domenica 24 aprile 2016

Sad Robot World.

Sad Robot World è l'unico pezzo non ritmato presente nell'ultimo, recentissimo cd dei Pet Shop Boys.
Ben cosciente che poche cose sono più personali della musica, e che pochissimi tra voi (smentitemi coi commenti, se potete) sono fan del duo britannico e che – anzi – quasi certamente avranno saltato allegramente tutto questo post non appena lette le tre paroline "Pet Shop Boys" (e non so darvi torto, probabilmente anch'io farei lo stesso se leggessi, sul blog di qualcun altro, che so: ed ora due parole sul nuovo singolo degli Iron Maiden o di Vasco Rossi, due artisti a caso di cui magari posso riconoscere il valore ma che non toccano le mie corde), eccomi qua a scrivere qualche riga proprio ed esclusivamente per questa singola traccia, la numero nove dell'album.

E se lo faccio, non è solo perché è uno pezzi migliori dell'album, ma anche perché è una delle canzoni che, ora come ora, più di tante altre mi mette in pace col mondo intero, taglia gli ormeggi della mia mente pragmatica e riesce a farla volare, anche se solo per tre minuti e diciotto secondi, in un cielo di quelli dipinti da Magritte, con ombrelli volanti (tutti rigorosamente perpendicolari al suolo) e uomini in bombetta col volto di una tonda, lucida mela verde.

Neil Tennant ha raccontato ad Attitude che Sad Robot World è stata ispirata da una visita a una fabbrica Volkswagen in Germania. I due avevano appena fatto una presentazione al salone dell'automobile di Francoforte, ed erano stati invitati a un tour della fabbrica di Wolfsburg. Tutto era assurdamente pulito, e i robot stavano lavando le automobili uscite dalla catena di montaggio. Sembrava una specie di balletto meccanico, e Neil ha colto in quello che vedeva una nota di bizzarra malinconia. 'It’s a sad robot world, isn’t it?, si è trovato a commentare. Quella frase è rimasta a ronzargli nella testa finché non l'ha trasformata in una canzone.

Come canta Neil in questo pezzo struggente, i robot offrono "dedizione silenziosa, senza dormire, senza cibo, senza retribuzione," e fanno "quello che gli si ordina di fare 24 ore al giorno": di fatto, sono i nuovi schiavi dell'uomo, anche se è difficile provare empatia per qualcosa che non possiede sentimenti umani (in realtà, non ne posseggono di alcun tipo, e credo che sia un bene per tutti che sia e continui così). 
Ma, evidentemente, serve un animo gentile per cogliere una nota profondamente triste in un tale, asettico scenario industriale. Se siamo sempre e solo noi a essere la misura di ogni cosa, allora possiamo empatizzare anche con una macchina. E immaginare, come recita Neil nell'ultimo verso, di sentirla gridare.

QUI trovate il testo originale. La copertina in apertura è una mia rielaborazione digitale su un quadro di Jochem Van Wetten.

1 commento:

Uapa ha detto...

Bello. Bel post, bella canzone. Non so aggiungere altro!