lunedì 30 giugno 2014

iDiots.

Deliziosamente sfottente. Da godersi fino all'ultimo minuto.
Perché, cari MacStupidUsers, certe volte ve le tirate proprio.

giovedì 26 giugno 2014

Il peggior iMac di sempre.


Sull'idiozia di rendere più sottile un computer desktop rinunciando a cose come l'espandibilità o la facilità di riparazione, scrissi già QUI, e chi mi voleva ascoltare mi ha ascoltato.

I nuovi iMac erano – per parecchi versi – peggiori dei precedenti, ma, una volta di più, non veniva data scelta all'utente, se non quella di buttarsi sul mercato dell'usato.
Ieri, quando Apple ha lanciato il nuovo iMac "low cost" offerto a 1.129 euro (duecento euro in meno rispetto l'iMac "normale"), è riuscita a fare persino di peggio.
I nuovi iMac hanno la memoria RAM saldata sulla scheda madre, rendendo così impossibile l'aggiunta di RAM aggiuntiva. In altre parole, avrete 8GB ora e per sempre. E se ci state pensando, no, non esiste alcuna opzione di aggiornamento BTO, come invece è possibile sul 21,5" da 1.329 euro, dove potete portare la memoria a 16GB al momento dell'acquisto o successivamente (anche se, per la famosa riduzione dello spessore della scocca, l'operazione è talmente complessa da richiedere la rimozione del display, auguri).
Low-cost significa anche low-performance: in passato, Apple non aveva mai tirato bidoni così alla sua clientela sulle sue macchine entry level, ma evidentemente le cose sono cambiate.
Il processore montato sui iBidoni è un Intel Core i5 dual core con 3MB di cache L3 condivisa: lo stesso che usano i MacBook Air, dove ha un senso perché il voltaggio bassissimo assicura un'autonomia maggiore. Ma su un iMac alimentato a corrente alternata?
Metteteci anche che la GPU è una Intel HD Graphics 5000, a cui l'Iris Pro dell'iMac "normale" fa mangiare la polvere, ed ecco che i benchmarks eseguiti sulla nuova macchina di Apple si attestano su un 2820 (5435 in modalità multi-core) che fa sghignazzare paragonato al 9204 ottenuto dal vecchio entry-level quad-core.
E, ah, sì, scordatevi il disco da un terabyte: 500 GB e filare.

In sostanza, Apple ha appena messo in vendita una macchina blindata, che come la comprate resterà, senza nessuna possibilità di espansione, oggi forse funzionale e adeguata per parecchi di voi, ma che alle prime nuove esigenze non avrete modo di metterci mano e dovrete forzatamente cambiarla.

E quindi, visto che la Apple di oggi sembra aver preso un andazzo che solo i (non pochi) Mac User con l'anello al naso potranno sostenere adesso e in futuro, archivio anche questa bella novità e tiro dritto.
E se fossi veramente paranoico, penserei che è tutta una strategia per affossare un settore (quello del desktop computer) che da anni rende a Cupertino una frazione di quello che rendeva una volta. 

mercoledì 25 giugno 2014

Preview.


Presto per dirvi qualcosa.
Però si preannuncia una roba molto figa.
Stay tuned.

martedì 24 giugno 2014

Gravity's Angel.


Una roba del mio periodo tetro. Duemilaequalcosa, vatti a ricordare.
Però a riguardarlo oggi mi piace ancora.

martedì 17 giugno 2014

Di come certi personaggi non ti lasciano più andare via.

Nonostante abbia appeso il mantello di Batman al chiodo già da un po', ogni tanto il pipistrellone torna a bussare alla mia porta.
Mask of the Phantasm è il nuovo mediometraggio di Emanuele Bolognari ispirato all'omonimo film d'animazione dedicato a Batman diretto da Eric Radomski e Bruce Timm ed è uno dei progetti più interessanti in cui sia mai stato coinvolto.
Voi potrete vederlo tra poco, una volta ultimato il montaggio e la postproduzione.
Nel frattempo, potete guardarvi il trailer qui sopra.

sabato 7 giugno 2014

La vita è come una scatola di cioccolatini.


Vi avviso: è un post piuttosto lungo, poco o nulla allegro ma, per alcuni versi, terapeutico (per me) e (per qualcun altro) chiarificatore sulla mia scarsa presenza sul mio blog, sui vostri e sui social in generale.

Come vanno le cose?
Abbastanza male. Grazie. Immagino che un paio di stronzi/e ne saranno contenti, che la maggioranza sarà giustamente indifferente e che a qualcuno dispiacerà.
È così che vanno le cose.
Detto questo, oggi sto abbastanza bene da portare avanti impicci e lavori, e quindi anche per aggiornare il blog (per onestà, devo pure dirvi che ho un sacco di tempo da ammazzare)… e poi siete in tanti che ancora passano di qui, e sparire nel nulla non è mai stato elegante per nessuno.

Facciamo qualche passo indietro.
Tipo, fino allo scorso dicembre.
A ripensarci ora, per quanto adesso possa sentirmi un idiota, immagino non avrei potuto farci niente comunque. Se qualcosa inizia a scricchiolare in quell'ammasso di organi, muscoli e nervi che poi è il corpo che hai ricevuto in dotazione, la tua prima reazione è minimizzare (a meno che tu non sia un ipocondriaco… ma non è questo il mio caso).
In altre parole, se l'uomo medio sente un doloretto alla schiena un lunedì mattina mentre si issa ad aprire il cassonetto, non è che quello il martedì corre a farsi una lastra. 
Si costruirà mille spiegazioni, parecchie delle quali assolutamente plausibili e perfettamente sensate, e, nove volte volte su dieci, aspetterà che passi da solo. 
Uno psicologo la chiamerebbe negazione, altri superficialità, ma, diciamocelo: la maggioranza di noi, per via della natura umana (conoscete?), tende a sottovalutare certi segnali, o, ancora peggio, attribuirgli un'interpretazione di comodo.

Per questo motivo, quando – reggendo due borse di acquisti prenatalizi per mano – salgo fino al mio appartamento (un secondo piano senza ascensore) e arrivo alla porta col fiatone, la prima spiegazione che la mia parte negazionista formula è: "Minchia, sto davvero invecchiando. Zero anni di sport su cinquanta di vita alla fine si stanno facendo sentire".
Pensiero cancellato naturalmente cinque minuti dopo, una volta ripreso fiato, attaccato l'iPod allo stereo e sistemate le robe in frigo e negli armadi.
Perché i campanelli d'allarme squillano. Come gli antifurti sotto casa. Ma nessuno scende mai a vedere se qualcuno sta rubando effettivamente qualcosa, giusto?

Sbagliato, perché al fiatone poi arriva a fare compagnia una tosse stizzosa, che ben presto fa comunella con un respiro rumoroso che sembra che fumi dalle elementari e invece in vita mia avrò messo in bocca dieci sigarette in tutto (e tutte per darmi un tono prima di buttarle via con la faccia schifata).

Intanto, il me stesso che era tornato dall'ultima Lucca Comics bullandosi dentro di sé di essere rientrato ogni sera in albergo più fresco e riposato di parecchi altri suoi compari cosplayer con svariate primavere in meno sul groppone, è irreperibile.

Al suo posto c'è un tizio che inizia a chiedersi seriamente se non debba per caso iscriversi in uno di quei luoghi di perdizione ed edonismo e sudore che sono le palestre, comprare dei pantaloncini ridicoli, una fascia per capelli con una virgola bianca ricamata sopra e cercare di recuperare quella Forma Perduta che tanto gli permetteva di illudersi di continuare a cazzeggiare come un trentenne fresco di laurea. Ad libitum.
Invece, decide di farsi qualche analisi, i soliti prelievi di sangue e un bell'ECG, che viene fuori così regolare che lo posta persino su Facebook, tanto per ribadire, magari più a se stesso che ad altri, che sotto la pelle e la carne, c'è un cazzo di Terminator.

La realtà è che è difficile, anche per un negazionista medio come me, concliare quei risultati col fatto che, fattosi febbraio, respiro sempre peggio, e che, così, giusto per stare sicuri, tempo e soldi per una lastra al torace si trovano e così esco dal primo laboratorio di radiologia che trovo con un rotolo di fogli di plastica neri che porto a decifrare dagli Oracoli dell'era moderna. I dottori.

Il fatto che dentro la mia testa una pallina d'acciaio da flpper inizi ad andare su e giù sbattendo contro le pareti come cercando di imboccare un'uscita è qualcosa che avverto a malapena e metto sotto silenzio sotto la voce "paranoie".

E il mio medico ci mette del suo, osservando tranquillissimo le radiografie e dicendo di non preoccuparmi, che sembra uno spostamento di uno dei polmoni causato da un trauma, e con me che cerco di ricordarmi se sono caduto dallo scooter negli ultimi dieci anni, ma no, i miei voli dalla Vespa li ho fatti ma ancora giravano le ragazze coi capelli cotonati e il trucco alla Cindy Lauper, quindi, sai che c'è?, facciamo una TAC e ci togliamo il pensiero.
Così riarrotolo i miei fogli neri e me ne torno a casa, ma senza riaccendere l'iPod sotto il casco, perché la pallina ha ricominciato a fare casino e non mi godrei la musica. 

Così come pian piano smetto di godermi altre robe, i sensi all'improvviso tesi a monitorare nuovi eventuali campanelli d'allarme che potrebbero fornirmi un indizio che una macchina a raggi X non è riuscita a cogliere.
Intanto s'è fatto Aprile, sto facendo conoscenza di alcune strutture sanitarie romane che fino all'altro ieri non erano che scritte sui cartelli stradali, e mi sdraio dentro una grossa macchina bianca, rotonda, lucida e col logo della General Electric in bella vista. La macchina scansiona il mio torace facendolo in mille fette elettroniche che poi dà in pasto a un'altra macchina amica sua.
Guardo il soffitto sopra di me, mentre la macchina mi ronza addosso.
Mi sento bene.
Mi sento male.
Penso che potrei restare dentro questa macchina bianca per sempre, a fissare il logo General Electric, cullato dal ronzio dei servomotori, congelato in un'illusione di protezione meccanica per tutto il resto della vita, senza dover scendere dal ripiano imbottito e scoprire cosa mi hanno scovato dentro.

Sono in tanti a dire che vogliono la verità, tutta la verità, nient'altro che eccetera eccetera. Non è che a me non interessi, ma per certe verità non c'è tutta questa fretta.
O magari, è esattamente il contrario, e io so anche questo.


È una mattinata soleggiata di sei o sette settimane fa che, in una stanzetta dell'ospedale Forlanini, un chirurgo dalla testa accuratamente rasata e più giovane di me di qualche anno, osserva le immagini digitalizzate della mia trachea su un monitor ad alta risoluzione e, senza troppi giri di parole, mi serve una delle mani meno favorevoli della mia vita, dando un nome e una spiegazione ai miei malanni, e in quel momento esatto la pallina nella mia testa imbocca l'uscita e ne finisce ingoiata.
La seguono nello scarico, come giocattoli galleggianti in una vasca, tutte le spiegazioni plausibili e iperrazionali messe in piedi negli ultimi mesi da una qualche sezione specializzata della mia testa, lasciando solo una riga di sporco sulla ceramica.


Mi sento come quello che ha pescato la pagliuzza più corta e vorrei raccontarvi che non sono stato troppo a rimuginarci sopra e anzi sono passato ad affrontare realisticamente la faccenda per la prima volta in cinque mesi, ma non è stato così.
Passo i successivi giorni con la testa piena d'ovatta, a scorrere pagine web utilizzando keywords diverse dalle solite Christina Aguilera hot high heels babes barricandomi metaforicamente dentro la testa da quelle parolette pronunciate dal chirurgo, ma con le finestre spalancate a farle tornare dentro un attimo dopo, perché scemo quasi certamente sì, ma pazzo non ancora.

Scoprire di non essere un Terminator mi ha lasciato sinceramente sorpreso, e più di ogni altra cosa la sensazione è quella di uno a cui hanno appena acceso la luce nella stanza dove stava camminando tranquillo e scopre di trovarsi su una passerella sospesa su un abisso.


E questo ci porta a:
...adesso.
Si è affrontato il problema per tempo e nella maniera giusta.
Il chirurgo dalla testa rapata era tutto contento perché "è stato un intervento bellissimo", qualsiasi cosa volesse dire e la situazione sembra essere sotto controllo.
Sono fuori dal Forlanini già da qualche giorno e io cincischio in giro senza avere troppo da fare per la prima volta in, diciamo, vent'anni.
È una mattinata come tante e, se me lo chiedeste, vi direi che è un periodo in cui, tenendo conto delle mie generali condizioni di salute, non posso davvero lamentarmi.
Quanto ai cioccolatini del titolo, beh, direi che non serve che ve la spieghi.
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