martedì 25 febbraio 2014

Sembra facile.


Ma quanto è brava sta ragazza?
So che vi ho sfracellato le balle con Monik, ma provateci voi a fare una foto così solo con un cellulare appoggiato a una mensola.
Il taglio, la luce radente, quell'ombra all'estrema destra.
Sul serio, provateci e poi mi dite.

martedì 18 febbraio 2014

5 idee per nuovi serial TV nuovi di pacca.

È che a guardare serie tv, belle e brutte, sono buoni tutti.
Guardarle e poi parlarne (bene o male) argomentando un minimo, già un po' meno.
Ma, sapete quelli che dicono "Eh, tu parli parli ma non proponi un cazzo"?
Ecco, questo post è anche per loro.

Dicevo che a forza di macinare serial televisivi, mi sono venute delle idee per delle serie nuove di zecca.
Idee che non ho tempo per sviluppare.
Idee che mi spiace che rimangano idee e basta. Sarebbe bello se qualcuno le usasse.
Così, se chi legge ha le risorse che servono e siede sulle poltrone giuste e le vuole usare, magari me lo dice e ne parliamo.
E tutti voialtri, ditemi se c'è qualcosa che vi piace (o vi fa schifo).

SCV 
Il Vaticano, oltre la colorata facciata delle Guardie Svizzere, possiede una sua polizia segreta. Che interviene in Italia e in tutto il mondo ovunque si renda necessario per la stabilità e l'immagine della Chiesa Cattolica.
La Sacra Guardia Vaticana è composta di laici ma anche di sacerdoti, possiede una sua rete informatica modernissima, basi operative in tutto il mondo e, all'occorrenza, usa la forza letale.
Il tutto per un "bene superiore" e slegata dal controllo del Pontefice.
C'è un'ala "moderata" che comunque agisce, ogni volta che è possibile, nel rispetto degli insegnamenti di Cristo e una di "falchi" che va meno per il sottile.
Atmosfere alla Angeli & Demoni (ci vedrei bene Favino, nel cast) e il Papa come guest star.

A. I. Artificial intelligence (o Singularity)
L'umanità è a un passo dalla Singolarità.
Un piccolo team di scienziati sta per mettere a punto la prima intelligenza artificiale del mondo, ma una serie di attentati ne rallenta la messa in funzione.
Una prima stagione di 12 episodi in cui si vedono gli scienziati "buoni", i terroristi "cattivi", dei politici, dei militari.
Ad ogni puntata ci si avvicina sempre di più al raggiungimento dell'Intelligenza Artificiale, ma alla fine si scopre che i terroristi provengono da un futuro dove l'IA si è ribellata all'Uomo (come da tradizione) e la sola speranza è tornare indietro nel tempo per impedire che questa venga mai creata.
Sì, può ricordare Terminator, ma con alcune importanti differenze (sono gli uomini a tornare indietro e non le macchine).

Stagisti (o Lollipop).
Immaginate un Boris ambientato nel mondo dell'editoria.
Proprio qui in casa nostra, nella nostra Italietta.
I protagonisti sono quattro stagisti, un grafico e tre redattori, che lavorano alla rivista per teenager Lollipop.
Paga ridicola, umiliazioni sul lavoro, meschinità, ambizioni da poco e un paio di love story.
Tono da commedia agrodolce, ma un pelo meno cazzaro di Boris.
Il pilot potrebbe essere diretto da Carlo Verdone.


What If (o Chrono Police, o Ucronia).
Cosa sarebbe successo se Hitler fosse riuscito a mettere a  punto l'atomica prima degli americani e avesse vinto la guerra?
O se la spedizione di Colombo fosse naufragata e l'America venisse scoperta duecento anni più tardi?
Se Kennedy non fosse mai stato ucciso?
Se si fosse scoperto che l'11 settembre era una manovra dei governi occidentali?
Che il mondo così come lo conosciamo sarebbe stato molto, molto diverso.
Da quando è stata sviluppata la tecnologia per viaggiare nel tempo, secretata e messa immediatamente sotto controllo dei governi, qualcuno è riuscito più volte a impadronirsene per correggere la Storia a proprio interesse, alterando il corso degli eventi.
La Chrono Police ha il compito di tornare indietro a correggere tutti i cambiamenti introdotti, in cattiva o in buona fede, dai viaggiatori illegali del tempo, perché le conseguenze dei cambiamenti storici possono essere imprevedibili.
Anche quando sembra che si stai agendo per il meglio.
Sarebbe fantastico avere un pilot diretto da uno tosto (Ridley Scott?), ma temo che metà del budget se ne andrebbe.

Anni di Piombo
Qual è l'unica serie italiana in grado di competere ad armi pari con le più cazzute straniere? 
Direi, senza possibilità di smentita, Romanzo Criminale.
Anni di Piombo sarebbe affidata di nuovo a Stefano Sollima (che ha dimostrato di sapersi muovere magnificamente nell'Italia anni 70) andando a sviscerare il quinquennio di massima attività delle Brigate Rosse e facendolo vivere in prima persona allo spettatore, per una volta non dal punto di vista della polizia e dei magistrati.
Una miniserie che culmina nel Sequestro Moro e in tutte le sue contraddizioni e contaminazioni politiche.

domenica 16 febbraio 2014

Tre serie tv da evitare. E tre da salvare.

C’è un dato positivo, dietro alla crisi di idee del cinema hollywoodiano: il talento non ristagna.
Si sposta. Cerca nuovi canali di sfogo, nuovi veicoli di espressione. La gerarchia piramidale che collocava i prodotti televisivi alla base e i lungometraggi al vertice da qualche anno ormai ha subìto un brusco rovesciamento.
In termini di qualità, cura dei dettagli, orchestrazione dei flussi narrativi, ritmo e ricchezza delle sceneggiature, oggi esistono serie televisive che si mangiano in insalata l'attuale Hollywood e il cosiddetto cinema coi budget a sette o otto zeri… ma di questo, ve ne sarete accorti anche voi.

Naturalmente, assistiamo anche ad un eccesso di offerta: così poco tempo, così tante serie televisive da vedere. 
E non tutte meritevoli.
Nelle ultime settimane, complici le feste di fine anno, ne ho macinate  qualcuna, e dall'alto della mia saccenza mi permetto di segnalarvi alcune delle serie da cui stare lontani per non sprecare inutilmente il vostro tempo, e altre che meriterebbero almeno una chance da parte vostra.

Nota bene: in queste ultime non sono incluse Utopia, Real Humans e Les Revenants perché ne ho parlato già nel post di fine anno e a quest'ora dovreste già averle fatte vostre (e se non l'avete fatto, beh, peggio per voi).


The Tomorrow People
Inizio subito con la peggiore. La cosa migliore che ha questo serial è il titolo. Dovrebbe esservi sufficiente.
Bocciata su tutta la linea (o, almeno, da qualche parte dovrebbe apparire in sovrimpressione che è roba buona, tutt’al più per teenager non particolarmente dotati).
Non sono manco riuscito ad arrivare alla fine del pilot.


Intelligence

A una prima visione, non mi è parso poi così male. Ma a ripensarci, le puttanate narrative emergono come merda che sale a galla.
E di agenti dell'FBI o della CIA in gonnella dure e pure ne ho viste a bizzeffe, negli ultimi anni. Basta. 
Quanto alla struttura, nulla di veramente nuovo, e appena un accenno di trama orizzontale.
Se Holloway ha la faccia giusta per interpretare una sorta di Uomo da Sei Milioni di Dollari del terzo millennio, la sua comprimaria è anonima quanto anoressica.
Mollata senza alcun rimorso dopo un paio di puntate.

Agents of Shield
L'avevo già mollato alla 5 o alla 6, finché qualcuno scrive da qualche parte che questa 1x12 è migliore di tutte le altre, e investo altri preziosi 43 minuti.
Buttati.
La puntata è esattamente come tutte le altre: piatta, vecchia, inutile, fiacca. 
Si può dire che il difetto principale del primo serial Marvel è di non assomigliare a niente di Marvel. 
Mediocre, veramente mediocre.


The Blacklist

Mah. Non malaccio, fosse altro per l'ottimo James Spader che ripercorre il sentiero di Hannibal e il suo morboso, oscuro rapporto con la solita agente FBI algida e simpatica come una cartella di Equitalia.
Oltre il solito "superterrorista della settimana", c'è anche uno straccio di trama orizzontale. Qualche puntata moscetta in mezzo, un bel finale di stagione e un'ultima puntata che tira decisamente su la testa.

Almost Human
Buoni presupposti, una o due idee carine, e una certa attenzione ai dettagli. Ma storia risibile (un buddy cop in salsa sci-fi, in buona sostanza) e senza vere ambizioni.
L'ho abbandonato intorno il quarto o quinto episodio e non mi manca per niente.
Helix
Non contiene praticamente nessun elemento originale (la base di scienziati nell'Artide, il virus che sfugge al controllo, le ingerenze militari, lo scienziato buono, gli zombie, eccetera eccetera eccetera).
Però può contare su un paio di facce interessanti (Billy Campbell e Hiroyuki Sanada), il faccino supersexy di Kyra Zagorsky, una bella ambientazione claustrofobica e uno script che non centellina i colpi di scena.
Per ora, tiene.

Che poi, tutto questo guardare e dissertare, mi ha fatto venire in mente un paio di idee.
Ma magari ve ne parlo nel prossimo post.

sabato 8 febbraio 2014

Robocop, la doppia recensione.

Ci sono due modi per parlare del Robocop di José Padilha in sala in questi giorni.
Uno è fare finta di non sapere che è il remake di un classico praticamente istantaneo, il Robocop di Paul Verhoeven del 1987. E l'altro è avercelo invece ben presente e usarlo come metro di giudizio, per quanto farlo non renda quasi mai un buon servizio alla copia.

Cercherò di farlo in entrambi i modi, perché io a Robocop sono profondamente affezionato (ne ho parlato a più riprese su questo blog ogni volta se ne è presentata l'occasione) e piuttosto che parlarne male preferirei affermare pubblicamente che le tette di Pamela Anderson sono un filino troppo grosse, dopotutto.
E, giusto per sgombrare completamente il campo da qualsiasi traccia di dubbio, sappiate che, sì, non solo ho adorato il primo, ma anche il secondo (lo vidi nel mio primo viaggio negli Stati Uniti sentendomi molto figo perché all'epoca dovevano passare mesi prima che i film americani arrivassero in Italia, anche se il mio inglese era scarso e capii sì e no la metà dei dialoghi), il terzo (rinunciare a Peter Weller fu doloroso ma venni ricompensato dall'indimenticabile sequenza di Robocop che vola con un jet-pack) e… beh, non posso dire di aver adorato la serie tv, ma – e lo dico prendendomene ogni responsabilità – la registrai diligentemente su VHS dicendomi che, anche se mi sembrava una schifezza under 13, magari un giorno l'avrei rivalutata.
E, ah, sì, ho cercato e comprato su eBay il cofanetto dei 4 film The Prime Directives inedito in Italia e me lo sono guardato senza sottotitoli perché per me, e per quelli come me, Robocop è l'ultimo degli eroi romantici che il cinema sia riuscito a darci.
Con una quarantina di euro su eBay si trova ancora.

Fatta questa premessa, passo a parlare di Robocop 2014 cercando di non pensare a Robocop 1987. E, quindi, com'è?
È un filmetto mediocre. 
E da mediocre potrei salire fino a "discreto" se volessi far valere un bonus di benevolenza, perché di film di fantascienza se ne fanno sempre troppo pochi e già il fatto che a Hollywood vengano stanziati cento milioni di dollari per produrre qualcosa che non parli di supereroi ti mette in uno stato d'animo più benevolo.
Perché Robocop oscilla tra il mediocre e il discreto e non riesce a salire più in alto?
Ci sono diversi motivi.
Facciamo che ve li elenco in ordine sparso, così come mi vengono a rifletterci sopra cinque minuti, piuttosto che cucirli assieme in un discorso organico.

Perché il protagonista scelto per interpretare Alex Murphy è un perfetto signor nessuno (ma non è questa la colpa) che non si attira le simpatie del pubblico né prima né dopo la sua trasformazione nel cyborg poliziotto al soldo dell'OCP (pardon, OmniCorp). Nessun physique du role, nessun tormento che non sia una maschera da soap pomeridiana, nessun guizzo, neanche una battuta decente in oltre due ore di montato. E se non parteggi almeno per qualcuno, un film rischia seriamente di diventare emotivamente sterile, anche se pur sempre di fantascienza e di azione si parla.
E badate che se non sono riuscito a provare un filo di compassione cinematografica per un disgraziato che è ridotto a una testa parlante, un paio di polmoni e un cuore sigillati in un guscio di plexiglas (in una delle poche scene riuscite del film), significa che qualcosa d'importante non sta funzionando nell'impianto. 
Ma andiamo avanti.
Perché c'è il personaggio di Samuel Jackson che, a ben guardare, potrebbe tranquillamente essere sottratto dall'equazione senza che il film ne soffrirebbe: talmente slegato, scontato e caricaturizzato che le parti in cui compare (sue sono le sequenze d'apertura, centrali e di chiusura) sono le più fiacche in assoluto. Avete presente uno che vi racconta una barzelletta che non fa ridere? Esattamente così.

Perché il film gode di un ottimo incipit che fa davvero ben sperare (e l'esperienza di José Padilha nel genere è messa a frutto in ogni fotogramma), e poi ci si perde in un plot da telefilm che non ci molla più fino al finale.

Perché tutta la violenza che viene messa in scena è di tipo addomesticato, filtrato, corretto, distillato: fino a farci arrivare nel bicchiere dell'acqua tiepida che male non può fare a nessuno, ma di certo neanche fa venire voglia di chiederne ancora.
Non vedrete sangue (e ve lo dice uno a cui del sangue e dello splatter in generale frega meno di zero), ma neanche sudore, o una siringa, una puttana, uno che sniffa coca, neanche uno che ruba una borsetta, a ben vedere.
Se ci sono dei criminali a Detroit, non si sa bene cosa facciano o chi siano.
Il cattivo dovrebbe essere un tizio coi capelli alla Drupi che non spaventerebbe nessuno. Ci sono un paio di sbirri corrotti che fanno quasi pena, e c'è Michael Keaton che dovrebbe essere il dirigente spietato che passa come un rullo compressore sopra tutto e tutti per dare all'America il prodotto robotico che gli farà impennare i profitti. Roba che Tanzi che si è fottuto i soldi dei risparmiatori Parmalat appare più stronzo.
Robocop in moto. Se piace a voi.


Robocop 2014 è mediocre nella scrittura, di stampo prettamente televisivo (non che sia necessariamente un male) e che sembra non impegnarsi mai a uscire dai consueti, sicuri binari dell'action-movie con una spruzzata di sci-fi che ormai prodotti come Almost Human o Intelligence propongono settimanalmente sulla tv via cavo, peraltro senza che nessuno – che mi risulti – si sia alzato in piedi ad applaudire una delle serie appena citate.
È carente persino nel presentarci delle scene d'azione come si deve (ci sono due sparatorie, una piuttosto convenzionale sotto la pioggia e un'altra agli infrarossi nella seconda metà del film che assomiglia più a una session di Playstation. Poi, se volete contare anche quella dove Murphy se la vede con i droni, beh, fanno tre, ma tanto vale guardare uno che spara a dei bersagli di cartone).
È mediocre nel commento sonoro, affidato al non troppo blasonato Pedro Bromfman, che ci fa battere il cuore per dieci secondi dieci quando riarrangia il trionfale tema di Basil Poledouris e poi ripiomba in una soundtrack anonima e che non si fa ricordare neanche per un attimo.

Insomma, tutto da buttare via?

Non proprio.

I soldi spesi (tanti), almeno quelli non finiti per pagare i cachet di Jackson, Keaton e Oldman (l'unico personaggio con cui si riesce a provare un pelo d'empatia e magnificamente sorretto da una prova attoriale una spanna sopra le altre) si vedono nelle scenografie, mai meno che complete, dettagliate, accurate e verosimili.
Il mecha-design di Robocop (vi ricordo che mi sto sforzando di non fare paragoni con l'originale) è piuttosto buono, così come tutto l'impianto che lo sorregge.
Niente di straordinario, sia chiaro… se avete visto Robert Downey jr. spogliarsi dell'armatura di Iron Man in un tripudio di CGI perfettamente ibridata col reale già nel 2007, nulla in questo Robocop vi sconvolgerà (ma la sequenza a cui accennavo prima potrebbe comunque colpirvi).
Peccato che mezzi, armi e persino i droni (non riesco a chiamarli ED-209) non siano niente di particolarmente studiato o innovativo. Anche il display a "realtà aumentata" di Robocop non ha niente di più di quanto non abbiate già visto in un Terminator a vostra scelta, o, se preferite, nel già citato Intelligence dove il Sawyer di Lost fa l'agente segreto con un chip nel cervello.
"Gary, quanto ti hanno dato? più che a me, vero?"

Cos'altro?
Ah, sì… oltre la bella sequenza iniziale, c'è quella della fuga di Murphy dalla base OmniCorp in Cina. Sorvolando – con tutta la benevolenza del caso – sul fatto che "questo" Robocop salta come l'Uomo Ragno (potrà piacervi o meno, deciderete voi), riprese e colpo d'occhio funzionano alla grande e per qualche minuto... ma non fanno altro che confermare che il ragazzo – Padilha – è bravo ma non si applica.
Il finale è "povero", forzato e ulteriormente banalizzato da un controfinale affidato a Samuel Jackson, che per tutto il tempo guarda in camera con un'acconciatura orribile e un look anni settanta che non si capisce da dove sia venuto fuori.
E questo è tutto.

Paragonato al Robocop originale, questo perde miseramente. Su ogni fronte.
Com'era (probabilmente) prevedibile, ma questa non è una scusante.
Se ti accosti a un classico (e il Robocop di Verhoeven lo è, che vi piaccia o no), devi essere consapevole che il confronto ci sarà. E sarà impietoso.
Padilha aveva gli strumenti (e non parlo solo del budget) per realizzare qualcosa di dignitoso, ma inspiegabilmente finisce per girare una puntatona di Almost Human, e di quelle brutte.
Il suo Alex Murphy non ha presenza scenica, non ha personalità, non empatizza con voi. E i personaggi di contorno, con l'eccezione del dottor Norton (Odman) sono bidimensionali e privi di vita: la mogliettina bella e amorevole, il figlioletto che guarda le partite con lui, l'agente Lewis che cambia sesso ed etnia e a cui è affidata l'unica battuta decente di tutto il film, qualche sbirro corrotto, Keaton il manager senza scrupoli che non arriva manco ad allacciare le scarpe a Ronny Cox o a Miguel Ferrer, il trafficante di droga che praticamente non esiste e manco ci fanno vedere la brutta fine che fa e che comunque non frega niente a nessuno.
O anche solo la versione scipita dell'ED-209, che rimane sullo sfondo come un pezzo qualsiasi della scenografia laddove il primo era un personaggio vero e proprio, grosso, temibile, cattivo e stupido che ancora adesso fa paura. Ma paura davvero.
Non volete sapere chi di questi due è il più stronzo. No, davvero non volete saperlo.

E non ho ancora parlato della differenza più gigantesca tra i due film (che non è, come si sono precipitati a dire in tanti, l'assenza di tutta la feroce ironia che pervadeva il progenitore, quella è solo la più evidente).
Nell'opera di Verhoeven, il protagonista, uno sbirro "buono", muore durante un'azione di polizia.
Muore.
E non muore facile, il martirio a cui viene sottoposto è una di quelle cose diventate quasi impossibili da mostrare oggi al cinema (almeno quello mainstream e destinato a vendere le action figures), ma non è tanto questo il passaggio cruciale: il passaggio è che Verhoeven fa morire e resuscitare un uomo, tirato fuori a forza dall'obitorio con la tecnologia e assimilandolo così a un Gesù Cristo cibernetico consegnandolo definitivamente al mito.
Padilha non ha questo coraggio e semplicemente lo manda all'ospedale dopo l'esplosione della sua auto parcheggiata sotto casa.
E, anche se a prima vista può non sembrare, è una differenza enorme.
(che poi, a voler cagare il cazzo, qualcuno dovrebbe spiegarmi cos'è successo dallo stadio in cui Murphy ha ancora una gamba e tutte e due le braccia attaccate al tronco e un occhio definitivamente fuori uso, alla testa parlante coi polmoni e il cuore e tutti e due gli occhi perfettamente funzionanti. Cos'è, già che c'erano hanno buttato via tutto il tronco?)
Il dramma di Alex Murphy nel primo Robocop è un pozzo nero e profondo in cui il protagonista scivola gradatamente, dove l'orrore lascia il posto solo a una tristezza talmente grande da riuscire ad essere a malapena raccontata e magnificamente conclusa nella battuta: posso sentire mia moglie e mio figlio in me… ma non riesco a ricordarmeli.
E ditemi quando era successo, prima, che ci si potesse commuovere a una frase pronunciata da un essere diventato più macchina che uomo.
Se questo è un uomo.

Il Robocop di Verhoeven non è un eroe, ma un poverocristo (eccolo, di nuovo) a cui non è concesso nè di vivere nè di morire, è la rappresentazione dell'angoscia di una vita spezzata e della deriva di un mondo inghiottito dall'avidità e dall'atavica cattiveria della natura umana.
Un mondo interrotto a intervalli regolari da demenziali stacchi pubblicitari e dal notiziario delle otto.
Il Robocop di Padilha è uno che deve seguire un copione e cerca di fare tutte le faccette del caso, lacrimuccia compresa.
Che si muove in una Detroit indistinguibile da qualsiasi altra metropoli americana, senza un accenno di degrado ma ripresa in campo lungo e di notte che pare uno spot del Martini Dry.
Potrei andare avanti e smontarlo pezzo per pezzo, ma probabilmente sarebbe un'operazione cinica e un pelo sleale… perché il Robocop originario era talmente ricco di mestiere (nella parodizzazione della società corporativa e arrivista degli anni ottanta, nelle scene d'azione, nel mecha design tuttora insuperato, nella scrittura dei personaggi e dei loro dialoghi e in mille e mille altri aspetti), talmente pensato fregandosene completamente di apparire politicamente corretto per spuntare un divieto ai minori… da trasformare quello che che poteva essere l'ennesimo e sempliciotto film di fantascienza nel classico istantaneo di cui vi parlavo all'inizio.
Il padre di tutte da faccia da pirla.

Alla luce di questo, si poteva pretendere che Robocop arrivasse ai livelli del suo padre spirituale?
Io no, e probabilmente neanche voi.

Ma pretendevo, almeno, che sapesse propormi qualche personaggio degno di interesse invece che una faccia da pirla col nasone dentro una tuta corazzata da celerino e circondato da una serie di pupazzi anonimi.
Che sapesse costruire almeno un protagonista e un antagonista degni di questo nome e non della gente che sai sempre, in ogni momento, dove andrà a parare e l'esatto momento in cui si farà da parte nella storia.
Mi auspicavo che il film riuscisse a creare una tensione drammatica reale, magari appoggiandosi (e sarebbe solo l'ennesimo) alla visione di Nolan invece di adeguarsi (inspiegabilmente) a ritmi e scansioni di matrice televisiva.
Avevo l'ingenua speranza che sapesse gestire il dramma dell'originale senza dovermelo sbattere in faccia attraverso l'uso delle faccette lacrimose della moglie che mi è sembrato di vedere una puntata di Chi l'ha visto, o anche che avesse il coraggio di mostrare (come ha fatto Pete Travis nel suo Dredd 3D inedito in Italia) cosa accade, per dire, a un uomo raggiunto da un proiettile. Ma giusto per dire, eh.
Che mi potesse stupire, usando la tecnologia odierna, mostrandomi quello che nel 1987 era impossibile da mostrare sullo schermo e restando al servizio della storia.

E invece no.
Tutte le mie pretese, speranze e illusioni, sono state contraddette.

In conclusione, si poteva fare a meno di questo Robocop?
Tristemente, sì. 
A margine, resta solo un quesito ormai accademico: chissà cosa ne avrebbe tirato fuori Darren Aronofsky che già nel remoto 2008 era stato ufficialmente designato come regista per un reboot che sarebbe dovuto uscire, nelle intenzioni della MGM, nel 2010 prima di mollare tutto e mettersi sul suo Cigno Nero (QUI tutta la storia).
Ma è accademia, per l'appunto.
Robocop è finito in mano a Padilha e il risultato è in questi giorni nei cinema. Vedere per credere (e piangere).

Se invece volete spendere in altro modo i vostri soldi, giusto in questi giorni sta uscendo QUESTO. Dopo uno dei peggiori blu-ray messi in circolazione, la MGM fa uscire una nuova edizione del Robocop del 1987 rimasterizzato in 4K, che riproduce tutte le particolarità del girato originale e include un'impressionante quantità di contenuti speciali (mancano solo le fotografie della prima comunione di Paul Verhoeven).
Fate la vostra scelta.
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