venerdì 31 maggio 2013

10 semplici modi per farsi odiare silenziosamente.


1) Scopri quando va in onda il programma preferito dei tuoi amici. Dagli un colpo di telefono sette minuti esatti dopo l'inizio.

2) Quando vai a fare la spesa, non pesare mai la frutta alla bilancia automatica e lascia che sia la cassiera a farlo, bloccando la fila (da fare all'ora di punta).

3) Quando dormi a casa di qualcun altro, la sera schiaccia il tubetto del dentifricio proprio nel mezzo. Non ci rimettere il tappo.

4) Tutte le volte che ti capita a tiro una bibita gassata in lattina o in bottiglia, scuotila ben bene. Poi, lascia che ad aprirla ci pensi qualcun altro.

5) Se hai un po' di tempo libero nell'ora di punta, piazzati a un passaggio pedonale e premi ripetutamente il pulsante che fa fermare il traffico. Non attraversare la strada, naturalmente.

6) Quando paghi qualcosa, bada di non avere mai il cambio giusto. Cerca di pagare sempre con banconote di grosso taglio il caffè o il quotidiano.

7) Rimetti in frigo il cartone del latte vuoto.

8) Se trovi un parcheggio sufficiente per due automobili, posteggia la tua auto esattamente nel mezzo.

9) Al semaforo, fatti pulire il vetro dall'ambulante e riparti senza sganciare un soldo facendo ciao ciao con la mano.

10) Se ti stai facendo una storia di sesso con un tipo appena conosciuto, aspetta qualche settimana e poi digli che non ti sono venute le tue cose. Questo genere di informazioni funziona meglio se la lasci in segreteria.

Se avete altre idee, vi ascolto.
Potrebbero servirmi e servirvi.

giovedì 30 maggio 2013

Ce ne ho per tutti.

Ovvero: roba che ho letto/ascoltato/visto nelle ultime due settimane e che ha solo sottratto tempo prezioso che avrei potuto dedicare a spazzolare il mio gatto.
In forma breve... anche perché sennò il tempo che ci ho perso dietro diventerebbe ancora di più.


Daft Punk. Random Access Memories

Homework mi aveva lasciato freddino. Discovery ha richiamato la mia attenzione, ma l'inutile Human After All l'aveva spenta di nuovo.
Avevo posto molte speranze in questo Random Access Memories e ora che il disco è uscito (anche nei circuiti P2P) e da qualche giorno gira sul mio iPod, vi dico la mia.
Intanto, è un disco confezionato troppo sull’estetica e sugli sponsor (vedi alla voce ""collaborazioni": se hai qualcosa da dire, non ti servono i "nomi" per mettere assieme, dopo dieci anni, tredici nuove canzoni tutte tue. Non ti servono proprio).
Il marcio già si poteva subodorare ascoltando il singolo promozionale (Get Lucky).
Come, non esci con un pezzo nuovo da dieci anni e poi lanci l'album con una cover?
Una cover scialba, patinata e rifinita come un pezzo disco funk di scuola Chic radiofonica e easy listening che non ci volevo credere?
Ogni volta che riascolto l'album propendo sempre più per l'ipotesi "presa in giro". Parlo dell'impomatata Give Life Back to Music, con chitarrine funk a sormontare un'elettronica da cocktail, o dell'agghiacciante lento del (bassissimo) livello di The Game of Love, del mezzo plagio al Prince anni ottanta in Lose Yourself to Dance, o ancora al chill out da night club a buon prezzo come in Within.
Il merito principale di un disco come Random Access Memories è quello di venire incontro alle esigenze di praticamente chiunque… e la conferma arriva dall'incredibile numero di consensi che un'opera così innocua, povera (e non minimale, c'è differenza) e al contempo sfacciatamente commerciale e volta a ricercare il successo radiofonico e di pubblico, sta effettivamente ottenendo negli ambiti più disparati, dagli ascoltatori occasionali ai critici che firmano sulle riviste di settore – evidentemente abbastanza superficiali o incompetenti da venir raggirati tanto facilmente da orpelli di produzione di questo genere o privi del coraggio di ammettere: ma cazzo, tutto qui?
Da salvare: Giorgio By Moroder, in assoluto il momento migliore del disco (se escludete la grottesca introduzione parlata di Moroder e l'inutile coda strumentale, con riff di chitarra piacioni) ma anche Contact (ovvero: gli Air sotto anfetamine).



Django Unchained, di Quentin Tarantino. 

Come ho letto altrove non ricordo più dove, se non si ama Tarantino questo non è il suo film che farà cambiare idea.
E io, che del buon vecchio Quentin ho visto quasi tutto senza mai gridare al miracolo come il resto del Mondo, non ho cambiato idea durante e dopo la visione di Django Unchained.
Tanto, ormai il film l'avrete visto tutti, più di una volta, vi sarete fatti la vostra idea e magari pubblicato anche una recensione sul vostro blog unendovi al coro degli entusiasti.
Questa mia microrecensione, sappiatelo, non fa per voi.
Un simil-western brutto, con una trama piatta, drammaturgicamente anoressico (non so voi, ma la missione di salvataggio prima e vendetta poi del protagonista non mi ha minimamente coinvolto a livello emotivo), popolato da personaggi non graziati dai dialoghi corrosivi e surreali dei fasti di Pulp Fiction e annaffiato per tre, lunghe ore da un'autocompiaciuta quanto artificiosa ironia … per chiudere con un pirotecnico e non-catartico finale con Django vestito come il Will Smith di Wild Wild West.
E, personalmente, sono rimasto deluso anche dalla totale assenza di riferimenti al Django di Corbucci. Al pari di Inglorious Basterds, a Tarantino piaceva solo il titolo. 
Da salvare: la scena degli incappucciati è fantastica. Una ciliegina su una torta che non c'è.


Nathan Never 263. Lo spettro del futuro

Il poliziotto privato del futuro dal ciuffone bianco non lo leggo più da almeno cinque anni. O magari di più. Non ricordo.
Dovrei aprire lo scatolone che non tengo neanche più a casa mia e controllare qual è l'ultimo numero che ho comprato.
Ad ogni modo, mosso a curiosità da QUESTO post di Luigi, investo questi due euro e spicci e compro questo numero dueseitre.
Che, se dovessi giudicare il classico libro dalla copertina, avrei già capito che aria tirava. 
Copertina di rara e incontrovertibile bruttezza, colorata in modo dar far dileguare tutti i lettori occasionali e disamorare definitivamente i "regolari" che già da un pezzo si chiedono "ma che cazzo sto leggendo?".
Tante cose sono cambiate dall'ultimo Nathan Never che ho comprato, e scopro che ci sono ben due storie al prezzo di una.
Però le storie sono lunghe la metà, quindi tutto come prima.
Si inizia con Lo spettro del futuro. Che poi, più che una (mezza) storia è piuttosto una chiacchierata da bar tra Nathan Never e un robot che ha deciso di UBRIACARSI.
Sì, non chiedete.
Nelle intenzioni degli autori avrebbe dovuto essere una riflessione sui futuri possibili dell'umanità, tra quello che la fantascienza ha immaginato e quello che è accaduto, seppur nel mondo fantascientifico di NN.
Uno spunto interessante, ma gestito in maniera talmente sciatta ed elementare da risultare imbarazzante. 
Da salvare: un paio di tavole di Giardo particolarmente ispirate e la battuta sulla seconda trilogia di Star Wars.

La seconda storia, Il ritorno di Omega, invece parte bene.
Buon ritmo e zero retorica, poi arriva Omega e tutta la sospensione dell'incredulità si ribella davanti un personaggio credibile quanto Berlusconi che restituisce l'IMU.
Mettici un finale con scambi di battute da telefilm tedesco da sabato pomeriggio e il discorso di fine anno che manco il Napolitano più retorico che vi ricordate, e avrete finito l'albo.
Da salvare: ad essere buoni, le prime dieci pagine.

mercoledì 29 maggio 2013

[Recensione] Age of Ultron


Dopo il ME (dove per ME sta per Mega Evento, così definiscono alla Marvel negli ultimi anni le saghe che coinvolgono il loro intero universo narrativo e che di fatto sono l'espediente più plateale per costringerti a comprare più testate possibili per seguirne tutti i pezzi) Fear Itself che per pochezza e per bruttezza mi ha fatto sospendere l'acquisto dell'unica serie che ancora seguivo con regolarità (Iron Man, ora orfano di Matt Fraction e furbescamente reebottato in occasione del film), la Casa delle Idee ha rilanciato con X-Men vs Avengers, pretestuoso, bolso e dal sapore di minestra riscaldata, tanto da farmelo abbandonare con uno sbadiglio dopo soli due numeri e mezzo (il "mezzo" era lo specialino Iron man vs Magneto, un'altra occasione sprecata).

In realtà, quello che aspettavo comparisse in edicola (negli USA sta per avviarsi alla conclusione, ma noi lo vedremo solo in autunno) è il ME Age of Ultron, scritto da Bendis e illustrato da Bryan Hitch, che è come dire la crème de la crème del moderno fumetto supereroistico mondiale termonucleare globale.
E io, che aspettare non è mai stato il mio forte, mi sono procurato gli albi americani, divorando gli otto numeri (su dieci) usciti finora nel giro di un paio d'ore.

Come ne è uscito Age of Ultron (o, almeno i suoi quattro quinti) dalla mia febbricitante disamina?
Non benissimo, ma neanche da classificarlo sotto la voce "ma per favore", dove sono ammucchiati il già citato Fear Itself ma anche Secret Invasion, o sotto "Poteva andare peggio ma anche molto, molto meglio" (Civil War). 
E, no, sullo scaffale "minchia, questa vi è venuta proprio bene" per ora c'è solo Dark Reign con quel folle sapiente di Osborn e la sua distopia figlia dei governi Bush e la sua epica conclusione Assedio.

Dicevo.
Age of Ultron non è tutto da buttar via.
Sopratutto guardando le prime pagine del book one. Il crossover parte in stile House of M, cioè dal futuro in cui Ultron ha già vinto game, set e partita e poi gli eroi tentano di tornare indietro e modificare la linea temporale (escamotage vecchio quanto vi pare, ma che se gestito bene funziona e, dettaglio non trascurabile, che permetterebbe a Bendis di fare un mini-reboot cambiando alcuni eventi nella continuity platealmente cannati, come Superior Spider-Man).

In parole povere: oddio, Ultron ci ha fatto il culo! Torniamo indietro nel tempo e facciamo sì che ciò non avvenga!
L'hanno fatto Kirk e Picard in Star Trek innumerevoli volte, l'ha fatto Marty McFly in Ritorno al Futuro, l'hanno fatto tutti i Terminator che volevano vincere facile, e millemila altri.
Ripeto…. non che una cosa del genere non possa essere sviluppata bene, ma da un ME tanto anticipato mi aspettavo qualcosa di più.
Ma Bendis, a questo giro, si dimostra all'altezza della sua fama?
Sì e no.
Age of Ultron mostra il solito stile che applica ai blockbuster, ossia: massima decompressione.
I primi capitoli evolvono lentamente verso qualcosa di inaspettato (oddio, un pochino inaspettato, mica chissà cosa) e le prime cinquanta, sessanta pagine finiscono in in modo che effettivamente si ha ancora voglia di andare avanti, al contrario dei ME che hanno preceduto Age of Ultron, appassionanti come il cemento che asciuga.
E, no, non intendo spoilerare più di così (in fin dei conti, sto parlando di una serie che non è ancora finita neanche negli USA e magari ti stupisce con un colpo di genio, chi te lo dice).


Bella la parte che vede stringere il fuoco su Wolverine e Susan Storm. 
Hank Pym si attesta definitivamente come un personaggio estremamente drammatico del Marvel Universe. La sua colpa ed il suo tormento sono connaturati in lui, anche nel momento in cui è ancora innocente. Un personaggio su cui lo stesso Bendis ha speso molte contraddittorie parole.
Tanto la seconda parte fa guadagnare alla serie in termini narrativi, tanto le fa perdere però in termini visuali.
Infatti, dopo l'abbandono di Hitch (le sue tavole restano superbe, ma lontanissime dalla ricchezza di dettagli e la meticolosa inchiostrazione che abbiamo ammirato in Ultimates o in Authority) le matite passano a Carlos Pacheco e Brandon Petersen, mai così poco ispirati, praticamente a tirar via, riuscendo a cancellare tutto il senso di pericolo dato dall'intrigante scenario distopico tratteggiato da Hitch nella prima parte (per non dire della colorazione, svogliata e mal gestita). 
Pacheco non solo tira via come non ha fatto nemmeno con la DC, ma da un certo punto in poi sembra dimenticarsi di disegnare bene gli sfondi, gettando tutto in vignette vuote e facendo perdere drammaticità e dinamismo agli eventi (se non siete convinti, cliccate su una qualsiasi delle tavole di Bryan Hitch qui riprodotte, e poi guardate QUESTA).  

Molte cose buone, insomma, ma anche altrettante che non vanno.
La storia è schizofrenica nel voler mettere in gioco tanti personaggi, focalizzandosi saltuariamente su ognuno di loro, ma non creando mai un attenzione equilibrata. Il senso di team book è inesistente (forse è voluto, e sarebbe persino una scelta interessante). 
Ma, una volta di più, le morti messe in campo vengono trattate con freddezza e parecchio sbrigativamente, due chiari indizi che suggeriscono come tutto quanto ci è stato mostrato finora verrà spazzato via da un colpo di spugna temporale.



In definitiva: restano due numeri alla conclusione di Age of Ultron e tutto inizia a ricordarmi Lost, dove un buon inzio e qualche ottima idea nel frammentre montava nello spettatore un'aspettativa che, man mano che si avvicinava il finale, andava a spegnersi contro la consapevolezza che, ormai, restava troppo poco tempo e spazio per concludere degnamente.
Insomma… a due sole uscite dalla fine, Ultron non si vede da tre numeri e neanche se ne parla.
E soprattutto... Morgana Le Fey!?
MORGANA LE FEY?! Ora è diventato Age of LeFey?!?
Il numero Otto, l'ultimo che ho letto, è di certo il più brutto, noioso e mal scritto della saga, e, a meno che non mi sia perso io qualcosa traducendolo dall'inglese (cosa peraltro possibile), mi pare stia pure perdendo di senso e coerenza.
E questo da un autore che ai suoi esordi sull'universo Marvel sconvolse per l'impatto emotivo che gli eventi realisticamente avevano sui personaggi.

Mi riservo di aggiornare le mie conclusioni, ma temo che Age of Ultron resterà un'occasione persa in termini di ricchezza della storia e ritmo.
A tanto poco dalla fine può risollevarsi quanto vuole col finale, ma non potrà di certo diventare una saga bella, così, di colpo.
Doveva essere "il canto del cigno di Bendis sugli Avengers" ma – è un'opinione personale, sia chiaro – è solo la riprova di come la qualità di una gestione storica stesse già colando a picco.
Peccato.

martedì 28 maggio 2013

Verde metallico standard.


Un'altra cosa mia del filone "McKean".
Al quale, lo ripeto a scanso di equivoci, il sottoscritto non è degno manco di sbirciare sopra la sua spalla mentre lavora al Mac.
Però questa Verde Metallico Standard non mi dispiace. A voi?

lunedì 27 maggio 2013

Vivo o morto, tu verrai con me.


Qualche settimana fa mi è capitato di rivedere Robocop.
Il primo ma non l'unico, quello del 1987, a firma di Paul Verhoeven.
All'epoca mi aveva letteralmente galvanizzato, tanto è vero che nella parte finale della pellicola, feci il tifo come non mi capitava da tempo e quando uscii dalla sala penso di aver imitato pateticamente la sua camminata robotica sotto lo sguardo stupefatto della mia ragazza dell'epoca.
Complice forse l'effetto nostalgia, il mio giudizio non è peggiorato di molto.

Sarà che impazzivo per il gusto dei film di Verhoeven, o forse è colpa del tema musicale (una tronfia marcia dal sapore militare, ad opera del compianto Basil Poledouris), del cast azzeccato fino all'ultima delle comparse... o magari dipende semplicemente dal fatto che Robocop aveva il mecha design più cazzuto di tutta la storia del cinema (sì, superiore anche a tutti gli Iron Man che volete).

Un'armatura che è il guscio che contiene povere spoglie umane massacrate in uno scontro a fuoco del tutto impari, un simulacro robotico di un poliziotto onesto, potenziato e ricostruito senza che nessuno gli abbia chiesto uno straccio d'opinione in merito e riportato in vita a forza come uno zombie meccanico per fargli proseguire il turno per le strade di Detrot.

L'ultimo eroe a cui non è concesso neanche di morire, riparato e reinizializzato ogni volta che serve, da persone a cui non frega nulla dell'uomo che c'era prima e che c'è ancora sotto il metallo.
Probabilmente, i due sequel che il personaggio ideato da Edward Neumeier e Michael Miner ebbe nel 1990 e 1993, pur restando degli onesti fanta-action movie, non sono all'altezza dell'originale... per non parlare della serie televisiva mid anni novanta che sfruttò il franchise di Robocop fino all'ultima goccia, ma riducendolo a un giocattolone per ragazzini.

Fatto sta che, quando nel 2008 ne venne annunciato un remake a firma di Darren Aronofsky, io mi emozionai.
E rimasi sinceramente male quando, più tardi, il progetto venne cancellato, restando nell'oblio per altri tre anni prima di venire affidato al parecchio meno navigato José Padilha.

Riaccendendomi, manco a dirlo, l'hype a mille.

Poco importa se il film si rivelerà una vaccata immane (il tipo di cui sopra ha all'attivo un paio di pellicole action e a breve dirigerà per la Warner Bros un altro crime movie,The Brotherood e tutto quello che posso augurarmi è che sia in grado di portare a casa un compitino corretto), un semplice passatempo (Robocop 3 si lasciava guardare) o una pellicola degna di stare vicino l'originale (a volte i remake vengono bene, a costo di prendere gli sputi a me il Solaris di Steven Soderbergh piacque parecchio)... alla notizia che un nuovo Robocop sta per uscire nelle sale, io vado comunque in fibrillazione.

Sfortunatamente, le ultime notizie parlano di reazioni unanimemente negative alla prima sceneggiatura (circolata abusivamente in Rete) e alla nuova armatura disegnata da April Ferry (una costumista che pure al suo attivo ha un curriculum lungo come una tangenziale) tanto che la Sony – nel frattempo diventata proprietaria dei diritti di Robocop – ha deciso di rimandare l'uscita del reboot di Robocop dalla prossima estate al febbraio 2014 (un periodo meno competitivo, in cui l'unico concorrente diretto del film sarà la versione cinematografica del videogame Need for Speed).


Non sono esattamente un nerd, come non sono un Trekker o un adepto di Star Wars... ma per il poliziottone di ferro ho un debole e in qualsiasi modo decideranno di resuscitarlo, di sicuro avranno i soldi del mio biglietto.
Alla peggio, rimetto su il blu-ray e me lo rivedo finché non lo fondo.

p.s. C'è stato un momento in cui ho considerato attentamente un cosplay di Robocop.
Mi sono fermato in tempo, più che altro quando ho realizzato che mi sarebbe costato come un MacPro e avrei avuto serie difficoltà a compiere azioni complesse, tipo respirare o concludere la giornata senza crollare a terra stremato dalla disidratazione.

sabato 25 maggio 2013

Gif Animate (3)


La prima è la migliore. Non c'è storia.
Buon weekend (tanto piove anche stavolta).

venerdì 24 maggio 2013

Tanta fatica per nulla.


Un bel mazzo in Photoshop per creare un'automobile che sembrasse fatta d'acqua (oltretutto, acqua in movimento) e poi il cliente ripiega su questa roba (qui sotto) molto più minimal.
Il mio è proprio un mestiere ingrato, certe volte.
Ah, più in basso, se vi interessa, un paio di screenshot con la base di partenza e la stessa immagine una cinquantina di livelli dopo.
Cliccare per ingrandire.

giovedì 23 maggio 2013

Voglio proprio vedere...


...come riusciranno, in Apple, a non far apparire il nuovo iOS 7 una copia di Windows Phone.
La più volte dichiarata scelta di rinunciare allo scheumorfismo nel design dell'interfaccia di iPhone, iPad e iPod nell'imminente nuova release del sistema operativo, non può portare ad un numero troppo elevato di soluzioni.

E questo pone Apple nell'imbarazzante, possibilissima eventualità di presentare un sistema operativo  che richiama, neanche da lontano, l'aspetto piatto e minimalista proprio di chi ha sbeffeggiato per anni accusandola (quasi sempre a ragione) di scopiazzare il suo design e le sue funzionalità: Windows Phone, che già da un paio d'anni ha introdotto l'interfaccia a tiles (piastrelle) che vedete qui sotto a destra.

Un approccio grafico che prevede solo angoli retti, nessuna curva, nessuna sfumatura, nessuna tridimensionalità, nessun bagliore, nessun tentativo di imitare il reale.
Fluido ed elegante, Windows Phone probabilmente avrebbe meritato miglior fortuna, e invece è relegato a una piccola quota di mercato dietro lo strapotere di Apple e di Android.


Io, che da anni adopero con soddisfazione interfacce grafiche Apple, non mi sono trovato male con l'impostazione minimalista di MIcrosoft.

La scelta di impostare tutto bianco su nero, anziché nero su bianco come in iOS, non compromette la leggibilità, grazie al tipo di display impiegato, un AMOLED che esalta i contrasti e rende perfettamente visibili anche i caratteri più piccoli.

Windows Phone è concepito per funzionare col pulsante "back", che, trovandosi sulla scocca del telefono, rende ancora più sgombra l'interfaccia.
iOS utilizza l'Helvetica come font di sistema, leggibile a qualsiasi dimensione. Anche la sua interfaccia, reattiva e che utilizza la tridimensionalità come espediente per agevolare l'esperienza utente, è un capolavoro di usabilità. 
In altre parole, sono due prodotti che fanno sostanzialmente le stesse cose, le fanno molto bene ma hanno un aspetto completamente diverso.

Non c'è un migliore o un peggiore (a dire il vero, la gestione del copia e incolla è ancora un pelo superiore in iOS), e a questo giro va riconosciuto ai tipi di Redmond di non aver copiato assolutamente niente e anzi, di trovarsi ora nella posizione di apparire come "modello ispiratore" (esattamente come iOS è stato per Android).

Ma, accadrà veramente questo?
Come scrivevo in apertura, se Apple rinuncia alla tridimensionalità, di certo assomiglierà di più a un Windows Phone.
Simply Zesty sta conoscendo in questi giorni un'enorme popolarità grazie al suo studio di fattibilità sul prossimo iOS di Apple, che interpreta con eleganza l'abbandono dello scheumorifismo.
Qui sotto, potete vedere alcune schermate-chiave del suo concept e, più in basso, un breve video ancora più esplicativo.
Al momento in cui scrivo, il video è stato visualizzato oltre un milione e duecentomila volte.

Il mio commento?
Che il concept è molto pulito, quasi una versione al "negativo" di Windows Phone, così snob e dark.
Ma ho anche il sospetto che Apple non cambierà così radicalmente l'aspetto del suo iOS non solo perché – finora – ha sempre operato per miglioramenti incrementali, anno per anno, minimi e (quasi) invisibili, ma anche perché un eccessivo atteggiamento in direzione "Windows Phone" potrebbe avere un fastidioso effetto boomerang.... per motivi che siete abbastanza svegli da capire da soli.

E, ad ogni modo, visto che iOS 7 sarà al centro della conferenza WWDC del prossimo 10 giugno, non manca molto per spazzare via tutte le illazioni e conoscerne l'aspetto definitivo.
Restare sintonizzati qui per conoscere le mie impressioni.

mercoledì 22 maggio 2013

Striptease.

Sapete quando ordinate qualcosa su Internet, questa vi arriva e fate finta di non ricordare cosa avete comprato e aprite con studiata lentezza la confezione per prolungare quel piacevolissimo momento quando estraete dal cartoncino poroso un oggetto levigato e sigillato nel cellophane lucido?



PS il film in questione, nel caso non l'aveste ancora visto, è uno di quelli Signora-mia-non-li-fanno-più-come-una-volta, con un giovane Michael Crichton all'esordio alla regia... che riproporrà il tema del parco tecnologico che sfugge al controllo dell'uomo (ricamando abbondantemente, almeno nel romanzo, sulla teoria del caos e dei sistemi complessi) in quell'altro piccolo classico che è Jurrasic Park, pellicola che ricalca sostanzialmente la medesima trama di Westworld ma attualizzata alle moderne tecnologie genetiche e con i dinosauri al posto dei robot.
Insomma, se siete tra i tanti che hanno amato Jurassic Park, dovete per forza aver visto anche Westworld, per molti aspetti anche superiore.
Fidatevi, sono due ore spese bene.

PPS E, a proposito di robot, Yul Brinner è senz'altro il padre ispiratore di tutti i Terminator di cameroniana memoria.
Di nuovo, se siete fan della saga rinfrescate il mito vedendovi Westworld (vi dò un aiutino: in Italia uscì col titolo di Il Mondo dei Robot. Non lo troverete in DVD, ma è da poco uscita questa bella edizione tedesca in blu-ray con traccia audio italiana. Se non avete un lettore BR, beh, c'è sempre il torrente).

lunedì 20 maggio 2013

Postproduzioni.

Ora, che a molti di voi non frega niente del cosplay lo so da me.
Però mi potete credere quando vi dico che ci si diverte, non solo durante, ma anche prima e dopo.
Per dimostrarvelo, in attesa della prossima fiera (direi ottobre, a questo punto, in estate ci sono poche manifestazioni e tutte minori), vi offro l'occasione di ridere un po' alle mie spalle con qualche ritocco su amici, amiche... e naturalmente sul sottoscritto.
Ma quanto mi annoierei se non esistesse Photoshop?


sabato 18 maggio 2013

GIF animate (2).

Potrebbero diventare l'appuntamento fisso del sabato.
Tanto, piove anche questo weekend.