martedì 31 marzo 2015

Boomstick Awards 2015.


In due righe: il Boomstick Awards è il premio che, dal remoto 2012, viene annualmente assegnato in rete da Book and Negative a sette blogger "cazzuti e meritevoli"(cit.). Si ispira al personaggio di Ash de L’Armata delle Tenebre, film che se Alex – che quest'anno mi ha insignito dell'ambito riconoscimento – sapesse che non ho mai visto probabilmente me lo toglierebbe d'ufficio.

Avendo il premio il carattere di una catena di Sant'Antonio, impone a chi lo riceve di nominare altri sette premiati. E visto che Germano, il suo creatore, è uno scassapalle di prima categoria, non solo vuole che vengano seguite le sue regole, ma anche che non vadano riscritte bensì copiaincollate. Che, per me, è anche fatica risparmiata:

1) i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2) i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3) i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

4) è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite


Chi vince il Boomstick Award, può fregiarsi di QUESTO bannerino da esporre sul suo blog.
E questo è tutto, immagino... qui sotto, invece, trovate le mie nomination.
Anche se non siete tra i premiati, fatevi un giro su questi blog, che magari vi pigliano.


Ci sono tanti blog che parlano di cinema, ma quello di Chicken Broccoli è uno dei migliori.
Da sempre, il suo autore (che aggiorna con una costanza mai vista) rifugge il copia-e-incolla delle sinossi delle cartelle stampa delle case di produzione, e si lancia in analisi invariabilmente acute, sagaci e assolutamente esilaranti di tutto (o quasi tutto) quello che viene passato in sala ma anche no, dalle robe più vergognosamente mainstream alle produzioni indipendenti più misconosciute.
Chicken Broccoli è anche un bravissimo grafico, e nel suo blog, oltre valanghe di gif animate troverete gallery di poster cinematografici alternativi, chicche trovate per il web, memi e parecchio altro ancora.
Insomma, merita e merita davvero.

Germano è uno scrittore indipendente, un editor e un appassionato di cinema. Ha una filosofia tutta sua che non so quanto io potrei mai sposare... ma è bravo, cazzo.
Molti dei suoi ebook sono scaricabili e il bello è che quasi tutti meritano una lettura.
Uno dei miei sogni è scrivere con lui qualcosa a quattro mani (e la scorsa estate ci siamo andati anche vicino) ma per ora mi sono limitato a progettargli qualche copertina. Ed è un peccato, perché Germano è un talento puro e incontrollabile.

Il blog di Ariano non è uno di quelli urlati. Al contrario. Il suo stile pacato, lontano dalle titolazioni ad effetto acchiappa-click che tanto vanno di moda negli ultimi anni ti fa sentire a proprio agio come se fossi seduto a bere qualcosa sulla veranda di un localino con vista sul porto (cosa che per inciso dovremmo fare da tempo ma inspiegabilmente non ci siamo ancora messi d’accordo).
Riflessioni sulla vita, l’universo e tutto quanto (tranquilli, Ariano non è sborone come me nelle sue esternazioni), conversazioni immaginarie, incursioni nell’arte e un’ironia di fondo che rende tutto meno serioso di quanto potrebbe sembrare.
Da inserire nei bookmarks.


Luigi è un bravo illustratore.
Se non vi fidate di me, potete sempre guardare le sue cose sull’Internazionale, ma il suo blog non è certo solo una gallery della sua roba, anzi: è fatto con perizia, gusto ed è anche divertente da leggere.
Dentro ci troverete articoli e segnalazioni su grafici, fumettisti, illustratori e artisti noti e meno noti che Luigi si prende quotidianamente la briga di selezionare per voi.

Sulla rete Alex non è una sorpresa per nessuno.
Il suo blog è visitatissimo e, per certi versi, è di sicuro uno degli scrittori indipendenti più popolari degli ultimi anni.
Da anni confeziona storie solide, raccontate con mano sicura, coraggiosa, consapevole e testarda.
Ultimamente, poi, mi sembra persino più in forma e ispirato di una volta.
Leggete le sue robe, che non vi pentite.

Il blog di Glauco è uno dei più “razionali” in cui vi possa capitare di imbattervi. Aggiornato con quotidiana regolarità, sembra stare lì apposta per proporvi una rassegna di cinema, letteratura e tecnologia esposti con chiarezza, sintesi e pacatezza, alternati a stralci di diario personale che Glauco usa come spunto per parlare di ogni genere d’argomento.
Se fossi in voi, quei dieci minuti al giorno per leggere i suoi pezzi li spenderei al volo.

Chiudo con un blog femminile, non perché le donne siano meno brave a scrivere, semplicemente ne bazzico meno ma quando ne incontro uno come quello di Leonetta, ci torno sempre volentieri.
Nel suo blog ci sono idee narrative e squarci di vita vera rubati e ritrascritti, c'è leggerezza dell'anima, c'è lucida intelligenza, c'è un non banale romanticismo.
Inoltre, è una fan di Tommaso labranca, e già questo basta per rendermela simpatica.

lunedì 30 marzo 2015

[Recensione] Fast and Furious 7


Una volta, film come Fast and Furious 7 erano il mio pane, e le mie fidanzate mi accompagnavano al cinema con stampata sulla faccia quell'espressione a metà tra la rassegnazione e il compatimento che molti di voi conoscerete benissimo.
Poi, il tempo è passato, Schwarzenegger si è dato alla politica e i miei gusti si sono fatti un pelo più raffinati (ma neanche tanto).
La saga di Fast and Furious è stata, cronologicamente, la prima a fare le spese di questa mia supposta "maturazione", e, dopo averne visto un paio di episodi l'ho etichettata come "cazzatona pompata a benzina e testosterone" e sono passato ad altro.
E, devo essere sincero, dopo aver visto il trailer, lo scorso venerdì sono andato all'anteprima romana con il peggiore degli stati d'animo.
E, invece, mi sono sorpreso a scoprirmi coinvolto e divertito da un film che, lo dico?, ridefinisce il concetto stesso di cinema action.

Un delirio per immagini e sequenze che dà due giri di pista, tanto per restare in tema, con qualsiasi capitolo precedente e che alza irreversibilmente l'asticella del genere tutto.
Un prodotto talmente ben funzionante nel suo comparto visivo che può tranquillamente non preoccuparsi della storia e della sceneggiatura (trovatemi uno che, all'uscita del cinema, si ricorderà di cosa parlava il film).
Se negli anni settanta la lepre da inseguire erano i film di James Bond e negli anni novanta e duemila il testimone sembrava essere passato a Mission: Impossible, adesso il nuovo cinema d'intrattenimento, sgombrato il campo da robottoni e supereroi, vede il suo nuovo punto di riferimento in questa pellicola.
Eccessiva.
Ipertrofica.
Tamarra.
Delirante.
Debordante.
Esaltante.


Automobili paracadutate, la sequenza di assalto a un convoglio stradale più lunga che possiate avere mai visto, auto che attraversano in volo tre grattacieli prima di piombare al suolo quattrocento metri più sotto, un drone militare che compie sfracelli in piena Los Angeles sono solo alcuni degli ingredienti di Fast and Furious 7, che gestisce alla stragrande ogni elemento della storia al servizio della massima spettacolarizzazione (impiegando anche intelligentemente due new entry nel cast, il sempreverde Kurt Russell e quel Jason Statham che da solo è già una promessa per il prossimo Fast and Furious 8).

In poche parole, mi ha sorpreso, mi ha intrattenuto, mi ha divertito.
Imprevedibilmente, l'ho adorato.
Ma io non faccio testo... ormai sono un vecchio e devo accettarlo.

sabato 28 marzo 2015

Batman, il ritorno.

La strada per diventare un supereroe è tutta in salita.
E, tutto sommato, restarsene immobili per trenta minuti a farsi colare gesso gelido sulla testa non è nemmeno la parte peggiore.

venerdì 27 marzo 2015

[Recensione] Il Ranch.


Non è la prima volta che leggo racconti a sfondo horror scritti da Alessandro Girola, e questo suo Il Ranch era inizialmente incluso in una sua vecchia raccolta personale.
Alex l'ha di recente recuperato, ha rivisto e corretto dove serviva e ha aggiunto circa 3500 parole in più.
Ne è venuto fuori un romanzo breve messo al servizio del male (come tanti suoi altri).
Con un sottofondo malevolo, un soggetto affilato e cattivo che è un tributo alla follia e alle deviazioni umane più oscure.

Con Il Ranch, Alex dimostra di saperci fare non solo come autore ma anche come editor di se stesso, servendo – una volta di più – al lettore un prodotto letterario cucinato con dosi perfettamente calibrate di giallo, mistery e horror... e graziato, oltre che da uno stile personalissimo e ormai giunto a maturazione, dal suo (non comune) talento di saper raccontare sostanzialmente sempre la stessa storia senza annoiare mai e senza aprire spiragli sulla sua evoluzione.

E se pensate che si tratti di una dote da poco, considerate che è la stessa ricetta che gente come Stephen King usa da sempre, intrattenendo alla grande milioni di lettori in tutto il mondo.

Il Ranch è in vendita sull'Amazon Store a un prezzo davvero ridicolo, e vale decisamente il vostro tempo.

mercoledì 25 marzo 2015

Cose che ci siamo persi senza accorgercene.


La cosa che più ci siamo persi abbandonando il vinile, è la sequenza dei pezzi.
Il fatto che le canzoni venissero collocate in un ordine preciso, in modo da averne almeno quattro cardinali: la prima e l'ultima del lato A, la prima e l'ultima del lato B.
Sì, anche negli album digitali le canzoni hanno un ordine... ma sapete benissimo che non è la stessa cosa.
Nel 1978, uno dei produttori di Darkness of the edge of town riceveva questa indicazione da Bruce Springsteen: "il mio pezzo (Adam raisded a Cain) deve arrivare come un cadavere in mezzo a un pic nic".
Che, per inciso, era esattamente quello che il pezzo faceva.
Credo anche che chi scrive gli attuali spot pubblicitari, radiofonici o televisivi che siano, dovrebbe fornire indicazioni di questo genere.
Non "mettici più emozione, più sorpresa", ma più una cosa tipo: "stai vedendo tuo nonno resuscitato, e queste sono le prime parole che gli rivolgi".

lunedì 23 marzo 2015

Steve Jobs remix.


Una figura così profondamente iconica come quella di Steve Jobs richiederà generazioni intere per essere metabolizzata e analizzata sotto ogni aspetto... figuriamoci dimenticata, o messa in ombra dal suo successore Cook (di certo, un manager validissimo, ma che quanto a carisma e visionarietà si trova chilometri più in basso).

Io, che già mi ero dilettato a suo tempo con QUESTO, oggi, senza un vero perché, giochiccio con le due sue foto più famose – quelle di Albert Watson.

venerdì 20 marzo 2015

Dove si è arenata la pubblicità.


Ero su Pinterest, e ho trovato QUI questa bella pubblicità stampa italiana, probabilmente tardi anni 70 o inizio anni 80, mi sono chiesto: che cosa impedisce ad annunci pubblicitari come questo di uscire oggi, nel 2015?
Ai non addetti ai lavori sembrerà un normale annuncio stampa, ma io so (e molti altri sanno) che questa roba non esce più.

Analizziamolo velocemente. È spiritoso, intelligente, la foto è vera, il maglione sembra usato, la camicia non è di stireria, le rughe non sono state rimosse, ma soprattutto c'è un titolo divertente che – ci scommetto quello che volete – ti spinge quantomeno ad affrontare con interesse un tabù come la body copy.
In altre parole, questo vecchio annuncio parla come le persone vorrebbero tuttora che la pubblicità parlasse.
Oggi di annunci come questo, con questo spirito, veri, visibili, per una marca importante, non se ne fanno più. Due cause (o probabili concause): qualcuno ha smesso di farli, qualcuno ha smesso di approvarli.
Quelli che hanno smesso di farli hanno dovuto seguire i trend di comunicazione che da almeno quindici anni a questa parte indicano una strada diversa, fatta di linguaggi solo visivi, poche parole e qualche senso sottinteso.
Quelli che hanno smesso di approvarli sostengono che i tempi di fruizione della pubblicità stampa oggi sono diversi: nessuno si sofferma più di un secondo su una pagina, da sfogliare il più rapidamente possibile. "Abbiamo tutti meno tempo", è il mantra che ci sentiamo ripetere.

Eppure non è ciò che so da sempre su questo lavoro: se esiste una regola inossidabile sull'argomento, questa è che se dici una cosa in modo interessante, farai fermare chi ti sta leggendo... indipendentemente dal tempo che ha a disposizione.
Ma se sfogliate le pagine di qualsiasi rivista o giornale oggi – e non solo in Italia – raramente troverete un'intelligenza che vi faccia fermare. Sì, forse negli annual o nei festival di pubblicità, ma sui giornali veri, sulle pagine che tutti sfogliamo, questa roba non c'è più.
È come se la pubblicità, avendo smesso di usare parole, avesse anche smesso di parlare.

La print-advertising di oggi è molto più simile a quella basic degli esordi degli anni '40 e '50 rispetto a quanto non lo fosse la pubblicità degli anni '70 e '80, che era parecchio più evoluta.
La mia sensazione è che, compiendo un percorso vitale alla rovescia, si stia piano piano dirigendo verso la sua nascita morte.
Salvo illuminate eccezioni, oggi per trovare divertimento o intelligenza in questo settore bisogna andare su Internet. O per strada (ma sforzandosi di non guardare i manifesti).

Volete un altro esempio? Questo qui sotto è lo spot che lanciò, nell’ormai remoto 1998, l’iMac. Guardate l’unico, lento, movimento di macchina. Ascoltate il tono di voce dello speaker. La divertita, pacata ironia della comunicazione. E, più in basso, guardate lo spot di oggi che dovrebbe spingermi a comprare un iPad Air (ammesso che serva un annuncio pubblicitario per convincere la gente a farlo, ma questa un’altra storia).

Se non riuscite a cogliere la differenza, fate anche voi parte del problema.

mercoledì 18 marzo 2015

Yosemite e la regressione infantile.


Forse siete utenti Apple, o forse no.
Forse avete installato sul vostro Mac Yosemite, l'ultima release di Mac OS, o forse no.
Ma, se l'avete fatto, avrete notato i cambiamenti all'interfaccia Mac, orientati – platealmente – verso l'estetica di iOS 7, priva di sfumature, piena di livelli traslucidi e uso dell'Helvetica come font di sistema.
Lo scheumorifismo (parola in apparenza difficile, ma che QUI trovate spiegata bene) è stata la grande vittima del nuovo design delle interfacce Apple, ma neanche le icone sono uscite indenni da questo colpo di spugna.
Tutte le icone più importanti di Yosemite sono state ridisegnate.
E sembrano uscite dritte da un libro illustrato per bambini.

Ho
raccolto in questo post le vecchie icone Apple, rimaste sostanzialmente invariate fino a Mavericks, e le ho messe a confronto con i loro omologhi Yosemite.

Cosa penso io del nuovo design, in parte l'ho già detto QUI.Voi fatevi un'idea vostra guardando questo confronto.


domenica 15 marzo 2015

Tutti gli anni Ottanta in una sola canzone.


Voi ridete quanto volete, ma in questo pezzo (e in questo video) ci stanno tutti gli anni Ottanta.
E quando dico tutti, voglio dire TUTTIIIIIIIIHHH

sabato 14 marzo 2015

Non ci credo.


Questa è la fotografia ufficiale scelta da Apple per pubblicizzare il suo Apple Watch indossato?
Seriamente?
Ci stanno suggerendo che anche chi ha un arto artificiale può metterselo al polso?
Di fotoritocchi di merda ne ho visti, ma non mi aspettavo di vederli su una pagina web Apple.

venerdì 13 marzo 2015

Ecco come fa Ryanair a tenere i prezzi così bassi.

Ho scoperto perché Ryanair riesce a tenere i suoi prezzi così bassi.
Non è perché ha abolito i biglietti cartacei, o ti devi fare il check-in da solo, o se vuoi portare mezzo chilo di roba in più la devi pagare a peso d'oro, o perché sui suoi voli utilizza 2 hostess invece delle solite 5, o perché a bordo non ti servono manco l'acqua minerale o perché lo stipendio dei suoi piloti è praticamente la metà di quello medio delle altre compagnie, no.

Cioè, sarà anche per tutte queste cose e altre ancora, ma la verità inconfutabile, sotto gli occhi di tutti e che – ne sono certo – vi è sempre sfuggita – è che Ryanair, per la progettazione grafica del suo logo aziendale, non ha pagato neanche 50 euro a un designer.
Ha trovato una clip art gratis su Internet e ci ha scritto sopra il suo nome:



E io non posso che guardare con nostalgia al passato, quando c'era un sacco di studio e di attenzione dietro queste cose, e proporvi questa bella gallery per farvi capire meglio cosa intendo.

mercoledì 11 marzo 2015

Il computer più bello e più inusabile del mondo.



Parlo del nuovo Macbook presentato ieri, naturalmente.
Che sembra un esercizio di stile più che un computer vero, che il termine "computer" neanche gli si addice più di tanto, abituati come siamo a considerare quello che è e quello che fa un computer.
Il nuovo Macbook è un oggetto incredibile che pesa meno di un chilo ed è spesso tredici millimetri nel suo punto più alto.
Una sottiletta d'alluminio, con una scheda logica che neanche ora che l'hanno mostrata ci credo.
Una batteria di concezione nuova, progettata a "scalini" per riempire ogni millimetro libero della scocca. Dentro, oltre la RAM a 1600MHz su scheda, c'è l’unità di memoria a stato solido e nient'altro.
Niente ventole, nessuna parte in movimento, niente di niente.
C'è uno schermo Retina da 12 pollici spesso meno di un millimetro, un nuovo trackpad che implementa una nuova tecnologia sensibile alla forza con cui viene premuto, una tastiera di nuova concezione con un led che retroillumina ogni tasto, e una sola, unica porta (chiamata USB-C) che
carica la batteria, serve da output video e trasferisce i dati. 
È un oggetto assurdo, talmente estremo e minimalista da sembrare un concept.
Eppure sarà disponibile, a partire da da 1500 euro, da aprile. Di quest'anno. Non del 2025.

Perché guardandolo, leggendo le sue caratteristiche snocciolate sull'apposita pagina del sito Apple, sembra davvero di osservare un oggetto fuori dei tempi.
Un oggetto che, per inciso, io non comprerei mai e poi mai.

In primo luogo, naturalmente, perché non mi è mai servito un computer portatile (per tutta una serie di ragioni che ora non elencherò)... ma anche perché l'evoluzione di queste macchine ha portato all'estinzione del connettore MagSafe (una delle trovate più intelligenti mai applicate a un dispositivo ricaricabile), perché adottare una singola porta è di certo una soluzione elegante ma incontrovertibilmente pessima se vi interessa anche solo un minimo la versatilità, o perché chi ha provato la nuova tastiera e il nuovo trackpad (ad esempio Dieter Bohn di The Verge) dice che hanno un feedback quasi inesistente. Una volta di più, la sensazione di aver rinunciato a qualcosa di importante e di funzionale per guadagnare qualche millimetro (vedi anche alla voce: gli iMac di settima generazione) si è fatta sentire forte, chiara e inquietante.


Detto questo, il nuovo Macbook è il computer più bello del mondo.
È bello persino senza più la meletta retroilluminata, è bello persino in quell'assurdo color oro in cui si può avere oltre che in argento o grigio.
Una specie di blocco note costosissimo, un iPad con tastiera, un oggetto "condannato" ad essere usato sempre superconnesso a una rete per avere un senso... figlio di un tempo futuro che ancora non c'è, dove i fili, gli hard disk esterni o le chiavette USB sono già spariti da anni.


Se vi interessa, troverete praticamente ovunque tutte le specifiche tecniche dell'oggettino in questione, ma ricordate... alla fine, la questione è solo se vi piace o no.
Se, a guardarlo, vorreste averlo sulla vostra scrivania o dentro il vostro zainetto oppure no.
Indipendentemente dalle vostre necessità.
È quello che fa Apple: rendere desiderabili i suoi prodotti le viene meglio persino dei prodotti stessi.

Quella porcheria dell'Apple Watch, naturalmente, è una sfortunata eccezione.

lunedì 9 marzo 2015

A parte l'Apple Watch.


Stasera, nuovo evento Apple presso lo Yerba Buena Center di San Francisco.
Il nome dato all’evento, Spring Forward, è un chiaro richiamo al fatto che, proprio nella notte del giorno precedente, gli americani porteranno avanti di un’ora le lancette degli orologi... e, presumibilmente, al centro dell'attenzione ci sarà l'Apple Watch, sul quale ho già detto quanto dovevo QUI.
Ora, immaginando che difficilmente tutto l'evento potrà essere concentrato sul nuovo smartwatch made in Cupertino (considerato che già lo scorso settembre si era spartito il palco col nuovo iPhone 6) e – soprattutto – che del costoso nonsolorologio Apple non me ne importa una ceppa, mi chiedevo... di cos'altro si parlerà?
Per quello che i riguarda, non mi dispiacerebbe vedere presentati:



Il nuovo Macbook Air.
Per convincerci a comprarne uno, Apple dovrebbe dotarlo di un display Retina (che, grazie alla tecnologia Igzo di Sharp dovrebbe portare la risoluzione a 2340X1440 pixel), farlo ancora più sottile dell'attuale (non chiedetemi come potrebbero riuscirci, ma ci riescono sempre), metterci dentro i chip Broadwell di Intel, toglierli le ventole e produrlo in color oro, grigio siderale e argento come gli iPhone e gli iPad Air... ma per farlo comprare a me, dovrebbero sforzarsi di metterne in listino anche uno nero.



Il nuovo iMac Retina.
Questa storia della densità dei pixel come ultima frontiera dei monitor a me sembra un po' una di quelle trovate per cercare di alimentare un mercato per tanti versi impantanato.
Gli IMac attuali sono veloci, hanno schermi grandi e costano (relativamente) poco.
In più, li hanno fatti così (inutilmente) sottili che appiattirli ancora di più non sarebbe che una vanteria da strombazzare nei comunicati pubblicitari.

Qualcosa potrebbero assottigliare ancora, però: la cornice. Permetterebbe di accostarne due senza soluzione di continuità e farebbe un figurone su qualunque scrivania.
E, ah sì: vedrete che con le prossime generazioni di iMac diremo addio agli hard disk e conteremo unicamente sulle unità a stato solido.

iPad Pro.
Ovvero, un iPad che, da spento, potremo usare come vassoio. Display con diagonale di 12.2 o 12.9 pollici, spesso sette millimetri, con due microfoni, due speaker per una qualità stereo migliore, un processore Apple A9 (quello che dovrebbe essere montato sul prossimo iPhone 6S), e almeno due GB di Ram... anche se tre sarebbero meglio, su un pezzo di tecnologia che costerà come un iPhone alto di gamma e che supporterà la funzionalità split-screen.

Ma, perché produrre un iPad gigante quando la tendenza sembra essere fare tutto più piccolo e le stesse vendite degli iPad sono in ribasso?
A mio parere, i suoi veri concorrenti sono proprio gli iPhone (più i millemila smartphone Android e Windows), con schermi sempre più grandi, processori più veloci, fotocamere di qualità e una portabilità superiore a qualsiasi iPad Mini.
Con un fantomatico maxi-iPad, Apple potrebbe dare una sterzata verso un utilizzo più "professionale" dei suoi tablet, con un occhio di riguardo alle aziende e lasciando allo smartphone il dominio della comunicazione e surfing del parco consumer.

Comunque sia, dare un'occhiata a quello che viene presentato o annunciato in un evento Apple non è mai tempo perso, perché da troppi anni ormai qualsiasi oggetto di tecnologia consumer deve confrontarsi con quelli marchiati con la mela... che piaccia o no.

Quindi, magari ci risentiamo qui domani per commentare quello che effettivamente sarà apparso sul palco dello Yerba Buena Center. 
Stay tuned.
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