.
Niente di più lontano dall'uso che Shane ne fa in questo film, rendendola una specie di elisir tecnologico che fa ricrescere gli arti e rende invulnerabili come i Terminator di stampo cameroniano, asservendola alle dinamiche e all'estetica di una storia che è, più di ogni altra cosa, un omaggio sentito a un certo tipo di cinema che sembrava essere appena stato archiviato e mandato in soffitta.
E se avete dei dubbi su questa mia affermazione, vi verranno spazzati via dai titoli di coda, arrangiati e serviti visivamente - ma anche da un tema sonoro del tutto coerente - alla maniera di un telefilm di vent'anni fa.

In quest'ottica, vedrete che troveranno la loro collocazione una Paltrow-Pepper che non riesce ad essere il motore emotivo del film ma solo un altro pezzo del meccanismo, un villain bidimensionale come Killian/Pearce, una spalla dodicenne che probabilmente ha persino più spazio di quanto non dovrebbe e al quale vengono riservate improbabili battute da adulto, l'ex regista Favreau che pur rimosso dall'incarico per evidenti demeriti riesce a ritagliarsi la sua particina nella prima parte, e un secondo personaggio femminile (la bella ma non bellissima Rebecca Hall) dal contenuto spessore ma dalla fisicità giusta.
In poche parole: consigliato... ma ricordate, se abbandonate da subito le aspettative di assistere all'ennesimo spin-off di Avengers, ve lo godrete molto di più.

PS Sì, anche qui c'è la solita scenetta dopo i titoli di coda.
PPS Lasciate stare il 3D. Vi assicuro che – una volta di più – non serve a un accidente.

mercoledì 24 aprile 2013

Creative lab


Roba di qualche anno fa.

Partito da uno schizzo a penna che chissà dov'è finito – perché la carta muore, il digitale resta (ma voglio vedere quando, in uno dei millemila scenari postapocalittici dove la corrente elettrica non c'è più o è rara e costosissima come si ribalta la faccenda), passato allo scanner, ricalcato con Illustrator (è un'icona di Illustrator CS, quella?) e completato in Photoshop.

Ricordo che giurai che non avrei fatto mai più illustrazioni vettoriali, almeno finché la gestione dei gradienti non fosse diventata più intuitiva e snella (e sto ancora aspettando).

L'illustrazione doveva servire per un'attività di autopromozione che rimase al palo a tempo indefinito (fortunatamente, aggiungo ora).
A riguardarla oggi, mi piace ancora e vorrei rimetterci le mani, ma non ho neanche più i livelli, per non parlare del file Illustrator.
Spariti per sempre nel crash di un vecchio hard disk.

Ecco tutto quello che ne resta.

martedì 23 aprile 2013

Strane alleanze.


Anche se con ogni probabilità non possiedo i titoli, Horror Magazine ha ospitato la mia recensione sul remake della Casa (The Evil Dead) pubblicata qui un paio di giorni fa.

E, sì, nonostante non è che abbia parlato proprio bene dell'originale.

Ad ogni modo, a parte il mio modesto intervento, sul loro sito troverete parecchia altra roba sul genere attualmente più amato dal grande pubblico, e se rientrate anche voi tra gli appassionati, troverete di che sollazzarvi.
Dalla prossima, invece, inizierò a collaborare con la sorella Fantascienza.com, dove qualche titolo in più magari ce l'ho. Vedremo. Intanto, si inizia con Iron Man 3.

lunedì 22 aprile 2013

"Ti presento il nuovo padrone. È uguale a quello vecchio" (2) George Orwell

Il vento del cambiamento.
La gerontofilia al potere.
Non lo nascondo a nessuno. Questo tizio non mi piace.
Semplicemente perché (benvenuto nel club) non ha fatto quello che doveva e per il quale è stato lautamente stipendiato negli ultimi sette anni e lo sarà ancora per i prossimi sette.

Tipo, firmare allegramente porcate indifendibili come la legge Alfano o il legittimo impedimento e – più in generale – qualsiasi cosa anche palesemente anticostituzionale pur di non intaccare lo status quo governativo.

Tipo, non alzare un dito che fosse uno a difesa dell'operato dei magistrati e della loro indipendenza dagli attacchi violenti che hanno subìto mai come in questi anni.

Per muoversi, in compenso – eccome –  per distruggere le ingombranti intercettazioni telefoniche dello scorso luglio con la sua voce trascinando la procura di Palermo davanti la Corte Costituzionale.

Guardate la sua faccia penzolante e ripete con me: questo tizio non è migliore di nessuno.
Questo tizio non è migliore di nessuno.
Eppure, eccolo là.
A ricordarmi: sbattiti quanto vuoi, tanto ci sarò sempre io o qualcuno come me perché non cambi niente.
Niente.

venerdì 19 aprile 2013

[Recensione] La Casa


L'originale Evil Dead (titolato La Casa, in Italia) io non l'avevo mai visto.

Non che me lo fossi perso accidentalmente (e avrei avuto più di un occasione per recuperarlo, in tutti questi anni): semplicemente, è il genere horror ad avere ben poca presa su di me, come più volte accennato anche su questo blog (questo può apparire un preambolo inutile, ma vedrete che non lo sarà affatto). 

Da pubblicitario che ha studiato la lezioncina, comprendo i meccanismi alla base del successo di un genere come questo (c'è la biologia alla base della nostra attrazione alla paura: la paura stimola la secrezione di adrenalina, scatenando quel riflesso primordiale e istintivo chiamato fight or flight, combatti o fuggi. Quel riflesso a sua volta produce epineferina, un ormone e neurotrasmettitore che ci procura piacere estremo. C'è una parziale sovrapposizione tra le aeree del cervello coinvolte nell'elaborazione della paura e del piacere, che vengono attivate nella visione di un film horror proprio come succederebbe in una situazione reale. Ma poiché la corteccia sa che non siamo davvero in pericolo, la scarica d'energia che riceviamo dalla parte più ancestrale del nostro cervello è piacevole anziché spaventosa. Scusate, avrei voluto farvela più breve di così), ma le mie corde semplicemente vibrano per altro, e osservare sullo schermo atrocità simulate in salsa di sangue finto è pratica che mi procura zero divertimento (quando va bene), noia e anche un pelo di sano ribrezzo (quando gli specialisti del make-up lavorano bene).

E allora, mi direte, che ci facevi all'anteprima di un film come La Casa?

Avevo un invito stampa e la richiesta di compilarne una recensione per Horror Magazine.
Avevo una sera libera e, tutto sommato, la curiosità di vedere cosa ne sarebbe venuto fuori.

E, per dimostrarvi che non ho preso alla leggera la cosa, la sera prima mi sono scaricato e visto l'originale, film d'esordio dell'allora ventiduenne Sam Raimi.

Trovandolo – cercherò di non avere peli sulla lingua, e pazienza se mi attirerò gli strali degli amanti del genere – un film bruttino, montato a cazzo, caciarone e con una certa meccanicità nello sviluppo... ma che, nonostante tutto questo, è stato in grado di imprimersi con forza nella memoria dei suoi spettatori, diventando una pellicola seminale e di culto.



Quando ne è stato annunciato il remake, ho ascoltato parecchie voci scettiche, e ho continuato a sentirne in sala la sera dell'anteprima da chi, evidentemente, conosceva ogni sequenza a memoria della Casa originale.

Io, probabilmente, ero il solo ad averla vista solo il giorno prima, e non ero certo delle mie aspettative.

Il che poteva pormi idealmente su un gradino più in alto o più in basso rispetto l'appassionato, o magari solo su un gradino diverso.

Ma tagliamo corto (che l'ho fatta già abbastanza lunga) e veniamo semplicemente alle mie impressioni.

Il remake della Casa è un film parecchio curato nella forma e del tutto privo della sciatteria visiva, registica e recitativa dell'originale. E diciamo che non poteva essere altrimenti, pena la classificazione a qualcosa che avrebbe trovato più la sua collocazione tra i tanti filmati horror amatoriali caricati su YouTube anche se, è inevitabile, la pellicola prende una prima, grossa distanza dall'opera prima di Raimi.
La struttura di base resta sostanzialmente la stessa.

I cinque adolescenti ignari, la casa nel bosco, i demoni incautamente risvegliati, il massacro. Tutto come da copione.

Sotto questo aspetto, Alvarez (venezuelano classe 1978) omaggia e rispetta il modello, mettendo in scena tutta una nuova serie di atrocità, amputazioni e violenze risparmiando davvero poco allo spettattore... rimodulando in altre parole gli stessi ingredienti di trent'anni fa sulla sensibilità moderna dell'appassionato di horror, che nel frattempo è cresciuto alle interpretazioni codificate dai vari Wes Craven, Peter Jackson, l'Hideo Nakata di The Ring e lo Shyamalan del Sesto Senso, per arrrivare ai vari Hostel e ai Saw che chiudono il cerchio idealmente iniziato da Raimi nel 1981.



Ottenendo un risultato che definirei soddisfacente.
L'operazione è condotta con mano ferma, una buona dose di tecnica, un tocco di classe (ci sono due o tre movimenti di macchina veramente buoni, anche se niente di originalissimo) e un paio di ingenuità.
Ma è tutto.
Alvarez si tiene lontanissimo dai teen horror che hanno fatto la fortuna di Hollywood negli ultimi quindici anni (e questo è un merito notevole, anche considerando la materia prima che aveva a disposizione), usa bene il budget che gli è stato assegnato (che, anche se iperbolico rispetto quello su cui poteva contare Raimi è poca cosa) ma il suo approccio resta piuttosto banale e prevedibile, al punto da disperdere ben presto qualsiasi dubbio sulla possibilità che la sua attualizzazione possa mai trasformarsi in un nuovo cult... rimanendo comunque, una visione spassosa per gli amanti del genere.

Inutile consigliarvelo o meno.
Se siete tra i tanti che avete amato La Casa, tanto avrete già in programma di vederlo e, almeno in una certa misura, non ne resterete delusi.
Per tutti gli altri, è qualcosa che nulla aggiunge e nulla toglie alla cinematografia horror, classificandosi come un prodotto onesto e formalmente compiuto.

PS. Giusto perché sono un designer, aggiungo una nota sui manifesti delle due edizioni del film.
Nel poster originario di Evil Dead,  si vede una ragazza (probabilmente Linda) che urla rivolta al cielo mentre il braccio di un demone le stringe la gola. Potete vederla QUI. Quell'immagine è una scena che non appare nel film. Da noi, il film venne pubblicizzato col poster che vedete a metà post: una grande casa a più piani, somigliante in maniera sospetta all'albergo di Psyco (nel film, la casa in questione è una catapecchia di legno a un piano solo).
A destra, invece, il poster italiano. Con una promessa che, magari, lasciatelo giudicare a noi.

giovedì 18 aprile 2013

Attenti a quello che dite.

C'è questa mania di usare parole o frasi del tutto prive di senso.
Perché si dice "ci siamo persi in chiacchiere?"
Ci si perde quando ci si rimbambisce alla tv o si litiga su Bersani o su Berlusconi. Quando si fanno due chiacchiere ci si trova.

Diciamo "Partire in quarta" intendendo: come un razzo. Provate a partire in quarta e vi si spegne il motore.
Anche "mettere la freccia" è un superatissimo modo per dire che si aziona il lampeggiatore. 
Bisogna risalire all'anteguerra per trovare modelli d'auto su cui era montato quel primordiale indicatore: prima di sterzare si spostava una levetta sul cruscotto e sul montante del parabrezza si alzava appunto una freccia di plastica gialla.
Nelle macchine di lusso la freccia andava pure su e giù.

Forse, come facciamo con l'arredamento che ogni tanto rinnoviamo, bisognerebbe – ogni mezzo secolo, non dico più spesso – rinnovare anche il linguaggio e mandare in pensione certe frasi fatte. Mia mamma diceva: "Restare in braghe di tela" per intendere senza soldi.
Eppure anche i ricconi vanno in giro in jeans.
E soprattutto dovremmo cercare di non usare frasi idiomatiche con gli stranieri che masticano solo qualche parola d'italiano. Può una telecronista chiedere ad Alonso, nei box: "la tua macchina ti ha dato del filo da torcere?"
"Non ho capito" balbetta il povero Alonso.

E quando c'è evoluzione dei termini, non sempre diventa tutto più semplice.
PC è stato per anni Partito Comunista: oggi è il Personal Computer.
DC per quasi duemila anni ha significato Dopo Cristo, poi Democrazia Cristiana.
Pro una volta significava a favore di: pro aborto, pro nucleare. Adesso è l'abbreviativo di Professional: Acrobat Pro, Office Pro. Il sub in principio era il subacqueo, poi è diventato il subcosciente e oggi è di nuovo il subacqueo.

Ci sono poi parole che, stufe di voler dire sempre la stessa cosa, cambiano significato. 
Chi chiede: "Lei ha mai intascato mazzette?" si sente rispondere un "assolutamente" che, secondo il vocabolario, vale come conferma: in modo assoluto, totale.
E che invece viene usato al contrario: Ma che sei matto?
Trasgredire è sempre stato definito come "infrangere deliberatamente una norma di legge": una roba mica troppo bella, insomma. Ma ormai nell'uso è diventata una cosa positiva e intelligente: una commedia trasgressiva è originale, come una regia dei fratelli Coen.
Un look trasgressivo è Lady Gaga vestita di bistecche.

C'è la tendenza a rendere meno banale quello che si dice, usando parole nuove: Fare è banale, vuoi mettere attivarsi? Questa l'ho sentita qui in ufficio, giuro: una mia collega mi ha confidato "Mi sto attivando per avente un figlio".
Mi informo, e leggo una classifica delle parole più odiate: c'è attimino, seguito da sinergia. Con distacco, si sono piazzati sfiziosa, intrigare, ottimizzare e impegnato nel sociale.

Un dj del network più ascoltato d'Italia infila continuamente nel suo parlato espressioni del tipo: la compila (abbreviativo di compilation), la cumpa (la compagnia), il simpa (il simpatico). Una stitichezza di sillabe tipicamente settentrionale, mi dicono, ma non meno degna di crocefissione immediata sulla pubblica piazza.

Poi, stamattina mi sono tolto le cuffie dell'iPod al bar. Giusto in tempo per sentire la mia vicina di bancone chiedere alla sua amica: "Quest'estate abbiamo in programma un bel giro, tipo Atene piuttosto che Mykonos piuttosto che la Croazia..."
Ho riacceso l'iPod a tutto volume e ho finito il mio cappuccino. Scottandomi.

mercoledì 17 aprile 2013

[Recensione] Territori Oscuri


Territori Oscuri
Alan Glynn (2001)
Rizzoli, 396 pagine
19 euro

Quando uscì, parlai di Limitless come un discreto prodotto d'intrattenimento, con un Bradley Cooper ispirato, una sceneggiatura agile e priva di lungaggini e aiutato da un colpo di scena finale che, in qualche modo, spiazzava lo spettatore.
Ho appena finito di leggere il romanzo dal quale il film è stato tratto, e, stranamente, il giudizio non è altrettanto buono.

Alan Glynn, inglese e con quattro lavori pubblicati all'attivo, è al suo esordio con questo Territori Oscuri (scritto una decina d'anni prima dell'uscita del film) e sceglie di raccontare la vicenda in prima persona, ma senza riuscire a trasmettere quasi nulla dei profondi sconvolgimenti che l'MDT– la droga psicotropa concepita per potenziare le capacità cognitive – opera sulla mente e le percezioni del protagonista, scegliendo di non sfruttare alcun artifizio dialettico o formale (che pure avrebbe avuto il suo perché) ma piuttosto scivolando spesso e volentieri in infodump su dettagli secondari che rallentano la narrazione senza nulla aggiungere.
Rispetto la riduzione cinematografica ci sono almeno un paio di importanti differenze, e anche il finale è completamente stravolto.
In peggio.

Un non comune esempio di come dall'adattamento dal romanzo al film, quest'ultimo ne esca parecchio meglio.
Insomma, se il film mi sento ancora di consigliarvelo per una serata senza troppe pretese, il libro no.

martedì 16 aprile 2013

Pet Shop Boys, Electric. O anche no.


Aspettando Electric, tanto per giocherellare.

Scusa, Mark Farrow. 

La tua copertina sarà migliore di sicuro.

Il modo per fregarci.


Le banche sono il Male.
Io lo so.
Voi lo sapete.
Lo sappiamo tutti quanti.

Le banche sono espressioni dei poteri forti. 
Tutti noi dovremmo fare come l’Argentina del default, che le banche le ha cancellate dal sistema economico e che, per riprendersi, ne ha fatto sostanzialmente a meno.
Giusto.

Però, i miei soldi ce li hanno loro.
Dicono che me li tengono bene al sicuro, che loro ci sono abituati e io invece no.
Che, in cambio, mi corrispondono un piccolo interesse e mi permettono di spenderli meglio. 
Mi hanno dato persino una piccola tessera plastificata, con un codice e che sembra fatta apposta per farmi perdere il senso del denaro, che a fine mese, quando controllo l'estratto conto, mi sembra di guardare le spese di qualcun altro.

Ma se io sono loro cliente, qualche volta loro sono miei clienti.
E mi chiedono: facci apparire rispettabili, istituzionali, onesti, affidabili.
Usa dei colori rassicuranti, qualche bella fotografia, dei caratteri classici. Ma non vogliamo fare il tuo lavoro, pensaci tu, tu che sei bravo.
E io, che dentro sono un rivoluzionario ma fuori sono un professionista, non mi tiro indietro.
E uso il blu e il grigio, come i loro completi Hugo Boss e Zegna.
E scrivo i titoletti in Trajan Pro, un carattere mutuato dalle iscrizioni romane e che trasmette quel senso di solidità, di tradizione che serve alla brochure che sto impaginando in Quark XPress 8.0.
E poi ci sono i grafici, a barre e a torta, che raccontano in modo elegante dove vanno a finire i soldi che la Banca investe al posto mio.
Li ho fatti in Adobe Illustrator e li ho riaperti in Photoshop, togliendogli quella freddezza vettoriale con sfumature metalliche e ombre morbide.
Perché hanno ragione, io sono bravo.

Loro sono il Male, ma mi hanno in pugno.
Ma non per i soldi, no.
Di quelli, posso fare a meno.
Sono le lusinghe.
Lusingare un designer è come dare del fifone a Marty McFly: sapete come va a finire.

lunedì 15 aprile 2013

La speranza è sempre l'ultima.


Forse pentiti da quella mosceria dello scorso anno senza un'idea che fosse una di Elysium, i Pet Shop Boys hanno annunciato a sorpresa (perché in genere, tra un loro disco e l'altro passano due o tre anni abbondanti) l'uscita a giugno di Electric.

Il disco è stato prodotto da Stuart Price (autore di vagonate di remix e produzioni per Madonna, Missy Elliott, New Order, The Killers, Gwen Stefani, Starsailor, Seal e più recentemente Keane, Brandon Flowers e Kylie Minogue).

Ma, ed è la cosa che più conta, i 44 secondi di teaser fanno ben sperare.
Non so voi, ma io ci sento dentro parecchio Moroder e classe a tonnellate.

sabato 13 aprile 2013

Dredd. Just enough.


È sabato.
Giocherello con Photoshop.
E pensare, che prima mi toccava uscire con gli amici.

venerdì 12 aprile 2013

[Recensione] Oblivion


Film gradevole che poteva essere un capolavoro.

La pellicola parte bene, ha un primo atto che si prende tutto il tempo per farci immergere in un mondo che sembra uscito paro paro da un'illustrazione di Karel Thole che solo un super-ego come quello di Tom Cruise (su questo tornerò dopo) poteva far scivolare in secondo piano.
La parte centrale introduce gli altri due personaggi chiave della storia (in un film dove il cast può stare abbastanza comodamente in un pulmino, però, se non sei un personaggio chiave comincia ad essere un problema).
Tutti e due monocordi e banalmente caratterizzati.
Il terzo atto però, riesce a tenere in piedi quanto di buono visto nel primo, grazie al soggetto che – una volta di più – pesca a piene mani dall'immaginario paranoico di Philp Dick e alle sue tematiche dell'identità rubata (dire di più significa spolverare alla grande, quindi questo vi basti). 

Eppure, il tono del dramma che avrebbe dovuto condurre a un finale epico si risolve in una scena finale inappagante e che sa troppo di già visto.
E qui torniamo a Tom Cruise.
Che è, a mio avviso, il vero punto debole di tutta la struttura.
Perché Tom Cruise è, prima ancora di essere un (discreto, e chi dice di no) attore, un divo.
E quando appare sullo schermo (e in Oblivion, il novanta per cento delle inquadrature è solo e soltanto per lui), vediamo l'agente Ethan di Mission Impossible, vediamo Maverick di Top Gun, o addirittura la caricatura di se stesso in Innocenti Bugie.

Cruise è il nome di richiamo sul manifesto, e posso capire che serva da traino per un genere come quello della fantascienza che, a fronte di investimenti superiori rispetto altri tipi di produzioni, è sempre a  rischio… ma non credo di sbagliare se affermo che, se al suo posto ci fosse stato una qualsiasi altra stella di media grandezza o addirittura un esordiente, il film ne avrebbe guadagnato. E non di poco.

Una delusione, quindi?

Assolutamente no.
Perché se è vero che il film è fin troppo "Cruise-centrico", è anche vero che ha tre grandiosi punti di forza:

1
La fotografia. Firmata Claudio Miranda, fresco premio Oscar per Vita di Pi.
Visionaria, onirica, assolutamente funzionale alla storia e sostegno imprenscindibile a tutto l'impianto.

2
Le scenografie. Di Garren Gilford, che poi è lo stesso di Tron Legacy (ricordate? il film che va visto con le cuffie alle orecchie e i Daft Punk sparati a manetta).
Mai una Terra post-apocalittica è stata filmata in maniera tanto suggestiva e potente allo stesso tempo.
Panorami, strutture, mezzi, ambienti, costumi: Oblivion mette in scena un immaginifico che segna un nuovo punto di riferimento per il genere.
E sono intimamente grato al regista o chi per lui per non aver filmato tutto nel solito, superfluo, invadente 3D.

3
La colonna sonora.
Eccellente.
La partitura di Oblivion è originale ed è stata composta da Joseph Trapanese in collaborazione con la band di musica elettronica del musicista e produttore francese Anthony Gonzalez, gli M83.
Sottolinea, sostiene e, in parecchie scene, si carica sulle spalle il peso del film facendoci dimenticare che stiamo guardando un film con Tom Cruise.
E, se vi ho incuriosito abbastanza, QUI potete ascoltarla tutta in streaming.


p.s. Per molti, ci sarebbe anche Olga Kurylenko come quarto punto ma non è decisamente il mio tipo.

p.p.s. Vi dò un ultimo consiglio. Non scaricatelo. I panorami di Oblivion si godono al cinema e non sul televisore di casa. Date retta.

giovedì 11 aprile 2013

Romics 2013, parte seconda. L'homo sapiens è superato.

Non importa quanti siete.
Uno alla volta, due, tutti.
Gli homo sapiens in scatola li schiaccio come lattine.
I mutanti rinnegati me li mangio a colazione.


Falsi dei con martelli di metallo. Non siete niente.


Logan, avresti dovuto restare a cuccia.


"Hai visto anche tu quelle due graziose mutanti tettone?"

martedì 9 aprile 2013

Romics 2013. Una giornata da Giudice.


Si parte per il Romics. Che ci crediate o no, l'armatura è abbastanza confortevole per guidare lo scooterone.

Tronfio quanto basta. Statuario quanto serve.



Pose minacciose.



Provate lungamente allo specchio, naturalmente.


Lucido l'armatura tutte le sere, cosa credete.



Meglio tenerli d'occhio fin da piccoli.



Non importa l'età. Tutti devono rispettare la Legge.



E io sono la Legge.



E vi osservo. Rompete le regole e io vi rompo la schiena.

Non faccio eccezioni. Né per chi mi tenta con vecchi sistemi...



…né con i nuovi. Offrirmi sesso professionale gratis non vi servirà.

E la mia è la sola armatura che conti qualcosa, in città. Per quanto mi riguarda, Tony Stark è solo un altro fuorilegge.

La Legge. È la sola cosa che conta. Non sarò mister Simpatia, ma avete bisogno di gente come me.


E ricordatevi. Non oltrepassate i limiti di velocità.