sabato 6 agosto 2016

Ghostbusters. La recensione e un paio di riflessioni a margine.


Ghostbusters mi ha divertito.
Parecchio.
Non dirò che mi ha fatto scivolare giù dalla sedia dalle risate, perché è un effetto che quasi nessun film mi procura (probabilmente le mie corde sono altre), ma per quasi la totalità del tempo ho avuto un sorriso idiota stampato sulla faccia, quando non addirittura sono scoppiato a ridere di gusto, perché le battute erano ben scritte (parecchi dollari devono essere andati ai migliori scrittori disponibili a Hollywood), arrivavano al momento giusto ed erano ben servite dall'attore (in gran parte, dall'attrice) di turno.
Cosa molto, molto buona, per una commedia.
Un po' meno per un horror orientato (a volte più, a volte meno) alla commedia, come era — sostanzialmente — il progenitore del 1984.

Ora, tutto sta, come altre volte, se si vuole considerare il nuovo Ghostbusters come un prodotto a sé stante o come un remake. In altre parole, se graziarlo (e anzi, riconoscergli i suoi meriti) o condannarlo al pubblico ludibrio (operazione, peraltro, già ampiamente messa in atto settimane e mesi prima del lancio dai soliti simpaticoni integralisti che credono che un film sia un dogma intoccabile).
Se scegliete la prima opzione, vi divertirete parecchio. Riderete, resterete sorpresi, farete il tifo, ci porterete i ragazzini e, tornati a casa, lo dimenticherete e passerete ad altro.


Se scegliete la seconda, avete già deciso, e forse non c'è neanche bisogno che andiate a vederlo: per voi, era un film che non andava fatto, che anche se è vero che non toglie nulla all'originale nemmeno aggiunge, per finire con lo scadere in considerazioni sessiste di terz'ordine o andarvi ad attaccare a cose come le strisce arancioni che non c'erano sulle tute originali. E credo a poco o nulla possa servire ricordarvi che, solo a disturbarsi a guardare indietro un attimo, molti classici del cinema anni cinquanta sono remake degli anni trenta (Frankestein, La mummia e L'Uomo Invisibile, giusto per restare in tema horror, ma anche L'Uomo che sapeva troppo di Hitchcock era un remake), un mucchio di enormi successi degli anni settanta e ottanta sono rifacimenti di film degli anni cinquanta (a memoria, posso citare Cape Fear, Nosferatu, Scarface, Dracula, Terrore dallo spazio profondo, La Cosa, Ocean's Eleven).

Che poi molti di questi remake non siano all'altezza è anche opinabile, ma da qui a dire che non dovrebbero godere di diritto di cittadinanza nelle sale, ce ne corre parecchio.

Ad ogni modo, non credo vi serva poi una mia recensione per decidere cosa fare: quello che posso dirvi è che Paul Feig (un americano classe 1962 specializzato in commedie) ha il coraggio di accostarsi a un piccolo grande classico e, preso un gran respiro, lo riscrive completamente, raccontando la stessa storia ma cambiando praticamente tutto.
A iniziare dal sesso dei protagonisti, ma credetemi almeno quando vi dico che questo, nell'economia generale del film, è del tutto ininfluente.
Il quartetto di attrici chiamate a indossare le iconiche tute da acchiappafantasmi forse non passerà alla storia come sono riusciti Murray, Aykroyd, Ramis e Hudson, giusto in questi giorni celebrati con una serie di magnifiche action figures (quando qualcuno realizza un'action figure su di te, solo allora puoi dire di avere lasciato un segno)... Ma chi se importa?

Ghostbusters 2016 è spassoso, ha ritmo, ha più di una bella trovata (la genesi del logo, per dirne una), le citazioni sono tante e tutte gradevoli (qualcuno poi mi spieghi perché, se le vede in Stranger Things sono omaggi e invece in Ghostbusters sono sacrilegi), i cameo del vecchio cast sono adorabili e il personaggio di Chris Hemsworth è irresistibile.

Tutto perfetto, quindi?
Certo che no.
Il primo Ghostbusters resta un mito irraggiungibile, perfetto nel suo equilibrio tra sci-fi, commedia, love story e horror, reso eterno da un cast irripetibile, da un production design che ha fatto scuola e da una colonna sonora che non ha praticamente eguali.
Tutti si ricordano di Ghostbusters. Possiamo citare le sue battute a memoria e nel guardaroba di qualsiasi nerd c'è di certo una maglietta o un cappellino con l'omino dei marshmellow gigante.
Ghostbusters è pop culture al cento per cento.

Viceversa, il tono fin troppo scanzonato dato da Feig impedisce allo spettatore di avvertire quella scintilla di tensione drammatica che ci "condanna" a percepirlo come un grosso giro di giostra, perfettamente oliata e manovrata a puntino... Ma, ecco, diciamo che per diventare un mito ci vuole altro.
Se non vivete di soli miti, andate a vederlo e godetevelo.

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