giovedì 28 maggio 2015

Forbidden Planet. Forever.


Tributo a uno dei film di fantascienza più densi di archetipi di sempre (ditene uno: l'astronave in missione nello spazio, il pianeta misterioso, lo scienziato pazzo, gli alieni, il robot, il mostro, la fanciulla in pericolo... in Forbidden Planet c'è tutto).
Photoshop e un pizzico di vector (grazie, Matteo).
Stampe disponibili a richiesta. 


martedì 26 maggio 2015

Ispirazioni.


Questa notizia è talmente surreale da sembrare totalmente inventata, l'ho trovata QUI e ve la riassumo qui:
Dopo la seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica costruì una serie di fari automatici per guidare le navi nella notte polare fino alle coste settentrionali dell'ex Unione Sovietica. 
Molti di questi fari erano alimentati da generatori termoelettrici a radioisotopi (RTG), che impiegavano combustibile nucleare. Con la caduta dell'Unione Sovietica e l'avvento del GPS, questi fari-robot sono caduti in disuso, e gli interventi di manutenzione sono cessati.
Non c'è voluto molto perché divenissero preda di saccheggiatori a caccia di rame, che, forse ignorando il significato dei simboli "Pericolo - Radiazioni" , hanno trafugato, tra le altre cose, i materiali nucleari.

A voi non sembra il canovaccio di un film di serie B di quelli che capitavano su Italia le sere che non c'era niente da guardare?
A me, sì.
Che, a saperla raccontare a ad averci la voglia, ne verrebbe fuori pure una bella storia.
Magari ci penso su.

lunedì 25 maggio 2015

24 ritratti.


Facciamo un giochetto.
la tipa qui sopra e gli altri 23 soggetti e soggette qua sotto sono stati tutti fotografati a Las Vegas da Roger Kisby la settimana scorsa.
Hanno tutti un comune denominatore.
Senza googlare, riuscite a dire quale?

mercoledì 20 maggio 2015

Sarò breve.

Su robe che ho visto la settimana scorsa, nel caso vi interessasse la mia opinione prima di spenderci un po' anche del vostro tempo.

Mad Max Fury Road
Difficile parlare con il giusto distacco di un film tanto atteso dai fan di una saga che conta così tanti estimatori ed appartiene ad un sottogenere – quello del futuro postapocalittico – altrettanto amato da una grossa fetta di pubblico.
Voglio che sappiate subito che non ho mai apprezzato troppo la saga di Mad Max, giudicandola troppo fracassona, ipertrofica e malamente raccordata tra i suoi tre episodi.
Detto questo, non posso fare altro che affermare che Fury Road non solo è un bel film di George Miller, ma è di gran lunga migliore dei suoi precedessori.
Certo, da soggetto e script non dovete aspettarvi chissà quali innovazioni, ma la storia è raccontata bene, trovando un improbabile equilibrio tra visionarietà ed efficienza, e gioca in maniera divertita con i cliché degli scenari postapocalittici riuscendo a smarcarsi dal logoro immaginario di un certo tipo di cinema... complice anche una fotografia superlativa in ogni istante, scenografie ispirate e un montaggio da manuale.
Se siete fan di Mad Max, lo adorerete. Semplicemente.
Tutti gli altri si divertiranno e basta.
Per me, è sì.

Child 44

Un soggetto che faceva ben sperare (l’indagine sul mostro di Rostov, il serial killer che fece strage di ragazzini nella Russia stalinista), cinquanta milioni di dollari di budget e una ricostruzione fedele fino ai brividi dell’Unione Sovietica dei primi anni cinquanta... e il tutto che finisce con l'impantanarsi in uno scipt confuso, goffo e fuorviante.
E sì che Daniel Espinosa aveva un cast mica da ridere, eh?
Noomi Rapace (non bellissima ma con quel tipo di viso che la rende interessante in qualsiasi ruolo la si metta), Vincent Cassel (che è sempre bello vedere sullo schermo), Gary Oldman (talento puro, sempre e comunque), Tom Hardy, Jason Clarke e un mucchio di altri. Tutti bravi.
Per produrlo, un nome del calibro di Ridley Scott (con cui la distribuzione s'è giocata il lancio, facendolo passare quasi come una sua pellicola).
E tutta questa gente non è riuscita a creare uno straccio di legame empatico con lo spettatore.
A commuovere. A incazzare. A trattenere il respiro. Mai.
Poco, poco convincente.
Per me, è no.

Pilot: Wayward Pines
Derivativo è dire ancora poco. Ma questo l’avrete già capito da soli vedendo il pilot o anche solo il trailer.
Resident Evil, Alone in the Dark, Twin Peaks, The Truman Show, ma anche Il Seme della Follia e un pizzico di Lost.
Dentro il calderone, Shyamalan ci ha buttato dentro un po’ tutto, rimescolandolo alla sua maniera, giocando con la progressione per accumulo, a volte sbandando paurosamente (tutta la vicenda familiare parallela è gestita con la stessa classe di E Venne il giorno, e cotanto dovrebbe bastarvi) a volte con tocchi di stile che sembrano supplicare “Dimenticate zozzerie come After Earth e ricordatemi per Unbreakable o The Village, vi prego!”
Forse, a serie conclusa giudicherò che non ne era valsa la pena, ma dieci episodi sono un numero ragionevole e alle storie mistery una chance gliela concedo sempre più che volentieri… quindi, per ora, per me è sì.

Serie TV: Daredevil
Uno di quei casi in cui, quando anche l'ultimo episodio è finito, lasciandoti sazio eppure appagato, ti dici: che cazzo, tanto ci voleva?
A quanto pare, sì. Ma alla fine, l'abbiamo avuta: Daredevil è la serie TV che tutti avremmo sempre voluto vedere su un supereroe.

La psicologia e le motivazioni del personaggio di Matt Murdock sono chiare e raccontate con una serie di flashback ben dosati nel corso della serie. La storia ha ritmo, le scene coi dialoghi sono fotografate alla stragrande e quelle di violenza sono devastanti.
Suburbana, sporca, noir, violenta (la serie ha un grosso debito con Frank Miller in questo senso), colma di rimandi al gangster movie tanto quanto ai classici dei film di arti marziali.
Aggiungeteci prove d'attore straordinarie (particolare nota di merito a Vincent D'Onofrio / Wilson Fisk), e otterrete, se non accade altro nel frattempo, la serie dell'anno.
Per me, è sì. Assolutamente sì.


martedì 19 maggio 2015

Siate affamati, siate folli, siate Fassbender.


Un paio d’anni fa, entrai in sala a vedere jObs, il biopic di Sony sull’ex CEO di Apple con tutta la diffidenza del mondo.
Prima di tutto perché seguendo (e, a mio modo, restandone ammaliato) un personaggio come Steve Jobs da oltre vent’anni, ne riconoscevo la complessità, le contraddizioni e i lati oscuri. Tutta roba difficile da portare e rendere sul grande schermo senza farlo sembrare un documentario in bilico tra l’elegia e la denuncia (e quest’ultima sarebbe apparsa anche di cattivo gusto, considerato il breve lasso di tempo dalla dipartita di Jobs e l’uscita del film nelle sale).

In secondo luogo, perché la Sony, all’epoca, prese decisamente sottogamba il progetto e non ritenne di investirci più di tanto, a iniziare dal regista (un ben poco blasonato Joshua Michael Stern) per proseguire con un inesperto Matt Whiteley alla sceneggiatura e finire con un’altra manciata di mestieranti nel cast tecnico con poca roba da esibire del curriculum.
Persino quando Steve Wozniak, invitato a una delle proiezioni in anteprima fece notare che il film era “del tutto scollegato dalla realtà” la produzione non fece niente per rimaneggiare la pellicola e cercare di salvare il salvabile.

Infine, perché non credevo che una casa di produzione giapponese potesse capirne niente dello spirito e della natura di un personaggio talmente carismatico e influente sulla cultura e la società contemporanea come Jobs.

Avevo ragione su tutto.
Il personaggio ne venne fuori appiattito, sbiadito, incompleto.
Ricordo di aver pensato che ci voleva davvero del talento ad essere riusciti a banalizzare una storia talmente appassionante (come quella che ci si ritrovava già scritta) della vita di Steve Jobs.
In quel film non c’era nulla di quello che l’aveva reso grande, sia nell’ambito dell’innovazione pura che in quello del suo rapporto con l’umanità tutta.
Il film non piacque a nessuno, fece quattro soldi al botteghino e il passaparola negativo lo affossò definitivamente. Nessuno se ne vuole ricordare.

Ora, è Universal che ci riprova, stavolta scomodando Danny Boyle (alla regia) e Aaron Sorkin (lo sceneggiatore di The Social Network), più una manciata di star del calibro di Michael Fassbender, Kate Winslet e Jeff Daniels… e io, che solo qualche anno fa sarei stato il primo ad alzarmi in piedi e gridare che no, non c’entrano nulla coi veri Jobs, Hoffman e Sculley, oggi resto in silenzio, trattenendo il fiato e le facili obiezioni, perché voglio crederci un’altra volta e convincermi che – a questo giro – si sia capita l’intima natura del “mito Jobs” e si riesca a portarla su pellicola senza santificazioni da fanboy o facili spettacolarizzazioni da prima serata.

Il film non ha ancora una data di distribuzione italiana, ma il 9 ottobre uscirà in tutte le sale americane. Qui sotto, potete vedere il primo teaser trailer (sottotitoli in italiano).

E, qualunque sia il vostro pensiero su Jobs, come diceva il famoso spot, potete citarlo, essere in disaccordo con lui, potete glorificarlo o denigrarlo... ma l'unica cosa che non potrete mai fare è ignorarlo.

domenica 17 maggio 2015

Orbik ha raggiunto Betty Page.

Ci lascia, con largo anticipo su quanto uno poteva legittimamente aspettarsi (era classe 1963), Glen Orbik, ultimo grande pinupparo dei nostri tempi.
Le sue donnine erano mozzafiato.
La sua gestione della luce straordinaria.
Ci mancherà.

lunedì 11 maggio 2015

A proposito di Ghost in the shell (il progetto 2501).


È notizia abbastanza recente che Scarlett Johansson ha firmato un contratto da protagonista nella versione cinematografica di Ghost in the Shell, un progetto inseguito da anni da Steven Spielberg e la Dreamworks (il cachet della Johansson si aggira intorno i dieci milioni di dollari, quindi prima di commentare che non ce la vedete proprio, ammettete che per quella cifra ci avreste messo anche vostra nonna).

Non è ancora noto se l'ambientazione rimarrà quella originale (l'immaginaria città giapponese di Niihama) o se la storia si sposterà sul suolo americano, quello che è trapelato è che la Johansson sarà a capo di una squadra chiamata Public Security Section 9, chiamata ad indagare su crimini informatici e cibernetici.
La regia porterà la firma di Rupert Sanders (Biancaneve e il cacciatore) e la sceneggiatura di Jamie Moss (La notte non aspetta) e William Wheeler (la sfigatissima The Cape).

Ma non è di questo che voglio parlarvi, anche se ho già sprecato mezzo post così e la vostra attenzione è sempre quella di un pesce rosso ubriaco, no.
Voglio focalizzare la vostra attenzione
(TETTE)
sul progetto 2501, un omaggio in primis al manga di Masamune Shirow e in seconda battuta al seminale anime di Mamoru Oshii.
Quello che era iniziato lo scorso anno come un tributo dei fotografi Ash Thorp e Tim Tadder è diventato una collaborazione a livello mondiale di una ventina di artisti provenienti da tutto il mondo: esperti di animazione digitale, visualizer, designer, tutti al lavoro su un progetto (a fondo perduto) mirato a ricostruire le atmosfere di Ghost in the Shell.

Da quello che è dato vedere finora (qua sotto potete vedere un trailer e una serie di poster promozionali, ma sul sito di Project 2501 c'è parecchio altro), il team sta lavorando in maniera superlativa.
Io, fossi Spielberg, una telefonata ai tipi la farei.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...