mercoledì 14 settembre 2016

[recensione] HAPPYish.


Happyish mi ha incuriosito un pomeriggio d'agosto cittadino mentre lavoravo a qualcosa di non troppo utile al Mac. Mi ci hanno tirato dentro due o tre battute abbastanza riuscite, sarcastiche ma argute, e, naturalmente, il contesto pubblicitario in cui si muove il protagonista – un contesto nel quale, bene o male, in acque profonde o solo in piccole pozze stagnanti, ho sguazzato negli ultimi anni portando la pagnotta a casa.
E trovo strano che nessuno abbia mai realizzato una comedy o una serie TV su un mondo così assurdo e foriero di spunti antropologici, sociali, psicologici, drammatici — ma anche comici — come quello della pubblicità.
Voi direte: abbello, te sei perso solo sette stagioni di Mad Men.
Ma a Mad Men, in realtà, mi ci ero approcciato, e con le migliori intenzioni, un paio d'anni fa, scaricandomi tutta la season One. Per abbandonarla dopo una manciata di episodi, annoiato a morte dalle ennesime vicende personali del protagonista e, devo dirlo, dal contesto anni cinquanta troppo distante dall'oggi.


E, sì, sarà interessante e anche divertente intravedere le differenze e i contrasti, notare quello che è cambiato e quello che è rimasto esattamente identico anche dopo cinquant'anni, ma è un giochino di caccia al dettaglio che mi ha stufato prestissimo, e inoltre mi sono reso conto che stavo lì ad aspettare scorci di "vita in agenzia" tra una scappatella coniugale e una conversazione del protagonista su argomenti personali di cui non mi fregava assolutamente niente.

Poi non so se la serie aggiustava il tiro, ma a quanto ho sentito dire pare fosse una serie apprezzata proprio per il focus sui dilemmi esistenziali dei protagonisti ai quali il contesto pubblicitario faceva solo da sfondo, e rifletto che, in una certa misura, è anche ciò che accade in Happyish, con la differenza che qui c'è molto, molto più divertito cinismo, quantità industriali di sarcasmo feroce, molte più parolacce (probabilmente più di quante ne servano) e un contesto assolutamente attuale, che azzera il distacco con lo spettatore e lo rende giocoforza più partecipe e coinvolto che non in vicende diventate storia già mezzo secolo fa.
(Almeno, questo è l'effetto che fa a me, so che Mad Men ha uno zoccolo durissimo di estimatori che considererà bestemmie ed eresie queste mie considerazioni, esattamente come io farei verso chi snobba le prime tre stagioni di Lost.)
Ma, torniamo un attimo ad Happyish.


Il protagonista, Thomas Payne, ha il volto interessante di Steve Coogan – non bello come quello di John Hamm ma sufficientemente "tragico" per il suo pensare col suo cervello in un ambiente che punta invece a lavare quello altrui, per la sua tendenza a mettere in discussione i precetti con cui funziona la società che lui stesso, come direttore creativo dell'agenzia per cui lavora ha contribuito a creare, e, soprattutto, per la sua strenua — e questo costituisce il vero fil rouge dei dieci episodi che compongono la serie — ricerca della felicità, ben diversa da quella fittizia e momentanea promessa dalle campagne pubblicitarie messe in piedi attorno un tavolo durante le assurde riunioni che costituiscono, almeno per quanto mi riguarda, i punti più godibili dello show, autentico scorcio su una società — la nostra — pilotata, instradata e anestetizzata da centinaia di falsi miti creati per tenerla assieme, farla funzionare e, perché no, cavarcene fuori qualche miliardo di dollari.
Immagino, poi, che una serie incentrata sulle "sole" dinamiche d'agenzia non sarebbe stata tanto digeribile dalla massa, quanto (forse) dai soli addetti ai lavori, e comunque, anche così, Happyish non è riuscita a guadagnarsi il semaforo verde per una nuova stagione.

Ci restano così questi solitari dieci episodi, forse non memorabili presi singolarmente, ma tutti con almeno qualche sequenza e qualche dialogo (o monologo, espediente utilizzato spesso nel corso della serie attraverso la voce di Tom fuori campo) straordinario: tutte, ma proprio tutte le riunioni alla MGT (l'agenzia pubblicitaria per cui lavora il protagonista) sono eccezionali, surreali, allucinanti, rese più godibili da un'esasperazione appena accentuata di quelle reali (e potete credermi, visto che negli anni ho preso parte a centinaia di briefing durante i quali a volte non riuscivo a credere alle mie orecchie) e valgono da sole la visione di un'intera puntata (tarate su un minutaggio veloce che va dai venti ai ventisette minuti).

Anche i comprimari sono azzeccati, e fotografano con precisione i ruoli all'interno di una qualsiasi agenzia di comunicazione: la coppia creativa che spaccia aria fritta usando ogni sorta di iperbole modaiola, il boss che capisce che i tempi stanno cambiando ma il nuovo corso gli sembra peggiore del vecchio, il regista primadonna che a una cert'ora molla tutto e se ne va per i cazzi suoi, la segretaria che si sforza di tradurre in linguaggio universale le follie e le rimostranze dei suoi capi e così via.

Insomma, una miniserie con una dignità propria, con un proprio tema portante e che, in qualche maniera, spicca su molte altre perché anche se effettivamente non ha niente di nuovissimo da dire (la ricerca della felicità è un tema un pelo trito, riconoscerete) e le meccaniche narrative interne non introducono nulla di inedito, Happyis era esattamente quello che ci voleva per accendere una luce su un mondo che così tanta rilevanza ha sulle nostre vite quotidiane e che contiene, potenzialmente, tanti di quegli spunti esplosivi che sembra strano nessuno ci abbia pensato finora (e, ripeto, per Mad Men valgano le mie considerazioni iniziali).

Peccato sia morta qui, ma almeno ha beneficato di un finale sensato, coerente e non sfilacciato.

3 commenti:

Michele Borgogni ha detto...

E' un piacere scoprire che qualcuno la pensa come me su Mad Men :)

LUIGI BICCO ha detto...

Ho visto i primi tre episodi subito dopo aver letto la tua recensione. Che dire, se non ringraziarti per questa segnalazione?
Happyish è illuminante per tanti versi. Di sicuro molto più realistica di quanto voglia apparire e di certe molto, mooolto divertente.
Ho riso come un cretino alla storia dei pantaloni skinny, a quella del divano, a quella della scatola di amazon, all'"interazione" con la nonnina a cartoni animati e agli accenni di Dora l'esploratrice. Cattiva, blasfema e irriverente il giusto, insomma (su tante cose mi sono sentito spiato, sia come art, sia come padre).
Io e mia moglie ci siamo divertiti parecchio. E a soli tre episodi, già mi piange il cuore sapere che non si potrà gioire alla visione di una seconda stagione. Il mondo delle serie tv è davvero ingiusto.

P.S.: Posso capire che a molti Mad Men non sia piaciuto. Sai cosa ne penso io, invece, anche se ho sottolineato più volte che un paio di stagioni almeno sarebbero da cancellare. Probabilmente, però, il confronto con Happyish non regge semplicemente perché, a parte l'avere in comune il background pubblicitario, le due serie tv raccontano storie diamentralmente opposte. Su Madmen, inoltre, resti con il magone per quasi tutto il tempo. Con Happyish invece si ride.

Grazie ancora per la segnalazione, Luke ;)

LUIGI BICCO ha detto...

P.S.: Ah. Per non parlare delle risate sulla storia dell'antiacido su twitter. Lì mi stavo ribaltando sul divano :D