giovedì 22 maggio 2014

X-Men: Giorni di un futuro passato - la recensione senza spoiler.


No, non mi sono conciato da Magneto per l'occasione.
In compenso ho visto il film con qualche giorno d'anticipo sui comuni mortali (grazie, Gianluca).

La faccio veloce e senza spoiler, tranquilli.
Film gradevole che poteva essere un capolavoro.

La pellicola parte (e, per certi versi, si sviluppa) come tanti altri film basati sul meccanismo "torniamo nel passato per evitare un futuro di merda", il più affine dei quali – soprattutto per la versione dispotica del futuro messa in scena – il primo Terminator.
E il problema è che, per quanto tu ci voglia costruire attorno, anche usando i toni della commedia (Ritorno al futuro), il meccanismo rimane sostanzialmente quello, per cui prevedibile in gran parte dallo spettatore… anche da chi non ha letto il fumetto di Chris Claremont e John Byrne del 1981 da cui la pellicola prende le mosse e ne è, in definitiva, un buon adattamento (e la sfida era meno semplice di quanto si potesse pensare, se l'avete letto).


Scelte meramente commerciali hanno imposto a Singer, che pure aveva dimostrato di sapersi muovere con cast numerosi, di puntare i riflettori principalmente su due personaggi: Wolverine (il cui personaggio è ormai per Jackman una specie di seconda pelle, anche se inizia a stargli un po' stretta) e Mystica, nei (succinti) panni di Jennifer Lawrence, e solo in parte sul giovane Magneto, interpretato con furore shakesperiano da un grande Michael Fassbender.
Emblematico, in questo senso, lo spazio dedicato ai due sul poster ufficiale, dove tutti gli altri restano più sullo sfondo, anche se ognuno si ritaglia – chi più, chi meno – il suo spazio e il suo minutaggio sullo schermo.

Come nel fumetto, gran parte della vicenda si svolge nel 1973, pur senza indulgere in facili caratterizzazioni ma piuttosto affidandosi a intelligenti rimandi agli eventi storici dell'epoca (il Vietnam, l'assassinio di Kennedy), restituendo un quadro coerente e unitario e senza perdere mai il contatto con la dimensione futura dove gli X-Men e l'umanità tutta stanno perdendo un conflitto palesemente impari.
I personaggi sono costruiti in maniera decente ma meno efficace che in passato, e sotto questo punto di vista la storia ne soffre, tanto che i più interessanti finiscono con l'essere Bolivar Trask (il Tyron Lannnister del Trono di Spade magnificamente portato sullo schermo da Peter Dinklage), il creatore delle Sentinelle nonché l'uomo chiave nella questione razziale antimutante (e qui le analogie con la storia moderna potrebbero sprecarsi) e il già citato Magneto, che riesce a infondere credibilità e spessore al suo personaggio… ma restiamo lontani dall'affresco vibrante e corale che era miracolosamente riuscito in X-Men: First Class.


Singer fa del suo meglio, ma tutta la sua regia resta quasi sempre "a terra", inanellando una serie di buone sequenze (l'evasione di Magneto, l'attentato al summit) senza decollare mai veramente. 
Oltre il già citato meccanicistico svolgersi della trama, metteteci l'assenza di qualsiasi colpo di scena, un ritmo piatto e un uso ripetitivo e poco ispirato degli effetti speciali (eccezion fatta per la sequenza con Quicksilver, probabilmente la più godibile di tutta la pellicola) e capirete perché sono tanto tiepido nella mia recensione.
L'ultima parte del film che, in un mondo perfetto avrebbe dovuto alzare il tono del dramma per poi condurci ad un finale epico, si risolve in una sequenza fin troppo televisiva e poco appagante.
Il controfinale non riserva impennate emotive se non le solite strizzate d'occhio che i fan si aspettano, e ci permette di uscire dal cinema se non esaltati, nemmeno scontenti.
Altro da dire?

Poca roba.
- I costumi sono belli, ma si intravedono a malapena. Il che, trattandosi di un film di supereroi può sembrare strano, ma è esattamente così.


- Ian McKellen appare per dieci minuti scarsi ed è un peccato, perché ha una statura cinematografica che gli permetterebbe di caricarsi sulle spalle ben più che un paio di scene dallo scontato svolgimento. Vederlo in azione è sempre un piacere per gli occhi.

- Sì, ci sono Colosso, Tempesta, Blink, Iceman e Bishop, ma sono confinati nelle scene girate nel futuro e quindi, più che fare da carne da cannone alle sentinelle, li vedrete fare poco.

- C'è il 3D, ma, una volta di più, è del tutto superfluo e poco funzionale alla storia.

- Ragazze: sì, Jackman è nudo anche in questo film. Rifatevi gli occhi.

- C'è la scenetta nascosta, quindi non alzatevi dal vostro posto prima della fine dei titoli di coda. 

sabato 17 maggio 2014

Godzilla, la recensione


Alla prima impressione, potreste pensare che questo Godzilla sia il tentativo di Hollywood di alzare su un po' di soldi facili su un mito cinematografico ben radicato nell'immaginario comune e sostenuto da qualcosa come 28 film della Toho, la major nipponica che, dal 1954 in poi capì di avere tra le mani una sorta di gallina dalle uova d'oro creando il mostro più popolare della cultura cinematografica moderna (dovettero arrivare Scott e H.R. Giger, venticinque anni dopo, a metterne in discussione il primato).
E in parte è davvero così, perché un franchising come quello di Godzilla non si può lasciare a prendere polvere troppo a lungo, e i produttori devono aver pensato che fosse il momento buono per un rilancio in grande stile… badando però a prendere le distanze dall'action fracassone del 1998 di Roland "spacchiamo tutto" Emmerich e a puntare su uno come Gareth Edwards che restituisse il "mito" alle sue radici.

E c'è riuscito?

In gran parte.

Edwards, che si era già fatto notare in Monsters tirando fuori sangue dalle rape col budget che aveva a disposizione, dimostra di essere all'altezza della sfida (che sulla carta avrebbe fatto tremare i polsi a più di un solido professionista), utilizza al meglio ogni dollaro messogli a disposizione dalla Warner (e a questo giro, erano tanti) e confeziona un prodotto che, pur senza entusiasmare, riesce ad accontentare tutti… e questo è già un grosso risultato, anche se detto così potrebbe non sembrare.

Il film può vantare una regia misurata e senza sbavature che, pur non lesinando in scene spettacolari, centellina l'apparizione di Godzilla sullo schermo preferendo riservargli l'ultimo atto della pellicola e punta a rievocare le atmosfere e gli stilemi dei film di Ishirō Honda degli anni cinquanta, riuscendo contemporaneamente a farne un personaggio con molto più spessore ed empatia di tanti protagonisti "umani" che potete vedere in qualsiasi produzione hollywoodiana odierna… manifestando la palese volontà di fare un prodotto concreto e senza troppi fronzoli.

Un po' come accadde in Cloverfield, Edwards non ha paura del gigantismo, stilema potenzialmente pericoloso perché allontana drasticamente l'umano dai moti e gli obiettivi del mostro (la scala delle forze in gioco è rappresentata magnificamente nell'inquadratura ravvicinata dell'occhio di Godzilla sul tenente Ford Brody), ma anzi se ne serve come chiave di lettura ad uso e consumo dello spettatore: i mostri (senza tema di spoilerare, mi riferisco al plurale perché nel film Godzilla non è solo) camminano sulla Terra come se noi non esistessimo neppure, demoliscono le nostre metropoli come un bambino calpesta un formicaio, sono immuni a qualsiasi attacco umano, sono mossi unicamente dal più primordiale degli istinti: la prosecuzione della specie.
In quest'ottica, vi sarà più facile dimenticarvi delle vicende umane che pure sono affidate a gente che non è proprio l'ultima arrivata (tra tutti, Bryan Cranston, l'ex Walter White di Breaking Bad) ma sono, tutto sommato, sacrificabili nell'equazione e non sempre convincenti (tutta la storiella del ragazzino dimenticato sulla monorotaia) e sistemarvi su un punto di vista più elevato da dove contemplare la catastrofe (significativa qui, invece, la bella sequenza del lancio dei paracadutisti ad alta quota col Requiem di Ligeti già ascoltato in 2001: Odissea nello spazio) fino alla conclusione del film, un combattimento di wrestling in scala cento a uno, combattuto su di un ring che è una città intera. 
Vi ritroverete a fare il tifo come in un film di Rocky, anche se manca qualsiasi dimensione antropomorfa o motivazione umana: a Godzilla non gliene frega niente di noialtri, ma la gente lo ama lo stesso, da sempre.
E lo amerete anche stavolta.

C'è altro da aggiungere?
Che la colonna sonora di Alexandre Desplat serve ottimamente senza eccellere, che i titoli di testa sono semplicemente magnifici, che il solito 3D non serve a niente e che gli effetti visivi, firmati dal premio Oscar Jim Rygiel alzano ulteriormente l'asticella in questo settore.
Chiudo con una breve gallery di poster. di cui il primo è di sicuro il mio preferito.

Questa recensione, come altre, la trovate pubblicata anche QUI (se amate la fantascienza, è un portale molto figo, perdeteci un po' di tempo, non ve ne pentirete).

martedì 13 maggio 2014

H. R. Giger, 1940-2014.

Ci lascia Hans Ruedi Giger, a soli 74 anni.
Giger era uno di quelli che, appena comperai l'aerografo, mi sforzai pateticamente di imitare (QUI, se vi va, potete vedere due robe mie dell'epoca).
Invece, qua sotto, giusto per rammentarvi il soggetto, alcune sue opere, pescate a caso tra le migliaia che potete trovare in Rete.
Giger era uno di quelli che sembrava poter aprire uno squarcio in qualche altra dimensione oscura dove carne e metallo, organico e inorganico, biologico e meccanico convivono in qualche maniera inimmaginabile e aliena, e poi tornare indietro a raccontarcela con la sua arte.
Ci mancherà.

giovedì 8 maggio 2014

Google vintage.


Google 60, frutto dell’estro creativo del designer Norbert Landsteiner, nasce come un progetto per esplorare nel tempo le distanze fra le diverse interfacce utente.
IIn poche parole, da QUESTO sito potete effettuare una ricerca su Google... se Google fosse esistito negli anni sessanta., usando un’interfaccia che imita un vecchio IBM 360. 
I risultati prendono forma su delle schede perforate, sul tipo di quelle usate da Peggy Olson in Mad Men.
Come in Google, potete effettuare la ricerca fra testi, immagini o ultime notizie (al suono dei tasti di una vecchia 129 IBM Keypunch) e attendere qualche minuto i risultati (oggi è scontato ottenere risposte istantanee da una macchina, ma negli anni sessanta era tutt'altra storia).
Se farete una ricerca per immagini, Google 60 proporrà le fotografie trovate componendole con asterischi, trattini, lettere e segni di punteggiatura. Molto vintage.



Divertiti? Se sì, fate un salto anche su Google BBSdove Landsteiner ha riproposto Google trasportandolo nei tardi anni ottanta (e i più anziani di voi avranno riconosciuto in BBS l'acronimo di Bulletin Board System).
Se eravate fortunati, con la vostra connessione a 1200bps, potevate scaricare una fotografia zozza di 700k in dieci o quindici minuti.
Troppo tempo?
Il fatto è che è proprio la fretta ad aver rovinato il mondo.
Vorrei vedervi, a compilare una cartolina come questa, spedirla e aspettare un mesetto per la risposta.
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