lunedì 30 settembre 2013

20 cosplay che non potrete non amare.


SPIDERMAN
Avete ragione, tra la vecchia trilogia di Raimi e i nuovi di Webb, ce n'è finché ne volete. In realtà, questa tutina non perdona il più piccolo rotolo di ciccia.  Il tipo in questione, oltre a vantare un fisico asciutto e ad aver fatto un eccellente lavoro di sartoria, ha anche capito che metà della riuscita di un cosplay sta nel replicarne le pose classiche e gli atteggiamenti.
Solo per smilzi.


KINGPIN
A fare Spiderman ci provano tutti, meno si cimentano coi suoi nemici classici. E, diciamolo, per impersonare Kingpin, il tipo grosso come un armadio Ikea, non potete semplicemente imbottirvi di cuscini. Ecco un cosplay perfetto se avete rinunciato a Spiderman per motivi di stazza.
Solo per oversize.


DOTTOR DESTINO
Devo proprio dirlo: la stragrande maggioranza dei cosplay di Destino sono alquanto pezzenti.
Questo perché il metallo è da sempre la bestia nera di qualsiasi cosplayer: bello da vedere, difficilissimo e costoso da impiegare per un costume fatto in casa. E i suoi succedanei non sono sempre all'altezza.
Ecco perché questo cosplayer, qualsiasi cosa abbia usato per la sua armatura, merita un posto d'onore in questa top 20. 
Deve bere con la cannuccia, ma non è che i vari Darth Vader stiano troppo meglio, eh.
Per chi non vuole essere guardato in faccia.



THE WALKING DEAD
I cosplay si aggiornano con le mode e i personaggi dei film e delle serie televisive più popolari. È il motivo per il quale gente con un passato glorioso come Brighella e Arlecchino non sono più tanto gettonati, e sono stati soppiantati da Iron Man e Games Of Thrones.
Questo terzetto è semplice ma riconoscibile al primo colpo d'occhio. E poi, di zombie della domenica, ad ogni fiera se ne incontrano a frotte.
Solo per modaioli.


BUZZ LIGHTYEAR
Fare il cosplay di un giocattolo, per di più concepito per un film d'animazione digitale, è già una bella sfida.
L'astronauta della saga di Toy Story è riconoscibile a un miglio di distanza, con le sue forme retrò e i colori brillanti. E laddove la realizzazione non è levigata come un render 3D, sopperisce la simpatia del protagonista.
Solo per eterni ragazzini.


CYLON
La saga di Battlestar Galactica, anche se non ha mai veramente sfondato nel nostro Paese, conta milioni di fan affezionati in tutto il mondo.
Avevo già visto della gente vestire i panni dei Cylon originari, quelli cromati come un'Harley Davidson e tozzi come una caffettiera, ma questo è il primo modello Centurion che vedo. 
Dev'essere scomodo come non mai e andare in bagno dev'essere un incubo.
Però stai sicuro che alle fiere, nessuno avrà un costume come il tuo.
Solo per veri appassionati.


EDWARD MANI DI FORBICE
Un film che ormai ha più di vent'anni, ma che ha lasciato un segno indelebile nell'immaginario. Il personaggio stralunato e vagamente cyborg immaginato da un folle come Tim Burton e portato alla vita da uno schizzato come Depp ha ispirato parecchi cosplayer che non avevano paura di scomparire sotto una parrucca corvina e strati di cerone (oltre, naturalmente, a sobbarcarsi un lavoraccio per quel costume di cuoio e borchie, per tacere delle lame).
Perfetto per gli amanti del genere cybergothic.



TERMINATOR (e JOHN CONNOR)
Non tentate questo cosplay se avete una corporatura minuta. Sareste solo ridicoli.
Ma anche se il tipo non è Schwarzenegger, può vantare una certa somiglianza, accentuata dal trucco, gli accessori e l'abbigliamento curato fino nei dettagli.
E il tocco finale, è l'essersi trascinato dietro il giovanissimo John Connor da proteggere.
Per chi ha le spalle larghe (e un fratellino scassapalle che non vuole restarsene a casa).


IL PINGUINO
Questo cosplay sembra voler urlare: non serve aver passato gli ultimi diciotto mesi in palestra per mettere in scena un costume mozzafiato.
La fisicità di questo cosplayer è perfetta per il personaggio che ha scelto, e la connotazione che gli ha dato Tim Burton (ancora lui) non fa che aggiungere realismo e spessore al suo corrispondente fumettistico.
Per chi non ha un fisico scultoreo.


COLOSSO
Viceversa, c'è chi in palestra ci passa metà della sua giornata undici mesi all'anno, e costruisce con fatica un fisico che vorrebbe poter sfoggiare non solo in spiaggia. E, visto che esiste una moltitudine di supereroi dotati di un fisico da culturista, dev'esserci stato solo l'imbarazzo della scelta per questo cosplayer, che ha intelligentemente deciso per un body painting che l'ha reso identico a un membro degli X-Men.
Per chi ha un fisico scultoreo.


GHOST RIDER
Cercate di dimenticarvi – per un attimo soltanto – lo scempio compiuto sul grande schermo dei due film dedicati a Ghost Rider (che fanno sembrare Daredevil un film d'autore). Ora, è vero che la motocicletta aumenta esponenzialmente l'appeal di questo cosplay… e sarà parecchio difficile farla entrare in qualsiasi fiera. Ma l'impatto è sicuro, e le fiamme sono rese piuttosto bene.
Per chi ha una motocicletta e non ha paura di truccarla ai limiti del codice della strada.



LAMÙ
Sentite, non scopro certo l'acqua calda affermando che una bella ragazza in bikini di tigre fa voltare la testa a chiunque. L'essenziale, oltre a non avere complessi nell'esibirsi mezza nuda davanti centinaia di persone, è possedere l'autoironia necessaria per sorridere a trentadue denti da sotto la parrucca verde e i cornini. 
E comunque, anche il tizio accanto alla tipa è mezzo nudo, quindi non cominciate.
Per chi adora il proprio corpo.



LADY DEADPOOL
Lady Deadpool  è una versione femminile di Deadpool proveniente dall'universo Terra-3010. Nella sua realtà, combatte insieme ad un gruppo di ribelli contro il governo da lei definito fascista che si è insediato negli Stati Uniti.
Questo, tanto per inquadrare il personaggio.
Deadpool sta godendo di una popolarità crescente negli ultimi anni, e i suoi cloni si stanno moltiplicando ad ogni fiera del fumetto.
Costei ha il fisico giusto, una via di mezzo tra il formoso e l'atletico, per indossare la tutina aderente dell'assassina rossonera. Dite che non vi fa effetto.
Per chi non teme di competere con la sua controparte maschile.



BIOSHOCK
Non ho mai giocato in vita mia a Bioshock, il popolare videogioco sviluppato da 2K Games per PlayStation e Xbox. Ma ho sempre ammirato la sua grafica straordinaria e il suo carachter design curato fin nei minimi dettagli.
Questi due cosplayer dimostrano che, ad avere abbastanza tempo, volontà e risorse, si può portare in scena un cosplay che non ha niente, ma proprio niente, da invidiare a quelli mutuati dal cinema e dai fumetti.
Per chi ha una sorellina che deve portarsi appresso ovunque.



DEUNAN E BRIAREOS (APPLESEED)
Naturalmente, una fetta gigantesca dei cosplay attualmente in circolazione proviene direttamente da manga e anime.
Personalmente, non sono un appassionato né degli uni né degli altri, ma conosco piuttosto bene l'opera di Masamune Shirow, che, tra la fine degli anni ottanta e la prima metà dei novanta, realizzò alcune saghe che sono invecchiate benissimo e che, più di qualunque altra, definiscono il genere cyberpunk.
Appleseed è del 1985, e i sue due personaggi principali, la bella Knute Deunan e il cyborg Briareos Ecatonchiri, sono riprodotti dai due tipi che vedete qua sopra con un'accuratezza stupefacente. Cercate su Google un immagine del manga, se non mi credete.
Per chi preferisce il Giappone.



MAGGIORE KUSANAGI
Ghost in the Shell è probabilmente, assieme al sopracitato Appleseed, il manga più famoso di Masamune Shirow.
Anche qui, il mangaka ha scelto di assegnare a una donna il ruolo della protagonista, con la differenza che qui, il maggiore Motoko Kusanagi è un cibori progettato per la pubblica sicurezza e le azioni militari, e di umano ha solo l'aspetto e alcuni schemi di pensiero.
Tutto in questa cosplayer è perfetto: chi ha anche solo sfogliato il manga potrà giurarvelo.
Per tipe toste come l'acciaio.



BETTY RUBBLE
Se siete sopra la trentina, vi ricorderete che una volta, in televisione, prima dell'invasione giappo, erano i cartoni di Hanna e Barbera a comandarsela.
E Gli Antenati erano una delle serie più riuscite.
Wilma, la moglie di Fred Flinstone, mi è sempre sembrata una massaia del Quaternario, ma la sua amica Betty, parecchio più civettuola, mi pareva molto più sexy.
Questa cosplayer aveva la faccia giusta, era mora e probabilmente poco tempo o pochi mezzi per fabbricarsi chissà quale costume. Ma provate a dire che non vi fa sorridere. O anche altro.
Per chi non ha tempo da perdere.



JARETH RE DEI GOBLIN
Su Labyrinth, vero cult movie sul quale mi sono dilungato QUI, potete dire tutto quello che vi pare. Ma non che contenga, al suo interno, una serie infinita di personaggi che qualsiasi cosplayer non dovrebbe permettersi di snobbare.
Questo tizio ha fatto della sua vaga somiglianza con Bowie il punto di partenza per un cosplay ben difficile da vedere in giro.
Il solo rischio è che i più giovani e sprovveduti non lo riconosceranno nemmeno: peggio per loro.
Per chi ama i personaggi di nicchia.



LADY LOKI
Loki è il Gran Cazzaro dell'universo Marvel. Tira sempre e solo a fregarti, ed essendo un dio la cosa gli riesce anche piuttosto bene. 
Più sleale che mai, ha ben più di un incarnazione, e quella maschile che i più hanno ammirato al cinema è solo una delle tante in cui è apparso sulle pagine dei fumetti.
Questa cosplayer è abbastanza alta e altera da vestirne i panni con efficacia.
Anche qui, i dettagli contano. E saper guardare il prossimo come vermi da schiacciare.
Per chi ha sempre quell'espressione di superiorità stampata sulla faccia.



VINCENT VAN GOGH
Questo tipo non ha omaggiato un supereroe, un supercriminale, un mutante o una serie televisiva, no. Ha fatto di più.
Si è immedesimato in un artista morto più di cento anni fa, ma che da solo influenzò tutta l'arte del ventesimo secolo.
Geniale quanto folle, intuitivo quanto incompreso, Van Gogh, a differenza di tutta la gente clonata qui sopra, è esistito davvero, e continuerà ad esistere nei secoli a venire, perché la sua arte è immortale.
Aver pensato a questo cosplay è stato assolutamente pazzesco.
Per chi è completamente fuori di testa.

venerdì 27 settembre 2013

Magneto by Cyberluke.


Posterino di Magneto.
Illustrator + Photoshop.
Interessati contattatemi via email.

giovedì 26 settembre 2013

La ragazza di Vajont.


Il primo morto fu un ragazzo che tentava di lanciare una molotov contro un blindato della polizia. Spararono ad altezza d'uomo. Senza preavviso. Il ragazzo cadde come un giocattolo rotto. Scomposto, le braccia lanciate in fuori. I suoi compagni restarono per un attimo immobili, ammutoliti. Poi ripresero ad avanzare dietro le loro bandiere.
I poliziotti furono sopraffatti in pochi minuti. Fatti stendere faccia a terra. Picchiati, lapidati, bastonati. Linciati. I cadaveri appesi per i piedi ai tigli del viale. Furono i primi di quella lunga notte. Successe a Roma.
Quella notte molte città della penisola viste dai satelliti erano buie. Gruppi di manifestanti avevano preso di mira le centrali elettriche. Successe in tutto il Paese. Le luci si spensero e con esse il lume della ragione. Il giorno successivo il sole sorse su un Paese in preda a una violenta febbre. A un'epidemia di violenza.
Due giorni dopo, un altro messaggio venne lanciato a reti unificate. Da un altro uomo. Erano le mie le sue parole. Potevo anticiparle, recitandole a memoria, doppiando l'uomo che dallo schermo di milioni di televisori le pronunciava ritto dietro un podio con i colori della bandiera nazionale. Il suo tono era duro, ma non cattivo. Il tono di un padre che rimprovera i figli.
Intanto i camion percorrevano le vie delle città paralizzate, nomi venivano spuntati dagli elenchi. Persone, intere famiglie, venivano fatte salire a forza su quei camion, come io avevo progettato. Raggiungevano destinazioni prefissate, a orari stabiliti. Nessuno di loro tornava. Era il mio know how dietro quei viaggi senza ritorno. Cosa provavo, mentre queste cose succedevano? Cosa pensavo?


La ragazza di Vajont
Tullio Avoledo (2008)
Einaudi, 310 pagine
17 euro


Uno dei Tullio Avoledo migliori che possa capitarvi di leggere.
Questo è anche uno dei più cupi, e dei più coinvolgenti a livello emotivo.
Se ve lo perdete, è un problema vostro: io vi ho avvisati.

mercoledì 25 settembre 2013

Un milione di grazie. Almeno, così è usanza.

I post celebrativi mi annoiano, e quelli autocelebrativi ho sempre cercato di scansarli, che già di autoreferenzialità qua sopra ce n'è abbastanza.
E poi, i numeri, presi così come sono, mi hanno sempre detto poco (ma molto di chi li sbandierava, del tipo "Ehi, bello, ho quindicimila amici su Facebook").
Dopotutto, un milione di accessi a un blog ottenuti in cinque anni di vita non sono neanche così tanti, a ben guardare: c'è chi questi numeri li fa in un anno, o in pochi mesi.

Ma, visto che la cifra apparsa ieri sera sul totalizzatore era spaventosamente tonda e chissà quanto dovrò aspettare per vederne un'altra con sei zeri, allora, come si dice, colgo l'occasione per ringraziare tutti voi, che in questi anni siete passati qui e avete fatto avanzare quel contatore di un'unità, aiutando a dare un senso a tutte le parole e le immagini spese.

Agli sfoghi, alle riflessioni, ai progetti, alle recensioni non richieste, alle foto, a tutto quanto ficco in questo spazio che è assieme un frullatore e una vetrina e un diario che serve in primis a me per dare un corso e un ordine al mio inclassficabile flusso di coscienza, e – lo spero di vero cuore – anche a voi, che, anche se non vi conosco (con poche eccezioni) e non so chi siate, cosa facciate e cosa vi aspettate da me arrivando qui tutti i giorni, ormai siete degli amici.
Di nuovo grazie, e pronti per un altro giro.

Ah, di seguito, per gli amanti delle statistiche, qualche freddo numero.
Chissà chi è tutta quella gente che arriva dalla Germania.

martedì 24 settembre 2013

10 loghi tridimensionali ben progettati.


Dopo l'abbuffata di effetti tridimensionali simulati, estrusioni, sfumature, ombre, riflessi vetrosi e mille altri accorgimenti grafici, il prossimo passo dovrà essere – quasi necessariamente – un ritorno al "piatto".

Un focalizzarsi sul colore e sulle forme pure per veicolare messaggi e mood. Ha iniziato, in sordina, Microsoft applicando questo concetto all'interfaccia della sua nuova versione di Windows e subito dopo a quella dei suoi Windows Phone, e, una volta tanto in scia, sta arrivando Apple che ha fatto piazza pulita di profondità simulate con il suo recentissimo iOS 7. 
Io non riesco a schierarmi da una sola delle due parti. Il nuovo trend "totally flat" non è, all'improvviso, l'unica scelta di stile possibile, per chi vuole creare un nuovo logo.
Aggiungere un elemento di profondità in un logo non significa che creare automaticamente qualcosa di datato… una volta di più, se si lavora bene, anche un logo tridimensionale può apparire moderno e perfettamente riuscito.

Un vantaggio di utilizzare la profondità nella progettazione è che, ora che la tendenza è quella di andare verso un'estetica più flat, i loghi così concepiti (e non semplicemente adattati) possono distinguersi più facilmente dagli altri: il che è uno dei primissimi requisiti da tenere conto nella progettazione di un logo.
Farsi notare e farsi ricordare.
Con qualsiasi mezzo.

Naturalmente, come la maggior parte del lavoro di progettazione, è più facile a dirsi che a farsi. Ci vuole fatica, pazienza, osservazione e molta pratica… per aiutarvi ad aggiungere profondità ai vostri loghi in modo realistico e naturale, voglio ispirarvi con i dieci loghi che usano tridimensionalità che attualmente sono in cima alle mie preferenze.
Utilizzano tutti almeno un elemento di profondità – alcuni in modo sottile, usando un pelo di ombra o uno smusso appena percettibile – mentre altri ricorrono al 3D in maniera molto più evidente, a volte utilizzando una vera e propria fuga prospettica.
Se ve ne piace uno in particolare, ditelo nei commenti.



Luce Clima


Stemford Institute of foreign Languages 


AST Design 


Applogix

Cube
2EM


Coder Evening


Copper


 Bear


Factory Business

lunedì 23 settembre 2013

In Silence the spirit fades.

Il titolo l'avevo preso da una vecchia canzone che manco mi ricordo più di chi fosse.
E l'immagine l'avevo tenuta nel cassetto per un bel po' perché appena l'avevo finita, mi era sembrata troppo tetra e non ero dell'umore giusto per postarla.
Ma, a riguardarla adesso, non mi dispiace per nulla.
Per vederla più grande, fateci fate click sopra e scegliete Apri in una nuova finestra.

venerdì 20 settembre 2013

[Recensione] Rush

Ho smesso di seguire il campionato del mondo di Formula 1 quando tutto ha cominciato a diventare troppo noioso e prevedibile, o quando le auto hanno iniziato ad adeguarsi tutte alle medesime soluzioni tecniche e a rendersi distinguibili solo per i colori degli sponsor con cui erano verniciate, o forse – più probabile – quando sono finiti i piloti coi quali riuscivo a provare dell'empatia.
O, se preferite, per cui fare il tifo.
Piloti che mi piacessero e a cui mi sentissi in qualche modo affine.
E, anche se non mi piace ammetterlo, sono abbastanza vecchio da avere come mito personale dell'automobilismo Niki Lauda.


Un uomo antipatico a tutti, che la stampa etichettò all'epoca (ma ancor oggi, da tutti i commentatori più superficiali) come "robot" ma che si dimostrò mille volte più umano e fragile di tanti altri campioni che non raggiunsero la sua statura neanche fregiandosi di più vittorie in pista di quanto Lauda sia riuscito ad accumulare in quattordici anni di attività.
Lauda non la mandava a dire a nessuno, neppure a casa sua in Ferrari, dove era malvisto per la sua sincerità brutale e l'assoluta mancanza di rispetto per le consuetudini e le tradizioni in una scuderia così blasonata a favore di un pragmatismo assoluto e di una ricerca maniacale della perfezione che passava per la disciplina dentro e fuori la pista.
Uno che ebbe il coraggio di avere paura.
Di mollare gara e un campionato praticamente vinto quando riconobbe – in uno sprazzo di lucidità storico e per molti, tuttora incondivisibile – la follia di pilotare sotto il diluvio di un circuito praticamente allagato e con visibilità zero.
L'antitesi perfetta del campione-divo, ai tempi incarnato dal rivale James Hunt, scapestrato, indisciplinato, inaffidabile. E velocissimo.
È tutto scritto e tutto filmato. Recuperate, se potete, gli spezzoni video di quell'anno incredibile.
L'ascesa, la rivalità, l'incidente, la convalescenza, il ritorno, il recupero. E l'abbandono.

Era una storia perfetta per essere raccontata a chi, oggi, crede che la Formula 1 sia iniziata con Ayrton Senna (che, di fatto, raccolse l'eredità di Lauda come campione del decennio successivo)… e la palma è toccata a Ron Howard, regista solido, di stampo classico ma di sostanza.
Come se l'è cavata l'ex Happy Days e premio Oscar?
Non male.
Rush è una ricostruzione (o un biopic, come dicono i critici veri) godibile, diretta con mestiere (e un pizzico di furbizia) invidiabile, il cui difetto più grande è uno script che riesce a malapena a tenere il passo con quello scritto dalla Realtà nel 1976… dove tutto ciò che poteva accadere è accaduto davvero, sovvertendo ogni pronostico, buttando piloti e macchine in un gigantesco frullatore di metallo, carne, benzina e fuoco e pioggia che mai, mai nessun autore sarebbe riuscito a scrivere.


Un monito – per chiunque – che la vita se ne frega dei nostri sogni, dei nostri sforzi e delle nostre ambizioni. È tutto fuori controllo, sembra suggerirci quel Mondiale, e stringere più forte il volante o ritardare di un altro decimo di secondo una frenata prima della curva non ha che una minima influenza sui nostri destini.
La riduzione (mai termine è stato più appropriato) cinematografica di Rush è sorprendentemente meno parziale e superficiale di quanto ci si potesse aspettare e interpretata ottimamente da Chris Hemsworth e Daniel Brühl (oltre che da un azzeccato contorno di comprimari, Christian McKay che emerge tra tutti).
Certo, la cifra stilistica di Howard è sempre un pelo troppo patinata (assecondata magnificamente dal direttore della fotografia "premio Oscar" Anthony Dod Mantle, che può vantare un curriculum lungo come una tangenziale) e spudoratamente hollywoodiana, ma il meccanismo funziona e l'opera di rilettura della rivalità storica tra l'inglese e l'austriaco appassiona il giusto, pur senza riuscire a far aggrappare lo spettatore ai braccioli della poltroncina.

L'epopea (e questo termine è tutt'altro che esagerato, potete credermi) di Lauda e Hunt non è tradita, ma alcuni lati della caratterizzazione dei due campioni, che nella vita reale apparivano più sfumati, qui sono messi in chiara evidenza. Al contrario, alcuni aspetti che sono sempre stati una parte preminente nelle loro rispettive iconografie, sono meno marcati. In generale, sono state ignorate tutte le interazioni con gli altri piloti (con la sola eccezione di Clay Regazzoni – parte affidata senza infamia e senza lode a Favino – e la scena della riunione tra i piloti prima del gran premio di Germania) e qualsiasi risvolto di carattere tecnico (che pure aveva il suo bel peso, ma che cinematograficamente era una scelta più dannosa che utile ad Howard, che ha saggiamente deciso di focalizzare il film sugli uomini e non sulle auto).

Ulteriori note di merito vanno alla scelta di usare pochissima o zero computergrafica (le scene in pista sono state girate sui circuiti dell'epoca usando vere monoposto prestate da collezionisti o ricostruite da zero) e al commento sonoro del solito Zimmer, alternato a brani anni settanta di Bowie e Steve Winwood.
Insomma, me la sono spassata e in questi giorni non sono facile allo spasso.
Consigliato.

giovedì 19 settembre 2013

10 Curricula creativi (parte 3).

QUI e QUI ne avevo pubblicati altri.
Visto che il tempo passa ma là fuori sembra non migliorare niente – anzi – se appartenete alla nutrita schiera di chi è in cerca di un impiego o di chi vorrebbe cambiare quello che ha, eccovi di nuovo qualche bella idea per evitare che il vostro curriculum venga usato per fare aeroplanini di carta l'attimo dopo che viene tirato fuori dalla busta.
A voi la scelta se copiarli spudoratamente o semplicemente farvi ispirare.


Mackenzie Prather
Informazioni stringate ma che hanno il pregio di farsi leggere in pochi secondi, grazie anche all'uso dei colori basici e brillanti.
Se poi potete permettervi di allegare una chiavetta USB con i vostri lavori migliori, sarà difficile che qualcuno non la infili nel suo PC per dargli un'occhiata.



Antonio Sortino
Un solo – ben scelto – colore oltre il nero, una serie di icone e di pittogrammi al posto di tante parole e un tocco di eleganza retrò fanno di questo CV qualcosa di piacevole e leggibile sia a video che stampato.


Martin Zarian
Da copiare con cautela, perché il testo bianco su nero riduce drasticamente la leggibilità delle informazioni.
Ma la struttura ad origami concepita dal designer veneto è cromaticamente accattivante, e la fusione fotografico/vettoriale del suo volto (attenzione a non eccedere nell'autoreferenzialità) è da sola un ottimo esempio delle sue capacità grafiche.
QUI altre viste del progetto.



Matthew Hall
Questo designer americano è consapevole del pochissimo tempo che i selezionatori sono disposti a concedere alla lettura dei CV, e ha organizzato tutte le informazioni in testi molto brevi e supportati da icone. Il tutto, usando un solo colore.
Teoricamente, c'è anche un percorso da seguire, ma quello non l'ho notato.



Pernille Posselt
Pernille è l'ennesima che ha compreso che dilungarsi sul CV è inutile, e ha organizzato le informazioni principali (istruzione, precedenti lavori e competenze) in modo semplice e leggibile, facendo un sapiente uso delle font e di pochi altri elementi grafici.
Le sue due fotografie non sono invadenti e spezzano il rigore del progetto.
QUI trovate altre viste del suo CV.


Tanvi Chunekar
Tanvi è una designer con poca esperienza, e riempire il suo CV potrebbe sembrare un compito arduo.
Invece riesce ad interessare e a farsi notare grazie a poche, ma riuscite, illustrazioni vettoriali, colori ben dosati e font non buttati a caso. Anche la gestione dello spazio sul foglio, idealmente diviso verticalmente in due, crea aree di testo e grafica del tutto bilanciate.
QUI altre viste.


Georgia Boussia
Georgia ha abbandonato il solito formato A4 per un ben più originale cartoncino contenente tutte le sue competenze ed esperienze e con un'estremità fustellata da conservare come biglietto da visita.
la grafica è pulita e moderna, e se l'idea vi piace QUI potete vederla anche meglio.



Ridhika Dhandhania
Questa designer dal nome impronunciabile annovera poche esperienze lavorative, ma con un buon uso del bianco, della tipografia e di un'elementare infografica, impagina un CV efficace e perfettamente leggibile.
Pensate a quando avrà altri dieci anni di esperienza.



Rafael Guimaro
Rigore & colore sono i due punti fermi del CV di questo giovane designer brasiliano.
Usa una sola, leggibilissima font, qualche pittogramma e sei tinte ben accostate.
Come a dire: pochi ingredienti, ma miscelati alla grande.
A naso, direi che Rafael andrà lontano.


Adam Koon
Adam Koon sembra suggerirvi: mostrate quello che sapete fare meglio.
Un CV disegnato a mano dovrebbe essere una scelta obbligata per chi si propone come illustratore.
Usando pochissimi colori e un fondo nero, Adam realizza un vero e proprio miniposter che nessuno avrebbe il cuore di buttare nel cestino.
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