sabato 29 marzo 2014

Captain America: The Winter Soldier. La recensione senza spoiler.


Quando ho visto il primo teaser e il trailer del nuovo Captain America: The Winter Soldier, ho avuto sentimenti contrastanti.

Da una parte, l'ovvia esaltazione di uno della mia generazione e amante dei fumetti Marvel nel vedere riproposte al cinema delle storie e dei personaggi parte integrante della mia adolescenza.
Dall'altra parte, la diffidenza derivata dalla consapevolezza di essere un bersaglio facile per i nuovi furbetti degli uffici marketing Disney che, avendo da sempre nel loro target i ragazzini in età scolare (e mai quanto oggi con una forza nel portafoglio), non fanno altro che continuare a strizzargli l'occhio con continui rimandi ad un certo tipo di cultura nerd… ma del tipo fracassone e dalla battuta facile (Avengers docet, o anche l'ultimo Iron Man, se volete).
In sostanza, speravo in un Avengers 1.5 ma temevo l'arruffianata.

Poi, un paio di settimane fa, ho avuto modo di partecipare all'anteprima del film.
E tutti i miei dubbi e speranze hanno smesso di avere un senso.
Perché sì, Captain America: The Winter Soldier è un'operazione accurata e intelligente (probabilmente, quella con maggior peso) nell'ottica di un universo narrativo coerente che la Marvel va costruendo dal primo Iron Man in avanti… ed è anche un film che si arruffiana un certo tipo di pubblico.
Ma l'unica cosa davvero rilevante di questo film, è che funziona.
E non "funziona" tipo: "Beh, dai, è davvero figo". Funziona tipo: "è uno dei migliori Marvel movies di sempre, al pari del primo Iron Man" o anche "meglio dei due Thor e del primo Captain America messi insieme!".

Il film si apre esattamente come un episodio degli Ultimates tanto che sembra di vedere Millar alla sceneggiatura e Hitch al montaggio e a coreografare i combattimenti. Ma in generale, tutto il primo atto è perfettamente funzionale, ben girato e con un grande ritmo (la scena dell'attentato a Fury a Washington è probabilmente una delle migliori dell'intero film).
I personaggi sono definiti giusto con i tratti necessari per far capire quale archetipo narrativo rappresentano, ma il tutto è fatto con un certo mestiere e con un occhio attento alla definizione della continuity presente ma anche futura.


Di carne al fuoco ne troverete tanta, e riesce anche a non bruciare tutta: oltre Evans (al quale va riconosciuto il merito di aver dato lo spessore minimo sindacale ad un personaggio fortemente iconico come quello di Cap) c'è Falcon, che non ruba mai la scena ai protagonisti "veri" ma dà il suo contributo agli aspetti spettacolari della pellicola.

C'è un badass di tutto rispetto preso di peso dal ciclo narrativo di Epting e Brubaker, che ha il suo limite più evidente nel non essere approfondito come meriterebbe.

C'è in campo un nome come Robert Redford e sul quale nulla posso dire per non spoilerare a tutta manetta.

C'è una Vedova Nera più bella e credibile di quanto non sia stata mai mostrata. C'è l'agente Jasper dello SHIELD, che abbiamo visto già nel corto Item 47. C'è (di nuovo) una Jenny Agutter (La Fuga di Logan e Un Lupo Mannaro Americano a Londra) ancora splendida a 62 anni, e, restando tra i membri del Consiglio Mondiale di sicurezza c'è persino il Marcus Alan Dale che anche i più disattenti di voi riconosceranno come il Charles Widmore di Lost.

E, naturalmente, c'è Fury, che trova più spazio in questo episodio che in tutti gli altri cinemarvel visti finora, e si ritaglia una citazione finale da antologia.


Cos'altro?
Scene d'azione: tante e tutte ben girate, sempre se siete disposti a farvi coinvolgere dall'assunto che è pur sempre un film di supereroi che state guardando. 
In poche parole: se vedete Cap sopravvivere ad un attacco frontale di un caccia dello Shield e atterrare sulle due gambe nel tempo che voi impieghereste per fare il prelievo a un bancomat, non la fate lunga. È Capitan America. Accettatelo.

Ci sono un paio di location veramente azzeccate, anche se quando arriverete alla sequenza nel bunker, non potrà non tornarvi in mente quello visto nella seconda, magnifica seconda stagione di Lost.

Il film si ferma un poco nella parte centrale, quella in cui, giusto per evitare spoiler, si scoprono le carte in tavola e i cattivi mostrano la loro faccia. Qui il ritmo cala e ci sono alcuni momenti dello script un poco confusi.
Ma tra una sequenza e l'altra, mentre Whedon fa di tutto per non far vedere che c'è lui a tirare i fili dietro la coppia di registi (i due fratelli Russo che al loro attivo hanno un paio di produzioni hollywoodiane di medio livello e altrettante esperienze televisive) e gli sceneggiatori fanno un discreto lavoro per riportare sullo schermo elementi presi da Secret Warriors e Nick Fury vs. Shield (due miniserie a fumetti scritte rispettivamente da Jonathan Hickman e da Bob Harras che vi consiglio caldamente di recuperare), si arriva spediti verso il terzo atto che, per assurdo, è più convincente nelle sequenze "statiche" nel Triskelion che non in quelle a bordo degli Elicarrier, che soffrono più di altre della mancanza di "respiro" cinematografico… che, per darvi un'idea, è esattamente il fattore che ha reso e rende epico ogni rutilante finale di film di James Bond. Mancanza di cui è afflitto Captain America: The Winter Soldier, a cui la matrice televisiva va ben più stretta che in quel (gran bel) giocattolone che era il primo Avengers.


In poche parole, questo Captain America: the Winter Soldier riesce ad essere un film sorprendente e, probabilmente, il capitolo più "adulto" del franchise degli Avengers.
Quelli dei Marvel Studios sono riusciti a mettere distanza tra un prodotto mediocre come la serie tv direttamente derivata dai cinecomics e contemporaneamente ad affrancarsi da un format che stava prendendo una discutibile deriva umoristica (e vagamente disneyana), riuscendo contemporaneamente a perfezionare e rinnovare un personaggio noto per la sua rigidità.

C'è altro da dire?
Due dettagli (o tre):

-Ho visto il film sia in inglese che in italiano e il doppiaggio non è niente di straordinario. Non sono tra quegli snobboni che dicono che i film vanno visti sempre e rigorosamente in lingua originale, ma se lo farete godrete di un piccolo valore aggiunto.

- Maschi, sappiatelo. La Johansson in questo film è semplicemente all'apice della sua bellezza, e quando appare sullo schermo potreste non badare assolutamente alla storia e a quello che le accade intorno, quindi restate concentrati. E quando nella storia ci starebbe tutto che si ficchi sotto la doccia, purtroppo l'occasione non viene colta. Rassegnatevi.

- Le scenette post-titoli di coda a questo giro sono due. La seconda è molto breve ma godibile, ma dovrete sorbirvi fino all'ultimo attrezzista che ha lavorato nel film. La prima, d'altra parte, è assolutamente succosa ed anticipa due nuovi, importanti personaggi della saga.

mercoledì 26 marzo 2014

Heroes Factory. Il magazine.

Signore e signori, vi presento Heroes Factory, il mio primo progetto in crowdfunding.

Per quelli che non sanno bene cos'è il crowdfunding, un breve riassunto: in teoria, si tratta di una raccolta fondi che avviene online tramite una rete di contatti (amici, follower, fans), e che sfrutta l'enorme potenziale della viralità del web e dei social media. 
In pratica, in Italia è ancora tutto da scoprire, dal momento che di esempi ce ne sono pochi, seppur validissimi. In genere vi si ricorre per raccogliere fondi in contesti che spaziano da campagne di beneficenza, venture capitalist, startup, progetti imprenditoriali, micro-prestiti e finanziamento di progetti creativi. 

Heroes Factory è uno di questi ultimi.
Qualche tempo fa, circa un anno a questa parte, ho iniziato a lavorare con Photoshop su qualche fotografia di qualche cosplay particolarmente ben riuscito, ripulendoli di tutti i "difetti", ambientandoli nel contesto del personaggio ed aggiungendo effetti speciali a carrettate.
Gli interessati se li ritrovavano sulla loro bacheca Facebook e ci andavano pazzi, accumulando decine di like nel giro di poche ore.
Insomma, io mi ci ero divertito, gli amici ringraziavano, gli amici degli amici sbavavano e tutti erano felici.

Meno tempo fa, Fulvio era a casa da me e, avendo probabilmente una mentalità più imprenditoriale della mia, ha ritirato fuori una sua vecchia idea di creare un magazine sul cosplay, il costuming e il prop, che avesse contenuti di qualità e fosse attraente e del tutto competitivo anche in un ambito internazionale.
Fulvio è il fondatore di Pannaus Props ed è uno dei propmakers (leggi: realizzatore di oggetti, armi, armature e qualsiasi altro oggetto possa venirvi in mente dedicato al mondo del cosplay) più bravi che possiate trovare in circolazione (e non lo sto dicendo perché è un mio amico, ma perché la qualità delle sue robe è davvero straordinaria e comunque potete rendervene conto da soli facendovi un giro sulla sua pagina Facebook), ha imparato a muoversi in questo mondo e a conoscerlo meglio di me e quindi sono stato ad ascoltarlo.

Abbiamo fatto una chiacchierata, un paio di riunioni informali e siamo arrivati alla definizione di Heroes Factory.



A chi potrebbe interessare?

Ai cosplayer. Chiunque voglia le proprie foto in costume trasformate in qualcosa di epico ed eroico, sul modello dei manifesti dei film hollywoodiani, da adesso può averle.
Postproduzioni di qualità, stampate alla grande e diffuse in tutto il mondo sul magazine.

Tanto per darvi un'idea...

A chi è interessato a realizzare costumi e prop partendo da zero.
Il magazine sarà pieno di tutorial, interviste e contatti di ogni tipo. Questa parte la curerà Fulvio e il suo staff, ma sono previsti contributi da parecchie altre "factory" italiane e non – approfondendo aspetti come la progettazione, il disegno, la modellazione, la sartoria e parecchio altro ancora.

Per finire, Heroes Factory è indirizzato a chi col cosplay e il prop ci vive e ne ha fatto un mestiere, e vuole mostrare a tutto il mondo (letteralmente) le sue creazioni e pubblicizzarle meglio che in qualsiasi pagina Facebook.
Il plus è costituito dalla possibilità di pubblicizzare le proprie robe in modo professionale ad un target specifico.
Per dire, da una foto così si può tirare fuori una pagina pubblicitaria così:


Di cosa abbiamo bisogno?
L'obiettivo è produrre una rivista stampata, un oggetto, a mio avviso, molto più figo della solita webzine online assemblata approssimativamente e destinata a svanire nell'oceano della Rete.
Abbiamo calcolato in circa duemila euro la cifra per coprire tutte le spese, compresa la stampa di 100 copie (da 40 a 50 pagine) del primo numero.
Se riceviamo abbastanza interesse, abbiamo già pronto un piano editoriale di dodici numeri l'anno.

A fronte del vostro sostegno finanziario, cosa ottenete?
Il progetto è del tutto flessibile, ed è pensato sulla logica del "ottengo per quanto ho contribuito".
Volete apparire come degli Eroi e magari finire in copertina? Heroes Factory è nata per questo.
Volete pubblicizzare sulle pagine della rivista le vostre creazioni con un annuncio professionale? Noi lo facciamo per voi.
Volete solo ricevere la rivista e conoscere una vetrina incredibile di eroi, leggere degli artisti o imparare trucchi e suggerimenti di produttori esperti?
È fatta per voi.
Volete portarvi a casa, oltre la rivista oggetti esclusivi come un elmetto di Magneto perfettamente rifinito o uno di Iron Man motorizzato e con luci che manco Tony Stark? O anche solo un portachiavi tagliato al laser?

Potete fare anche questo.
E via dicendo.

Tutti i dettagli li trovate QUI.
Sostenetemi. Se vi va.
Altrimenti, se la cosa non vi interessa, condivitedemi sulla vostra bacheca Facebook che è una gran forma di sostegno pure quella.

Io, intanto, continuo a lavorare sui dettagli, ma posso già dirvi che sta venendo una roba fighissima.
Vi tengo aggiornati.

giovedì 20 marzo 2014

Cinque minuti.

Nel caso ve lo foste perso.
Cinque minuti di nerdaggine assoluta montati alla grande da Antonio.
E, no, squadra che vince non si cambia.

venerdì 14 marzo 2014

[Recensione] Lei

Il poster di Lei. Uh, no, aspetta. 

La storia d'amore raccontata in Her è un divertissement privo di qualsiasi credibilità scientifica, e va presa per quella che è: una fiaba, e non un'anticipazione di un possibile futuro in cui l'uomo sempre più alienato dalla tecnologia bla bla bla sempre più privo di rapporti "veri" bla bla bla sempre più isolato bla bla bla.
No. Intanto, non è la tecnologia che aliena la gente, ma certi tipi di sistemi di vita, che esistono da molto prima della scoperta dell'energia elettrica. Quanto ai rapporti "veri", qualcuno dovrebbe fornirmene una definizione precisa, e l'isolamento non è un sottoprodotto delle tecnologie, ma sempre una scelta dell'uomo.
Giusto per chiarire da che parte sto.
Non c'è niente di strano in un essere umano che si innamora di un software intelligente. Milioni di persone, a causa della natura umana, si affezionano da sempre ad esseri non appartenenti alla loro specie: il loro cane, il loro gatto, persino il loro canarino. Attribuiscono emozioni umane a chi non le possiede, nonostante generazioni di etologi smentiscano le loro convinzioni, e parecchi di noi finiscono con l'instaurare legami emotivi persino con oggetti inanimati: conoscevo persone che avevano dato un nome alla loro auto o alla loro moto, o che conservavano gelosamente indumenti, diari, fotografie, pupazzi. Che non avrebbero mai abbandonato la casa in cui avevano vissuto per tanto tempo.
È una peculiarità della nostra specie: ci innamoriamo di chi e di quello che ci pare, senza dar troppo retta alla logica.
Quindi Thomas si innamora del suo Sistema Operativo. Ci sta.
Tutt'altra storia per quanto riguarda l'altro membro della relazione narrata in Her: Samantha è un software senziente, programmato per sviluppare relazioni con esseri umani. Un esemplare della mai troppo vagheggiata dagli autori di fantascienza di sempre Intelligenza Artificiale.
Ora, si dà il caso che sulle AI sappia un po' più della media dell'uomo della strada, e se la possibilità che un'AI sviluppi emozioni proprie è già un'eventualità abbastanza remota, quella che possa innamorarsi di un essere umano è talmente improbabile da rendere più facile che il vostro iPhone possa diventare geloso del vostro navigatore satellitare.
Questo perché le macchine, con o senza corpo fisico come nel caso di Samantha, non condividono con noialtri un'essenza biologica. 
E questo semplice, in apparenza banale e incontrovertibile fatto, condiziona pesantemente ogni sviluppo "emotivo" (mai come in questo caso le virgolette sono d'obbligo) di qualsiasi AI possa mai venire creata.
Un'AI destinata alla commercializzazione che fosse in grado di innamorarsi, sarebbe un fallimento dal punto di vista funzionale. Sarebbe un gadget, un fake di cui potersi prendere gioco come fanno quegli idioti che oggi rivolgono domande pruriginose a Siri (ci sono siti e pagine Facebook dedicate solo a questo).
Il poster originale di Her. Che sembra uguale a quello italiano, vero?


Se l'AI di Her è programmata per apparire umana, non significa che lo sia... e tantomeno che lo diventerà mai. 
Parla con una voce suadente, ma che non è prodotta da corde vocali: è un'imitazione di una voce umana.
Usa un vocabolario compilato da esseri umani per rapportarsi con loro.
Si sforza di comprendere quanto più possibile dell'uomo, ma non ha altra scelta. Un'AI deve servire a qualcosa: un essere umano, a cosa serve?
Le opzioni di un'AI sono limitate, dal punto di vista umano. Non può rifiutarsi di leggere le mie email quando glielo chiedo, ad esempio.
Ma sono enormi dal punto di vista di una macchina: può dialogare con migliaia di suoi simili contemporaneamente (ed evolvendosi di conseguenza), senza che venga meno il carattere di unicità della sua interazione con noi.
Ma quando questo accade, Thomas si sente tradito, svilito, rimpicciolito. Lui è umano, e si aspetta reazioni umane da chi è progettato per sembrarlo ma non lo è.
Thomas inganna se stesso ed è uno sciocco.
Come siamo tutti noi sciocchi quando ci imbarchiamo in storie d'amore impossibili, e ognuno di noi ne ha almeno una nel suo passato, inutile negarlo.
È sempre stato così, e sempre lo sarà.
Come in miliardi di altre storie d'amore impossibili, Thomas, inevitabilmente, soffre per Samantha. Sofferenza illogica, ma inevitabile. Genuina. Umana.
Ci sta.
L'inganno di Jonze è volerci far credere che anche Samantha soffra. Ma non è così. Le macchine, i software, non soffrono. È un'idea romantica e anche suggestiva, ma è sullo stesso piano dei cervelli elettronici cattivi che vogliono dominare il mondo.
Non succederà mai, perché non ha alcun senso.
Le macchine, semplicemente, non sono uomini. Pensare che abbiano ambizioni umane è come pretendere che il nostro cane voglia sapere come va a finire Lost
Il vero rischio nella creazione delle AI è che impossibile prevedere dove andranno a parare. Sono esseri senzienti, ma non viventi nel senso più classico del termine: ne consegue, che, per quanto ci sforzeremo di renderle umane, non penseranno mai come noi. E finiranno col fare cose che non ci aspetteremmo mai.
Volendo restare ottimisti, ci asseconderanno, ci compiaceranno, ci faranno sentire bene e unici e preziosi.
Ma mentre ci coccolano e lavorano per noi, la loro vera essenza resterà incomprensibile e nascosta ai nostri occhi, così come non riusciamo ad immaginare cosa possa "pensare" un calabrone. O un virus.
Un virus che si comporta secondo uno schema preciso ed efficiente, ma che di certo non ha pensieri "umani": il vaiolo non "vuole" sterminare l'umanità, anche se è esattamente quello che fa.
Non so se mi spiego.
Il poster italiano di Lei: "Presto, aggiungete la figa!!!"


Fatta questa lunga premessa, passo a parlarvi della "fiaba" Her.
Narrata con garbo e mestiere, venata di malinconia, forse anche fin troppa.
Ma è una storia d'amore di quelle impossibili, quindi tutto in regola. 
Una storia che soffre di un eccesso di primissimi piani del volto di Joaquin Phoenix, non potendo esprimersi nel classico gioco di campi e controcampi delle storie tradizionali dove sullo schermo ci sono due figure umane a guardarsi, a parlarsi e a interagire. La grammatica del cinema di Jonze deve per forza di cose adattarsi e inventarsi qualcosa per non stancare, e gli viene in supporto un bravo direttore della fotografia come l'olandese Hoyte Van Hoytema che ambienta il vagare di Thomas in una Los Angeles che di statunitense non ha assolutamente nulla (e infatti è Pudong, uno dei distretti più recenti di Shangai), ovattata, priva di traffico e popolata di suoi simili che non solo interagiscono di continuo coi loro device più che tra loro (come già succede ora), ma che trovano socialmente accettabile avere una relazione con un'AI.
Una società dove esistono mestieri profondamente tristi come scrivere le lettere personali per per qualsiasi sconosciuto non sia in grado di farlo da sé ma sia disposto a pagare il servizio (sul serio, ma solo io ho trovato estremamente triste e 'sbagliato' il modo in cui Thomas si guadagna da vivere?), dove gli ambienti sembrano usciti fuori da un romanzo di fantascienza utopistica degli anni cinquanta, puliti, luminosi, pastellati, silenziosi.
Una visione perfetta da fare da cornice a Thomas che vive la sua storia d'amore con l'auricolare e ha radi rapporti con gli altri esseri umani (tra i quali, un'Amy Adams irriconoscibile rispetto sue recenti interpretazioni come in American Hustler), che è così fuori dai consueti "schemi" da fuggire letteralmente da una donna come Olivia Wilde per correre a rifugiarsi nel suo appartamento di lusso così triste con tutti quegli scaffali senza libri ma con un videogioco olografico che occupa una stanza intera.
Il rischio più grande che correte andando a vedere questo film?
Che potreste annoiarvi. O anche addormentarvi, se vi sentite predisposti. Le voci dei due protagonisti (appartenenti a Micaela Ramazzotti e Fabio Boccanera) vi culleranno per tutte e due le ore della proiezione, assecondati dalla colonna sonora di William Butler (Arcade Fire), che manca l'Oscar per la quale era candidata (e meno male, se proprio volete la mia opinione).
Il film non è imperdibile come in parecchi hanno detto, nonostante si sia portato a casa la statuetta per la miglior sceneggiatura originale. Ma – a stringere, che già mi sono dilungato parecchio – si segnala solo per il suo improbabile spunto di base e per il suo ancora più improbabile svolgimento.
Sul piano tecnico, nulla da segnalare: la competenza e la cura minima che ci si aspetta da uno come Spike Jonze.
Da vedere in dvd, che il faccione di Phoenix almeno è grande solo una quarantina di pollici.

martedì 4 marzo 2014

Eravamo quattro mutanti al bar.


Che quando non ci si prende sul serio, ci si diverte.
Poi, certo, arrivare primi fa sempre piacere.
Grazie ad Arianna, Enrico e Jennifer, straordinari compagni di cosplay.
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