martedì 28 aprile 2015

The last to die.


Dimensioni originali 3782x5018 pixel.
Ho cercato di usare solo pezzi di architettura, ma un paio di altre cose mi ci sono scappate dentro.
E con questa, credo di aver chiuso la serie degli arcimboldi.

Stampe disponibili su richiesta.

lunedì 27 aprile 2015

Rimedi contro il malumore.


Quello che vedete in queste foto (che non gli rendono assolutramente giustizia, ve l'assicuro) è un cronografo prodotto da Bulgari, modello Assioma.
Ha una cassa in acciaio, vetro zaffiro, datario a rimessa rapida a ore 3, indici a bastone e numeri arabi.
Diametro di 48 mm, movimento a carica automatica con autonomia di circa 42 ore e bracciale in alligatore (alligatore?).
È un modello del 2008, ma si può trovare ancora abbastanza facilmente. A seconda delle versioni, può andare dai quattromila ai ventimila euro, e il suo valore è probabilmente destinato ad aumentare con gli anni, mantenenendo, tra l'altro, una funzionalità perfetta per anni e anni (e anni).
È uno degli orologi più belli che esistano.
Io ne posseggo un'imitazione (piuttosto buona, a sentire chi me l'ha pulito e revisionato) pagata parecchio meno.

Ci pensate che c'è gente che, proprio in questo stesso momento, sta facendo la fila per spendere quegli stessi soldi per QUESTO?

Io ci penso quando sono di cattivo umore e voglio farmi un paio di grasse risate.


giovedì 23 aprile 2015

Romics, la gallery.


Ok, questa era solo per attirare la vostra attenzione.
Qui sotto, in ordine sparso, qualche fotella di venerdì e sabato dell'ultimo Romics, che vede, oltre me nei magnetici panni di Erik Lehnsherr (o Max Eisenhardt se preferite), anche Carlotta, Giulio, Erika, Emanuele, Francesca, Enrico, Jennifer, altri amici e altri perfetti sconosciuti.
Ah, sì: per la maggior parte delle foto dovete ringraziare Arianna.
Enjoy it.

mercoledì 15 aprile 2015

Romics di primavera, 2015.


Fine settimana pieno con il Romics di primavera, due costumi da allestire (di cui uno completamente da zero, anche se si tratta di un ritorno) e un'ospite a casa con cui interagire.
Ma mi farò perdonare con una gran bella gallery.
La foto qui in apertura (grazie, Fabio) ne è solo un assaggio.

sabato 4 aprile 2015

Fortitude.



Alcune volte, invece di ricorrere al solito torrente, è possibile guardare qualche bella serie in diretta sulla vostra pay tv.
È successo con Romanzo Criminale, Gomorra e adesso questa Fortitude (tutte trasmesse su Sky Atlantic, e non credo si tratti di un caso).

La serie è una produzione inglese, e già questo dovrebbe bastare a darle ben più che una chance (più volte, oltremanica, hanno dimostrato di meritarsi il gradino più alto del podio della serializzazione televisiva) ed è – giusto per appiccicargli qualche etichetta veloce – un thriller psicologico che va a braccetto col mistery e limona pesantemente con l’horror.

È (piuttosto bene) interpretata da una serie di attori praticamente sconosciuti, fatto salvo, naturalmente, per quel talento sconfinato di Stanley Tucci (in parte come non mai e come nessuno) e per Christopher Eccleston, noto al mondo come la nona incarnazione del personaggio del Dottore (anche se la sua presenza sullo schermo è poco più che una comparsata, sappiatelo).

Fortitude è ragionata intorno a una struttura già vista ma poco sfruttata (isolamento, due omicidi inspiegabili, tutti che sospettano di tutti) ma è caratterizzata da una fotografia livida che non sarebbe dispiaciuta a Fincher, un commento sonoro non di quelli comprati un tanto al minuto e da una regia interessante che, senza preparare chi guarda in alcun modo, non si mette paura nel mostrare gli aspetti più disgustosi della follia e dell’ignoto.

Questa Fortitude non è eccezionale come altre serie dell'ultima generazione (da Black Mirror a Utopia, passando attraverso The Missing e Les Revenants) ma è apprezzabile proprio nel suo non dire, non concedere, non ammiccare, mantenendo con lo spettatore un rapporto distaccato (e a volte gelido) ma mai disonesto.

Consigliata.

p.s. su Sky Atlantic la danno al venerdì.

giovedì 2 aprile 2015

Fuori dalla luce e dentro il nero (e ritorno).


Lo scorso gennaio ho subito un nuovo intervento chirurgico.
Ero relativamente tranquillo.
Questa volta ero entrato per una tiroidectomia totale, e rispetto la lobectomia dello scorso maggio, questa era una cosa quasi ambulatoriale, roba che in due giorni, massimo tre, mi avrebbero rispedito a casa con una pacca sulla schiena e una pillola di Eutirox da assumere una volta al giorno.
Per tutta la vita.
Ma meglio tutta una vita con una pillola al giorno che nessuna vita, giusto?

Insomma, era tutto abbastanza “programmato”.
L'unica cosa che mi rendeva inquieto era, come al solito, l'anestesia.

L'anestesia non ha nulla di naturale.
L'incoscienza dell'anestesia assomiglia al sonno profondo, ma non è neanche un suo parente prossimo. Non è popolata di sogni e non rigenera.
L’anestesia è il nulla che piomba su di te e sembra che tutto il mondo imploda in un punto nero minuscolo e silenzioso... mentre invece è a te che staccano la spina.
L'anestesia è come usare l'interruttore "acceso/spento" dell'anima.

L’intervento va bene.
Mi risveglio che è tutto finito e niente sembra cambiato.
Mi sforzo di sorridere, un po’ per rassicurare le facce ansiose attorno il mio letto, e un po’ perché mi sento come quello che ha saltato anche dentro questo cerchio di fuoco e adesso gli spetta un po’ di riposo.

Ma qualcuno deve aver deciso che la mia vita tutto deve essere fuorché noiosa, e così, a poche ore dall’intervento, mi rispediscono al blocco operatorio.
C’è un versamento sottocutaneo, nulla di grave, mi dicono. Ma per fermarlo bisogna operare di nuovo. E addormentarmi di nuovo.
Avrei preferito godermi una notte di riposo naturale, ma trovo comunque la forza di cazzeggiare e chiedere a infermieri e portantini che mi riportano in sala operatoria “Ma non l’avevo appena lasciata, questa festa?”. Nessuno mi risponde e penso che nessuno di loro è un fan di Han Solo e delle sue spacconate.

L’anestesista mi inietta il suo cocktail in una valvolina di palstica verde che amoreggia con una mia vena.
E come i bambini che si sforzano di restare svegli tutta la notte solo per vedere l’effetto che fa,  cerco di carpire il momento in cui sto per scivolare via.
Ma l’anestesia, come vi dicevo, non è per nulla come addormentarsi.
L’attimo prima sei sveglio e cosciente, quello dopo sei spento e non ci sei più.
Una volta di più, sono fuori dalla luce e dentro il nero.


Un attimo dopo riapro gli occhi, sono di nuovo nel mio letto e mi sento debole come un iPhone alle dieci di sera.
Ma abbozzo lo stesso un sorriso a beneficio di quelli che hanno scelto di restarmi accanto, e cerco (invano) di assumere una posizione un pelo più virile che non quella classica supina da ospedale con le braccia lungo i fianchi.
Bisogna restare fedeli allo stereotipo che si è scelto d'interpretare, altrimenti il castello di carte crolla e ci scopriamo pietosamente umani.

Solo parecchi giorni dopo, Arianna mi dice che durante il secondo intervento la mia pressione è schizzata alle stelle e il cuore stava per saltare come un turacciolo la notte di fine anno. Che mi hanno schiaffato in una cosa che si chiama terapia subintensiva che manco sapevo esistesse, dove hanno riportato a forza i miei parametri alla normalità.
Il tutto, mentre io dormivo i beati non-sonni dell’anestesia.
Andare così vicini all’altra parte... e senza neanche accorgersene.

Più tardi, mi sono sorpreso a pensare: non sarebbe stata poi una brutta morte.
Zero dolore.
Zero consapevolezza.
Zero attesa.
Non devi subire le ingiustizie della vecchiaia e gli sberleffi del tuo corpo che smette di funzionare. Non devi imbottirti di medicine per non sentire il dolore. Non devi fare penose spole tra casa e l’ospedale. Non devi formulare pensieri deprimenti del tipo che non riuscirai a vedere come va a finire la tua serie tv preferita o i dannati Google Glass su uno scaffale di Mediaworld.
Me ne sarei andato e basta, senza salutare, riverire, o ringraziare, come diceva De Andrè.
Forse non sarebbe stato tanto giusto... ma veloce. Pulito.

Eppure no, non era ancora il momento, e ho il sospetto che quando accadrà non potrà mai dirmi così di lusso.
Ma va bene uguale.
Anzi, se c’è qualcuno da ringraziare per questo lo ringrazio, anche se vorrei che per un po’ la smettesse di giocherellare con la mia pellaccia.
E ringrazio anche voi per l’attenzione. Ci vediamo presto.
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