venerdì 28 ottobre 2016

Mini-calendario Lucca Comics 2016.


Anche quest'anno un salto al Lucca Comics & Games non ce lo facciamo mancare. Stanzierò soprattutto in area Mura, dove la 501nesima Legione ha il suo stand presso la piattaforma San Frediano (e, al di là della mia partecipazione, quest'anno cercate di non perdervi le sue numerose iniziative e spettacoli in programma). Io sarò biancovestito ma con l'anima nerissima.
La sera, invece, mi trovate in uniforme da capitano Kirk all'aperitivo Trek al bar davanti il palazzo Ducale.
Se capitate e mi riconoscete, fatemi un saluto che mi fa solo piacere.

giovedì 27 ottobre 2016

L'iMac di Microsoft. E ora vediamo che presenta Apple stasera.


E mentre Apple, giusto stasera cercherà di risollevare le sorti dei suoi computer (siamo al quarto trimestre in calo di seguito, dovuto principalmente alle ormai croniche mancanze di aggiornamento su tutti i Macintosh in listino) – e comunque si concentrerà sui portatili –Microsoft presenta il Surface Studio, un all-in one che non avrà, ve lo concedo, l'eleganza di un iMac, ma che integra tante e tali di quelle soluzioni per il mercato desktop publishing che potrebbe benissimo essere uscito dal team Jobs-Ive.
Surface Studio monta quello che Microsoft dichiara essere il display LCD ad alta risoluzione (28 pollici 4.5k ultra HD per 13,5 milioni di pixel) più sottile sul mercato, 1,3 mm di spessore, ed è accompagnato da Surface Dial, una manopola digitale con feedback aptico studiata per essere appoggiata sul display touch per fornire funzionalità aggiuntive.
Il display, che integra tecnologie come PixelSense e TrueColor per assicurare una precisione elevatissima nella riproduzione dei colori, può essere inclinato con un cerniera a “gravità zero” che lo trasforma in un piano da disegno (utilizzabile tra l’altro con Microsoft Surface Pen) e che promette di sopportare anche il peso di un braccio.





Surface Studio è pilotato da un processore Intel Core i7, GPU Nvidia GTX 980, può montare fino a 32 GB di RAM e ha 2 TB di spazio di archiviazione su disco.

QUI trovate la scheda tecnica completa, e il prezzo per portarsene a casa uno: circa tremila dollari, il doppio di un iMac, e questa è una cosa che pesa come un macigno, pur considerando i contenuti tecnologici e il fatto che è chiaramente orientato ad un'utenza professionale.

Certo, gli iMac hanno uno schermo quasi altrettanto spettacolare, e sopratutto, hanno una mela morsicata sul retro, cosa che per molti è ancora un valore aggiunto a prescindere. E che costoro abbiano ragione o meno, per Microsoft questo è ancora un handicap, per lo meno in certi ambienti.
Il Surface Dial sembra un complemento interessante, ma, per quanto figo, se non verrà pesantemente supportato dai produttori di software (Adobe in prima istanza) rischia di diventare solo un simpatico aggeggillo di contorno.

Microsoft ha indicato che, per il momento, la produzione sarà limitata e che i Surface Studio in pronta consegna per Natale non saranno molti.
Nel frattempo, guardatevi il video di presentazione, e ditemi se non vi viene in mente: cavolo, ma perché non l'ha presentato Apple? 

mercoledì 26 ottobre 2016

Echi di David Bowie.


Mentre inevitabilmente, cominciano a filtrare brani inediti post-mortem (i singoli No Plan, When I met youKilling a Little Timeinseriti nella colonna sonora del musical Lazarus), io mi metto a smanettare con Photoshop e dedico questa cover al Duca Bianco, che non ci si crede ma è già quasi un anno, Signora Mia.
E chi lo sa, magari gli sarebbe piaciuta.

 

martedì 25 ottobre 2016

La bellezza è nel Photoshop di chi guarda.


Che la bellezza non sia uno standard assoluto, universale e inossidabile alle epoche, è cosa risaputa. Da sempre, l'interpretazione della realtà, passando attraverso i vari media (disegno, pittura, scultura, fotografia, eccetera) è filtrata dal concetto personale di bellezza dell'artista, che finisce per influenzare, a volte pesantemente, altre quasi impercettibilmente, il risultato finale.
Oggi, abbiamo Photoshop e ogni genere di software grafico alla portata di chiunque abbia il minimo sindacale di alfabetizzazione informatica, ed Esther Honig, giornalista freelance e social media manager, ha pensato fosse una buona idea indagare le diverse interpretazioni della bellezza a seconda della cultura di appartenenza.
Così ha preso una sua fotografia, ha setacciato Fiverr, una piattaforma internazionale che permette di trovare freelance in tutto il mondo, e ha selezionato venticinque designer sparsi ai quattro angoli della Terra, con una sola indicazione:
"Ciao, mi chiamo Esther Honig e vorrei migliorare questa [mia] foto usando Photoshop. So che farete ciò che vi sembra più appropriato. Fatemi sembrare bella."
I risultati li vedete in questo post, sono diventati una serie di foto intitolata Before and After che ha fatto velocemente il giro del mondo, e ci raccontano, se mai ce ne fosse bisogno, quanto l'idea di bellezza sia non solo soggettiva ma anche influenzata da parametri sociali, politici, culturali e religiosi.

martedì 11 ottobre 2016

La candela che profuma di Mac nuovo.


Una delle manifestazioni più singolari di tecno-feticismo è spacchettare un Macintosh nuovo.
Come il rito del té, disimballare un nuovo Mac ha portato ad alcuni tratti ritualistici distintivi: il computer arriva in casa, lo scatolone viene aperto, qualcuno scatta alcune fotografie per documentare l'unboxing sul Web, e si diffonde un caratteristico odore – un misto di Styrofoam e plastica appena modellata – che però, una volta posizionato il Macintosh sulla scrivania, è destinato a dissolversi e a scomparire in breve.
È un momento speciale, e chiunque abbia comprato un Mac nuovo sa precisamente di cosa sto parlando.
Ebbene, TwelveSouth ha avuto una di quelle idee che sulle prime vi sembrano delle cazzate gigantesche, ma un paio di riflessioni dopo siete lì a mugugnare dentro di voi: l'avessi avuta io.
Una candela che profuma come un Mac appena tirato fuori dall'imballo... per "rivivere ogni volta che lo desiderate l'emozione dell'unboxing".
La candela è 100% cera di soia, aromatizzata con menta, pesca, basilico, lavanda, mandarino e salvia. È fatta a mano e ha una durata dichiarata dalle 45 alle 55 ore.
Potete comprala QUI, costa 24 dollari, più le spese per farvela spedire a casa, e se pensate che sia overpriced, beh... sappiate che hanno già esaurito le scorte.
Pensate ancora che sia un'idea idiota?

domenica 9 ottobre 2016

Black Mirror, stagione tre.


Per quanto mi sia appena sperticato in lodi incondizionate a Westworld, se attualmente esiste una serie tv in grado di regalare un grado di terrore sibillino persino superiore, del tipo di quelli derivati dalla consapevolezza spaventosa di (intra)vedere il futuro (che è, per intenderci, un futuro orribile) – e che, nonostante Charlie Brooker ce lo stia sbattendo in faccia, non stiamo facendo assolutamente niente per evitarlo... beh, quella non può che essere Black Mirror.

Dopo un'attesa durata due lunghi anni, Netflix il prossimo 21 ottobre manderà in onda i sei nuovi episodi che compongono la terza stagione: sei altrettanti nuovi motivi per cui tra 5, 10 o 15 anni  ci sorprenderemo a pensare: “cazzo, come ci avevano preso quelli di Black Mirror.

Guardare questo serial è come sbirciare da un buco della serratura (o, meglio, da una webcam nascosta da qualche parte e attivata a vostra insaputa, magari proprio quella del vostro PC) in un divenire che è proprio dietro l'angolo, sempre più asociale, disumano, stravolto (quando non distrutto) nei nostri rapporti col prossimo, il tutto attraverso quei luccicanti cavalli di Troia che sono i miei e i vostri smartphone, tablet, computer, televisori, social network, e già solo per questo è una serie imprenscindibile, meritevole del massimo interesse e attenzione.
In sostanza, non perdetevela. Magari recuperate, se già non l'avete fatto, le due stagioni precedenti (sei episodi in tutto, disponibili on line in italiano e in hd a cercare un minimo), parlatene e usate i suoi numerosi e significativi spunti di discussione.
È una delle serie dell’anno.

venerdì 7 ottobre 2016

Del perché Trump potrebbe essere la cosa peggiore per l'America. E non solo per lei.


Leggo che l’Atlantic Magazine ha dato il suo pubblico endorsement a Hillary Clinton: il che è interessante, considerato che, nei suoi 159 anni di storia, l'ha fatto solo in altre due occasioni, nel 1860 con Abraham Lincoln e nel 1964 con Lyndon B. Johnson.
Il loro ultimo editoriale (QUESTO) contiene un pesante attacco a Donald Trump, definito (testuale) il più ostentatamente inadatto candidato di un grande partito nei 227 anni di storia della presidenza Americana, nonché un demagogo, uno xenofobo, un sessista, un ignorante e un bugiardo.
Atlantic Magazine arriva subito dopo Usa Today (il terzo quotidiano americano), che si è schierato pochi giorni fa con il primo endorsement (o meglio disendorsement, dato che non si è unito nel sostenere la Clinton o nessun altro candidato) della sua lunga storia, e dopo Graydon Carter, l'editore di Vanity Fair, che giusto l'altro giorno ha dichiarato che attraverso le parole o le azioni, Trump ha promosso la violenza, l'intolleranza, la menzogna e tutto quello che può essere sbagliato nella società.
Se ancora non basta a far riflettere, gli endorsement della stampa (andati quasi tutti alla Clinton) non sono arrivati solo dai media mainstream ma anche da giornali che non avevano mai sostenuto un democratico o che non lo avevano fatto da decenni (è il caso delThe Dallas Morning News, The Arizona Republic, The Cincinnati Enquirer) o che non avevano mai dato, come Usa Today, il loro supporto ad un candidato presidenziale.


Quanto a me...
Quanto a me, una volta, me lo ricordo molto bene, ero filoamericano.
Come per tanti altri, basavo le mie convinzioni di rampante adolescente su una manciata di luoghi comuni, un paio di viaggi a New York City (una città meravigliosa, ci tornerei oggi stesso), tonnellate di film made in Hollywood e qualche oggettivo riscontro storico: lo sbarco in Normandia a fare il culo al baffetto (anche se grazie ai russi), aver spianato l’orgoglio di Hirohito con l’atomica (peccato che insieme a quello anche  qualche chilometro quadrato di abitazioni civili con dentro donne e bambini), esportato la democrazia (di riffa o di raffa) in tanti Paesi che, a leggerla in altri modi (e ce ne sono, di altri modi) forse avrebbero preferito pensarci da soli, l'aver bombardato Saddam Hussein che tanto una brava persona non era, ma, com’era quel detto?, di notte, tutti i gatti sono neri.

Poi c’è stato quel fatidico 11 settembre, e nessuno ha più fiatato quando quel galantuomo di Bush (e il suo entourage, per carità) ha deciso di fare tutto quello che voleva sacrificando diritti civili e umanitari di ogni genere sull’altare della Sicurezza Nazionale, all’improvviso diventata la parola magica per giustificare praticamente qualsiasi cosa: attacchi preventivi, legalizzazione della tortura, intercettazioni a civili, sospensione arbitraria delle libertà individuali.
Qualsiasi cosa.

E qualcosa ha iniziato a scricchiolare nelle mie simpatie, man mano che – complice anche la possibilità di recuperare informazioni molto più facilmente di una volta – scoprivo che la Storia non è sempre quella scritta sui libri di scuola, che esiste una cosa chiamata disinformazione, un’altra chiamata propaganda, un’altra chiamata semplicemente faccia da culo di chi ha le spalle più larghe degli altri.
Col risultato che le mie iniziali simpatie si sono lentamente trasformate in una cordiale indifferenza, e questo quando mi gira bene.
La loro tradizione umanitaria ed illuministica è ormai solo un pretesto ed una vetrina... e se non se n’è perduta la sostanza, io di certo non la intravedo più.


Ora, però, amici americani, alleati carissimi, inventori del McDonald’s, di Apple e della Nasa, voi che magari mi leggete da oltreoceano come le statistiche di questo blog mi dicono fate: concentratevi un momento.
A breve sarete chiamati a votare il vostro nuovo Presidente, quindi vi si chiede – noi, io – di evitare di fare la stronzata più grossa della vostra seppur non lunghissima storia: eleggere questo tizio.
Ecco, altro che Hiroshima e Nagasaki: questa sì che nessuno potrà perdonarvela. E neppure – fidatevi – riuscirete a perdonare voi stessi. 

Date retta a uno stronzo a un italiano, che questa idiozia l’ha fatta già due volte nella storia recente: la prima volta sostenendo un duce che ebbe la magnifica idea di allearsi con uno dei dittatori più folli della Storia, pagando col sangue e con una guerra che spense le luci in Europa per anni, e la seconda volta sostenendo il Cavaliere… pagando con uno sfacelo totale: politico, economico, amministrativo, strutturale, infrastrutturale e di immagine.
Capite cosa succede a sostenere gente come Trump?

Siete rimasti a galla in questi anni grazie a Obama.
Non sputtanatevi definitivamente affidando la vostra Nazione a una cloaca di stronzate nazifasciste che vomita intolleranza e predica violenza.
O finiremo in un nuovo Medio Evo tutti quanti come in un romanzo di Altieri. 

giovedì 6 ottobre 2016

[recensione] Westworld: season premiere


Ho amato parecchio Westworld (o il Mondo dei Robot, come già iniziavano a banalizzare nei primi anni settanta in Italia): un esempio di regia composta, che andava dritto al punto ma girandoci attorno il giusto, in perfetto equilibrio tra inquietudine e progressione per accumulo.
Sono più che certo che Crichton lo usò come prova generale per scrivere il suo Jurassic Park (che ne ricalca fedelmente idea di base e struttura narrativa), semplice ma così solido che a oltre vent’anni ne è venuto fuori un sequel/remake perfettamente godibile e funzionante.

Però, Westworld non aveva ragazzini tra i piedi.
O melense storielle d’amore.
O tutte quelle figure ormai archetipe di cui Hollywood, dagli anni ottanta in avanti, sembra non riuscire a fare a meno, almeno in un certo tipo di produzioni: il nerd che salva il culo a tutti, la bonazza in pericolo un po’ scema, l’antieroe tutto coraggio e famiglia, eccetera eccetera.
Westworld era un film adulto in tutto e per tutto, che non sconfinava nel facile effettaccio speciale e che – grazie anche, va detto, all’iconica interpretazione di Yul Brynner – è riuscito ad arrivare fino ai giorni nostri intatto in tutta la sua potenza comunicativa (pur restando un prodotto di buon intrattenimento) come avviene per i cult movie.

Oggi, a oltre quarant’anni di distanza, arriva una serie TV che gli rende omaggio.
Ed è, ve lo dico subito, un omaggio degnissimo.
Un progetto nato con ambizioni enormi, che ha visto coinvolto Jonathan Nolan, il “solito” J.J. Abrams e Lisa Joy, una quantità impressionante di denaro (almeno a giudicare dal pilot, non si è andati a risparmio praticamente su nulla) e un paio di nomi come Anthony Hopkins e Ed Harris.
E il risultato è, quasi per forza, all’altezza delle aspettative (altissime, almeno per quanto mi riguarda).
Ci si dimentica da subito che si sta assistendo a una serie tv: il pilot di Westworld ha piena dignità cinematografica, tanto da avere la sensazione di essere andati al cinema a vederne il remake e non di stare seguendo l’ennesimo 1x01.
Tempi, struttura, respiro, oltre che quantità e qualità di mezzi impiegati sono imparentati col mezzo televisivo quanto la prima stagione di Lost lo era con le altre serie televisive prima di lei.

In più, di buono rispetto l’opera ispiratrice, Westworld ha tempo e modo di soffermarsi sulla questione morale solo sfiorata da Crichton: le macchine antropomorfe, assimilabili a delle intelligenze artificiali, hanno dignità, qualche minimo, basico diritto e, soprattutto, consapevolezza? E questa consapevolezza porterà allo scontato risultato di fare “giustizia” degli umani (che, molto più che nel film, sono inquadrati in Westworld in tutte le loro debolezze e piccole e grandi meschinità) o gli autori hanno in serbo qualcosa di meno prevedibile?

Personalmente, mi riterrei soddisfatto anche se si limitasse a ripercorrere la parabola del primo Werstworld, ma, considerati i progetti a lungo termine che HBO ha dichiarato avere per la serie, è lecito aspettarsi un’evoluzione diversa.
Da vedere, senza indugi.

PS divertitevi a cogliere le numerose citazioni sparse qua e là, anche se la mia preferita è il dialogo tra il dottor Robert Ford (Hopkins) e una delle sue creazioni… e ditemi se non vi ricorda, e da vicino, QUESTO.

martedì 4 ottobre 2016

[Romics 2016] Director Krennic, primo test sul campo.


Da swx, il databank italiano su Star Wars: Orson Krennic era un alto ufficiale dell'Impero Galattico attivo durante la Guerra Civile Galattica. Era noto per il suo temperamento totalmente imprevedibile. 
Nel periodo immediatamente precedente la Battaglia di Yavin, Krennic era il direttore del settore Ricerca Armamenti Avanzati delle forze armate imperiali. Da questo ruolo, ricevette il compito di sovrintendere alla sicurezza della nuova stazione da battaglia dell'Impero, la Morte Nera; per fare ciò, Krennic impiegò anche il proprio plotone personale di soldati della morte.

Per quanto tutto quello che si conosca sul prossimo villain della saga di Star Wars sia una manciata di scarne note biografiche, il personaggio di Krennic mi pare uno dei più promettenti sotto il profilo della scrittura... e ci vorrebbe, perché troppo spesso, Vader a parte, nell'universo immaginato da Lucas il focus resta puntato sulle forze del "bene", perdendo di vista l'altro lato della barricata che – quanto a fascino e impatto sull'immaginario collettivo è persino superiore a Jedi e compagnia ribelle.
Quindi, per ora lo interpreto "a vista".
E il bianco, credetemi, è un colore difficile da portare.

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