domenica 25 ottobre 2015

Posterino della domenica.


Mancano pochissimi giorni alla Fiera Nerd più importante dell'anno (la prima d'Europa e la seconda al mondo, dopo il Comiket di Tokyo), e i cosplayer sono là che lucidano le armature, affilano le armi, sistemano gli orli, pettinano le parrucche.
E io, che da fare ne ho ancora tanto, trovo pure il tempo di divertirvi con Photoshop.
Ma dove lo trovate un altro come me.

venerdì 23 ottobre 2015

Stammi vicino. Anzi, lontano.


Nel libro La dimensione nascosta, Edward Hall parla della distanza alla quale l'essere umano si sente a proprio agio con le altre persone.
E ci spiega che dipende da un mucchio di fattori.

Ad esempio, dalla cultura di appartenenza: europei e asiatici si tengono generalmente fuori dal raggio di azione del braccio col loro prossimo, mentre gli arabi se ne stanno gomito a gomito senza batter ciglio.
In alcune regioni dell’India, dove gli appartenenti alle diverse caste devono mantenere fra di loro una distanza rigidamente stabilita, gli individui della casta più bassa (i paria) devono tenersi a 39 metri dai bramini (la casta più elevata). Immagino che abbiano sviluppato un senso delle distanze misurate ad occhio straordinaria.
In ascensore, noi europei ci poniamo a cerchio e con la schiena appoggiata alle pareti (e ci fingiamo interessatissimi alla targhetta che riporta matricola e peso massimo), o fissiamo il pavimento come se ci vergognassimo di qualcosa, mentre gli americani si mettono in fila con la faccia rivolta alla porta. Vai a capire.

Sempre Hall, teorizzò una distanza fisica che istintivamente teniamo a seconda del nostro grado di intimità con qualcuno: ci teniamo a oltre un metro e fino a tre metri con i conoscenti, o gli insegnanti o un nostro superiore, ma questa distanza scende fino a 45 centimetri con gli amici e si riduce a zero solo col partner o con un familiare stretto.
Molti di noi si provano un vero e proprio disorientamento se si trovano ad essere salutati con un abbraccio, specie se provieniente da qualcuno non appartenente alla nostra "cerchia" di intimi. Se qualcuno si siede troppo vicino a  noi al cinema o al parco, se osserva uno scaffale al supermercato a pochi centimetri da noi. E così via.

Ed è proprio sulla distanza prossemica (la prossima volta che volete fare i fighi in pubblico, tirate pure fuori questo termine) che gioca la campagna sociale che vedete qua sotto, commissionata dal governo della Tasmania per sottolineare l'importanza di mantenere i conducenti delle auto a distanza di sicurezza dai ciclisti. Che, anche se dei ciclisti non ve frega niente e anzi vi stanno anche un po' sulle palle, guardatelo lo stesso perché spiega in pochi secondi quello che vi ho raccontato io finora, e molto meglio.

giovedì 22 ottobre 2015

Wolfgang Flur. Eloquence.


Se io fossi un ex membro dei Kraftwerk, credo che me lo farei stampare pure sull'elastico delle mutande. E invece, Wolfgang Flur non sembra padroneggiare bene l'arte dell'autopromozione: in vent'anni ha prodotto appena due album da solista, dei quali molto probabilmente non avete mai sentito palare.
La sua pagina Wikipedia è scarna, poco aggiornata e con un link ad un sito defunto da chissà quanto. Potete raggiungerlo a QUESTA pagina rimasta stilisticamente ferma agli anni novanta, o a QUESTA, creata per il lancio di Eloquence.

Eloquence è il cd uscito proprio in questi giorni, e raccoglie materiale che Flur sembra aver scritto e poi buttato nel cassetto un po' alla rinfusa nel corso degli ultimi dodici o quindici anni... ma basta grattare un poco sotto la vernice per scoprire un disco raffinato, di nicchia e che è riuscito a stupirmi più di una volta.
Pur conservando pesanti influenze del suo passato con la band di musica elettronica più importante della storia, Flur sovrappone melodie lounge, elementi di jazz, krautrock e dance a trovate sonore e vocali assolutamente originali.

Tutto questo reso più interessante da alcune collaborazioni di quelle che sembrano proprio essere state capate dal mazzo, come quella con Bon Harris degli Nitzer Ebb, Anni Hogan dei Marc & The Mambas, Jack Dangers dei Meat Beat Manifesto o Ramón Amezcua della band messicana Nortec Collective. Nomi che potranno non dirvi nulla, ma che tra gli addetti ai lavori godono del massimo rispetto... col risultato che se c'è un difetto che proprio non si può ascrivere a questo disco, è di essere monotono.
Per carità, niente di innovativo o che esca più di tanto dal solco di un'elettronica ben strutturata, ma rispetto i lavori dei Kraftwerk c'è respiro, sensibilità e un certo bizzarro umorismo.

Il disco include dodici tracce originali (Moda Makina è entrata immediatamente nelle mie grazie) e sei bonus track, tra le quali spicca una versione giapponese di On The Beam cantata dall'ex vocalist Pizzicato Five Nomiya Maki.
La confezione grafica è ricercata, e quanto di più lontano possa esserci da un album dei Kraftwerk: calda, organica, priva di gabbie, quasi naif.
Lo trovate anche in vinile, se volete giocare a fare quelli vintage, o in digital download se non ve ne frega niente della plastica e del cartoncino: a voi la scelta.

In tempi di magra come questi (ma lo avete sentito quanto è inutile l'ultimo album di Skrillex?) un disco come questo è consigliatissimo.


mercoledì 21 ottobre 2015

Trilogia trevisana.

Uno dei begli scatti di Arianna fatti in quel di Treviso (e dintorni) l'avevate già visto qualche settimana fa, ora l'ho rieditato un poco e, già che c'ero, ne aggiungo un altro paio.
Che, quando ci sono location fighe (le grotte del Caglieron, a Breda di Fregona e la tomba monumentale Brion a San Vito di Altivole), modelle disponibili e idee sarebbe da idioti lasciarsele scappare.

lunedì 19 ottobre 2015

Un mouse poco magico.


Uno dei prodotti più riusciti di Apple è la sua tastiera.
Sottile, elegante, piacevole da usare.
La sua sorellina bluetooth è persino più bella, ma inspiegabilmente non ha il tastierino numerico, mancanza che mi fa preferire quella a cavo.
Pochi giorni fa, è arrivata una nuova tastiera, la cui innovazione principale è una batteria ricaricabile integrata (ma anche stavolta niente tastierino numerico) e, con lei, un nuovo trackpad (con implementato Force Touch) e la seconda generazione del Magic Mouse, di cui parlai più che bene QUI.

E, sì, il Magic Mouse 2 è quello che vedete nell'immagine in apertura... fotografato nella sua fase di ricarica.
Perché anche il Magic Mouse ha beneficiato della batteria ricaricabile integrata attraverso una porta Lighting, ma gli ingegneri dl Apple sembra non abbiano trovato un posto migliore per sistemarla che sotto il mouse stesso.

Ora, se siete fanboys direte che non ha nessuna importanza. Che il Magic Mouse 2 impiega pochi minuti per raggiungere la carica completa, e quindi resta inutilizzabile giusto il tempo di alzarsi e svuotare la vescica.
Ma non è questo il punto. Il punto è che l’intero brand (e la leggenda) di Apple si basa sulla maniacale attenzione ai dettagli che – normalmente – non vengono neanche notati dai più.
Ma che sono, tutti, valori aggiunti che giustificano una precisa scelta filosofica prima ancora che commerciale. E da questo punto di vista, Apple, hai appena messo in commercio un prodotto assolutamente scadente.
Quindi, cosa avresti dovuto fare? La butto lì? Forse sistemare la presa sul lato del mouse che non è mai visibile? Tipo, una roba così?

Una porta Lighting in quella posizione avrebbe permesso la ricarica e mantenuto il mouse pienamente operativo esattamente come un normale mouse a cavo: una modalità che avrebbe consentito, tra l’altro, di usarlo sempre in carica e e scollegarlo quando si voleva.
Ed evitando figure barbine come questa che non facevate dai tempi di QUESTO.

venerdì 16 ottobre 2015

Romics d'autunno, la gallery.


Che il cosplay sia un fenomeno in espansione continua da qualcosa come quasi dieci anni e ancora non accenna a sgonfiarsi (e lo dicono i numeri delle fiere del fumetto, non io) è un fatto sul quale i media ancora si esprimono con sciatteria e dispendio di luoghi comuni, ma questo non impedisce a me e a parecchi altri di rinchiudersi, quelle tre o quattro o volte l'anno, nei nostri recinti a dare vita a una specie di movida fumettara che – a guardarla da fuori – sembra una cosa puerile ma che sta permettendo a un sacco di persone diverse di incontrarsi e spassarsela a botte di creatività ed esibizionismo (e che sta attirando anche un mucchio di bravi professionisti, fotografi in prima istanza, che solo cinque anni fa non si sarebbero sognati di mettere piede in manifestazioni come il Romics), e sto ancora aspettando che qualcuno mi spieghi perché non dovrebbe essere una cosa buona.

E visto che le parole lasciano quasi sempre il tempo che trovano, eccovi una veloce gallery dello scorso weekend: assieme a me, potete vedere Carlotta, Emanuele, Alessandra, Nicolas, Alice, Jennifer, Enrico, Linda e parecchi altri.

Alcune fotografie hanno un watermark coi crediti, altre sono anonime ma restano di proprietà dei rispettivi autori. Chi lo desidera, si accrediti nei commenti.

martedì 13 ottobre 2015

Stile Impero.

Che l'Impero sia quello cattivo e senza nome come quello dell'universo di Star Wars lo capite da soli.
Insomma, poi lo sapete pure voi: il fascino dell'uniforme, il nero sfina, e via così coi luoghi comuni.
Il costumino nuovo me lo sono goduto poco perché quel giorno la congiuntivite m'ha fatto vedere le stelle, ma vabbé, giusto il tempo di un paio di scatti. Ed ecco che voi vi prendete sempre il meglio delle cose.

martedì 6 ottobre 2015

Romics d'autunno.


Eccettuata una congiuntivite che mi ha fatto vedere le stelle, anche questo Romics è filato via senza intoppi e si è consumato in fretta come un gelato mangiato sotto un sole più caldo del dovuto (ma ugualmente gustoso).
Non appena riesco a mettere di nuovo a fuoco le macchie colorate che mi baluginano davanti gli occhi, posto una piccola gallery.
Stay tuned.
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