venerdì 24 giugno 2016

[Recensione] High-Rise.

Sono sempre diffidente verso quei registi che si prefiggono di portare sullo schermo un romanzo (in questo caso, un piccolo classico), innescando un confronto inevitabile che, quando va bene, si conclude con un pareggio.
Una delle poche eccezioni era Kubrick, che piegava ai suoi voleri qualsiasi opera letteraria come una Graziella e se la portava dove cazzo voleva... ma l'ultimo film di Ben Whitley (e di sua moglie Amy Jump) non appartiene a questa categoria.

Sostanzialmente, High-Rise è la storia di un microcosmo umano, con tutto il suo bagaglio di tensioni inespresse o comunque tenute entro i parametri normalmente “socialmente” accettati, che prima si autoisola e poi si disgrega in decine di atti aberranti sempre più cruenti e senza ritorno.
Nessuno ne esce pulito: i personaggi non sono altro che strumenti.
E la situazione narrativa, pretesto.
Delirante?
Non immaginate quanto.
Il montaggio non-lineare è assolutamente asservito al romanzo di Ballard, a un certo punto della pellicola gli inserti onirici cominciano a prendere il sopravvento e qualsiasi logica corre a nascondersi senza guardarsi indietro.

Ma, per quanto gli autori si sforzino platealmente di aderire allo spirito dell’opera letteraria, è proprio tutta la seconda parte che funziona peggio: una volta di più, quello che sulla carta funziona bene, portato sullo schermo (seppur con dovizia di prove attoriali) si fa slegato, incoerente, pretenzioso, fumoso, e la prima grande vittima è proprio la narrazione, che si inceppa e fa crollare l’attenzione fino a quel momento mantenuta altissima dalle premesse, intriganti e portate in scena con eleganza.
Perché, va detto, la messa in scena è grandiosa.
L’estetica anni settanta, le scenografie, i costumi. 
Visivamente ineccepibile. 
Ma, tutto il resto è noia. 
Per me, bocciato.

Però di poster promozionali ne hanno prodotti un mucchio, e alcuni sono davvero belli.

1 commento:

Michele Borgogni ha detto...

A me invece è piaciuto molto. Seguo Wheatley da anni e questa mi sembra la sua consacrazione, il suo talento visionario resiste anche alle tentazioni di budget più alti e attori famosi. Non perfetto, ma un ottimo film.